Ritorno all’infanzia con Fish, il gigante gentile con cui abbiamo bighellonato per le strade

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Autore: Peter Podbrežnik

Luogo: Spectrum / Augsburg / Germania
Data del concerto: 03.05.2006
Spettatori: 0
Prezzo del biglietto: 29,00 €

Gran parte della nostra squadra di RockLine ha deciso che il concerto di Fish fosse un evento assolutamente
da non perdere. In questa stagione di magra per i concerti di rock progressivo, il tour “Return To Childhood” di Fish, con la tappa nella tedesca Augsburg, è capitato a fagiolo per tutti gli appassionati dei Marillion e dei suoi lavori solisti, ma anche per chi, come noi, aveva vissuto l’ultima catarsi neo-prog con l’esibizione degli Arena a Vienna l’anno scorso e aveva una fame da lupi di un concerto simile. Fish ha ancora oggi un posto speciale e importante per la maggior parte dei fan dei Marillion, perché negli anni ’80 furono proprio la sua voce indimenticabile, la presenza scenica, l’interpretazione degli ottimi testi e il carisma a tutto tondo a dare alla band quella notorietà che poi l’ha lanciata come una delle principali speranze del progressive rock di “seconda generazione”, il cosiddetto neo-progressive rock. Il merito va senza dubbio soprattutto a Fish, e non sono pochi quelli che ancora oggi rimpiangono la sua uscita dal gruppo nel 1988. Ma quello era un altro tempo: nel frattempo sia i Marillion che Fish hanno imboccato strade musicali completamente diverse. Eppure i lavori fatti insieme, cioè quei quattro album “classici” dei Marillion incisi con lui, per tantissimi fan restano
ancora i migliori della band. Da allora Fish si è costruito una carriera solista più che solida, con parecchi album molto piacevoli e variegati, e a differenza dei Marillion nei concerti non ha mai rinunciato a eseguire i loro classici. Proprio l’anno scorso gli è venuta l’idea di suonare dal vivo l’intero “Misplaced Childhood” (1984), l’album di maggior successo dei Marillion e per i più anche il migliore, che la band non ha più “osato” eseguire per intero dal 1986. Ed è stato uno dei motivi per cui questo concerto era imperdibile: occasioni così non ce ne sono molte, e Fish con la sua band si spinge di rado fuori dall’Europa occidentale e settentrionale.

