Dagli archivi polverosi: il piccolo stregone in gran forma resuscita i classici di Rainbow e Black Sabbath (2002)

0 15

Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Graz / Orpheum Teater / Austria
Data del concerto: 18.09.2002
Numero di spettatori: 1200
Prezzo del biglietto: 35,00€

Ad aprire le danze sono stati gli austriaci Firestorm. Mmmh, avevo in corpo due o tre birre (non ricordo più con precisione), e questa imitazione austriaca di glam shock rock, con riff aperti e semplici, mi è piaciuta un sacco. In realtà la band, conciata in tenuta sadomaso e con lenti a contatto azzurro chiaro negli occhi, a prima vista sembrava davvero cattivissima. La musica però mi ha sorpreso. Mi aspettavo qualche “rutto” al posto del canto, insomma un massacro totale. E invece tutto il contrario. Una cover perfetta di “Wild Boys” degli ormai leggendari Duran Duran, i cui membri nella prima metà degli anni Ottanta erano per le teenager la vera incarnazione del principe sul cavallo bianco, era purtroppo l’unico pezzo del loro repertorio che conoscevo. Il capo della band, ovviamente, aveva la parola finale. Cantava come voce principale e suonava la chitarra solista. Gli assoli arrivavano di solito nelle uscite classiche dei pezzi, ma due li ha sparati anche dentro i brani. Il ragazzo con la sua Gibson Explorer non ha mai complicato le parti soliste (leggi: assoli a tre dita da rocker anni Sessanta) e così l’impatto è rimasto alto. Cantava alto e a tratti gemeva proprio come un Simon Le Bon (Duran Duran). Piacevole anche la vista delle due ragazze della band. La prima, la chitarrista ritmica con la Gibson SG, era particolarmente vivace, sembrava indomabile e spronava di continuo il pubblico passivo a “scuotersi” un po’. La seconda, alla tastiera, aveva un’aria un filo più misteriosa. E probabilmente per questo faceva venire ancora più l’acquolina. Ehi tu, pervertito, ma cosa mi frulla in testa. Tutti i membri hanno dimostrato un ottimo affiatamento anche nei cori. Insomma, che i Firestorm non siano uno scherzo l’hanno provato con un’esibizione estremamente corretta e carica, il che mi ha shockato, perché dalle band nostrane austriache non sono proprio abituato a tanto. Le persone fisiche più attempate – penso agli uomini nell’età “più vitale” (dai 40 in su) – ovviamente borbottavano e si lamentavano dei Firestorm per tutto il tempo. Con l’eccezione di uno. Quello era ubriaco come una scimmia e, quando ha visto che io e Dejan eravamo gli unici a “scuoterci” in prima fila a ritmo di “musica da ballo”, ha cominciato a rompere in modo estremo e ad appendersi addosso a noi. Boh, ho evidentemente una sfiga cronica: se in sala a un concerto c’è un solo molesto, si piazza sempre accanto a me. Ai Motorhead tre mesi fa, nella stessa sala, un tipo così, ovviamente “duro come un tronco” per via delle sostanze alcoliche, mi ha afferrato i genitali mentre si faceva largo verso la prima fila. In mezz’ora i Firestorm hanno sfruttato tutto il possibile. Provocanti, non c’è che dire. Ma c’è ancora da limare e da “sputarsi nelle mani” per far rombare il palco come si deve. Auguriamo loro tutta la fortuna del mondo.

DIO:
Poi i roadie hanno avuto un bel po’ da fare. Hanno una paura matta e rispettano in tutto e per tutto l’autorità di Sua Eccellenza Ronnie James Dio, che va su tutte le furie se anche solo uno dei monitor, senza volere, scoreggia nel modo sbagliato. Comunque, attraverso una fitta nebbia e sulle note dell’intro, i membri della band sono arrivati sul palco a passo felpato. “Killing The Dragon”, subito i brividi. Uff, che riff!!! Dio, ho Dio davanti a me! Un tipo di 60 anni, un metro e una scheggia, che urla da levarci la pelle di dosso. E anche stavolta Dio era Dio come trent’anni fa. Ho subito percepito la magia tra la leggenda Jimmy Bain (ex Rainbow) e Ronnie sul palco. Due vecchi compagni di merende tra cui non ci sono segreti.

