Jethro Tull strizzati fino all’ultima goccia nel forno sotto il tendone del Tollwood (2005)
Luogo: Monaco di Baviera (Germania), Tollwood Festival
Data del concerto: 20.06.2005
Numero di spettatori: 0
Prezzo del biglietto: 35,50 €
Avevo tutto sotto controllo, finché non ho messo piede nel tendone del Tollwood, l’appuntamento fisso di ogni anno, dove nel forno insopportabilmente afoso di un tendone enorme, in pieno parco olimpico, mi sono quasi disfatto senza ritegno, come uno spaghetto dopo dieci minuti a sobbollire in acqua bollente.
Ed è anche per questo che le leggende, i fondatori ultimativi della perfezione del “folk prog rock”, i grandi Jethro Tull, hanno attaccato il concerto poco prima delle otto. Più o meno alle 19:50 ho puntato le lancette. L’audio è stato fenomenale per tutto il concerto, dalla prima battuta alla fine (21:50). Ian Anderson ha tirato fuori il suo famoso, diabolico ballo selvaggio, con quel passo da trovatore-ballerino che ormai conosciamo a memoria, forse con un filo meno verve, e per cambiare si è rifugiato un po’ più spesso nel tracannare bottiglie di plastica d’acqua da 1,5 l. Dopo l’apertura con due classici indimenticabili della fine dei sessanta, My Sunday Feling e For A Thousand Mothers, Ian presenta entrambi i pezzi come roba molto, molto vecchia dei Jethro Tull: “Dai tempi in cui eravamo una piccola blues band!”, poi annuncia con pieno entusiasmo che adesso passeranno a un pezzo nuovo. Naturalmente chiude con il suo tipico spirito sarcastico: “Del 1976!” Jack-In-The-Green funziona alla grande! Ha creato un passaggio fenomenale verso un’atmosfera dai colori del folklore inglese! Presa dal mio disco dei Jethro Tull “più più di sempre”, “Songs Form The Wood” (1975), in cui i Tull hanno portato alla perfezione la fusione tra gli elementi classici del rock “seventies” e quelli del folk celtico in una simbiosi ideale, che ancora oggi resta un pilastro indiscusso e un modello di ideale compiuto (a pari merito la segue il disco dei Tull “Heavy Horses”, 1977). La folla ha applaudito a squarciagola per tutto il tempo, accompagnando ogni chiusura di pezzo con urla selvagge. Il pubblico ha cominciato a saltare davvero con una grande Thick As A Brick (ovviamente ridotta a circa 7 minuti), quando i tedeschi hanno accompagnato la band cantando perfino i versi finali. In sala la gente era rumorosissima anche durante Bourée (orig. J.S. Bach). L’intero tendone era carico a molla e ha saltato come un corpo solo, soprattutto sui classici Aqualung e Lokomotive Breath. I presenti erano in grandissima maggioranza coetanei di Ian Anderson e Martin Barre.
I Jethro Tull offrono una dose eccezionale di melodia: gli intrecci unici di assoli di tastiera e chitarra e, ovviamente, gli immancabili stacchi di flauto di Ian sono di quelli che ti tolgono il fiato. L’affiatamento è incredibile e Ian canta nel solito stile “alla Tull”. Ovviamente Ian è la figura assolutamente centrale sul palco. Un vero diavoletto con il flauto! È incredibile quante cose riesca a fare in contemporanea sul palco. Passa dalla chitarra al flauto all’armonica a bocca (per esempio in A New Day Yesterday) senza sbavature, come un giocoliere navigato. Gli altri due polistrumentisti, Barre e Giddings, hanno impugnato insieme i flauti dolci in uno dei momenti clou del concerto, durante Mother Goose. In generale hanno sorpreso con la scaletta, visto che hanno suonato dal vivo quasi tutto il disco – classico del rock chiamato “Aqualung” (1971), che ogni vero amante della musica ha a casa. Hanno saltato Cross Eyed Mary, probabilmente per il caldo insopportabile nell’inferno sotto il tendone, e così siamo rimasti orfani di un pezzo. Ovviamente la gente si è bevuta allegramente quasi tutto l’ossigeno, visto che sotto il tendone eravamo in circa 7000 belanti. Per fortuna si sono tutti astenuti diligentemente dal fumare, cosa che ha sicuramente salvato il concerto da un definitivo collasso climatico. I pezzi in cui la magia è stata più intensa e l’intesa con il pubblico più solida sono stati, ovviamente, Thick As A Brick, Aqualung e, nel bis, l’immortale e pesantissima, riff-pulsante Locomotive Breath. Dopo i cambi di atmosfera ha spaccato A New Day Yesterday, dove la cosa più imponente era il continuo travaso tra la botta rock più intensa e la raffinata sofisticazione di Ian nelle strofe. Dopo la classica botta rock, hanno dato fuoco alle polveri i “più recenti” Farm On The Freeway e la bellezza Budapest (entrambe da “Crest Of A Knave”, 1987), quest’ultima con una parte strumentale finale eccezionale. E dopo il bravuroso intreccio di elementi celtici e rock, non posso assolutamente dimenticare Weathercock. Tutti pezzi aggiornati in modo geniale e levigati a livello interpretativo fino al massimo. Dalla testa alla coda. Ingressi e uscite ricamati, ornamenti di passaggio aggiuntivi, assoli rinnovati allungati con arte. Up To Me, poi, come ha detto Ian, i Jethro Tull non l’avevano mai suonata “dal vivo” fino a questo tour, in 34 anni dalla sua nascita.
