White Lion ha ruggito e ha dimostrato di avere ancora tutti i denti al loro posto (2006)

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Luogo: Teatro Verdi / Muggia (Trieste) / Italia
Data del concerto: 18.11.2006
Spettatori: 700
Prezzo del biglietto: 15,00€

E alla fine eccoci a Trieste. Va be’, proprio lì accanto, a Muggia! È una sensazione tutta particolare quella di farsi una gita sulla costa così a stagione inoltrata, quando a novembre il gelato non va più di moda e la bora può soffiare che è un veleno…

La sorpresa è arrivata guardando l’ingresso del teatro. Fino alle 19.40 lì davanti si era radunato un bel gruppo di cittadini italiani. L’organizzatore se ne stava tranquillo ad aspettare il momento giusto per farci entrare. Verso le 20.00 siamo gocciolati dentro a cascata, a gruppetti di 5 teste alla volta. Massimo e Bojan sono quasi finiti subito l’uno tra le braccia dell’altro! Massimo, l’organizzatore del concerto, a forza di abusare del dono della parola che madre natura gli ha regalato, al nostro arrivo era rimasto completamente senza voce. Fan sfegatato dei White Lion, ha messo in piedi questo concerto tutto da solo. Pare che abbia chiacchierato innocentemente un paio di volte con Mike sul forum, e così gli è venuta l’idea di un possibile show della band, proprio a due passi dal confine italo-sloveno!

La saletta del Teatro Verdi era stata liberata dalle sedie. Ci “vivevano” solo il mixer e il bancone del bar. La birra annacquata a 2€, di cui anche dopo qualche giro non si sentiva minimamente l’effetto, ha rovinato un po’ l’umore, ma per il resto vedere la sala ben piena era più che incoraggiante.

SIN HERE: 20.25 – 21.05
Il quartetto italiano con cantante donna ha proposto materiale proprio, su una base di hard rock melodico. Durante il concerto la band ha lottato di continuo con i problemi, e a cavarsela meglio sono stati il bassista e la simpatica cantante, che con il suo timbro da contralto starebbe a pennello in qualche band alter rock “mainstream” fatta di chitarre scordate e ritmi “straight”. A coprire di vergogna il gruppo ci ha pensato in particolare il batterista, che “jazzeggiava” nel mezzo di pezzi costruiti sul semplice schema melodico dell’hard rock, dove al massimo sono concessi dei rullaggi esplosivi nei passaggi. L’ha fatto apposta? Perché quella roba smontava letteralmente il suono della band! Che il gruppo sia uscito di strada più di una volta perdendo l’intesa non c’è bisogno di sottolinearlo. Da film horror. Il secondo fattore d’imbarazzo era il chitarrista, conciato in stile “Alcatrazz era Malmsteen” (leggi: gonnellino rosa e spandex). Il suono della chitarra non andava per niente bene! Suonava soffocato e sordo, un ringhio cupo, ideale per suonare “punk rock”. Anche dopo che ha cambiato il capodastro con un classico (il cavo). Come il batterista, anche il collega alla chitarra complicava tutto troppo e ardeva dalla voglia di sfoggiare tutto il suo sapere. A farne le spese è stata, come detto, l’esecuzione del materiale, che dimostrava come il quartetto non respiri ancora all’unisono per una causa comune e non abbia ancora una direzione musicale chiara né un obiettivo di sviluppo definito, che spieghi subito a chi ascolta che cosa la band voglia davvero. Intanto la cantante resta il potenziale inutilizzato del gruppo. Vabbè, andrà meglio. Prima o poi… La band ha chiuso con una cover dei Van Halen, Ain’t Talkin’ ‘bout Love, scelta decisamente coraggiosa, e almeno il batterista per cinque minuti aveva le mani “legate” e ha suonato la linea ritmica con una certa clemenza. Alleluia.