E non è tutto. Doug Aldritch (ex Bad Moon Rising, Burning Rain), appunto. Quando sono passati direttamente, senza pause, a “Egypt (the chains are on)”, il celebre classico dal debutto di Dio, con una Fender Stratocaster consumata tra le mani, un ragazzo in cui è scritta l’eternità delle creazioni di R. Blackmore, J. Page, T. Iommi e compagnia… Non riuscivo a crederci. Come ha ripreso l’assolo di Iommi in “Children Of The Sea”. Suonare dal fondo del sacro (os sacrum). Si è trasformato in un medium unico. Insomma, puro “feeling” grezzo. È il massimo che un musicista sul palco può offrirti (oltre a una bella scaletta, anche se la scaletta di Dio può essere brutta in un solo caso: se la mettesse insieme con due dischi, “Strange Highways” e “Angry Machines”, ma non c’è pericolo, perché i pezzi di quei due li ignora con costanza).

Era il turno di Simon Wright (ex AC/DC) con il suo assolo di batteria. Presto al suo martellare si è unito il noto accompagnamento di fondo dall’opera “Carmina Burana” e Simon non ha girato troppo intorno al discorso, ma ha mitragliato sulla batteria un pezzo dell’opera. Ecco, di nuovo qualcosa di diverso. Bravo!

Per non farci sbadigliare, finito l’assolo di Simon Dio ha incendiato il pubblico con “Ustaj i zavrišti!!!!” (“Stand Up And Shout”). La gente è impazzita. Dio con i suoi gesti inconfondibili. Unico e irripetibile. Quando sai che Ronnie è quel che è. Il Nano era nel suo elemento e trasmetteva vibrazioni eccezionali. Stringeva continuamente la mano ai fan in prima fila, a ognuno ha riservato uno sguardo e un sorriso. Senza un briciolo di spocchia. Non come la maggior parte dei cantanti, che sorvolano la prima fila in un secondo con la solita trovata del “gimme five” senza neanche guardare verso la folla. Mi si rizzava la pelle, e Dio è andato avanti con “Don’t Talk To Strangers”, seguita dal classico dei Rainbow “Man On The Silver Mountain”.

Insomma, nonostante gli shock a ripetizione che ci è toccato reggere con una scaletta eccezionale (madonna, ci ho solo pensato un attimo e mi è già venuta la pelle d’oca)… L’assolo di Doug, appunto. La sua Strato turchese, sverniciata, consumata, scrostata, era già con la sola presenza sul palco una creatura che offriva più di un pezzo di legno con sei corde e dei magneti montati sopra. E quando Doug ha attaccato… Ecco, ci siamo. Vissuto, totalmente vissuto. Quando uomo e strumento si fondono in uno. Un assolo così non lo ricordo. Né Steve Vai, né Victor Smolski, né Y.J. Malmsteen… ma quale cervellotica perfezione da scuola di musica, quella non c’entra. Qui non c’è spazio per la freddezza. Solo sensazioni semplici e primordiali. Come impastava i pull-off, polverizzava gli hammering dentro le quinte, passeggiava con gli arpeggi su e giù per il manico e decorava il tutto con brevi raffiche di riff inventati sul momento, licks pazzeschi e tremolo a gogo. Intanto faceva smorfie catartiche, storceva la bocca e alla fine si è steso a terra con la chitarra e ha quasi inscenato del vero sesso con lei, mentre ne strappava fuori la melodia. Doug era in uno stato tale che ha scagliato la chitarra con tutta la forza contro il suo impianto e ai piedi della batteria di Simon. “Beccati questa, la prossima chi è!?!?” Eccoooo, devastazione fino in fondo!!!!

Dopo questa stregoneria, Dio e compagnia hanno continuato a far rivivere i Rainbow (“Long Live Rock’n Roll”). Durante l’assolo Doug si è ferito, sanguinava da dietro l’orecchio sinistro e si era scorticato anche la pelle del dito medio della mano sinistra. Ma non ci ha badato. Indomabile e scatenato fino alla fine.

