50 anni di “In the Court of the Crimson King”, il debutto dei King Crimson

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Quest’anno sono passati cinquant’anni da «In the Court of the Crimson King», l’album d’esordio degli inglesi King Crimson, oggi riconosciuto come il disco che ha posto la prima pietra del movimento progressive rock. «In the Court of the Crimson King» è stato un fenomeno musicale fin dall’uscita e fa sicuramente parte dei dischi rock più importanti e più belli di tutti i tempi.

Il 10 ottobre 1969 questo lavoro monumentale ha gettato le basi del prog rock e, in parte, anche dell’heavy metal e del jazz rock fusion all’inglese. L’album è uscito poco dopo la nascita di quella che è forse la band più importante di tutta la storia del progressive rock, eppure ancora oggi tutti e cinque i brani suonano freschi, mentre alcuni testi sono addirittura più attuali di cinquant’anni fa.

In the Court of the Crimson King (data di uscita: 13 ottobre 1969)

La nascita dei King Crimson alla fine del 1968, sulle ceneri della formazione comico-sperimentale-psichedelica Giles, Giles & Fripp, ha segnato la nascita ufficiale del genere che oggi chiamiamo progressive rock o art rock, come lo battezzarono allora certi critici musicali. Nella seconda metà degli anni Sessanta, con i Beatles entrati nella loro fase sperimentale “capelloni” e con l’arrivo di gente come Frank Zappa e The Mothers of Invention, Pink Floyd, Family, The Moody Blues, Traffic, Soft Machine, Procol Harum e The Nice (tanto per citare solo i nomi più importanti), nel mondo del rock cominciarono a succedere grossi cambiamenti.

Giles, Giles & Fripp nel 1967 (da sinistra a destra: Peter Giles, Michael Giles e Robert Fripp) Foto: Discipline Global Mobile Ltd.

Tra sperimentazioni sempre più spinte e confini di genere che saltavano uno dopo l’altro, il rock si scrollava di dosso lo stigma, vecchio e spesso ingiusto, di “musica poco seria”. Con l’innesto di elementi di musica classica, di jazz e di qualche altro genere, diventava una forma quasi artistica, spesso intellettuale, se non addirittura di critica sociale, che a volte costringeva l’ascoltatore a usare un po’ di materia grigia, mentre certi dischi erano veri oggetti d’arte, sia per i contenuti sia per l’aspetto. «In the Court of the Crimson King» rientrava proprio in quest’ultima categoria.

Il pubblico di allora era in gran parte stufo della semplicità spesso ingenua del rock and roll e della malinconia elementare del blues, mentre il rock psichedelico, dopo il tramonto del movimento hippie, ancora più ingenuo, alla fine degli anni Sessanta stava perdendo in fretta il fascino iniziale. Dopo l’ottimismo “flower power”, nel rock britannico presero il sopravvento suoni sempre più cupi, malinconici e spesso anche aggressivi, che demolivano tutte le forme sonore fino ad allora convenzionali.

King Crimson 1969: Robert Fripp, Michael Giles, Greg Lake, Ian McDonald e Peter Sinfield Foto: Discipline Global Mobile Ltd.

La libertà musicale era totale e si traduceva in una notevole indipendenza creativa e in tanta voglia di sperimentare, senza grosse pressioni da parte delle etichette. Dall’altra parte c’erano musicisti che, oltre a un professionismo al cento per cento, scrivevano musica col cuore e con l’anima e davano vita a opere di dimensioni gigantesche. A capo di questo movimento sperimentale, che ha preso il suo nome proprio con l’uscita di «In the Court of the Crimson King», si sono ritrovati, senza se lo aspettassero, i King Crimson, riconosciuti come gli iniziatori di un nuovo corso musicale. È vero che alcuni loro “compatrioti” come Genesis, Yes, Jethro Tull e Van der Graaf Generator erano più vecchi di almeno qualche mese, se non di più, ma i loro esordi in studio nel 1968 e nel 1969 non rispecchiavano ancora lo stile successivo, molto più complesso e riconoscibile.