Sul palco i Jethro Tull sembrano incredibilmente freschi, affiatatissimi, senza una sbavatura nell’interpretazione: insomma, la band cresce e cresce, matura come il vino d’annata, si perfeziona e migliora di continuo. Con l’evoluzione del gruppo, i pezzi hanno raggiunto nuove dimensioni. Sono tutti ancora più rifiniti, con assoli allungati e decorati da palette sonore aggiuntive, che danno una pienezza notevole al suono dei Jethro Tull “moderni”. Tutte le canzoni sono quindi cresciute in linea con quello che i Jethro Tull sono oggi. Da qui posso concludere solo una cosa: i Jethro Tull facciano uscire al più presto un nuovo album dal vivo. Con tutta la perfezione vissuta e la magia particolare che sanno sprigionare solo i Jethro Tull, unici e soli in questo angolo del mondo musicale, uno viene semplicemente strappato e scaraventato sotto il palco, per non parlare dei brividi spaventosi, che durante il concerto non è stato davvero un problema sentire. I Jethro Tull colpiscono in pieno, spaccano e come act dal vivo offrono praticamente il massimo che un ascoltatore pretende da una band sul palco. Suono perfetto, esecuzione impeccabile, una dose enorme di complessità melodica sempre giocosa, scatenata e vertiginosa, di ascoltabilità eccellente, e un’atmosfera convincente, profonda e vibrante, che ti porta nel loro mondo allegro e positivo (anche se allo stesso tempo propongono un sacco di tipica malinconia celtica nei motivi).
Ian ha ovviamente rallegrato il concerto con il suo geniale senso dell’umorismo nero. L’annuncio del pezzo Boris Dancing (brano dal disco solista di Ian “Secret Language Of Birds”, 1999) è stato qualcosa di speciale e andava più o meno così. “La canzone è dedicata al sempre decisamente barcollante signor Boris Eltsin, che era costantemente sotto l’effetto di tali derivati dell’alcol che non riusciva a trovare il bottone, o meglio, il suo conseguente dondolare non lo portava mai nemmeno nei paraggi del bottone per poter lanciare con esso i missili atomici. Purtroppo però il signor Putin non è alcolizzato e sa esattamente dove si trova quel bottone, ma speriamo che il signor Putin abbia comunque tre piedi sinistri e che almeno lo faccia barcollare come faceva con Boris.”
Il caldo ci ha sì distrutti poco a poco, ma con i grandi Jethro Tull “dal vivo” non c’era davvero motivo di lamentarsi. I Jethro Tull restano un’attrazione da palco indimenticabile anche nel nuovo millennio! Con l’enorme dose di battute succose che sparano di continuo sul palco, con gusto e a tutto gas, sono anche oggi una delle band più simpatiche sulla scena.
Scaletta
1.AquaIntro
2.My Sunday Feeling
3.For A Thousand Mothers
4.Jack-In-The-Green
5.Beggar’s Farm
6.Boris Dancing
7.Bourée (versione standard in 4/4)
8.Thick As A Brick
10.Up To Me
11.Weathercock
12.Cheap Day Return
13.Mother Goose
14.Murphy’s Paw
15.Farm On The Freeway
16.Hymn 43
17.A New Day Yesterday
18.Budapest
19.Aqualung
bis:
20.Wind-Up (versione abbreviata)
21.Locomotive Breath
22.Protect And Survive (inst.)
23.Cheerio