Mary Rose: la fenice di Postojna che crea col cuore (2026)

foto: EDITA KLEMEN 2026
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I Mary Rose di Postojna sono una delle band hard rock e heavy metal più riconoscibili della scena slovena. Nati nel 1987, tra alti e bassi e cambi di formazione, dopo tre album in studio sono ancora creativamente attivi anche nel 2026. La loro musica nasce da una dedizione sincera al creare e da un amore autentico per il linguaggio del rock. Di recente hanno pubblicato il nuovo singolo «Zbudi se» e nei prossimi mesi hanno in programma la registrazione di un nuovo album. Nel loro studio ho chiacchierato con Eki Alilovski, Sandi Trojner e Miha Horvat.

Se dovesse restarvi una sola vostra canzone da ascoltare fino alla fine dei vostri giorni, quale scegliereste?

Eki: Domanda difficile, perché ogni nostro pezzo ha la sua storia. Forse «Zven tišine»? A dirla tutta, sarebbe più facile dirti qual è il mio successo preferito dei Van Halen (risate).
Sandi: Da ogni album potrei tirare fuori un favorito, ma se devo concentrarmi sceglierei «Zven tišine» dall’album Feniks. Però è anche vero che quando registri un disco, per sei mesi non riesci più a sentirlo. Tutta un’altra storia è quali pezzi ci piace di più suonare dal vivo sul palco.
Miha: Senza dubbio «Hold on» – è un pezzo che potrei sparare in loop all’infinito. Ci aggiungerei anche «Zvezda» dall’album Feniks.

Qual è la canzone più sottovalutata della vostra discografia?

Eki: Va sempre a finire così: i pezzi su cui punti di più mentre sei in studio non vengono accolti dal pubblico come ti aspettavi. Mi è già successo di essere convinto che un brano fosse eccezionale e di dire: «Ecco, questo è il pezzo!» Lo registri, vedi che sia la musica sia il testo funzionano, e alla fine va diversamente. Un esempio è «Zven tišine», che non abbiamo mai suonato dal vivo. Semplicemente non siamo riusciti a infilare tutti i pezzi nel repertorio dei concerti.

Quale momento della storia della band rivivreste volentieri?

Eki: Per me il momento più bello è stato quando, come gruppo spalla di Joe Cocker, siamo saliti sul palco dello stadio di Bežigrad pieno zeppo. Lì vedi com’è quando si fa sul serio e ogni dettaglio è curato alla perfezione. Mi sono detto: «Ecco com’è quando ti trattano da vero musicista.» 
E poi non dimenticherò mai quando, sul palco, aprendo per i Whitesnake a Lubiana,  ho visto Doug Aldrich farmi un gesto di approvazione per come suonavo. Dopo il concerto il loro manager ci ha invitati a fare tre date insieme. Comunque, ogni concerto negli anni ’80 e ’90 era speciale. Oggi, più che dei momenti sul palco, mi ricordo le avventure on the road. E ovviamente il periodo in cui accompagnavamo John Lawton. Sono ricordi meravigliosi – è per momenti così che fai musica.
Sandi: A me sono rimasti nel cuore soprattutto gli anni in cui eravamo la band della casa al Rock cafe di Postojna e suonavamo ogni venerdì. Dopo il lavoro ci ritrovavamo lì, una partita a biliardo, un drink, il soundcheck e su sul palco. Lì capitava spesso anche di tirare fuori un pezzo nuovo e di suonarlo subito.
Miha: Per me il momento più bello è stata la nostra prima prova insieme. Entrare in sala, cantare i pezzi dei Mary Rose e vedere Eki suonare dal vivo … È stato indimenticabile.

I Mary Rose sono sopravvissuti ai cambiamenti politici, al cambio dei media, all’arrivo di internet e dei social. Cosa è cambiato di più per un musicista – e cosa non è cambiato per niente?

Eki: Una volta avevi una reale possibilità di finire in radio. Oggi è tutta un’altra storia. Chiami una radio e spesso trovi la porta chiusa; non c’è più un vero sostegno per presentare musica d’autore e ti liquidano in fretta. Non pretendo molto, solo la possibilità di far conoscere il nostro lavoro alla gente. E anche tra band non siamo più così uniti e «fratelli» come una volta.
Sandi: Una grande svolta è stata il crollo delle vendite dei CD e il passaggio alle piattaforme di streaming. Ma è cambiato parecchio anche il genere musicale in sé, soprattutto in Slovenia dagli anni Novanta in poi. Noi che siamo rimasti fedeli al rock ce la siamo passata peggio. Ma noi insistiamo, perché ci godiamo semplicemente quello che facciamo.

Come mai non vi si vede più così spesso in giro per la scena?

Eki: La cosa fondamentale in una band è avere obiettivi condivisi. Se i membri hanno priorità e piani diversi, il gruppo nel suo insieme fa fatica a reggere. Dipende tutto da se lavori per il successo della band o per il tuo ego. Mi ricordo quanto eravamo carichi una volta – per il secondo album abbiamo provato così tanto che poi in studio l’abbiamo registrato in appena cinque giorni.