King Crimson 1969: in senso orario: Robert Fripp, Ian McDonald, Greg Lake e Michael Giles Foto: Discipline Global Mobile Ltd.

La formazione originale dei King Crimson era un unicum a modo suo: un paroliere, membro a tutti gli effetti, più quattro musicisti professionisti, i cui stili si basavano soprattutto su jazz e musica classica. I loro modelli, oltre al jazz, erano nella musica classica di fine Ottocento e inizio Novecento. L’unico riferimento rock erano i Beatles, di cui nei primi concerti suonavano brani come «Lucy in the Sky with Diamonds».

King Crimson 1969: da sinistra a destra: Ian McDonald, Michael Giles, Peter Sinfield, Greg Lake e Robert Fripp Foto: Discipline Global Mobile Ltd.

Queste influenze valgono soprattutto per Robert Fripp, maestro della chitarra e genio musicale dalle doti uniche, che non accettava cornici né limiti nella sua musica e ignorava testardamente quasi ogni influenza esterna. Fondando i King Crimson, che in questa fase iniziale funzionavano ancora senza il suo predominio e i suoi diktat, con tutti i membri alla pari nella scrittura, Fripp ha scoperto e superato tutti i confini allora noti di rock, jazz e classica, tirando fuori il meglio dai suoi compagni di musica.

Robert Fripp nel 1969 nella sua tipica posizione da seduto Foto: Discipline Global Mobile Ltd.

Fripp, che oltre alla carriera solista ha collaborato a lungo con giganti come Brian Eno, David Bowie, Peter Gabriel, Peter Hammill, Andy Summers e David Sylvian (tanto per citarne alcuni), si è imposto in fretta come quel genio della chitarra dai modi fuori dal comune che si stufa rapidissimamente di qualsiasi forma musicale ripetitiva, che si tratti di un singolo riff o di un ritornello. Oggi è l’unico membro originale della band e tra gli intenditori è uno dei musicisti più rispettati del rock, nonostante uno stile chitarristico di impronta jazz. Basta ascoltare il suo assolo nell’evergreen dei King Crimson «21 Century Schizoid Man» per capire al volo perché Fripp si sia lanciato come un razzo tra i chitarristi più innovativi del mondo e perché la sua chitarra sia diventata l’elemento centrale della musica dei King Crimson.

Robert Fripp nel 1969 Foto: Discipline Global Mobile Ltd.

Allora tra i membri fondatori dei King Crimson c’era anche il leggendario cantante e bassista Greg Lake, purtroppo scomparso, arrivato dai The Gods. Oltre a cantare, Lake suonava il basso, e i più concordano sul fatto che Fripp abbia impedito una sua crescita più solida alla chitarra. Forse il suo basso (e più avanti la chitarra) non era poi così impressionante, soprattutto rispetto ai successori dei King Crimson, tecnicamente molto più preparati su questo strumento, come John Wetton, Tony Levin e Trey Gunn. Ma la sua voce limpida, sincera e melodica era la qualità principale per cui, secondo la maggior parte dei fan dei King Crimson, Lake è stato il miglior cantante nella storia della band.

Greg Lake nel 1969 Foto: Discipline Global Mobile Ltd.

Alla chitarra ha trovato la sua dimensione solo come membro dei irripetibili Emerson, Lake & Palmer (ELP) e, per un breve periodo all’inizio degli anni Ottanta, come membro sostitutivo dal vivo della superband Asia. La carriera solista ha prodotto due album in studio, con la collaborazione della leggenda della chitarra Gary Moore, anch’essa scomparsa. Il momento vocale migliore di Lake nell’esordio dei King Crimson è catturato nel brano epico «Epitaph».

Greg Lake nel 1969 mentre suona il basso Foto: Discipline Global Mobile Ltd.

La “star” versatile della formazione era senza dubbio il polistrumentista Ian McDonald che, oltre a sax, flauto, al rivoluzionario mellotron di allora, alle altre tastiere e alla chitarra, ha partecipato alla scrittura di tutti i brani dell’album. In più si è occupato degli straordinari arrangiamenti orchestrali, che hanno creato l’atmosfera a tratti quasi trascendentale dell’esordio dei King Crimson e che, accanto alla cupezza distopica dominante, gli hanno dato anche un po’ di luce e calore ambient.

