`Ve lo ricordate, compagni? (storie di concerti dagli archivi impolverati)` – U.D.O. a Lubiana (2004)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Lubiana / VPK Mediapark / Slovenia
Data del concerto: 24.05.2004
Presenti: 200
Prezzo del biglietto: 4.500,00SIT
Erano le sette e mezza di sera e la gente badava ancora più alla birra e agli altri prodotti alcolici fuori dalla sala che a quello che succedeva dentro. Poco dopo le otto sono partiti i Majesty. Sala piuttosto tristemente svuotata, e i Majesty hanno attaccato il loro show davanti a circa 24, forse 31 spettatori, quattro dei quali addirittura a scapocciare come matti in prima fila. I Majesty sono una band modesta, non c’è che dire, visto che si sono accontentati subito di una reazione del genere da parte del pubblico. Però questi ragazzi dal palco hanno assicurato che loro suonano metal “true”. E cosa sarebbe, secondo loro? Forse imitare al 100% i Manowar? Con un po’ più di melodia, certo, soprattutto per i più frequenti inserti di armonie a tre voci e per gli assoli di chitarra più incasellati negli schemi, che seguono diligenti le solite scale consumate. Ragazzi prevedibilissimi. Ennesima prova che una copia, per quanto i musicisti siano tecnicamente preparati — e i Majesty lo sono senza dubbio — non può convincere in nessun modo. Perché muoversi solo entro i confini che i Manowar hanno definito con il loro stile riconoscibile non basta. Ti inchioda semplicemente a una mediocrità media e triste, che tra la gente del metal affonda in fretta nell’oblio. I Majesty si sono presentati in modo più che corretto, ce l’hanno messa tutta e come gruppo spalla hanno offerto un suono invidiabile, di qualità. Esibizione dinamica, affiatata e curata, piena di inni metal da battaglia, a livello, non ho parole. I ragazzi erano entusiasti del pubblico che cresceva durante il loro set e della risposta sempre più rumorosa, tanto che dopo il concerto il batterista ha persino distribuito tre bacchette tra la gente. Impressioni simili mi hanno travolto con gli svizzeri Crystal Ball, che sono “sgusciati” sul palco dopo i Majesty, tra i suoni di un autentico jodel alpino preregistrato. Non è passato molto da quando il chitarrista originale ha lasciato la band, così uno dei due chitarristi si è messo anche alle tastiere. Ha riempito bene il posto vuoto e, nel suono e nella qualità della performance, alla band non mancava né remava contro proprio niente. Questi ragazzi uniscono i tocchi dell’hard rock anni settanta, soprattutto per le tipiche stese di tastiera dal suono “hammondiano”. A questo aggiungono, ovviamente, i classici riff metal, espressivi sì, che si memorizzano subito nel processore cerebrale medio dell’uomo moderno del genere Homo, ma masticati cento volte. Il risultato è che i Crystal Ball a volte suonavano come una copia di che so, i Pretty Maids, poco dopo come i Pink Cream 69, con l’aggiunta che spesso sapeva di autentico glam metal da trucco e parrucco. In generale, però, il salto di genere da shock è arrivato quando il tastierista ha preso in mano la chitarra ritmica, perché il pezzo Lay Dawn The Law (durante il concerto mi sono ricordato persino il titolo, visto che il cantante l’ha ripetuto almeno 5 volte prima di eseguirlo) si basava su un galoppare dentro un semplice, classico riff “aperto”, il che significava che per un attimo i Crystal Ball hanno provato a calarsi nei panni dei vecchi cari Accept o addirittura dei Judas Priest. E per giunta il titolo del pezzo è identico a quello di un brano del debutto degli U.D.O., intitolato “Animal House” (1987). Che dire. Noiosissimo. Ma il pubblico è stato corretto, come la band stessa, che si è presentata a tutta birra, ha servito un altro suono di qualità e si vedeva che ha scaldato per bene una manciata di teste calde, mentre noialtri “abituati al peggio” osservavamo la scena da una distanza prudente, educatamente di lato. Il riscaldamento del pubblico prima degli U.D.O. è riuscito, e i Crystal Ball si sono guadagnati le simpatie anche perché il cantante si è rivolto alla gente pure in sloveno. E non solo con un “Hvala”: ha imparato anche qualche frase più elaborata, che per un tedesco doc ha pronunciato pure molto bene. Certo, i discorsetti in sloveno li aveva scritti su un bigliettino. L’esibizione nella sala VPK da noi ha significato, sia per i Crystal Ball che per i Majesty, l’ultima data del Thunderball World Tour.