KILLJOY: 21.20 – 22.00
Come dice il nome stesso, sono venuti per “ammazzare il divertimento”. E ci sono riusciti. Anche se l’apertura del loro set non lasciava minimamente presagire questa possibilità. Quanto al materiale proprio, i ragazzi hanno proposto una selezione sì audace di riff da esplosione hard rock cruda, un pizzico di Y & T, un pizzico dei primi Whitesnake,… eppure, dannazione. Dove hanno sbagliato? Nella scelta dei pezzi da suonare. Nel voler regalare al pubblico una festa a colpi di cover. All’inizio ci hanno ammorbato con la cover dei Dead Or Alive, You Spin Me Round (Like a Record), uscita hardcore e nelle mani di hard rocker del tutto innocua. Rock N’ Roll All Night dei The Kiss ha alzato un po’ la media quando la barca dei Killjoy cominciava già a imbarcare acqua, ma poi i ragazzi hanno rimesso alla prova la mia pazienza con la cover di Personal Jesus (Depeche Mode). W.T.F.? Depeche Mode, hell no… e la figuraccia nel suo complesso è arrivata ancora una volta con Enter Sandman (Metallica), a cui hanno messo la “ciliegina sulla torta” con Aces Of Spades (Motorhead). Il pubblico si è divertito… E la band? Tra tutte le cover, la più accettabile è stata Aces Of Spades, anche se il cantante si è “storto” per bene più volte sulla voce, quando cercava di calarsi nei panni di Lemmy. Che i Metallica siano in generale troppo duri per degli hard rocker non c’è bisogno di ripeterlo nemmeno stavolta. Un pezzo di carne cruda non vi farebbe male, ragazzi, se pensate di sfidare ancora quella band! Peccato che non presentino più i loro brani originali ai concerti, perché così l’esibizione si sarebbe guadagnata di sicuro un voto più alto. Almeno ci sono state risparmiate le peripezie sonore.

TRAMP’S WHITE LION: 22.20 – 0.20
Ci son voluti ben 15 anni perché noi terrestri potessimo risentire dal vivo i classici dei White Lion. Mike Tramp, danese d’origine, oggi di casa a Melbourne (Australia), insieme all’ex chitarrista dei White Lion Vito Bratta principale proprietario del nome White Lion, si è portato dietro una vera formazione internazionale: il chitarrista Jamie Law (Australia), il tastierista Hennig Wanner (Jaded Heart, Germania), il batterista Troy Patrick Farell (USA) e il bassista Claus Longwood (Danimarca). Si tratta di una band completamente nuova e, come ha detto Mike, l’idea è di registrare insieme un nuovo disco l’anno prossimo. Ha aggiunto anche che i quattro album dei White Lion sono il passato, mentre quello che vediamo sul palco, tutti radunati al Teatro Verdi, è il presente della band, la sua legittima continuazione.

Quanto a forma fisica, Mike anche oggi sembra messo benissimo. La voce si è conservata e il cantante non ha mai tradito, e si è conservato anche il marchio di fabbrica, quell’approccio vocale riconoscibile, appena un po’ graffiato. Il tipo, ben oltre i 40, può vantare un aspetto ancora giovanile. Ovviamente non ha dimenticato il suo autentico outfit “sleaze”, trucco compreso. Maglietta aderente, vasto tatuaggio in bella mostra, mentre gli altri ragazzi erano truccati come minimo su sopracciglia e ciglia. I Tramp’s White Lion hanno finalmente portato sul palco quello per cui eravamo venuti. “Boooooom” in testa!

