I Running Wild non hanno ancora scordato come si sfornano le loro marce piratesche (2002)

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Luogo: Kaufbeueren (Germania), Zeppelinhalle
Data del concerto: 22.03.2002
Numero di spettatori: 1500
Prezzo del biglietto: 21,00€

Dieci concerti confermati e un tour quasi esclusivamente nel nord della Germania: da un decennio è questo il marchio di fabbrica dei concerti dei Running Wild. Perché una scelta del genere? Beh, probabilmente fai il tutto esaurito in tutte e dieci le date. E così è stato anche nella famigerata palestra “Zeppelinhale” (quanto mi ricorda il nome una certa band inglese). Non eravamo proprio stipati come sardine in scatola, ma per trovare un posto decente (diciamo tra la prima e la quarta fila sotto il palco) bisognava comunque sudare un po’. Mi ha sorpreso il “merchandise” ricchissimo e i prezzi convenienti di articoli di ogni tipo. È evidente che i Running Wild puntano davvero tutto sui loro fedelissimi fan tedeschi.

Lo show l’ha aperto la band di supporto, i “Rebbelion”, alle 20:00 in punto. Il quintetto tedesco ha presentato il suo debutto “Macbeth”. Il leader, l’ex chitarrista dei “Grave Digger” Uwe Lulis, ha coinvolto un altro “ex-becchino”, il bassista Tomi Götlich. Dietro le pelli sedeva una vera attrazione metal, Randy Black, che ha suonato con gli Annihilator nel loro nuovo disco “Waken The Fury”. La band ha sfoderato il classico heavy metal dai riff aperti, intrecciato con passaggi melodici più lenti. Viene però da chiedersi se non sia, ancora una volta, solo un modo per far soldi facili, con le etichette che forzano la mano per inondare il mercato di band power metal. Se mi concedete un po’ di cattiveria, il cantante sembrava il ragazzino ariano di Himmler uscito da un ritaglio. Il tipo è palestrato e ha una voce ben allenata, ma purtroppo non basta. Abbiamo assistito solo a una dimostrazione di potenza vocale, e di più, ascoltandolo cantare, non si riusciva a sentire. La figuraccia più grossa la band se l’è concessa rifacendo i classici dei Grave Digger “Rebbelion (The Clans Are Marching)” e “William Wallace (The Braveheart)”, quest’ultima addirittura senza l’introduzione acustica che di solito impreziosisce il pezzo. Ovviamente sono usciti a pezzi su tutta la linea, e il maggior colpevole è il cantante, che ce l’ha messa tutta per imitare l’originalità della voce di C. Bolthendal, uno dei principali marchi di fabbrica della musica dei “Grave Digger”. I “Rebbelion” hanno suonato quasi un’ora. Poi mezz’ora abbondante di pausa per preparare il palco all’headliner.

L’impazienza cresceva di minuto in minuto. All’improvviso ci siamo ritrovati nel buio totale della sala e si sono sentite le prime note dell’intro registrato dal disco “Rivalry”, intitolato “March Of The Final Battle (The End Of All Evil)”. Seguirà il riff assassino del pezzo “Rivalry”? Puf…, esplosione, il sipario si apre, e davanti a noi ci sono i Running Wild in prima linea di battaglia con il benvenuto all’inferno (“Welcome To Hell”). Mi sono sentito catapultato nella quarta dimensione, uaaaaauuuuuuu!!!!!! Senza un attimo di pausa è arrivato il classico “Bad To The Bone”, che nel tour precedente era finito solo nell'”encore”. Per colmare la misura iniziale hanno continuato col repertorio del loro classico “Pile Of Skulls” e con il pezzo tostissimo “Lead Or Gold”. Quand’è stata l’ultima volta che l’hanno suonato dal vivo? Semplicemente unico. Hanno proseguito con una scaletta di ferro e il pezzo “Riding The Storm”, poi hanno calmato un po’ gli animi con “When Time Runs Out”.

Rock’n’Rolf è poi sparito dal palco, cosa che si è ripetuta ancora un paio di volte. Questo ha ammazzato l’atmosfera di tutto il concerto. Dopo il cambio d’abito di Rolf e una rinfrescata con l’acqua in bottiglia, il concerto è ripreso con “The Brotherhood”, e Rolf era vestito da capitalista americano, con tanto di frac e cilindro, che durante il pezzo ha lanciato dietro di sé, verso l’impianto, come un frisbee, fino al roadie più vicino. Di nuovo una brevissima pausetta, e poi lo show è andato avanti con l’insuperabile capolavoro “Blazon Stone”, attaccando direttamente dal riff principale.