Così ci siamo messi in viaggio di buon’ora e, senza intoppi né soste troppo lunghe, siamo arrivati ad Augsburg, una cittadina tedesca pittoresca e piacevole vicino a Monaco di Baviera, che ci ha sorpresi con la sua atmosfera accogliente. Dopo una rapida occhiata in giro, senza pensarci troppo ci siamo diretti allo Spectrum, la sala concerti che da fuori sembrava appena più grande di una normale osteria ma che, come si è visto poi, era più che sufficiente per il concerto. Abbiamo raccolto tutto il necessario per eventuali autografi e per l’intervista e speravamo devotamente di riuscire a intervistare il leggendario cantante prima del concerto. Davanti all’ingresso non c’era ancora nessuno e abbiamo deciso di sbirciare dalla porta che portava verso il palco. Lì i roadie stavano già scaricando e preparando strumenti e attrezzatura. Ci ha sorpresi un po’ in negativo vedere dei tavoli piazzati vicino al palco, che per fortuna a metà concerto non hanno dato fastidio. Dopo aver visto la sala e dopo una lunga attesa siamo finalmente riusciti ad accordarci per l’intervista. Siamo andati nel cortile dietro la sala e su una panchina abbiamo visto un omone di due metri che si stava mangiando un panino, e in un attimo ci è stato chiaro chi avevamo davanti. Dopo l’intervista, in cui abbiamo scoperto in Fish un artista che non è solo un musicista, cantante e attore eccezionale ma anche una persona di grande cuore e intelligenza, volevamo fare due passi per le vie della città prima del concerto. Mentre siamo fermi alle strisce pedonali, ecco che all’improvviso ci spunta davanti Fish! Evidentemente aveva deciso che la nostra compagnia gli piaceva e insieme ci siamo avviati per le strade. Era una combriccola davvero insolita, perché la maggior parte di noi era ancora incredula all’idea di chiacchierare con uno dei suoi musicisti preferiti. Devo ammettere che dentro avevo un sacco di domande per lui, ma per l’emozione le parole semplicemente non mi uscivano. Inoltre qualsiasi domanda sulla sua carriera solista e sui Marillion in quel momento non mi sembrava proprio adatta. Strada facendo ci siamo fermati anche in un fioraio, perché Fish è un giardiniere appassionato che non si lascia scappare l’occasione di visitare il fioraio più vicino in ogni città in cui va. Nel frattempo ci ha spiegato con entusiasmo come intende coltivare gli asparagi a casa e ci ha parlato dei problemi da padre con la figlia quindicenne. Poi ci siamo seduti fuori da un locale e abbiamo cominciato a parlare di tutto un po’, non solo di musica. Fish, come previsto, si è rivelato un interlocutore interessantissimo, pieno di domande su di noi e sul posto da cui veniamo. La sua disponibilità era incredibile. Di divo non ha proprio nulla e si vede benissimo che oggi guarda a quella roba quasi con disprezzo, perché dai tempi dei Marillion ha imparato parecchio. Anche se gli piace ancora farsi una birra o due in quantità moderate (durante la chiacchierata ne ha bevuta una sola), lo stile di vita tipicamente rock di Fish è roba passata da un pezzo. Dei suoi giorni di gloria con i Marillion non ama ricordarsi. Manager corrotti lo hanno allontanato dalla musica e dall’essenza della band. E ci si è messa anche l’improvvisa fama, che a quanto pare non ha mai voluto, nonostante sia un tipo gaudente per natura. Per questo ha fatto una svolta radicale e ora gestisce da solo tutti gli affari legati alla carriera solista e alla band, e con l’autoproduzione ha il controllo totale su tutte le sue uscite. Ci ha raccontato anche di quando nel 1996 ha suonato in Bosnia con la sua band, un anno dopo la fine della guerra, e che probabilmente è stato il suo concerto preferito in assoluto, quello che gli è rimasto più impresso. Poi si è tornati a parlare di cose che non c’entrano con la musica. Tra l’altro di calcio e della recente partita tra Scozia e Slovenia. E delle bellezze dei nostri paesi. La chiacchierata è finita con noi che invitavamo Fish a farsi vedere da noi, invito che ha accettato volentieri. Probabilmente sarebbe rimasto al tavolo ancora un bel po’, se non avesse avuto fretta per i preparativi prima dell’inizio del concerto, che non era ormai lontano. Ci siamo augurati buona fortuna a vicenda e ci siamo salutati (fino all’inizio del concerto). Faticavamo a crederci – bere qualcosa seduti con una leggenda del rock progressivo non è proprio roba che capita tutti i giorni.

Mentre tornavamo verso la sala, pieni di emozioni, ci è arrivato un altro shock. Come se fossimo collegati mentalmente, nello stesso istante dietro di noi, attraversando la strada, è arrivato Fish, con in mano tre grosse casse di bevande, per i membri della band e per la crew, come si è scoperto poi durante il concerto. Siccome aveva già fretta, ci ha salutati al volo ed è sgattaiolato verso l’ingresso. La gente che intanto cominciava a radunarsi davanti alla sala, quando le è passato accanto, è rimasta del tutto fredda e indifferente, e non se lo è nemmeno filato! La proverbiale freddezza tedesca si è mostrata in tutto il suo splendore. Anche noi ci siamo avviati verso la porta d’ingresso, perché al concerto ormai mancava poco. Prima però abbiamo dato un’occhiata al merchandise, ricchissimo, che traboccava di magliette di ogni tipo, CD e DVD. Particolarmente allettante era “Curtain Call”, il set di tre doppi album dal vivo dei Marillion, a un prezzo non proprio modesto di 60 euro. Del nuovo DVD del tour in corso non c’era traccia. Quando siamo rientrati in sala si stava ancora riempiendo, ma i tavoli davanti al palco erano già strapieni. La gente si riforniva di pizza e birra prima del concerto, e all’inizio sembrava quasi che fossero venuti solo a sentire un po’ di musica di sottofondo mentre mangiavano e chiacchieravano con gli amici, non al concerto di un musicista che negli anni ’80 ha contribuito, indirettamente, a resuscitare il progressive rock e che molti allora proclamavano erede di Peter Gabriel.