Va be’. Fermatevi un attimo, ragazzi, che io esplodo davvero. E in effetti si sono fermati. Sono seguiti due pezzi dall’album “Magica”, in cui anche Doug ha potuto finalmente prendere un po’ di fiato. Poi il gran finale. La follia definitiva è partita con la corazzata d’acciaio, l’eredità dei Black Sabbath, “Mob Rules”. Dopo, un silenzio totale, rotto da quel famoso, splendido intro di tastiere che annunciava che il concerto si avviava lentamente alla conclusione. “Holy Diver”. Evidentemente qualcosa non andava. Dio batteva la sinistra sulla coscia e ogni tanto faceva un cenno a Simon nel senso che accelerasse una buona volta il ritmo, ma Simon non si è lasciato “disturbare”, e sul volto di Ronnie si leggeva parecchio malumore. Simon verso la fine dello show era stanco, cosa di cui dubito molto? In quel caso a Simon un po’ di allenamento fisico non avrebbe fatto male, oppure semplicemente non badava ai gesti di Dio che chiedevano di dare più brio alla velocità del ritmo.

Indovinate cosa si è tenuto Dio per la fine? Sono arrivati il paradiso e… l’inferno. Sì!!! “Heaven And Hell”, col palco avvolto nel nero e un faro con un fascio di luce rossa che da sotto illuminava il volto di Dio, così Ronnie sembrava un vero diavolo. Ahh, quel grandioso riff eterno e la magia dell’invenzione di Iommi, Doug di nuovo immerso nel pezzo, sulle orme di Tony, Dio che con tutta la forza ruggisce ancora una volta nel microfono con Jimmy alla sua destra (guardando verso il palco), che guida con il basso il pre-ritornello. No, no… non finire mai! Sì, solo un’illusione. La parte principale del concerto era finita.

I ragazzi sono tornati e hanno aperto il bis con “Last In Line”. Dio era di nuovo scontento, e lo mostrava chiaramente a gesti. L’audio dei monitor non era quello giusto. Sono andati avanti con “Rainbow In The Dark”, dove Scott alle tastiere ha finalmente avuto un ruolo più visibile. E poi è finita. Hanno saltato il classico “We Rock”. Il perché non serviva indovinarlo. Colpa dell’audio. Dio era furioso. A dirla tutta, l’audio non era perfetto, la voce di Dio non si sentiva bene per via del brutto “mix” e purtroppo durante l’esibizione Ronnie è stato più volte coperto dalla chitarra di Doug.

Ma comunque la giri, solo le leggende riescono a creare un’atmosfera così, e perché non ho potuto (anzi, voluto, a voler essere precisi) andare a Huhghes/Turner due giorni prima, madonna, ce l’ho con me stesso. Questi sono tipi come il vino buono d’annata. Esperienza, sicurezza, semplicemente la sensazione di essere invincibili ed eterni. Sono gente che ha creato tutto e anche oggi sul palco ammazza letteralmente con le sue esibizioni, tanto è capace di evocare un’atmosfera così alta. Oggi ce n’è sempre meno. Di originalità, di primordialità, di sentimenti crudi donati senza riserve.

foto: Aleš Podbrežnik


 Versione inglese (intervista con Jimmy Bain inclusa – scorri in basso)

Questo è un resoconto lunghissimo, quindi ho deciso di dividerlo in qualche capitolo. Spero che riuscirai a trovare senza problemi i fatti che ti interessano di più.

1. PRIMA DEL CONCERTO:
Quel giorno ho avuto un onore speciale: avere sul sedile posteriore della nostra auto, accanto a me, una vista perfetta. Succede davvero di rado che la mia ragazza decida di venire a un concerto. E Dio era quello che proprio non poteva perdersi. Durante il viaggio in macchina verso Graz ci siamo divertiti un sacco a parlare di tutto, ma soprattutto di donne. Il tempo è volato e all’improvviso eravamo davanti all’Orpheum. Abbiamo avuto qualche problemino a parcheggiare, così abbiamo fatto qualche giro e alla fine abbiamo trovato un posto niente male. Alle 18:30 siamo entrati dai cancelli principali dell’Orpheum e siamo andati dritti a ritirare i biglietti (35 euro a persona) e poi a spendere gli “spiccioli” in magliette. Il merchandise costava un botto. La mossa logica successiva è stata aspettare davanti alla porta della sala, ancora chiusa. Alle 19:30 siamo esplosi dall’ingresso principale e ci siamo presi i nostri posti in prima fila, come al solito.