L’atmosfera della sala piena l’ha tenuta accesa un gruppetto scatenato di italiani in prima fila, con l’originale bandiera della copertina del disco “Victory”, con la quale una volta hanno quasi spazzato via Rock’n’Rolf dal palco. Rolf, all’inizio trattenuto, si è calato presto nella parte e si è completamente “scatenato” sul palco.

Poi è arrivato il noioso “Crossfire” e il pezzo peggiore del disco “Black Hand Inn”, intitolato “Soulless”. I ragazzi, a eccezione di Mathias alla batteria, sono di nuovo usciti dal palco. Mathias intanto ci ha scaldati con un assolo di batteria in vista delle due sorprese successive, le volanti e fulminee “Running Blood” e “Uaschitschun” (quest’ultima suonata senza intro), che hanno di nuovo mandato il pubblico in ebollizione. La parte principale del concerto si è chiusa con il pezzo “Victory” e un finale classico unico, con razzi sparati in aria e fuoco sputato fuori da inserti pirotecnici preparati alla grande, che hanno impreziosito tutta l’esibizione. E non dimentichiamo Rock’n’Rolf, che per questo pezzo si è cambiato apposta d’abito, travestendosi da ussaro.

La band ha salutato, ma dal pubblico si sono presto levati i cori: “Zu-gabe, zu-gabe,…!” Ovviamente siamo stati subito accontentati con il pezzo “Prisoners Of Our Time” dal debutto “Gates Of Purgatory”. Non so cosa ci facesse “Soulstrippers” in mezzo all’encore. Poi è arrivata un’altra grande sorpresa: la reliquia dell’era glaciale “Purgatory”, che nelle uscite ufficiali dei dischi dei Runing Wild si può sentire solo nella registrazione dal vivo “Ready For Boarding”. Questo pezzo probabilmente risale ancora al periodo “Granite Heart” (1976-79), visto che non si trova nemmeno nel primo demo dei Running Wild, “Heavy Metal Like A Hammerblow”.
Ecco, quindi era finita? Macché! La band è tornata ancora una volta sul palco, e con lei ovviamente Rolf, con un nuovo costume da vero pirata. Per il gran finale hanno dato ancora una volta fuoco alle polveri con l’eterna “Under Jolly Roger”. Il concerto è durato poco meno di due ore. Alla fine, mentre rovistavamo per terra in cerca di plettri, ci siamo “rinfrescati” la testa con l’outro registrato dal film “My Name Is Nobody”, con T. Hill nel ruolo principale.

La serata è valsa fino in fondo la pena, e a ognuno di voi auguro di vedere dal vivo i Running Wild. La loro esibizione è puro perfezionismo, con i ragazzi che danno tutto e “respirano” davvero per il pubblico. Oltre a Rock’n’Rolf mi è piaciuto in particolare il selvaggio chitarrista Bernd Aufermann (ex-Angel Dust), che ha suonato tutti gli assoli a modo suo, con una chitarra elettrica fatta a mano di sua produzione. Speriamo che in futuro il ragazzo diventi il cuore della band.

Per finire, aggiungo ancora tre note dolenti. Non abbiamo sentito nemmeno un pezzo dai dischi “Masquerade” e “Rivalry”. Il secondo grosso neo va ai ben cinque pezzi del nuovo disco “The Brotherhood” che Rolf ha infilato in scaletta. Il terzo neo riguarda i continui cambi d’abito di Rock’n’Rolf durante l’esibizione, che ammazzano l’atmosfera, dato che ai concerti dei Running Wild gli occhi sono puntati esclusivamente su di lui.

Scaletta

1. March Of The Final Battle (The End Of All Evil)
2. Welcome To Hell
3. Bad To the Bone
4. Lead Or Gold
5. Riding The Storm
6. When Time Runs Out
7. The Brotherhood
8. Blazon Stone
9. Crossfire
10. Soulless
11. Drum Solo
12. Running Blood
13. Uaschitschun
14. Unation
15. Victory
—bis 1—
16. Prisoners Of Our Time
17. Soulstrippers
18. Purgatory
—bis 2—
19. Under Jolly Roger

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