I ritmi da brivido dei Laibach chiudono il KamFest di quest’anno (2006)
Luogo: Mali grad / Kamnik / Slovenia
Data del concerto: 25.08.2006
Numero di spettatori: 500
Prezzo del biglietto: 3.000,00 SIT
L’ultima data di uno dei grandi misteri artistici, i Laibach (ormai posso dirlo: leggendari), nell’ambito del tour a supporto del loro album in studio “WAT” (2003) – “We Are Time”, si è tenuta al Mali grad di Kamnik. La cornice per un evento del genere era semplicemente unica. A ottobre di quest’anno la band pubblica un nuovo album in studio con gli inni nazionali, ovviamente ricodificati nel loro linguaggio inconfondibile, e per tutti quelli le cui orecchie sono sintonizzate alla perfezione sulla frequenza di quel linguaggio è già adesso un evento musicale a dir poco eccitante. La politica è la più alta delle arti onnicomprensive e i Laibach restano dei politici, perché creano arte popolare contemporanea. Lo dicono volentieri anche loro. L’epoca della provocazione che negli anni Ottanta faceva scintille, la profezia di una nuova resurrezione dell’Opus Dei che una volta metteva paura ai comunisti, è passata da un pezzo, ma immergersi nella loro visione unica, apocalittica e militante resta sempre un fascino irresistibile. Come dicevo, il mondo che creano loro si può costruire solo attraverso il loro linguaggio personale dell’arte musicale.
Faceva un freddo cane per la fine di agosto. Era arrivato dopo un’abbondante mattinata di “pioggerellina”, di cui quest’anno credo abbiamo tutti fin sopra i capelli, a meno che tra voi non si nasconda qualcuno con tendenze a trasformarsi in anfibio. La sera poi il cielo si è aperto e dalla sella di Kamnik è sceso un vento fresco, ma schifosamente gelido, sotto le cui raffiche impietose a più di uno sono tremate le ossa durante il concerto, come per esempio al nostro coraggioso “pantaloncino corto” Jani. L’altro problema era che al Mali grad non c’era nemmeno un bagno chimico, quindi con la birra non potevi assolutamente esagerare sul posto, o ti scoppiava la vescica. La gente era circa 500. Come dicevo, l’atmosfera al riparo del Mali grad era particolare. Se qualcuno avesse acceso una luce, quasi quasi ti saresti sentito su un pascolo alpino: mancavano solo le mucche simmental e una graziosa pastorella con i capelli intrecciati a treccia, appena arrivata a mungere. Beh, beh, le cose erano un po’ diverse. Il buio pesto aveva allungato la mano e si era mangiato l’arancia all’orizzonte, il vento tagliava senza pietà e noi aspettavamo i Laibach, la macchina d’acciaio che avrebbe risvegliato tutti i demoni della nostra storia recente, il cui peso le nostre spalle portano nel presente, probabilmente per l’eternità. Ordine, disciplina! Il popolo deve essere sano e prolifico. Obbedire, fare tanta ginnastica e soprattutto lavorare. Prepararsi alla battaglia. Alla conquista del mondo. Per questo servono ordine e disciplina esemplari, da parte di tutti noi. Obbedisci alla macchina!
Alle 21.50 la profezia ha cominciato a compiersi. Una rumorosa cospirazione di autodistruzione, di nuova autoaffermazione e di nuova autodistruzione. I Laibach sono partiti con la tempesta di guerra: B Mashina, In The Army Now, dei Status Quo da poco naufragati a Graz, e una terrificante rielaborazione, che rende ancora più amara l’atmosfera già amara dell’originale, di Dogs Of War (Pink Floyd). E questo era solo il riscaldamento. L’atmosfera è salita di un gradino con Alle Gegen Alle e la macchina ha cominciato a penetrare piano piano la fragile struttura degli esseri umani, riducendoci lentamente in schiavitù mentre costruiva il suo mondo di catarsi apocalittica. Ipnotico, senza dubbio. Per un analista musicale è indispensabile mettere da parte un certo inevitabile “playback”, cioè i campioni preregistrati che costruivano il suono d’insieme della band, e non fare confronti tra le cover rielaborate dai Laibach e gli originali. Per staccare la spina e salpare verso il mondo Laibach aiuta moltissimo nient’altro che una dolce birra, la classica terapia da concerto insomma, ma nei limiti della norma. La macchina ha mostrato le sue zanne insaziabili quando sul palco sono arrivate due “lolite” in uniforme, gelide. Erano così perfette nell’eseguire gli ordini e così addestrate che la loro gelida arroganza e la loro indifferenza verso tutto il resto, mentre martellavano militarmente i tamburi “snare”, toglievano letteralmente il fiato, perché di virilità ne avevano più di tutti i membri dei Laibach messi insieme su quel palco. Perfino i ragazzi, nonostante la loro particolare coreografia, la recitazione e la creazione della magia unica dei Laibach, durante il concerto hanno mostrato un po’ di cuore e qualche mossa da palco che si poteva definire “jam rockettara”. Milan Fras resta, nonostante tutto, la figura insostituibile e concreta dei Laibach. L’uomo possiede un carisma