2. CONCERTO
2.1. Gruppo spalla
Il gruppo di supporto, gli austriaci Firestorm, è salito sul palco alle 20:00. Col loro look sadomaso e le lenti a contatto azzurro pallido sembravano cattivissimi. Mi aspettavo latrati al posto del canto, insomma un deicidio completo. Ma stavolta mi sbagliavo. I Firestorm sono una buona imitazione della scena glam shock rock. Be’, a quel punto avevo in corpo due o tre birre e mi sentivo bene. Mi è piaciuta un sacco l’esibizione del gruppo. Purtroppo l’unica cosa che mi suonava familiare era una cover dei Duran Duran (“Wild Boys”). Era stata sistemata alla perfezione. I Firestorm si sono presi la cosa molto sul serio. L’hanno fatto con entusiasmo e con grande precisione. Il leader della band suonava la chitarra solista (una Gibson Explorer). I suoi assoli erano aggiunti soprattutto nei fade out, ma due hanno trovato posto anche nelle parti centrali dei pezzi. In più cantava la voce principale pulita e alta. Ma ha ancora molto da esercitarsi, mi è mancato un po’ di potenza. Gli assoli erano di struttura semplice e si inserivano perfettamente nel sound della band nel suo insieme. Il gruppo di cinque elementi comprendeva due ragazze. La prima era una chitarrista ritmica che usava la sua Gibson SG. Era vivacissima e indomabile sul palco, e si dava un gran da fare per scaldare un pubblico molto passivo. L’altra ragazza si occupava delle tastiere. Anche i cori, nel complesso, la band li ha eseguiti benissimo. Quella mezz’ora è stata la prova che i Firestorm non sono uno scherzo e che sono sicuro che di questa band sentiremo parlare parecchio in futuro. Auguro loro buona fortuna.

2.2. DIO
I roadie hanno occupato il palco per un bel po’, facendoci penare nell’attesa che Dio si facesse vedere. Capisco la loro posizione. Ronnie è un professionista. Se uno dei monitor scoreggia nel modo sbagliato, Ronnie può uscire di testa. Quindi i tecnici del suono hanno sempre un sacco da fare. Dopo che ero quasi morto d’attesa, abbiamo visto delle sagome sul palco avvolto nella nebbia. “Killing The Dragon”, sì, quel riff. Era cominciata! Dio davanti a me. Dio con 60 anni in tasca. Un ometto che ammazza ancora con le sue urla. Le stesse urla di trent’anni fa. Ho sentito la magia tra due vecchi amici, Jimmy Bain (ex Rainbow) e Ronnie (anche lui ex Rainbow). Tra quei due non ci sono segreti. Che scarica di potenza, ma il meglio doveva ancora venire.

La colpa era di Doug Aldritch (Burning Rain, ex Bad Moon Rising). Dopo il fade out di “Killing The Dragon”, la band ha continuato lo show senza pause con un classico dall’album di debutto di Dio (“Holy Diver”), “Egypt (the chains are on)”. Doug, con la sua Fender Stratocaster, un ragazzino che porta in spalla tutta l’eredità di maestri come R. Blackmore, J. Page o T. Iommi. Non credevo alle mie orecchie quando ho sentito come ha fatto l’assolo di “Children Of The Sea”. Se avessi chiuso gli occhi per un attimo, avrei pensato che sul palco ci fosse T. Iommi. Parlo di puro feeling. Lasciamo da parte la teoria da scuola. Qui non troverai freddezza razionale, ma pure offerte sacrificali emotive. Doug si è trasformato in un medium e ha lasciato che le sue emozioni uscissero attraverso un’esibizione piena d’anima.

Presto è arrivato il turno di Simon. Simon Wright (ex AC/DC) ha eseguito il suo assolo di batteria sul motivo principale del Carmina Burana in sottofondo. Ha perforato quel motivo con rullate pazzesche durante la sua jam session. Era un approccio nuovo, diverso, che non mi aspettavo. Un’idea interessante. Come far suonare il Carmina Burana ancora più ambientale e potente, tutte e due le cose insieme. Ti immagini il motivo principale del Carmina Burana guidato da riff heavy metal?