Erano più o meno le dieci quando si è sentito il suono preregistrato dell’intro alla James Bond e gli U.D.O. sono saltellati davanti al pubblico, attaccando subito con le roventi Thunderball e Bullet And The Bomb dal loro attuale album in studio “Thunderball” (2004). Il tosto capo della band Udo Dirkschneider, simpatico zione, cuore metal indomabile, vero guru e leggenda che negli anni ottanta riempiva i palchi di mezzo mondo con i celeberrimi Accept, con gli U.D.O. ha raccolto tutta l’eredità legittima di quei giganti. La sala emanava un vuoto un po’ più evidente rispetto a quanto visto con i Grave Digger a gennaio. La gente accalcata era, “a mio modesto occhio”, tra le 249 e le 308 persone. Accanto a me c’erano quattro tizi “eccitatissimi” che si erano sciroppati ben nove ore da Spalato per vedere gli U.D.O. Evidentemente la scarsa affluenza dipende dalla campagna mediatica più debole sul suolo sloveno, per quanto riguarda la presenza della band sulla scena metal in generale, visto che per AFM Records in Slovenia non esiste proprio distribuzione. Io personalmente, per la prima volta in vita mia, sono andato a un concerto a sentire una band di cui non avevo ancora ascoltato l’ultimo album in studio. Pare comunque che i costi postali dall’estero, dopo l’ingresso della Slovenia nell’UE, calino drasticamente (così promettono i media), fino al 70’%. Così in futuro potremo ordinare la musica che vogliamo allo stesso prezzo, comodamente via internet, e la roba ordinata almeno la riceveremo con certezza in tempi ragionevoli. Ovviamente chi se ne frega di masterizzare CD e fare “download” ne è escluso.
Mamma mia, ahi ahi ahi! Mi sono di nuovo fatto prendere la mano e sono uscito dal binario. Dopo che Udo si è tolto il mantello luminoso di “Thunderball” ed è tornato sul palco in tenuta militare, nella sala si è finalmente alzato un po’ di fracasso, perché gli U.D.O. hanno continuato a bruciare con l’ottimo classico degli Accept intitolato Metal Heart (“Metal Heart”, 1985). La prima parte dello show era un mix (roba Accept e U.D.O.).
“All right! Thank you! This is a track from our Solid album, called Independence Day!” si è rivolto per la prima volta sul serio al pubblico zione Udo. Uno dei miei pezzi degli U.D.O. preferiti in assoluto ha calmato un attimo le teste surriscaldate nelle prime file, ma con il suo tempo medio e il ritornello epico, malinconico e fantasticamente costruito, ha portato l’atmosfera a un livello ancora più alto. Soprattutto in questa canzone aspetto sempre il momento in cui Udo arriva alla parte della strofa che sottolinea con gusto con un tagliente “R-r-r-r-obotic r-r-age…”. Che fuoco è divampato nella sala, che casino! Non mi tremavano solo i pantaloni, ma anche tutto il resto lì dentro, compresi tutti gli organi vitali. Che bordate, che suono primordiale del metal. Un’atmosfera così dal vivo la evocano davvero solo i più grandi. Che droga metallica!
