Traja Brizani, con Peter Erskine e la Big Band RTVS, sazia l’appetito dei gourmet del jazz (2
Autore: Peter Podbrežnik
Luogo: Hotel Mons / Lubiana / Slovenia
Data del concerto: 14.02.2008
Numero di spettatori: 170
Prezzo del biglietto: 20,00€
Nel jazz club dell’hotel Mons ci siamo goduti, con grande interesse, l’esibizione del signor Traja Imer Brizani, jazzista apprezzato anche fuori dai confini di casa nostra, bassista di altissimo livello, insieme alla sua band. È stata una serata di jazz sopraffino, rilassata e piacevolissima, che ha richiamato un sacco di gourmet della musica, compresi quelli che vanno matti per le forme più sperimentali di jazz e fusion. Brizani, nato a Pristina e senza dubbio uno dei migliori virtuosi del basso elettrico che abbiamo in Slovenia, ha lasciato il segno sia nel jazz sia nella musica popolare rom, e nei suoi lavori ha spesso mescolato le influenze di entrambi i mondi. Il tipo in carriera ha già registrato dieci dischi, quindi di chilometri creativi ne ha macinati parecchi, e in passato ha collaborato anche con gli Amadeus e i Black & White. Ultimamente Brizani è attivo anche fuori dalla musica, visto che partecipa a un programma per l’istruzione dei bambini rom in Slovenia.
Per questa serata, in cui Brizani ha festeggiato i suoi 50 anni, oltre alla band di accompagnamento della Big Band RTV Slovenije diretta da Lojze Kranjčan, ha portato con sé anche un ospite davvero niente male, che di sicuro ha spinto qualche spettatore in più a presentarsi. Non uno qualunque, ma nientemeno che la leggenda americana della batteria Peter Erskine. Per la maggior parte degli intenditori resterà per sempre il batterista più riconoscibile, nonché il più amato, dei mitici (purtroppo sciolti da tempo) Weather Report, il gruppo jazz fusion con cui nel 1979 ha vinto un Grammy per l’album “8:30” (1979). Anche se in seguito Erskine ha collaborato con nomi del calibro di Jan Garbarek, Maynard Ferguson, Michael Brecker e Diana Krall, il suo nome resterà per sempre legato a quella formazione straordinaria in cui all’epoca suonava anche l’indimenticabile bassista Jaco Pastorius. E non è solo una sensazione fantastica salire sul palco con un batterista che ha contribuito a plasmare il jazz (fusion): ogni bassista che si rispetti sogna di suonare almeno una volta con qualcuno che ai suoi tempi si è guadagnato il pane con Pastorius, quindi la presenza di Erskine è stata sicuramente un bellissimo regalo di compleanno per Brizani. La partecipazione di Erskine alla band, che quella sera era una specie di mix tra i membri del Brizani Project e della Big Band RTVS, a dirla tutta ha fatto crescere sensibilmente l’interesse per questa serata, e quando siamo arrivati la sala era già quasi piena, tanto che i camerieri dell’hotel hanno dovuto portare sedie extra.
La Big Band ha riportato la musica di Brizani in arrangiamenti completamente nuovi, si potrebbe dire sotto una luce tutta nuova, con una serie di elementi sinfonici classici qua e là, mentre il suono della sezione di fiati si faceva spesso largo in primo piano. Per fortuna non ha mai coperto in modo evidente il contributo dei due virtuosi della ritmica, del bassista aggiuntivo e del percussionista, anche se soprattutto nella seconda parte del concerto è stata spinta parecchio in avanti. L’impianto audio, come c’era da aspettarsi, non era ottimale, ma in qualche modo si è mantenuto il giusto equilibrio, anche se ogni tanto si sentivano piuttosto male sia il tastierista Blaž Jurjevič sia il chitarrista Primož Grašič (tranne nei suoi momenti da solista). Brizani e la sua banda hanno proposto un mix interessante di jazz, classica e musica popolare rom con piccole spruzzate di classica, il tutto quasi sempre su note rilassate e melodiche, con parecchi inserti solistici energici. Ce n’era per tutti: per gli amanti delle forme più commerciali di jazz come per chi ama sperimentare di più. Gli elementi della musica rom, un po’ a sorpresa, erano in minoranza. Il tocco balcanico è arrivato con uno dei pezzi più interessanti, più vicino ai ritmi tradizionali macedoni che a quelli rom, con tanto di tempo in 11/8.