Quando Simon ha finito il suo assolo, la band è ripartita a tutta con “Stand Up And Shout”. Il pubblico è impazzito. Dio con le sue gesticolazioni uniche, la sua recitazione… Lui è lui. Un uomo che si esprime come dovremmo fare tutti, senza paura di nessuna autorità. Vive la sua vita. Così le sue vibrazioni erano davvero qualcosa di speciale. Ho sentito pace e amore. Ringraziava la folla in prima fila stringendo le mani. Ogni volta che dava la mano a qualcuno, lo guardava negli occhi e sorrideva. Per questo dico che gente come Dio è irripetibile. Pura magia. La band è andata avanti con “Don’t Talk To Strangers” e il classico dei Rainbow “Man On The Silver Mountain”.

Fin qui di shock ne avevamo presi parecchi, ma ne dovevano ancora arrivare. Il successivo è stato l’assolo di chitarra di Doug. Di nuovo pieno d’anima. Quando chitarra e uomo si scontrano. Fantastico. Era pura spinta di riff veloci “inventati a mente”, mescolati alla perfezione con arpeggi di prima classe che bruciavano tutto il manico. Ahiahiahi, che hammering veloce, con dei pull-off pazzeschi. Tutto condito alla grande con bei licks, uso del tremolo e tapping nei ponti. Il miglior puzzle possibile. Doug si è trasformato di nuovo in un medium, regalandoci la possibilità di goderci e vedere un fenomeno in cui i sentimenti puri sovrastano il sapere musicale. Non ricordo un assolo di chitarra suonato con due palle così. Con l’anima. Doug era così ispirato e carico di entusiasmo che si è ferito. Sanguinava da un dito della mano sinistra e anche da sotto l’orecchio sinistro. Ma non gliene fregava niente. Alla fine dell’assolo ha posato la sua arma, si è sdraiato accanto e ha continuato a tirarne fuori note. Quando ha finito il suo numero, ha lanciato la chitarra davanti alla batteria di Simon, fradicio di sudore. Devastazione fino alla fine!

Dopo quella magia, la band ha continuato a far rivivere lo spirito dei Rainbow con “Long Live Rock’n’Roll”. Okay ragazzi, calmatevi un po’, sto per esplodere. E l’hanno fatto. Hanno rallentato un pochino. Sono seguiti due pezzi dall’album “Magica”, così Doug ha potuto rilassarsi un attimo. Ma non per molto. È arrivato il crollo definitivo. Un pezzo di ferro, parte del materiale di Dio coi Black Sabbath, “Mob Rules”. Dopo, un grande silenzio ha inghiottito la sala per un momento. Poi l’hanno rotto suoni molto familiari. L’intro di “Holy Diver”. Quando sono arrivati al riff principale, il ritmo era troppo lento. Dio l’ha sentito subito e ha fatto segno a Simon di dare una accelerata. Ma Simon non si è lasciato disturbare e ha continuato a suonare il pezzo con la stessa marcia bassa. Dio era molto arrabbiato per questo. Ho visto la sua faccia. Ma lasciamo perdere. Siamo arrivati all’ultimo pezzo. Era il ritorno del paradiso… e dell’inferno. Il volto di Dio, macchiato di luce rossa, sembrava quello di Lucifero. Secondo me questo è stato il picco del concerto. Uff, quel grandioso riff eterno inventato da Iommi. Non fatelo finire. Ah, purtroppo solo una grande illusione. Era la fine.

I ragazzi sono tornati per il bis. Hanno cominciato con “Last In Line”. Durante “Last In Line” Dio ha mostrato di nuovo un po’ di frustrazione. L’audio non andava bene. E dopo “Rainbow In The Dark” la band ha chiuso il concerto. Hanno tolto “We Rock” dalla scaletta per via dei problemi di audio. Durante tutto lo show la voce di Ronnie è stata a tratti coperta dalle chitarre. L’audio, per quanto riguarda la voce, era quindi tutto fuorché perfetto.

Ma comunque sia, queste sono leggende che portano magia, un’esperienza d’atmosfera che oggi è molto rara trovare su un palco. Si portano dietro tutta la loro sicurezza, la loro esperienza e la sensazione di essere imbattibili. È questo che li rende eterni. Sono come il vino buono d’annata. Questi ragazzi, anche oggi, con tutti i loro anni, sono dei veri killer sul palco. Rivelano la forza delle idee, che nasce da sentimenti puri e primordiali.

