The Flower Kings e Pat Mastelotto in pieno centro a Treviso scacciano il grigiore a suon di note cosmiche

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Autore: Peter Podbrežnik

Luogo: Sonny Boy Club / San Vendemiano (Treviso) / Italia
Data del concerto: 20.11.2007
Numero di spettatori: 150
Prezzo del biglietto: 22,00€

Il Sonny Boy di Treviso, con la sua atmosfera rilassata, il personale ospitale e quell’aria mediterranea che si percepisce eccome e calza a pennello a un elegante jazz club con una storia invidiabile di passaggi di nomi leggendari della musica, sta diventando piano piano una meta sempre più gettonata per chi di noi va a caccia di qualche pezzo da novanta del progressive rock che ogni tanto si spinge fino ai nostri vicini occidentali. Dopo il Tony Levin Band dell’anno scorso, stavolta ci sono arrivati gli svedesi The Flower Kings, tra i migliori e più importanti esponenti della terza ondata del progressive rock, quella esplosa negli anni ’90, soprattutto negli USA e nei paesi scandinavi. Per tutti quelli di noi che non hanno avuto la fortuna (alcuni all’epoca non erano nemmeno nati) di vedere King Crimson, Genesis, Yes, Van Der Graaf Gereator, Gentle Giant e le altre leggende del prog al massimo della forma (cioè negli anni ’70), l’esibizione di questi revivalisti svedesi contemporanei è stata una vera manna dal cielo, caduta nel bel mezzo della valle inaridita dell’attuale, poco invidiabile situazione di concerti prog rock da noi o nelle nostre immediate vicinanze.

Sarebbe ingiusto dipingere i Re dei Fiori come una copia perfetta delle band di una volta, perché agli elementi riconoscibili stabiliti dai classici prog degli anni ’70 aggiungono di continuo idee proprie, altrettanto riconoscibili. La band si porta dietro anche la fama di strumentisti e improvvisatori eccezionali, capaci di suonare praticamente qualsiasi genere musicale. Il chitarrista/cantante e capo della band Roine Stolt, da giovane parte attiva della scena prog scandinava degli anni ’70 (soprattutto come membro dei Kaipa), in poco più di 12 anni e con cambi di formazione minimi è riuscito a portare piuttosto lontano un gruppo nato originariamente come la sua band di accompagnamento per il progetto solista. Mentre nell’Europa settentrionale e centrale, dove hanno di gran lunga più fan, i The Flower Kings riempiono le sale senza problemi, a sud del confine austriaco sono molto meno conosciuti, per non dire una band quasi oscura, come ha testimoniato anche il numero relativamente modesto di spettatori radunati sotto il palco del Sonny Boy. La loro tappa a Treviso è stata, Budapest a parte, addirittura la più a sud in cui siano mai arrivati, quindi vedere Roine e i suoi virtuosi vichinghi era un’occasione da non farsi scappare. A rendere ancora più valida questa affermazione c’era un altro fattore.

La grande particolarità del tour, in cui presentavano il loro album attuale “The Sum Of No Evil” (2007), era infatti la presenza del batterista di culto Pat Mastelotto (King Crimson, ex-Mr. Mister), che per questo giro ha sostituito Zoltan Czörsz, fino a poco fa il grande beniamino dei fan dei TFK. La presenza di Pat dietro i tamburi ha senza dubbio attirato al tour anche qualche fan dei King Crimson, di solito non certo tra i seguaci tradizionali o più accesi dei The Flower Kings. I ben informati sanno anche che al momento tra King Crimson e TFK è in corso una specie di prestito di batteristi: oltre al membro di lunga data Mastelotto e al Czörsz arrivato da poco, ora è stato annunciato ufficialmente come terzo batterista dei King Crimson anche Gavin Harrison (Porcupine Tree). Se Mastelotto diventerà col tempo anche membro ufficiale dei TFK, per ora è ancora troppo presto per dirlo. La sua presenza, come c’era da aspettarsi, si è rivelata un enorme bonus sonoro, soprattutto sul fronte dell’improvvisazione, di cui parlerò più a lungo nelle prossime righe.