Oggi è più difficile o più facile essere una rock band rispetto al 1990?

Eki: Oggi è incomparabilmente più facile, ma una volta era più bello. Prima dovevi sbatterti da matti già solo per riuscire ad avere uno strumento e l’attrezzatura. Se sul palco non eri eccezionale, il pubblico ti fischiava e basta. Per non parlare di quanto costavano le ore di registrazione negli studi.

Cosa vi entusiasma di più dell’industria musicale di oggi e cosa vi dà più fastidio?

Eki: Ogni epoca porta qualcosa di buono e la tecnologia non si può confrontare direttamente. Una volta in studio dovevi arrivare preparato al cento per cento – se sbagliavi, dovevi rifare tutta la take da capo. Oggi tecnicamente è molto più facile. Se uno ama creare con le macchine, faccia pure. Però c’è una bella differenza tra un’intelligenza artificiale che ti dà una mano nel creare e una che fa tutto al posto tuo.
Sandi: Una volta, come band, non potevi nasconderti da nessuna parte – se non eri affiatato, si sentiva subito. Oggi con la tecnologia si può mascherare con astuzia un’esecuzione scadente in studio. Ma il palco non mente; dal vivo non puoi nascondere niente e questo non è cambiato. Se ritocchi artificialmente le registrazioni in studio e poi sul palco non riesci a suonare con la stessa qualità, per me non è un punto a favore. Una volta, per i limiti di budget, dovevamo registrare tutto in cinque giorni, mentre oggi puoi chiuderti in una stanza, startene ore e ore davanti al computer e registrare qualcosa da solo.
Miha: L’hard rock è un genere che richiede al musicista di mostrare qualcosa e di metterci del suo. Qui l’ignoranza proprio non la puoi bluffare.

Come capite che una canzone è finita?

Eki: Il criterio è che ne siamo soddisfatti tutti nella band. Anche se, a essere sincero, una canzone non è mai davvero finita. Quando la riascolti dopo qualche anno, c’è sempre qualche dettaglio che cambieresti o suoneresti diversamente.
Sandi: Quando ci troviamo d’accordo e diciamo tutti insieme: «Ecco, ci siamo!»

Capita mai di litigare per la musica mentre create?

Eki: Facciamo tutto da soli, quindi litigi seri non ce ne sono. Se fossimo sempre d’accordo su tutto subito, mi chiederei seriamente se siamo a posto (risate).
Sandi: I classici litigi da noi non esistono. Certo, saltano fuori idee e punti di vista diversi, ma riusciamo sempre a metterli d’accordo.

Cosa vi sorprende di più nelle persone che scoprono i Mary Rose oggi per la prima volta?

Eki: È una sensazione fantastica quando qualcuno ti chiama e ti fa un complimento con entusiasmo sincero. E anche gli articoli e le recensioni del redattore del portale Rockline.si, che ci stima davvero tanto, ci sorprendono piacevolmente ogni volta.
Sandi: Quando la gente sente la nostra musica per la prima volta e sottolinea quanto sia di qualità. Ogni tanto all’inizio penso che esagerino un po’, poi capisco che dicono sul serio.
Miha: Alcuni miei conoscenti, ascoltando l’album Rocks Off, pensavano addirittura che fosse il disco di una band straniera affermata.

Perché in Slovenia il rock sembra sempre una scelta un po’ ribelle?

Eki: A me il fatto che il rock resti una scelta ribelle piace da morire. Mi è sempre piaciuto portare i capelli lunghi e avere un look diverso, audace.
Miha: Questa sensazione di ribellione nasce dal pacchetto completo – lo stile di vita, la musica in sé e un forte senso di appartenenza alla comunità.

Voi musicisti sloveni apprezzate troppo poco la vostra eredità rock?

Eki: Personalmente rispetto moltissimo il patrimonio musicale sloveno. Penso però che questo rispetto si formi già in casa. Se i genitori ascoltano rock di qualità, molto probabilmente lo trasmetteranno anche ai figli.
Sandi: Dipende molto dalla generazione. La generazione più giovane forse non apprezza abbastanza l’eredità del rock semplicemente perché non la conosce – e nel diluvio di informazioni di oggi non riesce nemmeno a scoprirla del tutto.

Quale album sloveno dovrebbe conoscere, secondo voi, ogni rockettaro?

Eki: la band September – Domovina moja.
Sandi: Mary Rose – Rocks Off, e ovviamente gli album di Buldožer e Pomaranča.
Miha: Senza dubbio Rocks Off.

Visto che tra un’uscita e l’altra dei vostri album passano parecchi anni, sulla scena vi sentite dei principianti?

Eki: Ogni volta ci sentiamo dei principianti.
Sandi: Penso che anche se pubblicassimo un album ogni due mesi, la sensazione all’inizio del processo creativo sarebbe identica – come se fossimo di nuovo dei principianti.

Le rock band spesso si sciolgono per colpa degli ego. Come riuscite a mantenere la chimica da amici anche con i cambi di formazione? Se in band è mai ‘scoppiato il casino’, avete imparato qualcosa?