Igor Gianola e il leggendario Stefan Kaufmann sono fedeli alla tradizione, quindi usano le classiche chitarre elettriche Gibson. Gianola i modelli LP e Flyin’ V, Kaufmann invece solo Explorer. Solo durante l’introduzione semiacustica alla bellezza orgasmica degli Accept Neon Nights, Kaufmann ha usato anche una Fender Stratocaster. Il suono? Che magia! Ecco, questo è tutto. Sicurezza, religione, sincerità verso se stessi, la propria volontà, la propria visione. Non c’è verso che qualcosa li spezzi. La band ha attaccato la Slovenia da tutte le posizioni, con tutto il fuoco possibile. Senza errori, sempre a un livello straordinario, sempre devota alla musica, alla folla e a se stessa. Blietzkrieg on Slovenia!
La prima parte si è chiusa con un assolo di batteria. Prima, però, devo sottolineare l’esecuzione di Blind Eyes (“Thunderball”, 2004). Nonostante il nuovo album non ce l’abbia ancora, con questo pezzo un po’ meno rumoroso gli U.D.O. hanno creato un’atmosfera straordinaria, soprattutto grazie alla linea di basso Rickenbacker di Fitty, che pulsava dentro con un’intensità incredibile. L’ottimo contrasto tra la linea ritmica e la sirena vocale unica di Udo ha brillato in pieno, mentre il tintinnare delle due chitarre era spinto apposta sullo sfondo.
Dopo l’assolo di batteria gli U.D.O. sono tornati e per tutta la seconda parte dello show hanno infilato una dietro l’altra, con l’eccezione di Metal Eater (“Timebomb”, 1991), solo classici degli Accept. La gente è impazzita su Son Of A Bitch (“Breaker” 1983), Restless And Wild (“Restless And Wild”, 1982), Up To The Limit (“Metal Heart”, 1985), e in mezzo a tutte queste spiccava uno dei più bei capolavori degli Accept, Neon Nights (“Restless And Wild”, 1982). Il pubblico era visibilmente contento (il che non significa che fosse anche al settimo cielo), si scatenava come un diavolo soprattutto lungo tutta l’eredità degli Accept e nei ritornelli sosteneva la band tutto insieme, a una voce. Gli U.D.O. hanno restituito alla gente quell’energia con generosità e senza risparmiarsi.
Udo non è solo una personalità straordinariamente carismatica, senza la quale la scena metal moderna non si può immaginare, ma dà anche l’impressione di un buon zione dal cuore d’oro, che sul palco non è chissà quanto loquace, però l’energia che quell’uomo emana e il suo modo di stare sul palco dicono di lui molto di più. Udo stringeva continuamente la mano ai fan nelle prime file, correva sul palco da un membro della band all’altro e come un maestro esperto li incitava senza sosta. Gli U.D.O. sono sembrati così molto più alla mano, ancora più vicini alla gente (sensazioni autentiche e positive simili le avevano create anche i Primal Fear al Rock Otočec dell’anno scorso), rispetto per esempio ai Grave Digger a gennaio nella stessa sala, nei quali si sentiva che mantenevano sempre almeno un filo di distanza dal pubblico, anche se pure stavolta tanto di cappello al concerto dei Grave Digger. Voglio dire che gli U.D.O. di fronte al pubblico non giocano a nascondino. Anche davanti a un pubblico più piccolo si sono presentati a tutta forza.
Cinque minuti sono stati concessi anche a Igor, che così si è sfogato a dovere con il suo fenomenale e coinvolto intreccio di chitarra, dedicando un’attenzione particolare al suo stridulo wah-wah. Il ragazzo ha suonato in modo rilassatissimo e al concerto si è davvero scatenato in assoli, visto che è praticamente incaricato di suonare quasi tutti gli assoli della band. Stefan ha avuto il suo primato sul palco in questo ambito solo durante il pezzo Holy.