Dopo la peggior forma di camera di tortura sonora, che ci ha rifilato la band locale di supporto con il suo obbrobrio disperatamente stonato di esibizione, che non andava da nessuna parte e dove a distinguersi in negativo è stato soprattutto il chitarrista/cantante, verso le undici abbiamo finalmente visto arrivare i “vichinghi” navigati e il “cowboy” ospite. Quest’ultimo, con le sue percussioni e i campanellini che annunciavano l’intro del primo pezzo della serata, si è ritrovato subito al centro dell’attenzione. Dopo che i due chitarristi si sono accordati alla bell’e meglio, sono partiti con le note d’apertura di “Love Is The Only Answer”, il primo brano dell’album attuale “The Sum Of No Evil”. Oltre ai pezzi più recenti hanno suonato anche pezzi più vecchi e amati, come “There Is More To This World” (Retropolis, 1996), che ha scaldato i fan più di tutti. La riservatezza iniziale, con Roine che all’inizio ha avuto qualche problema di affiatamento, è sparita del tutto entro il terzo brano, l’ottimo strumentale “Retropolis”, e la band si è data a cuore aperto. Durante l’esecuzione di “Retropolis” hanno infilato anche una lunga improvvisazione che, soprattutto grazie a Pat, conteneva tante finezze tipiche dei King Crimson. In generale hanno aggiunto qualcosa di nuovo alla maggior parte dei pezzi, evitando di riprodurre alla lettera gli originali in studio. L’entusiasmo del pubblico, ovviamente, non è mai calato.

Per fortuna stavolta Roine si è dimenticato di infilarsi una delle sue pacchiane camicette italiane sgargianti e ha scelto un look più “sportivo”, sull’esempio degli altri membri. Nonostante sia da almeno trent’anni uno dei chitarristi più in vista del progressive rock, come ha confermato anche con questa esibizione in cui ha messo in mostra tanto perfezionismo tecnico quanto sottile raffinatezza, resta uno dei chitarristi più trascurati del nostro tempo. La “stella” principale della serata (Roine a parte, ovviamente) è stato senz’altro Mastelotto. Con le sue raffiche supersoniche, i suoi passaggi infuocati e l’uso spiritoso di percussioni varie e aggiuntive ha davvero nobilitato il loro suono, e sono convinto che senza di lui ci sarebbero state molte meno improvvisazioni, o sarebbero risultate la metà di così interessanti. Con i suoi interventi alle percussioni il grande maestro della batteria ha coperto del tutto l’assenza di tutti gli strumentisti aggiuntivi che di solito li accompagnano, sassofonista e flautista in testa. Il tastierista Thomas Bodin se ne è stato per tutto il tempo “nascosto” dietro la sua fitta batteria di tastiere, passando con energia da una all’altra, senza pavoneggiarsi in esagerazioni soliste né tantomeno buttare giù il supporto alla Ryo Okumoto (Spock’s Beard). Un’altra sorpresa positiva è stato l’approccio spiritoso del bassista Jonas Rheingold sul palco, perché il tipo ha portato un po’ di quell’umorismo che di solito manca tanto agli svedesi tradizionalmente seri. Durante le pause o le lunghe incursioni improvvisate soffiava in una bottiglia vuota tirandone fuori suoni insoliti, ogni tanto boxava anche con l’asta del microfono, mentre Bodin nel frattempo lanciava campioni preregistrati del canto del gallo (che si sono ripetuti più volte durante lo show). Nelle linee di basso Rheingold ha smesso di seguire incondizionatamente lo spirito di Jaco Pastorius, e ha sorpreso anche nel ruolo attivo di voce di accompagnamento, un ruolo che fino a non molto tempo fa evitava parecchio.

Il cantante aggiuntivo e chitarrista ritmico Hasse Fröberg, il pupillo numero uno di Roine (e probabilmente suo successore alla guida della band quando Roine si ritirerà; speriamo che manchi ancora tanto), ha giustificato in pieno il suo ruolo di fedele braccio destro di Roine. Il “metallaro”, il più scatenato di tutti sul palco, ha entusiasmato con la sua estensione vocale, le ottime armonie di accompagnamento e una gestualità energica che alzava l’energia in sala al punto che nessuno poteva abbandonarsi troppo a lungo a qualche fantasticheria durante le lunghe parentesi strumentali “spaziali”. Che i TFK non siano solo ottimi strumentisti ma anche eccellenti compositori di melodie raffinate lo ha dimostrato anche l’ottima esecuzione della malinconica “Trading My Soul”, mentre su “Life In Motion” hanno giustificato fino in fondo la loro fama di eterni predicatori positivisti. Sulle proiezioni grafiche giravano di continuo immagini di simboli spirituali vari, fiorellini, farfalline, colori sgargianti e così via, che riflettono la filosofia spirituale di Roine, di cui si era imbevuto già ai tempi hippie. Un po’ come la consolidata pratica lirica e filosofica di Jon Anderson (Yes), solo in modo un tantino più sottile. A molti sembrerebbe parecchio dozzinale e trito. Personalmente trovo invece che oggi nella musica rock ne manchi sempre di più, mentre si esalta tutto ciò che sa di miscela di aggressione e primitivismo kitsch, che attira l’anima frustrata media, affogata nell’alcol, piagnucolosa e (non per forza solo) slovena. Con la sua posa intellettuale, nello stile dei suoi modelli, la band di sicuro non attira la plebaglia della domenica sera. Uno dei motivi per cui durante lo show non ho notato nemmeno una persona sbronza, né una pupa tutta in ghingheri che avesse sbagliato rave party, e per cui, come ci si poteva aspettare, ha dominato un pubblico maturo, per lo più tra i 40 e i 60 anni. Gli italiani si sono dimostrati ancora una volta un pubblico estremamente civile, forse sembravano perfino un filo troppo compassati, anche se non eravamo all’opera. Gli amanti dei loro pezzi più vecchi sono stati entusiasmati anche dall’ottima esecuzione di “I Am The Sun” (Space Revolver, 2000), mentre con “Pioneers Of Aviation” si sono ricordati anche del disco precedente “Paradox Hotel” (2006). Eseguendo per lo più pezzi lunghi e con tante incursioni improvvisate, in più di due ore i TFK hanno suonato un numero invidiabile di brani e hanno saziato del tutto l’appetito della maggior parte dei presenti. Per chiudere la parte regolare hanno servito la sezione finale del loro capolavoro epico “Stardust We Are” (dall’omonimo doppio album del 1997), la cui esecuzione è stata un altro dei grandi trionfi della serata, e il cui ritornello monumentale ha continuato a risuonare nelle orecchie dei presenti ancora a lungo dopo la fine. Naturalmente è seguito il bis di rito. Roine ha richiamato gli altri membri, che si stavano già avviando verso la porta, e per chiudere hanno suonato ancora “The Sum Of No Reason”, un altro dei pezzi centrali dell’album attuale.