Sotto il palco un gruppetto di circa 10 sloveni, fan fedelissimi, si era già bello scatenato: per darsi coraggio si erano prima sbronzati a dovere con intrugli alcolici, e così si facevano notare. Una particolarità per i metallari sloveni, no? Evidentemente la band sul palco era entusiasta della reazione e il casino si è allargato dal gruppetto di Slovenucci pieni di gioia in tutte le direzioni della sala, e ben presto anche gli italianotti hanno iniziato a dimenarsi e a saltare allegri. Più volte la gente ha salutato con boati i classici dei White Lion. La qualità del chitarrista parlava da sé: con il suo gioco esplosivo, tra assoli e riff vissuti fino in fondo, è riuscito a coprire una quantità incredibile di spazio sonoro. Nelle linee di “back vocal” Tramp era sostenuto per lo più dal tastierista Henning, e ogni tanto sono intervenuti in aiuto anche Claus e Jamie. Jamie, per le sue doti da musicista, meriterebbe un voto praticamente immacolato, se non fosse sembrato palesemente fatto. Pupille dilatate al massimo, sguardo vuoto e spento, e rideva durante il concerto come se lo avesse colpito una vera bomba di gas esilarante. La band non ha commesso errori visibili durante l’esibizione. Mike ha una voce conservata alla grande e insieme ai cori magistralmente accordati il gruppo è riuscito a evocare quell’indispensabile marchio riconoscibile della loro versione di hard rock melodico. Come unità i Tramp’s White Lion sono davvero compatti. Esperti e convincenti in ogni punto. L’approccio sentito ed emotivo di Mike non ha fatto che alimentare le sensazioni positive che riempivano il clima della sala. Soprattutto, vedere una comunità felice era qualcosa di estremamente incoraggiante. Tutte le pene portate dalle band di supporto sono state ripagate dai White Lion. La band ha attaccato con Light And Thunder e la folla è subito impazzita. Tra l’infilata di classici Hungry, Broken Heart, Fight To Survive, Little Fighter, Wait, Lady Of The Valley, Lonely Nights, You’re All I Need, El Salvador, Till Death Do Us Apart, All The Fallen Man, Valhalla, All You Need Is Rock’N’Roll, If My Mind Is Evil, Farewell To You, It’s Over, Love Don’t Come Easy, con un contatto eccellente tra pubblico e band, tenuto saldamente in mano da Mike, il concerto era saturo al massimo. Il tempo scorreva a velocità esponenziale. La band ha offerto anche un suono giusto, che però a metà sala non era comunque ottimale, o meglio nascondeva in modo diffuso dei buchi nel quadro sonoro (chitarra, voce). Forse c’entrava la posizione dei monitor principali, spinti un po’ troppo avanti rispetto al palco e sopra la folla, ma sono solo ipotesi. In realtà il suono era ottimale proprio in fondo, al mixer, a circa 40 m dal palco. E andava bene anche proprio davanti. Alzare un po’ la voce comunque non avrebbe guastato, perché restava lo stesso una spanna troppo bassa.

Mike ha ringraziato la folla con parole sentite, ed è tornato sulla differenza nel modo di intendere il senso della musica rock tra USA ed Europa, dove gli americani ovviamente ne escono con le ossa rotte. Pare che a fine concerto, da qualche parte negli USA, uno dei presenti gli abbia chiesto: “Madonna ragazzo. Queste canzoni non le suonavate coi White Lion da più di dieci anni”. Quindi non sanno nemmeno che non è più la stessa band, cosa che dice già il solo nome del gruppo. La band ha fatto un solo bis, partendo con la ballad When The Children Cry, seguita dalla spaccaossa Radar Love. Due pezzi che nel repertorio dei TWL non possono proprio mancare! Il concerto è stato tirato fino a due ore piene, il che non capita tutti i giorni, soprattutto quando il biglietto costa appena 15€.

L’atmosfera era ottimale. La gente visibilmente soddisfatta. Organizzazione tip top. Location eccellente per eventi di questo tipo. L’evento era stato anche pubblicizzato benissimo, visto che Muggia era tappezzata di manifesti. Massimo ha pensato pure alle piccolezze. Una di queste erano i graziosi pass plastificati sia per i giornalisti che per i fotografi, con tanto di nome e cognome stampati. Dettagli che a prima vista magari non contano, ma che testimoniano un enorme spirito d’iniziativa, precisione e cura da parte dell’organizzatore, per portare a casa l’evento al massimo e raggiungere l’obiettivo. Anche Mike, in una pausa sul palco, si è preso qualche minuto per rivolgere un affettuoso ringraziamento a Massimo e a suo fratello per tutto quello che hanno fatto per la band, e in quell’occasione li ha invitati sul palco.

Il sogno di tutti i fan dei White Lion si è avverato nel migliore dei modi. Speriamo che non sia stato l’ultimo evento del genere a Muggia! Per il pubblico sloveno è molto importante che gli organizzatori italiani portino più vicino alla Slovenia le band di hard rock melodico, che a quanto pare si sta risvegliando. Pare che girino già voci su una possibile visita congiunta a Muggia di power metallari come i Kamelot e i nostrani Rhapsody.

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