Ian McDonald nel 1969 mentre suona il sassofono Foto: Discipline Global Mobile Ltd.

Dopo la sua uscita, i King Crimson non hanno mai più raggiunto una mistica così perfetta come quella che emana dai fiati e dal mellotron di McDonald nel disco d’esordio. Più tardi McDonald ha inciso con il batterista fondatore dei King Crimson Michael Giles l’album «McDonald & Giles» (1971) e a metà anni Settanta è diventato membro fondatore dei Foreigner, band internazionale di enorme successo commerciale, con cui ha registrato i primi tre album.

Michael Giles, sicuramente uno dei migliori batteristi dell’epoca e, secondo una dichiarazione di Stewart Copeland (The Police, ex Curved Air), il suo principale modello alla batteria, ha dato ad alcuni brani dell’esordio dei King Crimson un ritmo quasi infernale. Infilando elementi jazz nel suo drumming (Giles era un batterista jazz classico, una delle regole d’oro rimaste a lungo per tutti i batteristi della band) e con un lavoro brillante sui piatti, ha portato un altro salto di stile nelle tecniche batteristiche.

Michael Giles nel 1969 Foto: Discipline Global Mobile Ltd.

Essendo il membro più anziano della band, portò con sé anche quella maturità musicale che di solito manca alla maggior parte dei musicisti all’inizio del loro percorso creativo. Fripp e Giles avevano già suonato insieme al fratello di Michael, Peter, bassista, in una versione “embrionale” dei King Crimson chiamata Giles, Giles & Fripp. Nel 1968 pubblicarono il loro unico disco, »The Cheerful Insanity Of Giles, Giles & Fripp«, una prelibatezza psichedelica condita da un divertente umorismo ‘monthypythoniano’, ma al tempo stesso un flop commerciale totale.

Michael Giles e Ian McDonald durante la parte americana del tour, poco prima di lasciare la band Foto: Discipline Global Mobile Ltd.

Peter Sinfield, il quinto membro della band, fu l’autore dei testi dei primi quattro album del gruppo, ma si occupava anche dei concept grafici, delle luci di scena e dell’attrezzatura musicale. Nella band aveva un ruolo simile a quello di Keith Reid nei Procol Harum. In seguito questo ex esperto di informatica e appassionato di mitologia ebbe un ruolo più importante anche come musicista dal vivo, dando una mano alla band con il sintetizzatore VCS3. Non c’è dubbio che sia stato Sinfield a infondere un’anima al gruppo, con la sua poesia, e a dargli un’immagine. Il tipo non era solo un visionario della musica: era completamente staccato da questo mondo, ossessionato dalla filosofia neoromantica e dalla mitologia celtica.

Peter Sinfield nel 1969 in compagnia di un ‘amico piumato’ Foto: Discipline Global Mobile Ltd.

I suoi testi romantici, fantasiosi, mistici e pseudoapocalittici, che nello spirito ricordano soprattutto gli incontri ravvicinati con J.R.R. Tolkien, William Shakespeare, William Blake, Edgar Allan Poe e Samuel Taylor Coleridge, furono una parte indispensabile del primo periodo di questa band. Fu proprio lui a inventarsi il loro nome, metafora del nome arabo del demone medievale Belzebù (la traduzione della parola araba Bil Sa Bab suona come ‘uomo con uno scopo’) e una delle definizioni usate dalla Chiesa per il ‘ribelle’ e bizzarro imperatore medievale Federico II di Hohenstaufen. Il miglior contributo di Sinfield a questo album è senza dubbio il testo della title track.

La complessità della musica di »In The Court of the Crimson King« è straordinaria: offre una fusione praticamente perfetta dei migliori ingredienti musicali, dal rock al jazz fino alla classica. Per l’epoca il disco aveva un suono solido, ma con le ristampe successive e i nuovi trattamenti sonori, soprattutto per mano di Steven Wilson, è diventato ancora migliore, più fresco e quasi identico alla registrazione originale. La lunga improvvisazione finale di »Moonchild« nelle versioni più recenti del disco si sente finalmente in modo del tutto chiaro.