Purtroppo prima del nostro nuovo amico c’era ancora la band di supporto. Più precisamente una ragazza dall’aspetto carino con la chitarra acustica, di cui purtroppo non ricordo il nome, che ha avuto la sfortuna di non c’entrare musicalmente nulla con questo concerto, pur con un’esibizione simpatica. Ha mostrato di avere un certo talento musicale, soprattutto per quanto riguarda il canto, ma la sua esibizione solista, coraggiosissima, dopo pochi minuti ha cominciato ad annoiare per ripetitività e cliché. A modo suo ha comunque fatto il suo dovere e ha ringraziato Fish, che le ha dato il posto di spalla nel suo tour. Sì, Fish ha davvero un cuore d’oro a portarla con sé in tour. Anche se non approvo la sua scelta (di qualsiasi spalla), meglio lei di qualche “eroe” locale. Non è un segreto che Fish ai suoi concerti, nello stile di Peter Gabriel e dei Pink Floyd, usi volentieri cantanti donne ai cori (e devo ammettere che lo fa con grande successo), ma di solito solo nelle sale più grandi, quindi il timore di alcuni che la ragazza potesse tornare a metà dell’esibizione di Fish era del tutto infondato, anche se non dubito che i suoi cori si sarebbero fusi bene con la maggior parte dei suoi brani solisti. Dopo il concerto l’abbiamo rivista al merchandise, dove tra le altre cose vendeva anche il suo album solista. 

L’atmosfera prima dell’esibizione di Fish era ormai incandescente e aspettavamo con impazienza che salisse sul palco con la sua band, di cui facevano parte lo storico chitarrista Frank Usher, il secondo chitarrista Andy Trill, il tastierista Tony Turnell, il bassista Steve Vantsis e il batterista Dave Innes, che ha sostituito da poco John Tonks. La scelta di avere due chitarristi in band non è stata una sorpresa, visto che a quanto pare voleva aggiungere altre texture alla chitarra e quindi rivisitare un po’ i classici dei Marillion e anche i suoi lavori solisti. Di certo una buona mossa, perché da Fish non volevo nemmeno che suonasse l’intero “Misplaced Childhood” come copia perfetta della versione in studio. Questa sua mossa progressiva , aggiungere un po’ dell’anima della sua band, va solo applaudita.