Il concerto è stato, senza esagerare, ottimo e posso dire che ci siamo goduti tutti più di due ore di eccellente progressive rock della vecchia scuola. La mia unica critica va all’illuminazione inutile della sala, che faceva a pugni con le luci del palco, perché gli organizzatori del locale hanno lasciato senza bisogno le luci accese, tanto che a volte tutta quella luminosità dava proprio fastidio. Il palco inoltre non era proprio l’ideale per sistemare gli strumenti, soprattutto per la variopinta collezione di chitarre, e a causa della disposizione delle casse alcuni membri dagli angoli di sinistra o di destra si vedevano a malapena. Per fortuna, però, i membri della band, tutti spilungoni, non si sono pigiati troppo su un palco che si piegava sotto il peso degli strumenti. L’acustica, com’era prevedibile, non era brillante, ma per un locale relativamente piccolo è stata più che soddisfacente. La classica disposizione da club con le sedie a ridosso del palco sembrerà sempre un po’ strana ai più per un concerto rock, soprattutto se sul palco c’è un nome affermato da tempo, ma a me non dà fastidio, anzi in linea di massima mi sta benissimo, perché penso che la maggior parte del progressive rock sia da sempre più vicina nello spirito alla classica e al jazz che al rock, e che come tale si meriti un trattamento da concerto simile. Il capo di Mastelotto, Robert Fripp (King Crimson), saprebbe bene di cosa parlo.

A parte qualche stecca appena percettibile, l’esibizione dei TFK con Mastelotto dietro i tamburi è stata davvero un’esperienza indimenticabile per ogni amante del progressive rock della vecchia scuola, del perfezionismo strumentale e di tutti gli appassionati di melodie raffinate e intelligentemente costruite. Se fino a non molto tempo fa storcevo parecchio il naso davanti al revivalismo da studio dei TFK, dando sempre la precedenza ai loro modelli stilistici, soprattutto sinfonici (e così sarà ovviamente anche d’ora in poi), devo riconoscere che dal vivo sono una delle migliori band prog rock attualmente in attività e che senza i loro risultati (sia in studio che dal vivo), con i “dinosauri” del progressive per il resto inattivi, la scena prog rock contemporanea sarebbe molto più povera. L’esibizione dei TFK è stata quindi per me senza dubbio uno dei migliori concerti di quest’anno, subito dopo quelli di Genesis, Marillion e Premiata Forneria Marconi, e spero che Roine e la sua combriccola (chiunque sia dietro i tamburi a quel punto; uno migliore di Mastelotto sarà molto difficile trovarlo). tornino presto a farsi sentire nel nostro vicinato oltreconfine.

Scaletta

1. Love Is The Only Answer
2. There Is More To This World
3. Retropolis (incl. Mastellotto/Rheingold jam)
4. Trading My Soul
5. Hudson River Sirens Call
6. I Am The Sun
—pausa di 10 minuti—
7. Life In Motion
8. Flight 999 Brimstone Air
9. Babylon / Stardust We Are pt.III (solo sezione vocale)
10. What If God Is Alone
—bis—
11. Blade Of Cain
12. The Sum Of No Reason

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