Greg Lake e Robert Fripp all’inizio del 1970, quando erano, oltre a Sinfield, gli unici due membri rimasti della band Foto: Discipline Global Mobile Ltd.

Stilisticamente i King Crimson erano allora anni luce avanti rispetto agli altri gruppi simili, anche se durò solo poco, circa un anno. Persino i loro coetanei, in seguito commercialmente molto più fortunati, con in testa Yes, Genesis e Pink Floyd, ebbero bisogno di parecchio tempo per trovare la giusta armonia creativa, sviluppare un suono riconoscibile e imporsi a livello mondiale. In ogni caso, all’epoca non c’era nessun altro gruppo capace di unire in modo così completo tanti elementi musicali diversi, che vanno dall’hard rock al jazz fino alla musica classica del tardo Ottocento. Qualcuno una volta disse che se Wagner fosse ancora vivo, collaborerebbe di sicuro con i King Crimson. I testi erano complessi almeno quanto la musica stessa, soprattutto grazie a Sinfield, allora fin troppo trascurato e oggi estremamente apprezzato, che sul palco era il membro ‘invisibile’ della band, ma sempre alla pari degli altri.

La vera bomba di »In the Court of the Crimson King« è già l’opener, ancora oggi di un impatto incredibile e nichilista, »21 Century Shizoid Man«, che serve subito un’intera tavolozza di dimensioni musicali allora completamente nuove e, per la struttura dei riff di chitarra, ricorda più di ogni altra cosa un heavy metal embrionale, quello che i Black Sabbath avrebbero cominciato a sviluppare fin nei minimi dettagli poco dopo. Nella sua struttura di base questo pezzo è una fusione di rock e jazz, con grande enfasi su arrangiamenti di sax incandescenti.

Dopo un fruscio iniziale di mezzo minuto, che ricorda il fischio di una teiera al punto di ebollizione, esplode all’improvviso il riff principale, rovente, di cui ancora oggi nessuna band metal si vergognerebbe. Subito dopo si unisce la voce traumatica e digitalizzata di Lake, fatta passare apposta attraverso un effetto per creare ancora di più l’atmosfera dell’uomo del XXI secolo, orrendamente sfigurato, svuotato spiritualmente e schizofrenico, prigioniero della propria matrice mentale. Il verso »nothing he’s got he really needs« significa che è saturo di roba corporativa di ogni genere, mentre dall’altra parte è completamente privato di ciò di cui ha più bisogno (amore, rapporti umani di base e spiritualità).

Un mondo decadente, schizofrenico, svuotato di valore, in cui rimbomba l’urlo nevrotico dell’uomo schizoide del XXI secolo postapocalittico: è la migliore descrizione visiva di questo pezzo, che si fonde alla perfezione con la straordinaria copertina dell’album. Fripp entra con il suo assolo complesso, a cui quasi subito si unisce il sax di McDonald, e insieme spingono il brano verso una parte centrale complessa, dove il batterista Giles mette in mostra alcuni dei suoi momenti migliori sul disco. Questa sezione centrale, chiamata »Mirrors«, è la più complessa e mostra Fripp nella sua luce migliore. Ancora oggi questo classico è il marchio di fabbrica del fenomeno chiamato King Crimson e in seguito ha avuto numerose cover da parte di artisti più o meno noti.

L’unica registrazione rimasta, di meno di due minuti, della versione originale dei King Crimson dal loro concerto a Hyde Park nel 1969

Il salto immediato dal mondo freddo, razionalista e apocalittico alla luce e al regno della fantasia è rappresentato dalla ballata romantica »I Talk To The Wind«. Questo pezzo meraviglioso offre un contrasto notevole rispetto al predecessore. Gli arrangiamenti di flauto, a tratti psichedelici, non fanno che aumentare la magia e il misticismo del brano, che per atmosfera ricorda più di tutto un coro notturno di Celti a Stonehenge. A creare questo clima è soprattutto il flauto di McDonald, mentre la voce esoterica di Lake irradia un calore straordinario, che si fonde alla perfezione con la struttura di questa ballata piacevolissima e dai colori sinfonici. I suoni delicati di flauto e mellotron fanno sì che, nei passaggi, la tipica chitarra di Fripp non suoni troppo cupa. I due strumenti fanno da contrappeso ai riff pesanti della chitarra di Fripp e portano nella loro musica una bellezza indescrivibile.