3. DOPO IL CONCERTO:
Alla fine ci siamo divertiti ancora un po’. Volevamo gli autografi. Sia i roadie che gli addetti alla sicurezza ci hanno mentito. Cercavano di convincerci che la band non si sarebbe fatta vedere e che era meglio andare a casa. Se avessimo creduto anche solo a uno di loro, sarebbe stato un vero disastro. Il primo della band ad unirsi a noi davanti al backstage è stato Doug. Era felicissimo di ricevere dei buoni commenti sulla sua performance. “Dio può portarti in paradiso o schiacciarti dritto all’inferno! Dipende da come collabori con lui. Per me è un grande onore lavorare con lui e mi sto divertendo da matti adesso!” Doug non si è scomposto per il commento davvero di cattivo gusto di qualcuno: “Ma i Rainbow e Ritchie Blackmore sono ancora i migliori!” Poi è uscito dal backstage Jimmy. Una persona totalmente alla mano, sempre pronta a fare due chiacchiere. Quando gli hanno chiesto di portare dei plettri, ha risposto: “Certo amico, torno subito!” Per tornare a Jimmy ci è voluto più di un minuto, ma quando è tornato ha portato con sé una dozzina di plettri.

Poi è arrivato il momento più grande. Ronnie in persona è uscito dal backstage. Vestito con il suo giubbotto di pelle marrone scuro. Come nelle sue foto dei primi anni Ottanta, ai tempi della collaborazione coi Black Sabbath. Il mio amico prima del concerto aveva giurato che si sarebbe messo in ginocchio se fossimo riusciti a ottenere l’autografo di Dio. E l’ha fatto davvero. Si è buttato in ginocchio davanti a Dio dicendo: “Dio, per me sei un Dio!” Dio era un po’ imbarazzato mentre ringraziava il mio amico. Il roadie che si occupava della sicurezza personale di Dio, lo stesso bugiardo che cercava di convincerci ad andarcene perché la band non era in vena, ha detto al mio amico: “Calmati, per favore!” Magari pensava che avremmo mangiato vivo Dio? Stupido. Dio ha ringraziato ognuno di noi. Ha parlato con tutti, chiedendo i nomi, da dove venivamo e cose così. Come un buon vecchio amico. Non ho sentito nessuna distanza tra lui e noi. Ancora adesso tremo a ripensarci.

Ma che diavolo? Lo stesso tizio, l’ammiratore di Blackmore, ha pure fatto a Ronnie la solita vecchia domanda stupida: “C’è qualche possibilità di una reunion dei Rainbow?” Dio ha semplicemente risposto: “Sì, c’è sempre una possibilità!” Gli ha risposto qualcosa o niente, da buon politico di esperienza. Risposta stupida a una domanda stupida. Se lo chiedi a me, sarebbe un vero peccato se una cosa del genere succedesse. L’ego di vedute ristrette di Ritchie non vale tutto il talento di Ronnie. Basta confrontare i testi che scrive Dio. Per non parlare di come la testa di Ritchie sia peggiorata con le sue strane avventure musicali con la sua Candice. Dio vince e basta! Reunion dei Rainbow, che idea folle. Sono parte della storia della musica. Solo Dio merita di tenere vivo lo spirito di band come Elf, Rainbow o Black Sabbath (dei primi anni Ottanta). He, he, he. Abbiamo avuto gli autografi di tutti i membri della band. Abbiamo riso in faccia agli addetti alla sicurezza, che cercavano di liberarsi di noi il prima possibile per poter andare a casa a dormire.

4. DUE CHIACCHIERE CON JIMMY BAIN:
Questo resoconto non è ancora finito. Intanto, mentre aspettavamo che Ronnie uscisse dal backstage, Anja ha fatto due chiacchiere con Jimmy Bain. Era divertente perché non l’aveva riconosciuto, e quando ci ha raggiunti ha semplicemente spiegato di aver parlato con “un tizio laggiù”. Jimmy, dopo il concerto, era vestito con una giacca a vento e jeans vecchi. Un’immagine completamente diversa da quella che avevamo visto un’ora prima sul palco.