La terza parte della sezione regolare dello show degli U.D.O. era di nuovo un mix di brani Accept e U.D.O. Si è aperta con Man And Machine (“Man And Machine”, 2002), con un Udo in versione cibernetica al centro dell’attenzione. Ho avuto la fortuna di stare in prima fila a sinistra del leggendario cantante, così ho potuto osservare i dettagli del suo costume. Per il design del costume da robot i creatori si sono aiutati con grande furbizia. Hanno usato un modellino di plastica “Revell” di un’astronave. Tutti voi che incollate modellini di plastica sapete che i pezzi del modellino sono tenuti insieme da un telaio. Questi telai, ovviamente, i “tirchi” tedeschi, già designer del costume di Udo, li hanno ritagliati con fantasia e incollati in varie combinazioni sul costume che indossava Udo. Così quel tizio sul palco sembrava davvero un incrocio tra un robot e un essere umano, con circuiti elettronici, chip e tubicini di vari “?” che gli penzolavano addosso. Subito dopo Udo ha continuato il suo show travestito dal già citato soldato disertore e, con le sue urla da spaccare le orecchie, ha continuato a brillare con intensità immutata. La band ha piazzato ancora un detonatore Accept, Balls To The Wall, proprio in coda alla scaletta della parte regolare dell’esibizione.
Durante l’ultima canzone gli U.D.O. sono stati così convincenti e hanno creato una tale magia nella sala che, a fine pezzo, quando avevano già lasciato il palco, gli “ooooh-oooh-i” hanno riecheggiato ancora a lungo tra le pareti. Balls To The Wall era una fantastica ripresa della versione di “Nailed To Metal” (2003), il live album degli U.D.O. Conteneva tutto quello che un metallaro fanatico può desiderare. Prima di tutto un testo arrogantemente ribelle, vestito di un geniale riff di base semplice, ovviamente con il ritornello energico “a tre-quattro”, che ha schiacciato i coglioni con efficacia e così soggiogato il pubblico. Soprattutto era fantastica l’uscita, la chiusura stessa di una esplosività straordinaria.
Al fatto che l’atmosfera nella sala fosse straordinariamente rilassata ha contribuito, oltre all’approccio fanatico e all’atteggiamento della band stessa, anche il tour manager degli U.D.O., che poco prima dell’esibizione ha chiesto agli sgherri giallo fluo di togliersi dalla prima fila, così che durante il concerto ne sono rimasti, in posti visibilmente fastidiosi, solo due. Uno all’estrema sinistra e l’altro all’estrema destra, come per esempio ai concerti al Planet Music a Vienna. Però questi “addetti alla sicurezza” (e non erano solo due) durante il concerto sono intervenuti più volte con crudeltà nella festa generale, cercando di soffocarla in modo frustrante. E non andavano per il sottile. Certo, un tizio è andato troppo oltre, quando ha versato la sua birra sull’attrezzatura, ma per questo non c’era bisogno di trascinarlo per terra per tutta la sala rischiando di stendere mezza sala. Un caso più serio di comportamento “da maiali” del servizio di sicurezza è successo direttamente in prima fila, vicino al centro. Accanto a me si faceva largo un ragazzino (di nuovo accanto a me, grrr…). Stavolta era tutto in apparenza completamente innocente. Ed ecco! Un giallo è spuntato dal nulla e ha afferrato il ragazzo. Questo, sotto shock, ha ovviamente reagito in difesa e ha tirato un colpo verso di lui. Ed ecco che per il “addetto alla sicurezza” quel gesto della sua vittima era il pretesto perfetto con cui giustificare la rimozione fisica del poveretto dalla sala. Inutile dire che il “addetto alla sicurezza” non ha badato a modi e colpi, che al poveraccio ha rifilato anche in testa. Se questi cosiddetti “addetti alla sicurezza” fossero mai stati a un concerto dei Mötorhead, probabilmente cercherebbero di cacciare l’intero pubblico dalla sala, perché non si sognano nemmeno cosa sia il vero inferno.