»Epitaph«, profezia postapocalittica, estremamente malinconica e cupa dello ‘zeitgeist’ del XXI secolo, è l’epopea (sinfonica) centrale di questo disco. La voce malinconica di Lake, cantata in modo sublime e specchio della rassegnazione di fronte a ciò che fa l’uomo moderno, che si spinge da solo verso la distruzione, è senza dubbio l’elemento che spicca di più nel brano. Lo si sente già nella sezione »March For No Reason«, che a molti ancora oggi fa venire i brividi lungo la schiena. Con la sua voce drammatica e a tratti misteriosa, Lake dimostra una volta dopo l’altra di essere stato uno dei cantanti più straordinari della sua epoca. »Tomorrow and Tomorrow« è il momento in cui il ritornello principale si ripete più volte, rendendo il pezzo abbastanza melodico anche per chi è meno esigente.

Segue un’altra bellissima ballata mistica. »Moonchild«, con la sua lunga improvvisazione nella seconda parte del brano, anticipava già stilisticamente dove si sarebbe diretta la band negli anni successivi, ed è al tempo stesso l’unico pezzo del disco che suscitò parecchia incomprensione tra i critici dell’epoca. Le opinioni ancora oggi sono piuttosto divise. Gli ultimi otto minuti sono infatti uno stacco totale in studio, sotto forma di una lunga improvvisazione con il mellotron di McDonald e la batteria e le percussioni di Giles in primo piano. Stando a quanto dissero loro stessi, quell’improvvisazione la lasciarono apposta, per mostrare a tutte le etichette e a tutti i critici cos’è la libertà creativa.

Il brano è diviso in tre parti. La parte melodica d’apertura è un’altra bellissima ballata romantica con la voce sentita di Lake, che dopo il cupo e malinconico »Epitaph« porta un calore ambient. Col tempo si trasforma nello strumentale »The Dream« e alla fine nell’esoterica, un po’ orientaleggiante »The Illusion«. Questi otto minuti sono dedicati a una lunga improvvisazione su mellotron, chitarra e batteria, allora innovativi. Dopo i suoni più disparati l’atmosfera si calma di nuovo, soprattutto verso la fine, quando arriva l’ultima parte del brano, quella orientale chiamata »The Illusion«, dove domina il mellotron. Tutti quelli che le lunghe improvvisazioni strumentali le sopportano poco, o le considerano inutili ‘esercizi sonori’, non possono certo contare sul fatto che questo pezzo, nel suo insieme, piaccia loro prima o poi.

La conclusiva epopea medievale retro-romantica »The Court of the Crimson King«, una delle creazioni più riconoscibili nella storia del gruppo, si apre con la pomposa introduzione »Return of the Fire Witch«. Qui in primo piano ci sono gli arrangiamenti sinfonici di mellotron e il flauto di McDonald, che portano l’ascoltatore in un mondo fantastico tinto di nero, dritto nel cortile del re cremisi, che si diverte immortale guardando le esibizioni di trovatori, fate, streghe e altri buffoni e commedianti. A corte, infatti, tutto gira intorno a lui.

L’interno della copertina con l’immagine del Re Cremisi come se lo erano immaginato Barry Godber e Peter Sinfield

Il motivo melodico principale si ripete più volte, mentre il messaggio lirico è sempre diverso. Con i suoni del flauto la band torna piano piano indietro. Nella sezione finale »Dance Of The Puppets« il ritornello melodico principale si ripete ancora un paio di volte, finché non chiude il disco in modo romantico. Questo evergreen uscì anche come primo singolo dei King Crimson e, insieme a »21st Century Schizoid Man«, è la loro opera più nota, che nel corso dei decenni ha avuto anch’essa numerose cover.