Eki: L’ego è una cosa interessante … Quello che conta è soprattutto se una persona ne è consapevole o no. Nel rock una dose sana di ego deve esserci, il problema nasce quando ce n’è troppo. Con gli anni impari a riconoscere le persone che non sono consapevoli del proprio ego, e con loro è difficile collaborare. Io la musica non l’ho mai vista come un business. L’esperienza ti plasma, ti porta ad ammettere le tue reali capacità e a sapere dove ti trovi in quel momento.
Miha: Da ogni situazione puoi imparare qualcosa. Però ci sono persone a cui certe cose non riuscirai mai a far capire.

Il mondo corre verso l’intelligenza artificiale. Dove tracciate il confine?

Eki: L’intelligenza artificiale può essere uno strumento molto utile per certe cose tecniche. I giovani oggi crescono con lei e in futuro la integreranno di sicuro nel loro modo di creare. Personalmente so che se un algoritmo creasse al mio posto un intero pezzo, mi verrebbe un bel mal di coscienza.
Sandi: Nella nostra band per ora non l’abbiamo ancora usata.
Miha: Come ho già detto – l’hard rock richiede un tocco umano e competenza. Sul palco non puoi far finta.

Voi nuovi membri, come vi muovete tra il rispetto per il sound leggendario dell’epoca di Rocks Off e la voglia di metterci il vostro marchio personale e moderno?

Eki: I ragazzi sono giovani, carichissimi e io desidero davvero che insieme riusciamo a creare un album con musica di altissimo livello. Molto probabilmente lo pubblicheremo in autoproduzione. Anche i piani per i concerti sono già tracciati, ma tutto dipenderà dalle mie condizioni di salute – per questo ho cominciato a pensare addirittura di procurarmi un chitarrista di riserva, pronto a subentrare se serve. 
Miha: Per me personalmente l’album Rocks Off è l’apice assoluto e la vera anima dei Mary Rose. Con quell’anima e quell’energia riesco a identificarmi senza problemi quando creo nuovo materiale.

Il nuovo singolo ‘Zbudi se’ porta un messaggio forte. Cos’è che noi sloveni ancora non vogliamo sentirci dire, e di cui bisognerebbe scrivere in futuro?

Eki: Con temi del genere salta subito fuori la paura di beccarsi l’etichetta di quello che vuole fare il «predicatore». In realtà, con i testi non facciamo altro che pensare ad alta voce. Anche tra di noi in band comunichiamo in modo molto aperto; quando creiamo ci affidiamo al nostro intuito – a cosa funziona bene e cosa no. Con la musica vogliamo soprattutto trasmettere alla gente una storia.
Sandi: Mentre si lavora in studio, a volte è utilissimo fare un passo indietro e guardare il quadro generale da un’altra prospettiva. Quando sei seduto direttamente dietro al tuo strumento, infatti, inizi subito a valutare le cose in modo troppo tecnico, invece di ascoltare l’insieme.

Una parola che descriva i Mary Rose oggi?

Sandi: Forza.

Se tra vent’anni qualcuno aprisse l’archivio del rock sloveno e incontrasse per la prima volta il nome Mary Rose – cosa vorreste che pensasse di voi dopo aver ascoltato i vostri pezzi?

Eki: «Però, quelli sì che erano bei tempi …»
Sandi: Che si faccia un’opinione tutta sua, sincera.
Miha: Mi auguro che quella persona un giorno venga da me, mi stringa la mano e mi dica: «Complimenti per una musica così bella.»

E per finire… Vinile o streaming?

Eki, Sandi, Miha: Vinile!

Studio o palco?

Eki: Lo studio ha il suo fascino nascosto. Il palco è fantastico, certo, ma è in studio che succede la vera magia creativa.
Sandi: Scelgo il palco.
Miha: Il palco.

Prima prova o bis?

Eki, Sandi, Miha: Bis! È sempre la ciliegina sulla torta di ogni concerto.

Deep Purple o Rainbow? 

Eki: Domanda difficile. Rainbow (dopo averci pensato)
Sandi: Deep Purple
Miha: Deep Purple

Il miglior concerto a cui siete andati da spettatori?

Eki: Van Halen (Monaco di Baviera)
Sandi: Dream Theater (Tivoli)
Miha: Whitesnake (Zagabria)

I Mary Rose sono:
Eki Alilovski – chitarra 
Sandi Trojner – tastiere 
Anže Stegel – basso 
Gian Žgur Islami – batteria
Miha Horvat – voce

Ragazzi, grazie per questa chiacchierata interessante e sincera! Per il futuro vi auguro di fare il miglior album di sempre e che il pubblico lo accolga con lo stesso entusiasmo con cui ha accolto il vostro nuovo singolo. Rock on!

Intervista a cura di: Silvija Makovec
Foto: Edita Klemen

Link al sito ufficiale:
https://www.maryrose.si
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https://www.facebook.com/maryroseslo
Link alla pagina IG:
https://www.instagram.com/mary_rose_band


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