È normale e niente di speciale che a concerti così ci si spinga tutti. Chi se ne starebbe fermo, mica siamo il pubblico di un Pavarotti piangente che applaude forzatamente seduto sulle sedioline. Forzatamente perché all’opera e ai concerti jazz il 70% della gente ci va solo per farsi vedere, mentre musica e artisti non li segue proprio mentalmente. Ma l’importante è che abbiano pagato il biglietto. E gli uniformati gialli e trillanti che sono arrivati in prima fila per prendersi la paga non sanno interpretare le cose in altro modo, dato che la magia della musica è per loro un concetto estremamente estraneo. Ecco, la cultura musicale in Slovenia è a un livello bassissimo. Ma con un entusiasmo come quello che offre quest’anno la scena concertistica a tinte rock da noi, possiamo sperare che anche questa cultura salga al livello dei paesi dell’Europa occidentale.
Torniamo a noi. Il pubblico era in estasi, la sala cantava ipnotizzata gli “oooh-oooh-e” presi da Balls To The Wall, che ancora riecheggiava nelle orecchie. Anche dopo che Kaufman è tornato sul palco e ha cominciato a suonare l’intro di Holy (“Holy”, 1999), il pubblico se n’è fregato un bel po’ e non si è lasciato disturbare nel suo canto. Beh, quando sul palco è comparso anche Udo con gli altri, anche la gente si è risvegliata dallo stato ipnotico. Udo per l’occasione era vestito da prete con gli occhiali da sole. Ehi, da urlo! All’inizio ho pensato che sul palco ci fosse Nosferatu interpretato da Klaus Kinski. Per di più “Holy” è il mio album degli U.D.O. preferito e sono caduto in un tale delirio che ho persino provato a imitare la voce di Udo nella strofa “raise your hands”. In un attimo sono rimasto senza voce. Il caldo è tornato a salire, gli U.D.O. hanno alzato la marcia con i classici Accept I’m A Rebel (“I’m A Rebel”, 1980) e con la canzone più rumorosa, più, ehm, per non dire folle, insomma un pezzo fatto solo di superlativi, una lezione di vera aggressività metal, rumore e rabbia incontenibile, la canzone più veloce della scaletta, Fast As A Shark (“Restless And Wild”, 1982). Gli U.D.O. hanno salutato per la seconda volta, ma il pubblico ha insistito e ottenuto anche un secondo bis. La band è rimasta su quel disco degli Accept e ha aperto il secondo supplemento con la oscura ma epica Princess Of The Dawn, a velocità media, che gli U.D.O. hanno eseguito nella versione che si trova sul loro live “Nailed To Metal” (2003). In una parola, superba! La sorpresa finale è stata senza dubbio l’inclusione del pezzo Burning, che gli U.D.O. nei concerti di marzo e aprile del loro Thunderball World Tour non avevano inserito in scaletta. Udo chiede ai presenti: “Do you want us to play another one?” La risposta è stata un “Yeah!!!” fragoroso, dopodiché Udo fa un gesto con la mano, come a dire: “Siete impossibili, non ne avete ancora abbastanza?” e prosegue: “All right Lubiana! Are you ready to rock? Are you ready to roll?” e così è risuonato nella notte ancora un classico degli Accept, che ha chiuso questo fenomenale e indimenticabile evento di rinascita della magia Accept, durato una buona ora e mezza… anzi, due ore. La gente è andata completamente fuori di testa. Che il pubblico metal sloveno non conosca limiti lo testimoniano alcuni bei graffi che mi sono portato a casa come ricordo. Un paio di volte mi sarebbe quasi scoppiata la milza, perché i maniaci da dietro si schiantavano contro la prima fila. Avevo il collo tutto tagliato, perché un pazzo dopo il concerto si allungava sopra di me nella speranza di beccare qualche plettro, per non parlare del gomito pestato. Sopravvivere a un concerto metal in Slovenia sembra diventare per me una prova sempre più dura di anno in anno. Viaggi mezzo mondo e ti esponi a situazioni selvagge di ogni tipo, va sempre tutto liscio, e poi ti capita la “stronzata” proprio a un concerto in Slovenia. Durante il concerto dei Grave Digger, per esempio, un cretino nel parcheggio davanti alla sala mi ha strappato dall’auto la targa anteriore. Stavolta, invece, sono tornato a casa con un mucchio di sbucciature.