L’opera d’arte di Godber

La copertina urlante dell’«uomo schizoide del nostro secolo», con occhi che trasudano una tristezza senza fondo e rimandano al ‘Grido’ di Munch, e del suo antipode, il «re cremisi» nelle sembianze di una ‘Luna’ sorridente con volto umano e denti da vampiro sul retro della custodia, è senza dubbio una delle migliori cover della storia del rock, anche se dietro c’è una storia piuttosto triste: il suo autore, Barry Godber, è morto a soli 24 anni per un infarto. Riesce a fondere in modo quasi perfetto arte musicale e arte figurativa con le visioni avanzate di questa band. Fripp, attuale proprietario del dipinto, pare l’abbia salvato all’ultimo momento dal deterioramento nello studio del defunto Godber.

«In The Court Of The Crimson King» è un disco leggendario e oggi di culto per tutti gli appassionati di rock progressivo, e tra quelli che ne hanno posato le fondamenta è il capofila. Dopo la sua uscita i King Crimson si sono spinti in territori musicali che ancora oggi per molti restano del tutto incomprensibili. Al tempo stesso è uno dei loro rarissimi dischi che la maggior parte di chi ama sonorità rock più convenzionali può ascoltare a cuor leggero, perché è una delle loro cose più accessibili. Ed è anche il miglior punto di partenza possibile per chi sta ancora scoprendo la loro musica.

Barry Godber, autore della copertina e dell’interno della custodia di In The Court of the Crimson King Foto: Discipline Global Mobile Ltd.

L’indimenticabile formazione originale, Fripp, Lake, McDonald, Giles e Sinfield, sprigionava un’energia creativa straordinaria e un’armonia musicale perfetta, ed è stata davvero l’unica line-up nella storia della band ad avere la possibilità di sfondare anche commercialmente dopo il primo disco. Purtroppo la formazione era già finita alla fine del 1969, quando Giles e McDonald presero la propria strada per visioni musicali diverse. Poco dopo li seguì anche Lake, che si unì a Emerson e Palmer per dar vita a Emerson, Lake & Palmer.

Chissà come sarebbe stato il futuro di questa band se fossero rimasti insieme, perché i King Crimson, per molto tempo dopo l’addio di questi tre musicisti, non riuscirono a stabilizzare la formazione, nonostante i tanti nomi di spicco che si sono alternati nel gruppo negli anni Settanta. Ogni disco successivo dei King Crimson è stato un capitolo a sé, ma non sono mai riusciti a ricatturare del tutto l’originale magia ambientale, anche se «In the Wake of Poseidon» (1970), il loro secondo lavoro in studio, è stato un’imitazione davvero riuscita, per alcuni persino troppo smaccata.

Una rara foto d’epoca della band, in cui Fripp suonava ancora in piedi Foto: Discipline Global Mobile Ltd.

Con una miscela di misticismo e messaggi metafisici («I Talk To The Wind», «Moonchild», la title track) e una critica caustica ai vari movimenti pacifisti ormai moribondi e all’imminente dissoluzione della civiltà moderna («21 Century Schizoid Man» ed «Epitaph»), i King Crimson hanno unito il desiderio di libertà, amore e realizzazione di sé dell’uomo moderno, soffocato dal materialismo.

Ed è proprio questa, insieme alla professionalità tecnica dei singoli, la combinazione vincente che ha conquistato il cuore di un pubblico da sempre esigente: anche per il buongustaio musicale più difficile c’era qualcosa. Un’ulteriore prova del fatto che i King Crimson erano (e sono ancora) una band che nella sua musica offre il massimo, senza aggrapparsi a schemi collaudati o a mode e seguendo sempre e solo la propria evoluzione. Nella loro musica prendono vita sia mondi paralleli sia i numerosi movimenti musicali e artistici del XX secolo. Questo album leggendario è la prova vivente di cosa fosse un tempo la libertà creativa e, insieme, un monumento eterno alla sua bellezza.

autore dell’articolo: Peter Podbrežnik

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