Fish è salito sul palco avvolto nella kefiah palestinese, suo accessorio fisso fin dai primi concerti con i Marillion. È anche tutto ciò che è rimasto, dopo tutti questi anni, dei suoi attrezzi di scena “alla Gabriel”, perché il tipo ormai ha 48 primavere e sarebbe un po’ strano se si presentasse sul palco travestito da giullare di corte come sulle copertine dei Marillion o con una maschera celtica come faceva un tempo. Il concerto si è aperto con una tesissima “Big Wedge”, potenziale hit dal suo primo album “Vigil In a Wilderness of Mirrors” (1990). Nonostante nel ritornello mancassero i cori femminili tipici della versione in studio, è stata eseguita a un livello eccezionale, e i cori in qualche modo li abbiamo sostituiti noi dal pubblico. Fish ha dimostrato subito di essere un attore da palcoscenico eccellente, che si cala completamente nell’esibizione, e ci ha conquistati tutti col suo contatto diretto e autentico col pubblico. Durante la più progressive “Moving Targets” (Field Of Crows, 2004) a un certo punto ha mimato di sparare con un fucile e si è avvolto completamente nella kefiah. Tra gli strumentisti, qui mi ha entusiasmato soprattutto il bassista Vantsis con la sua linea di basso bella groovy, mentre Fish nel canto ha mostrato per la prima volta il suo lato drammatico, che con gli anni è calato appena. Il finale strumentale drammatico del brano ha offerto il meglio di ciò che caratterizza Fish e la sua band. Dopo questo pezzo non ha dimenticato di nominare i suoi “nuovi amici dalla Slovenia” e per un attimo l’attenzione di tutto il pubblico si è girata verso di noi. Il prog di Fish dalle tinte hard rock è venuto fuori in particolare nell’ottima “Brother 52” (Sunsets On Empire, 1996), dove a metà esibizione ci ha fatto fare un sacco di risate quando, durante la sezione strumentale, ha chiamato col cellulare suo padre, che stava proprio festeggiando il compleanno. Prima di chiamarlo Fish ci aveva dato le sue “istruzioni” e quando ci ha fatto cenno abbiamo cantato “happy birthday”. Telefonare col cellulare in mezzo a un concerto è una pratica che piace usare soprattutto a Ian Anderson (Jethro Tull), ma il gesto di Fish, molto spiritoso, è sembrato del tutto genuino. In questo pezzo era particolarmente bella la parte strumentale finale con un inserto celtico, qualcosa che Fish usa volentieri nei suoi brani e dove entrambi i chitarristi, in particolare Trill con i suoi assoli, hanno entusiasmato per la prima volta. Da “Sunsets On Empire” è seguita anche “Goldfish and Clowns”, brano a tempo medio che ha conquistato con le acrobazie vocali di Fish, soprattutto i cambi di timbro, e con gli ottimi assoli di entrambi i chitarristi. Il culmine della scaletta solista di Fish è stata senza dubbio l’ottima esecuzione di “Raingods Dancing”, parte centrale dell’ep “Plague of Ghosts” (Raingods With Zippos, 1999), che è diviso in sei brani collegati tra loro che, se registrati in un unico pezzo, darebbero un ep di 25 minuti. Di sicuro è il suo lavoro solista più ambizioso, come ha detto anche durante l’intervista. Con il suo ritornello drammatico e la linea epica questo pezzo ha davvero alzato l’atmosfera nella sala. Il chitarrista principale Frank Usher ha di nuovo entusiasmato con il suo assolo eccellente e originale. È il mio pezzo solista preferito di Fish (in realtà l’intera suite, ma questa ne è la parte migliore), quindi ero particolarmente contento che l’abbiano suonato. “Raingods Dancing” è sfociata direttamente nella parte conclusiva della suite ” Wake Up Call (Make It Happen)”, che come sull’album chiude la suite. Questo brano ha provocato l’anticlimax della sua predecessora e con i suoi passaggi floydiani di chitarra e tastiere ha fatto dondolare l’atmosfera nella sala verso un’altra dimensione. Fish ha fatto così sapere a tutti quelli che non lo conoscono come solista che è capace eccome di creare epiche prog quando gli gira. Durante “Innocent Party” (Field Of Crows, 2004) sono tornati in primo piano i suoi elementi hard rock, visto che è uno dei suoi pezzi più duri e ha allo stesso tempo un ritornello epico. In questo è già al confine col prog metal. Quasi lo stesso potrei dire di “Long Cold Day” (Fellini Days, 2001), che ha un suono di chitarre estremamente crudo, ma poi la sua atmosfera cambia completamente. Qui Fish si è distinto con la sua splendida interpretazione profondamente personale, che alla nascita del brano era probabilmente frutto di un cuore spezzato. “Credo” (Internal Exile, 1991), una delle sue canzoni soliste più amate, è stata una chiusura splendida della prima parte del concerto, con il ritornello principale che cresceva finché tutti i musicisti, Fish in testa, non hanno lasciato il palco. La gente ha scandito all’unisono “Credo” e Fish era contentissimo della reazione. Poi ha lasciato il canto completamente al pubblico, mentre lui stesso è uscito di scena. I singoli membri lo hanno seguito a poco a poco, ognuno continuando col suo strumento il ritmo mentre il pubblico cantava. L’ultimo a lasciare il palco è stato il batterista Innes, che si è quasi concesso un piccolo assolo, perché l’energia del pubblico l’aveva evidentemente trascinato. Fish ha fatto una mossa molto astuta. Ha diviso il concerto in due parti. Nella prima, per scaldare, ha suonato i suoi pezzi solisti più noti, soprattutto quelli con più carica hard rock, che hanno scaldato il pubblico a dovere, e il meglio, cioè l’esecuzione di “Misplaced Childhood” e degli altri classici dei Marillion, l’ha tenuto per la seconda parte, quando l’atmosfera era già bella calda. Così è riuscito a tenere l’attenzione anche di chi non conosce bene i suoi lavori solisti, lasciandoli in tensione in attesa della parte principale del concerto.

Il culmine del concerto si avvicinava e l’atmosfera in sala ha raggiunto il picco. “La Gazza Ladra” di Rossini era l’intro registrato che ha annunciato a tutti i “conoscitori” dei Marillion che ora si faceva sul serio. L’introduzione drammatica alle tastiere ha annunciato l’inizio con “Pseudo Silk Kimono”. Fish, in tutta la sua malinconia vocale, ha aperto in grande stile il terreno per il brano successivo, che conoscono anche molti che per il resto non conoscono la musica dei Marillion e navigano in acque più commerciali. È seguita infatti “Kayleigh”, il più grande hit della band e anche il suo brano più famoso. Allora il pubblico è esploso di entusiasmo e sono rimasto stupitissimo dal fatto che la maggior parte di quelli nelle prime file sapesse cantare a memoria quasi tutti i testi dell’album. Trill qui nel riff centrale e negli assoli è riuscito a catturare del tutto lo spirito di Rothery, mentre Usher entusiasmava con le sue aggiunte soliste che nell’originale non ci sono. Questo brano è semplicemente fatto per Fish e forse riflette nel modo migliore la sua personalità, o almeno quel Fish che ricorderemo con i Marillion – “l’oscuro poeta scozzese dal cuore spezzato”. È seguita “Lavender”, anche questa un grande hit, dove Fish ha mostrato uno dei suoi momenti vocali migliori di tutto il concerto. Interessante quanto, eseguendo i classici dei Marillion, la sua voce sia diventata più drammatica e sentita rispetto alla prima parte del concerto. Per un attimo, se chiudevi gli occhi, sembrava davvero di essere a un concerto dei Marillion a metà anni ’80, nonostante una chitarra in più. È seguita la drammatica “Bitter Suite”, dove nell’introduzione le capacità d’attore di Fish e i suoi recital eccezionali sono venuti fuori in pieno. Quando nell’intro del brano se ne stava seduto accasciato davanti alla batteria, con le mani nei capelli, sembrava davvero un mucchio di dolore a cui si fosse appena spezzato il cuore. Mi interessava in particolare come se la sarebbero cavata i due chitarristi con questo ottimo ep, con il difficile compito di far rivivere la magia degli insuperabili assoli atmosferici di Rothery. Entrambi mi hanno sorpreso in modo molto positivo. Uno dei culmini è stato sicuramente “Heart of Lothian”, che Fish ha cantato come sa fare solo lui, fedelissimo alla versione in studio. Gli altri musicisti hanno entusiasmato soprattutto nel passaggio melodico, in particolare il tastierista e i due chitarristi, che negli assoli si sono armonizzati benissimo tra loro. Abbiamo cantato tutti insieme il ritornello principale e qui Fish ha testato per la prima volta quale metà del pubblico fosse più “dentro”. Sono seguiti due brani più brevi ma estremamente atmosferici. La drammaticissima “Waterhole (Expresso Bongo)” ha agitato per bene l’atmosfera in sala, mentre “Lords of the Backstage” ha accresciuto ancora la tensione con i giochi vocali di Fish.  La tensione è calata di colpo con “Blind Curve”, eseguita in tutta la sua magnificenza epica. Entrambi i chitarristi hanno di nuovo entusiasmato con gli assoli che un tempo suonava Rothery. Nella parte centrale malinconica Fish ha di nuovo conquistato con la sua interpretazione vocale e teatrale, quando tra i recital “I’ve never been so wasted” e “I can sense a child” ha di nuovo incarnato un uomo a cui crolla il mondo davanti agli occhi dopo aver rinnegato il bambino che ha dentro. Particolarmente drammatico è stato il passaggio in cui ha fatto crescere la parola “childhood”, seguito da un ottimo assolo di tastiera di Turnell in cui è riuscito a catturare lo spirito di Mark Kelly aggiungendo qualcosa di suo, come i due chitarristi. Per me uno dei culmini è stato sicuramente “Childhoods End?”. Una delle mie canzoni dei Marillion preferite, che ogni volta che la sento mi scuote con la sua atmosfera, che suona come quella rivelazione sincera in cui l’uomo riscopre dentro di sé il bambino che aveva rinnegato e si rende conto che l’infanzia non finisce mai – “there’s no childhoods end!” “White Feather”, con il suo clima ottimista, il messaggio eccezionale (uno dei migliori testi di Fish) e il crescendo del ritornello principale, ha chiuso l’indimenticabile interpretazione dell’album leggendario. Per me ha superato persino ogni aspettativa. “They call me the Fish” e poi è arrivato l’addio temporaneo.