incredibile e una sorta di magnete demoniaco. La sua interpretazione è ponderata in modo unico e subordinata allo scandire di versi robotici di una profondità sconvolgente, come sempre accompagnata dalla caratteristica gestualità del saluto militare. Ed è proprio questo il marchio di fabbrica di questo annuncio di un mondo nuovo! Naturalmente senza parlare tra un pezzo e l’altro, cosa che avrebbe rovinato l’immagine di intoccabilità e autorità della “macchina”, ma alla fine dei brani Milan ha sempre fatto almeno un inchino appena accennato, ma convincente, alla folla che applaudiva, per ringraziare. La gente ha seguito incantata gran parte del concerto, e il colpevole era ovviamente Fras, con il suo ruolo ipnotico da dittatore. La macchina macinava senza pietà! E il capo autoritario Milan, nella sua divisa standard, si è dimostrato ancora una volta uno dei fattori più importanti nella creazione di questo mondo Laibach, che ci ha risucchiati in un’altra dimensione per un’ora e mezza. Il set regolare è durato un’ora e 5 minuti. Un grande contributo alla visualizzazione del mondo Laibach l’ha dato anche la proiezione di film scelti sul telo sullo sfondo, mentre l’atmosfera cupa calava sul Mali grad in modo particolarmente spietato attraverso la fitta nebbia di scena e i singoli “blast” di luci che la band ha a disposizione. La “macchina” dettava una marcia guerresca che calpestava e riduceva in polvere tutto ciò che trovava sul cammino. Il lento cingolo d’acciaio si è nutrito di energia fresca. Lei ha tempo, lei è il tempo! Non c’è nessuna luce in fondo al tunnel. C’è solo il terrore che ordina obbedienza ed esecuzione degli ordini. Passato, presente, futuro bizzarri, nei secoli dei secoli, fino alla rovina e a una nuova nascita, fino a una nuova rovina. “La passione di padri folli, noi amiamo le loro teste grigie, ci hanno dato la fertilità per poterli seguire nel nero dell’abisso dell’ora fatale, in cui il nostro debito sarà ripagato…”, se posso prendere in prestito un po’ delle loro prediche dal disco d’avanguardia “Slovenska Akropola”.
Il bis è partito più grottesco che mai! Mama Leone! Qui le linee preregistrate in sottofondo spingevano un po’ troppo in primo piano. Beh, anche i Laibach hanno un po’ di dolcezza e tenerezza, eppure si è visto che la mamma Leone si poteva ribattezzare in un attimo “Mama non ce la faaa”. Io ridevo di brutto. I Laibach mi hanno scioccato ancora una volta, con successo e quando meno me l’aspettavo, bravi ragazzi. Per colmare la misura della nostalgia, i ragazzi si sono presentati con un po’ più di fracasso chitarristico rock. Non c’è nemmeno bisogno di indovinare, eppure. Rolling Bones e Sympathy For The Devil, poi Geburt Einer Nation (One Vision, Queen), che ha risvegliato in me la nostalgia, perché mi sono ricordato di come correvamo a comprare il disco “Opus Dei” appena uscito, ancora ragazzini delle superiori, e per giunta il concerto dei Laibach di stasera a Kamnik è stato per me simbolico in generale, perché mi ha riportato alla mente i quattro anni di liceo alla SENŠRM. La misura era colma con Life Is Life. Nel bis il pubblico è tornato in vita sul serio e si è svegliato dall’ipnosi, ovvero dal sonno. I Laibach si sono beccati qualche applauso scrosciante e dopo un’ora e mezza ci hanno lasciati sulle note preregistrate di Wir tanzen Ado Hinkel remix. Il mondo Laibach ha preso vita in modo unico e ci ha fatto venire una bella strizza fin nelle ossa. La paura è la chiave! Brrrr,… Un concerto molto bello, un concerto di sensazioni assolutamente uniche, un concerto che devi vedere.
Sui Laibach in Slovenia si è già detto di tutto, anzi fin troppo. Eppure… Resta il fatto che all’estero ancora oggi il pubblico durante i loro concerti si infiamma molto di più. Gli sloveni sono semplicemente una razza tranquilla e riservata, abituata al peggio, ma comunque esigente, e secondo me ancora troppo poco orgogliosa del nome mondiale degli sloveni Laibach. Però siamo abbastanza curiosi da andare a trovare la “macchina” ogni volta che piomba in qualsiasi paesino sloveno con il suo arsenale distruttivo. Verso la “macchina” siamo rispettosi e anche a Kamnik i Laibach hanno dimostrato di meritarselo!
Colgo l’occasione per ringraziare l’organizzatore per la gentilezza e l’eccellenza con cui ha messo in piedi il concerto dei Laibach! Era l’ultimo giorno del KamFest di quest’anno, il Kamfest 2006, e a molti, alla chiusura, si sarà sicuramente tolto un bel peso dal cuore.
Scaletta
1.B Mashina
2.In the Army Now
3.Dogs of War
4.Alle gegen Alle
5.Mars on River Drina
6.God is God
7.Tanz mit Laibach
8.Du bist unser
9.Now You Will Pay
10.Hell : Symmetry
11.The Great Divide
12.Achtung!
13.Das Spiel ist Aus
14.Ende
15.WAT
—bis—
16.Mama Leone
17.Sympathy for the Devil
18.Geburt einer nation
19.Life Is Life
20.Wir tanzen Ado Hinkel remix (uscita registrata)