Gli U.D.O. non hanno nascosto la soddisfazione per la reazione del pubblico, hanno ringraziato sinceramente e promesso di tornare. La band sembra più forte che mai. Come ho già scritto in una delle recensioni e come ormai non è più una novità, gli U.D.O. non hanno solo ereditato lo stile unico degli Accept, ma con la loro esistenza e la loro grandezza lo hanno migliorato sotto ogni aspetto. Con l’integrazione di Stefan Kaufmann nella band (lui negli anni ottanta suonava la batteria negli Accept, mentre negli U.D.O. ora è chitarrista) sull’album “Solid” (1997), gli U.D.O. hanno ottenuto un legame solido Dirkschneider/Kaufmann, che nella scrittura di musica e testi funziona alla perfezione. Se Gianola è nella band il maestro degli assoli, Kaufmann è il maestro nel costruire fenomenali riff metal classici, con cui ti viene voglia di spaccarti la zucca. Così gli U.D.O., che avevano continui problemi di stabilità della formazione più o meno da “Holy” (1999) in poi, sono coerenti e l’attuale formazione funziona davvero in modo insuperabile, sia sul palco che nella composizione del materiale stesso.
E infine lasciatemi sensazionalizzare ancora un po’ questo “reportage”! Si pone infatti una domanda retorica conclusiva. Se i Majesty si pavoneggiavano di suonare “true metal”, gli U.D.O. cosa sono allora? Forse “real metal” o addirittura “correct metal”? Personalmente sono molto allergico all’uso della parola “true” in senso musicale di genere. Per ogni singolo amante della musica “true” è esattamente ciò che nella musica, in quel dato momento, lo attrae ed entusiasma di più. E su cosa sia “true” può giudicare solo ciascuno dentro di sé e solo per sé. Di autoproclamati “kings of metal” ne ho le palle piene! Sono forse evaporati i Manowar, vestiti con ridicole pelli di capre del Pleistocene? Mah, non dico, d’altra parte i Majesty sono senz’altro molto ambiziosi. Si sono fregiati della parola “true metal” e per giunta davanti a un “headliner” come gli U.D.O., e questo di certo non è roba da poco.
Scaletta
Majesty:
01. Reign In Glory
02. Hail To Majesty
03. Into The Stadiums
04. Heavy Metal Battlecry
05. Sword & Sorcery
06. Keep It True
07. Metal To The Metalheads
Crystal Ball:
01. Hellvetia
02. Forever And Eternally
03. Lay Down The Law
04. My Life
05. Opposites Attract
06. Savage Mind
07. Soulmate
08. Dance With The Devil
09. Private Visitor
U.D.O.:
01. Thunderball
02. The Bullet And The Bomb
03. Metal Heart
04. Independence Day
05. Pull The Trigger
06. Living For Tonite
07. Love Child
08. Blind Eyes
09. Drum solo
10. Metal Eater
11. Neon Nights
12. Son Of A Bitch
13. Restless And Wild
14. Guitar solo
15. Midnight Highway
16. Up To The Limit
17. Man And Machine
18. Animal House
19. Balls To The Wall
—primo bis—
20. Holy
21. I’m A Rebel
22. Fast As A Shark
—secondo bis—
23. Princess Of The Dawn
24. Burning
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