Presto è seguito il primo bis con due indimenticabili classici dei Marillion. Fish è tornato sul palco con addosso la maglia della nazionale scozzese di calcio e si è chiesto com’è possibile che la maggior parte dei locali, cioè dei tedeschi, non potrà permettersi di assistere ai
Mondiali di calcio di quest’anno, che si giocano proprio a casa loro. Il brano successivo, che parla dei lati oscuri della fama e del bere troppo, l’ha dedicato a tutti i tifosi e ai compagni di bevuta in sala. Non era difficile indovinare di che brano si trattasse ed è seguita “Incommunicado” (Clutching At Straws, 1987), che con il suo ritmo caricatissimo
ha di nuovo alzato la temperatura in sala. Come creazione più spiritosa dei Marillion, a ogni ascolto mi disegna davanti agli occhi quell’indimenticabile video, secondo me il loro migliore, in cui Fish come attore brilla nel ruolo dell’ubriaco e alla fine tutti i Marillion ballano abbracciati in cerchio. E così è stato anche stavolta, solo che Fish e i membri della band, alla fine del brano, sul crescendo del ritornello principale, hanno ballato in cerchio con bicchieri pieni di cocktail, che abbondava perché le cameriere hanno passeggiato dal palco al bancone per tutto il concerto. L’atmosfera di “Clutching At Straws” era così perfetta. Il suo momento di attenzione l’ha avuto anche il più giovane partecipante al concerto,  Teodor dalla Romania, che Fish ha invitato direttamente sul palco regalandogli un microfono. Era inoltre un gesto molto simbolico, che si sposava benissimo con il concept di “Misplaced Childhood”, dell’infanzia dimenticata, e così quel bambino al concerto in qualche modo ha risvegliato il protagonista di questo album, che sulla copertina è stato raffigurato da Robert Mead. Hm, o forse sono solo io che cerco un simbolismo in ogni cosa? Subito dopo è seguita “Marquet Square Heroes”, il leggendario primo singolo dei Marillion del 1982. Ai suoi primi accordi e all’esplosione di energia che ne è seguita si sono risvegliati definitivamente anche quei “dormiglioni” delle prime file, che fino ad allora, per la stanchezza, se ne stavano immobili. Accanto a me infatti ha cominciato di colpo a saltare e cantare un tizio che per gran parte del concerto era stato abbastanza stoico. In questi due classici elogerei in particolare il tastierista, che è riuscito a catturare l’autentico suono delle tastiere di Kelly degli anni ’80. È seguito ancora il secondo bis con l’indimenticabile ep “Fugazi” dall’omonimo album dei Marillion del 1984. L’esecuzione di questo ep è stata superba e insuperabile in tutta la drammaticità di Fish, ed è difficile descriverla a parole. Per chiudere il concerto non poteva scegliere un brano migliore e quando il concerto è finito alcuni di noi sono rimasti con la voglia di un altro bis.