Jimmy: “Di dove sei?”
Anja: “Dalla Slovenia, ex Jugoslavia.” Jimmy: “Al confine con l’Ungheria?”
Anja: “Sì, e anche con Austria, Italia e Croazia.”
Jimmy: “C’erano certe voci che avremmo suonato in Croazia, ma poi qualcosa è andato storto e quella data del tour è stata cancellata.”
Anja: “Peccato. I croati sono molto più calorosi di questi austriaci.”
Jimmy: “Sì. Oggi, mentre giravo per Graz, la gente mi fissava come se fossi sceso da Marte! Uff, sguardi davvero sgradevoli, ne ho avuto una brutta impressione.” (Jimmy mostrava un po’ di frustrazione.)
Anja: “Sì, mi suona familiare.”
Jimmy: “Allora, adesso torni in Slovenia?”
Anja: “Sì, sono solo due ore da qui in macchina. Sono venuta con quelli laggiù.” (indica noi col dito)
Jimmy: “Ah, è una famiglia?”
Anja: “Più o meno!”
Jimmy: “Sono ancora affascinato. Quel ragazzino (indica il figlio del mio amico) ha cantato tutte le canzoni che abbiamo suonato oggi. Incredibile. E anche sua mamma!”
Jimmy: “In Slovenia sono tutte belle come te?”
Anja (campionessa del mondo di senso del sarcasmo): “Non ne conosco nessuna.”
Jimmy: “Non ci credo… scommetto di sì!” (Jimmy le mostra un braccialetto fatto di cordicelle e le chiede di legarglielo al polso)
Anja: “Dove l’hai preso?”
Jimmy: “Oggi qui a Graz me l’ha venduto un tizio indiano. Ma ti prego, non stringerlo troppo.”
Jimmy: “Oggi il feeling non era buono come al solito. Il palco era troppo alto, non siamo riusciti a comunicare col pubblico come siamo abituati. Ieri abbiamo suonato davanti a 2000 persone a Vienna.” (nel frattempo un tizio si era avvicinato e li osservava entrambi)
Jimmy: “È il tuo ragazzo?”
Anja: “Oh, no. Lui è laggiù. Lo vedi, che salta pieno di entusiasmo intorno a Ronnie con quella cartellina verde, in attesa di autografi?”

Poi si è avvicinato a Jimmy un tizio che era evidentemente disabile. Era cieco e aveva anche problemi psicomotori. Era chiaro pure che aveva bevuto troppo. Così è diventato una vera rottura di scatole per tutti noi. Troppo aggressivo. Jimmy ha faticato un sacco a liberarsene dopo avergli fatto un autografo.

Jimmy: “Ho fatto una cosa davvero stupida. Ho fatto un autografo a un cieco!”
Anja: “Chissenefrega. Per lui significa moltissimo. Ti sente, sente le vibrazioni, sa che non stai bluffando e che sei sincero. E che suoni dall’ombelico.
Jimmy: “Sì, suoniamo con il cuore, con quello… quel che hai detto. È tutto quello che so. Suonare bene.”
Jimmy (cercando un argomento più leggero): “Da quanto stai con lui?” (pensava a me, che per caso fossi io la rottura di scatole di Jimmy?)
Anja: “Da molto tempo.”
Jimmy: “Ah, capisco. Io sono sposato per la seconda volta. Ho alle spalle sei anni di matrimonio, ma sono alla vigilia di un nuovo divorzio.”

Jimmy ha dato ad Anja due pass permanenti per l'”Aftershow Party – Dio Tour 2002″ e le ha chiesto di unirsi alla band quella sera. Be’, alla fine Jimmy non è riuscito a convincere la mia ragazza e per fortuna è ancora qui in Slovenia con me..

Insomma, non ricordo di aver visto succedere cose così varie durante un concerto. Un’altra esperienza fantastica. Puro divertimento. Dio evidentemente non molla. Ha in programma di registrare un nuovo album intitolato “Magica II” a cui seguirà un altro tour. Vedremo cosa porterà il futuro. La vita è così bella.

foto di: Aleš Podbrežnik

Scaletta

DIO:
01. Killing The Dragon
02. Egypt
03. Children Of The Sea
04. Push
05. Drum Solo (S. Wright)
06. Stand Up And Shout
07. Rock’n’Roll
08. Don’t Talk To Strangers
09. Man On The Silver Mountain
10. Guitar Solo (D. Aldritch)
11. Long Live Rock’n’Roll
12. Lord Of The Last Day
13. Fever Dreams
14. Mob Rules
15. Holy Diver
16. Heaven And Hell
—bis—
17. Last In Line
18. Rainbow In The Dark
19. We Rock (non suonata)

Galleria fotografica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie