Una scarica di adrenalina tra serpenti e frecce a Milano! (2007)
Autore: Aleš Podbrežnik
Luogo: Dutchforum / Milano / Italia
Data del concerto: 23.10.2007
Spettatori: 6000
Prezzo del biglietto: 60,00€
Finalmente arrivano anche i grandi Rush! Quanta attesa, almeno per quanto mi riguarda! Eh sì, tre anni fa me li sono persi. Ma siccome nemmeno un asino va due volte sul ghiaccio, stavolta l’incontro con i leggendari campioni del progressive rock canadese, anzi, per essere precisi dell’art rock, era inevitabile. Rush! Il tour a supporto di “Snakes And Arrows” (2007) – recensione RockLine QUI, iniziato lo scorso giugno in Nord America, ha finalmente riportato i Rush in Europa questo ottobre. Le date sono state per lo più concentrate sulla Gran Bretagna e sul suo hinterland da vichinghi (la Scandinavia), ma tra le tappe c’è stata anche qualche località più a sud, e la più vicina alla Slovenia è stata, ancora una volta, la buona vecchia Milano.
Grazie alla fede granitica di quel gran cuore rock di Koncert Freak (www.koncerti.net), per RockLine è rimasto un posticino in un minibus da 20 persone. Avete letto bene. Tre anni fa Freak aveva riempito un pullman intero, di quelli “belli grossi”; stavolta siamo riusciti a metterci insieme in 20 a fatica. A Milano alle 16.00 ci ha accolto il sole, che ci ha scaldato le ossa. Siccome mancavano ancora tre ore e mezza al ritiro dei biglietti, ci siamo buttati di corsa in un centro commerciale, dove anche un cieco si sarebbe accorto che i prezzi dei CD da Saturn sono da rapina. Però anche la versione italiana del kebab arabo, le ali di pollo alla griglia e le birrette hanno lasciato il segno. Così eravamo pronti per la nostra erezione Rush!
Sono le 20.00 e sono piazzato nel parterre, a soli 10 m dal palco del Dutchforum. A farmi passare il tempo ci pensa l’ottima selezione musicale in sottofondo, con pezzi di Yes, ELP, Genesis, King Crimson, Porcupine Tree, The Mars Volta, Jeff Buckley, Pink Floyd, Led Zeppelin… E se non bastasse, potevi sempre distrarti osservando il pubblico italiano. Questa gente parla di continuo, anzi cinguetta e tuba come i piccioni, cerca il contatto con lo sguardo: può sembrare invadente, ma allo stesso tempo ha un che di infantile e simpatico. Incredibile quante parole volino da tutte le parti, in tutte le direzioni… Faticano a resistere alla voglia di fumare, che nei palazzetti italiani è vietato, e infatti parecchi hanno peccato e tirato fuori i pacchetti colorati di sigarette di tabacco; ma anche i profumi un po’ troppo intensi degli oppiacei d’erba non potevano lasciarti indifferente.
Ore 21.00! Luci spente, il palazzetto esplode, breve intro filmato tutto da ridere, Limelight e sul palco ci sono i Rush. Davanti a sinistra Lifeson, davanti a destra Lee, in mezzo ai due e appena un po’ più indietro, il primo cervello dei Rush, Peart, dietro alla sua ben nota fortezza di batteria. Sullo sfondo tre enormi schermi, che proiettavano a turno quello che succedeva sul palco o brevi video animati, con temi scelti in modo così sensato da incastrarsi magnificamente con il senso dei singoli brani. Dietro a Lifeson c’era un vero e proprio muro di amplificatori impilati a torre. In cima c’erano statuette di vari tipi di dinosauri, una accanto all’altra. Accanto ai monitor, sotto il microfono e sotto i piedi di Lifeson, c’erano ammassate una vicina all’altra delle bamboline Barbie, mentre lui cavalcava a testa alta vari modelli di chitarre Gibson. Il suo collega Geddy poteva vantare qualcosa che attirava ancora più attenzione. Alle sue spalle c’era infatti un forno improvvisato per polli. In tre torri, tre polli infilzati su ogni spiedo, sette spiedi in fila uno sotto l’altro in ciascuna colonna. In totale i polli contati in questo crematorio avicolo con la scritta “Henhouse” erano 63. Per far ridere ancora di più, durante il concerto sul palco è apparso due volte un cuoco, la seconda addirittura travestito da gallina, che mentre la band si dava da fare sul palco controllava se la pelle dei polli si fosse già rosolata a dovere.
Geddy ovviamente alle tastiere, con il suo basso Fender e la voce inconfondibile, una voce che una mia amica ha definito di recente in modo perfetto come la miglior voce femminile del rock, sempre sicura, potente e aggressiva. La batteria di Neil Peart per il tour di Snakes And Arrows si è fatta un look speciale tutto rosso, con il simbolo del serpente e della freccia. Per l’occasione il tipo ha aggiornato con lo stesso simbolo ricamato anche la sua mise, o meglio il suo “fez” (senza nappina), che porta in testa durante i concerti.
Per il nuovo tour i Rush hanno rivoltato come un calzino la scaletta del tour precedente, quello di “Vapour Trails”. Subito dopo Limelight, durante la quale in sala le teste hanno roteato allegramente su se stesse, il trio ci ha già sorpreso inserendo Digital Man (“Signals”, 1982) ed Entre Nous (“Permanent Waves”, 1981). Dopo quest’ultima Geddy Lee ha salutato per la prima volta ufficialmente il pubblico, in italiano, ringraziando i presenti per essere venuti stasera. Poi è andato avanti in inglese dicendo che i Rush volevano proseguire con l’album “Hold Your Fire” (1987). Fantastico, insieme a “Signals” uno dei miei album dei Rush preferiti! La band ha eseguito una Mission pazzesca, un brano dal messaggio di pace straordinario, i brividi lungo la schiena erano impossibili da non sentire! Free Will ha poi riscaldato di nuovo un pubblico che fino a quel momento era un po’ sognante e che, curiosamente, durante il concerto non ha fatto chissà quale casino prolungato, almeno per quanto riguarda numero e intensità dei decibel. L’atmosfera che i Rush creano con l’attrezzatura per gli effetti scenici speciali, soprattutto per le luci, immancabilmente unita al suono eccezionale e al battito della band sul palco, ha creato un tipo speciale di magia, la cosiddetta magia Rush, che lavorava sui recettori degli stimoli in modo tale che ti ritrovavi facilmente al confine tra assenza razionale e distacco mentale. Geddy continua dicendo che stasera hanno in serbo molti brani nel repertorio e: “We want to continue with Snakes And Arrows album!”. E la band attacca subito con The Main Monkey Business, uno dei migliori strumentali dei Rush e allo stesso tempo uno dei picchi del nuovo disco, che è stata una nuova conferma del respiro all’unisono del trio, di una compattezza incredibile nell’intesa, che irradia proprio quell’unicità di cui parlavo. Stavolta per i presenti è stato davvero un bene che il nuovo album gli piacesse, perché i Rush ne hanno suonato dal vivo praticamente quasi tutto!
Il suono era ottimo già nel parterre sotto il palco. Più ti allontanavi dal palco, meglio suonava il tutto: a circa 25 metri avevi praticamente l’equilibrio sonoro ideale, e di certo non era molto peggio sulle tribune; il suono, nell’urto complessivo di potenza emessa, non calava percettibilmente da nessuna parte nel palazzetto! I ragazzi vanno fieri di una dotazione di scena eccezionale, per quanto riguarda la disposizione dei riflettori. Prima del concerto la folla si divertiva a guardare i roadie arrampicarsi su scalette sospese verso i cosiddetti “cestelli”, sotto i quali erano fissati i gruppi di fari rotanti. Ben sei persone si erano ficcate in 6 “cestelli” così sistemati, e si occupavano di dirigere altri cannoni di luce orientabili a mano, con cui inseguivano Geddy e Alex che correvano giù sotto. In più, a dare dinamica extra e un’atmosfera ad alto tasso d’emozione ci pensavano altri gruppi di fari mobili, che ogni tanto scendevano su Lifeson durante gli assoli. I Rush hanno chiuso la prima parte del concerto con Dreamline (“Roll The Bones”, 1991). Fasci di laser verdi, simili a quelli che puoi vedere a un concerto di David Gilmour o Roger Waters, hanno segnato la fine della prima parte, durata un’ora e cinque minuti. I Rush hanno entusiasmato con vere rarità dei loro live, come Circumstances (“Hemispheres”, 1979) e Between The Wheels, che ha preso il posto, dal disco “Grace Uder Pressure” (1984), di Red Sector A, suonata nel tour di “Vapour Trails”.
Poi una pausa di mezz’ora, decisamente troppo lunga. Ma i ragazzi dovevano darsi una calmata. Giusto, perché quello che hanno portato nella seconda parte è stato il premio assoluto della prima. Ci aspettava infatti ancora un’ora e tre quarti di puro spettacolo! Forse l’unica cosa che ha un po’ dato fastidio al pubblico è stata l’evidente forzatura nel promuovere l’ultimo lavoro in studio della band, “Snakes And Arrows” (2007). Gli sono stati dedicati ben i primi cinque brani della seconda parte. Quanto il nuovo album sia entrato bene nel cuore del pubblico, lo hanno dimostrato soprattutto Far Cry, Workin’ Them Angles e in particolare l’epica Armor And Sword, che sta già diventando la prima favorita del nuovo disco tra i fan della band: durante questo pezzo la folla ha cantato i versi con la band con la massima intensità. Ma alla fine di The Way The Wind Blows il pubblico era visibilmente sfinito dal repertorio di “Snakes And Arrows”. E cosa fanno i Rush in un caso simile, per scuotere dal sonno un pubblico intorpidito? Attaccano dritti con Subdivisions (“Signals”, 1982), un brano che possiede una delle melodie più belle legate all’integrazione dei sintetizzatori Oberheim nel corpo della musica dei Rush anni Ottanta. Il pubblico è rinato in un battito di ciglia e ha ristabilito uno stretto contatto con la band. È seguita l’immancabile, sublime epopea Natural Science, che rappresenta sempre uno dei picchi di un concerto dei Rush e anche stavolta non ha tradito, mentre l’inserimento di Witch Hunt, che da “Moving Pictures” (1981) ha sostituito Red Barchetta, suonata nel tour precedente, ha portato un’altra audace variazione al concerto.
Il momento in cui sul palco resta Neil Peart tutto solo è quello che un vero fan dei Rush attende con più trepidazione durante il concerto. Neil ha aperto il suo pezzo in modo “standard”. Dopo qualche minuto di ginnastica di improvvisazioni da maestro, la batteria gira e Neil si siede sullo stesso sgabello, così da trovarsi di nuovo rivolto verso di noi. Stavolta il tipo si è messo a pestare su una marimba, intrecciando una melodia creata colpendo questo strumento accordato per ottave, che funziona come una specie di pianoforte, solo che lo colpisci con le bacchette da batteria, quindi “lascia uscire” una sola nota alla volta. Il jazzista ha di nuovo incantato con l’abilità delle sue mani e nella seconda parte ha portato il suo assolo, attraverso un accompagnamento di fiati, verso un finale ad alto voltaggio energetico. L’assolo di Neil Peart è una vera esperienza nel mondo della musica. È sempre un’esperienza unica, sempre nuova e diversa, e ogni volta il tipo dimostra di essere uno dei più grandi jazzisti mai capitati nel business del rock ‘n’ roll. Di solito oggi gli assoli di batteria sono spesso solo una scusa perché gli altri membri possano rifiatare dietro le quinte, ma qui si parla di uno degli assoli più curati, con una figurazione musicale sensata e logica della melodia e non solo un blaterare ritmico.
La parte regolare del concerto la band l’ha chiusa in grande stile. Con classici del repertorio di ferro hanno spedito il pubblico ancora una volta in paradiso: Distant Early Warning, con sullo schermo il video di un ragazzino che cavalca un razzo oltre gli orizzonti del cielo! Durante The Spirit Of Radio Geddy ha chiesto espressamente una reazione del pubblico e più energia. Con un solo gesto ha convinto la gente in sala ad alzare in aria le mani, tutte insieme in fiamme. Una vera leccornia ci aspettava proprio alla fine, e a introdurre l’ouverture è stato uno sketch legato a un video, che richiamava la serie animata per adulti South Park. Prima i ragazzi di South Park, nei panni dei membri della band, suonano l’intro di Tom Sawyer, un brano dei Rush. Non gli riesce e quasi litigano, cercando il colpevole del fiasco. Poi arriva l’ordine di riprovarci! Naturalmente subito dopo attaccano i veri Rush e con questo pezzo fantastico ci portano fino al punto di ebollizione energetico del palazzetto, proprio sul finale. Nel tour precedente i Rush aprivano i concerti proprio con Tom Sawyer.
Il bis è stato interessante, perché si è aperto con One Little Victory (“Vapour Trails”, 2002), un brano incisivo e aggressivo, segnato da una vera ondata di calore che ha investito il palazzetto quando sul palco è esplosa un’intera salva di fiamme degli effetti pirotecnici speciali, e siamo stati investiti da una nuvola piena di coriandoli che piovevano “dal cielo”. Per la quota fortemente accentuata di brani da “Snakes And Arrows” in questo nuovo tour, la band ha un po’ trascurato il suo materiale degli anni Settanta. Così non c’era la celebre ouverture di 2112, per esempio, in scaletta, e mancavano anche The Trees e Closer To The Heart, perfino l’obbligatoria Working Man dal debutto è stata cancellata dalla lista dei brani. Be’, come un cerotto sulla ferita è arrivata la più breve e infiammabile A Passage To Bangkok, a base di riff, che ha consolato almeno in parte tutti i fan che con i Rush puntano prima di tutto sulla carta degli anni Settanta. Il gruppo ha confermato ancora una volta la sua indomabilità nel finale, suonando lo strumentale YYZ, la cui melodia il palazzetto ha cantato tutto insieme, mettendoci la voce al brano. Magico! Lifeson era in uno stato particolare di stacco personale e così, al posto del plettro, durante YYZ ha preso in mano una delle Barbie e ha strisciato con quella sulle corde.
Tre ore e un quarto sono volate come se non ci fossero state. I Rush irradiano un’energia pazzesca sul palco. Un trio di tre signori estremamente carismatici, la cui alchimia, costruita sui legami di una ricca esperienza, di lunghissimi chilometri di concerti, di una conoscenza reciproca di lunga data, funziona dopo più di 30 anni ancora come una macchina ben oliata e implacabile, portando la storia dei Rush anche nel nuovo millennio, come la storia di tre eterni ragazzi che si stanno ormai inesorabilmente avvicinando al sesto decennio, ma l’energia che irradiano non lo racconta per niente. Sono maghi unici, stregoni o guru della musica, riusciti a unire un sermone straordinario attraverso il prisma di un’interpretazione musicale unica.
Dopo tutto questo è davvero stupido mettersi a pesare cosa si è ottenuto per quei 60,00€ che sono costati i biglietti, che non sono pochi, certo, ma comunque. 2 ore e tre quarti di puro spettacolo, una marea di brani che i Rush non suonavano sul palco da un bel po’, un suono eccezionale e, sopra a tutto, una magia unica, di cui è capace solo l’essenza di questo trio. È incredibile quanto spazio sonoro riescano a coprire solo tre musicisti. La batteria jazzistica ed esplorativa, il basso scoppiettante di Geddy, con un colore e un approccio tutti suoi, il suono distorto della chitarra di Alex Lifeson, avvelenato, tirato e riverberante. Geddy è incredibile. Tiene le linee sulle tastiere, bada che le linee di basso non si spengano e per giunta si occupa nello stesso momento anche della voce. Lifeson sul palco è scatenato, come un ragazzino smanioso di dimostrare qualcosa, che ha appena messo su la band. Lifeson all’inizio del concerto, durante Digital Man, si è ferito l’indice della mano sinistra mentre faceva l’assolo e ha sanguinato per un bel pezzo della prima parte del concerto. Il tocco di spontaneità che Lifeson ha nel suo modo di stare sul palco, poi, non può passare inosservato! Un trio che ti risucchia con la creazione del mondo Rush in una favola speciale lunga quasi tre ore, dalla quale non vuoi più svegliarti in alcun modo, finché non risuona l’ultima nota di YYZ e finché Geddy non dice: “Grazie a tutti, spero che ci rivedremo presto!” Solo tre persone. Una frase uguale la scriverei per un concerto dei Motorhead, ma la storia con cui ci arrivi, a una conclusione simile, è tutta un’altra! Brrrr,… ho paura che i Rush ci faranno aspettare di nuovo molto a lungo prima di far uscire un nuovo album e tornare in Europa. Soprattutto perché l’affluenza al concerto è stata molto più scarsa di tre anni fa: a Milano stavolta eravamo un buon 6000, se mai meno che di più. Immagino che i Rush ci lasceranno a digiuno fino al prossimo tour per una cinquina o una decina d’anni.
Scaletta
PRIMA PARTE:
1. Limelight
2. Digital Man
3. Entre Nous
4. Mission
5. Free Will
6. The Main Monkey Business
7. The Larger Bowl
8. Secret Touch
9. Circumstances
10. Between The Wheels
11. Dreamline
—pausa di 30 min—
SECONDA PARTE:
12. Far Cry
13. Workin’ Them Angels
14. Armor and Sword
15. Spindrift
16. The Way The Wind Blows
17. Subdivisions
18. Natural Science
19. Witch Hunt
20. Malignant Narcissism
21. Drum Solo
22. Hope
23. Distant Early Warning
24. The Spirit of Radio
25. Tom Sawyer
—bis—
26. One Little Victory
27. A Passage To Bangkok
28. YYZ
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