Ognuno dei membri della band, dal trombonista al sassofonista, dal trombettista al chitarrista, ha avuto i suoi “cinque minuti” per un breve assolo. In questi momenti Brizani ha dimostrato più volte, in modo splendido, la sua abilità virtuosa al basso, anche se, come previsto, è stato Erskine a ricevere l’applauso più grande. Durante la presentazione di un pezzo con un accento sugli elementi rom, Brizani si è concesso anche una battutina sulle spalle di Erskine, dicendo che “anche un gringo può imparare a suonare questi ritmi”. Il leggendario batterista, nonostante abbia già varcato da un pezzo la soglia dei cinquanta, è ancora in ottima forma, e durante la sua esibizione ci siamo goduti una dimostrazione di dinamica ed energia. Tra i musicisti va assolutamente citato anche Aleš Avbelj, nel ruolo di secondo bassista, che per gran parte del concerto si è nascosto dietro un supporto, ma ha collegato più che bene le linee di Brizani, soprattutto durante le sue escursioni soliste.
Un filo di critica va solo all’intervallo decisamente troppo lungo, tirato per quasi un’ora. In quel lasso di tempo abbiamo chiacchierato del concerto e dei prossimi eventi musicali con alcuni ospiti veramente illustri e conoscitori della scena musicale mondiale e nostrana. Qualche parola l’ha scambiata con noi anche Brizani, sempre di buon umore e pronto a farsi due risate.
Nella seconda parte del concerto la Big Band è tornata decisamente in primo piano a livello di suono, ed è arrivata una serie di pezzi dal suono più commerciale e da intrattenimento, che del resto era anche lo scopo principale della serata: creare un’atmosfera allegra e passare un po’ di tempo piacevole con vecchi conoscenti. Il pubblico, nonostante le aspettative, non era per niente snob, anche le teste grigie erano sorprendentemente in minoranza, e si notavano pure parecchie coppiette di piccioncini, che di solito non mi sarei aspettato a un concerto jazz. Un altro elemento un po’ comico: durante l’esibizione una fetta bella grossa di pubblico si è data da fare a innaffiarsi la gola e riempirsi lo stomaco. Visto che il concerto si teneva in un hotel, però, non è che fosse poi così strano.
Il concerto è filato via in un’atmosfera piacevolissima e, se non fosse stato per quell’intervallo così lungo, direi anche fin troppo in fretta. Abbiamo assistito, soprattutto per i nostri standard casalinghi, a una serata di jazz davvero splendida e divertente, che ha saziato l’appetito della maggior parte dei buongustai della musica. Brizani, il suo ospite famoso e la band ci hanno conquistato con il loro mix di virtuosismo, energia e spontaneità. Allo stesso tempo va lodato anche il contributo di Brizani nel rendere popolare da noi la sua miscela unica di musica rom e jazz. E, indirettamente, di tutte le forme di jazz fusion, che è ben lontana dall’essersi spenta dopo l’addio troppo precoce di pionieri come Miles Davis, Pastorius e Joe Zawinul e che ancora oggi offre nuove sfide. In futuro mi piacerebbe vedere altre serate come questa, nell’ambiente piacevolissimo del jazz club dell’hotel Mons, con magari sul palco un’altra leggenda del jazz fusion come Erskine, anche solo nel ruolo di ospite speciale. Fino ad allora, a tutti i gourmet del jazz di casa nostra non resta che sognare di vedere i Return To Forever di nuovo insieme, una volta il prossimo anno durante il tour europeo, e sperare che a giugno passi davvero da queste parti, come già si annuncia, il leggendario bassista Hugh Hopper (ex-Soft Machine).
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