Cosa dire dopo tutto questo? Anche se ai chitarristi non è riuscito del tutto catturare la raffinatezza di Rothery, hanno entusiasmato con un’esecuzione tecnica quasi impeccabile e con aggiunte originali negli assoli. La decisione di Fish di avere due chitarristi, che ha cambiato il suono di base dei brani aggiungendo però qualcosa di nuovo, si è rivelata azzeccata. Fish ci ha convinti del tutto anche lui. Dopo tutti questi anni vocalmente è ancora in forma eccellente e la sua voce ha perso poco dell’antica varietà di colori. Si nota appena che con gli anni ha perso un po’ di quella drammatica asprezza da cattivo, a cui però ha aggiunto maturità. Anche al carisma scenico non manca mai niente. I suoi recital a metà di singoli brani sono stati anch’essi un’esperienza speciale. Posso dire che l’esecuzione dell’album leggendario ha superato ogni aspettativa. Lo stesso vale per l’intero concerto. La reazione del pubblico è stata, nonostante le sedie e il continuo servizio di bevande, corretta. L’euforia è rimasta sempre entro limiti ragionevoli e ogni spintone era escluso, visto che il pubblico era composto da persone di una certa età. In alcuni casi mi hanno persino sorpreso in positivo con la loro reazione. E non solo durante i classici dei Marillion.

Il concept leggendario è così tornato in vita davanti ai nostri occhi. Ogni fan dei Marillion dovrebbe andare almeno una volta a un concerto di Fish, perché oltre a un’esibizione solista indimenticabile e a lavori solisti molto piacevoli suona ancora in modo superbo pezzi che i Marillion probabilmente hanno dimenticato da un pezzo come si suonano. È stato un concerto che noi di RockLine ricorderemo a lungo e conserveremo nel miglior ricordo. Semplicemente non trovo parole a sufficienza per descrivere tutte le impressioni che mi sono rimaste dentro per giorni dopo il concerto. Spero comunque che questo sia stato solo l’inizio della nostra frequentazione, tra concerti e amicizia, con il “padre” del rock neo-progressivo; un gigante scozzese dal cuore tenero e dalla penna affilata. Tutta la gratitudine per l’esperienza indimenticabile prima e durante il concerto va a questo grande musicista dal cuore ancora più grande. E a tutti voi che volevate andare a questo concerto ma per certi motivi avete dovuto rinunciare: come consolazione, ricordate – “there is no childhoods end!”

Scaletta

1.) Big Wedge
2.) Moving Targets
3.) Brother 52
4.) Goldfish and Clowns
5.) Raingods Dancing
6.) Wake Up Call (Make It Happen)
7.) Innocent Party
8.) Long Cold Day
9.) Credo

—fine della prima parte del concerto—

10.) Pseudo Silk Kimono
11.) Kayleigh
12.) Lavender
13.) Bitter Suite: Brief Encounter/Lost Weekend/Blue Angel
14.) Heart of Lothian: Wide Boy/Curtain Call
15.) Waterhole (Expresso Bongo)
16.) Lords of the Backstage
17.) Blind Curve: Vocal Under a Bloodlight/Passing Strangers/Mylo/Perimeter Walk/Threshold
18.) Childhoods End?
19.) White Feather

—primo bis—

20.) Incommunicado
21.) Market Square Heroes

—secondo bis—

22.) Fugazi

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