Euforia hard rock’n’roll a Graz (2013)

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Location: Graz / Stadthalle / Austria
Data: 18.11.2013


Quando ho sentito per la prima volta del tour dei Volbeat con gli Iced Earth come spalla, ho pensato che fosse un errore. Questi ultimi sono dei veterani, con gli inizi che risalgono alla metà degli anni Ottanta, una base di fan solidissima e una discografia che nessuno si sognerebbe di snobbare. I Volbeat, invece, con appena una decina d’anni di carriera e solo cinque album sulle spalle, sono un vero fenomeno musicale, e in questo momento così caldi che anche dei vecchi marpioni dell’heavy metal come gli Iced Earth devono inchinarsi. Comunque fosse l’ordine di salita sul palco, la serata prometteva un divertimento di altissimo livello, di quelli che non si dimenticano tanto presto.

Code in strada e ressa attorno alla sala promettevano il pienone, e al momento dell’esibizione dei Volbeat il palazzetto si era riempito per bene; un po’ di spazio per tirare il fiato lo trovava il malcapitato di turno solo ai lati della sala. Ma la cosa più interessante era dare un’occhiata al pubblico: qualche biker, qualche vecchio rocker e rockera, qualche metallaro (riconoscibile dalle magliette degli Iced Earth), mentre il resto, i tre quarti buoni, sembrava avere in media sedici primavere e fregarsene altamente di un’immagine rock o, che so, metal. In pratica sembrava di essere capitati a una festa di liceo con musica dal vivo e senza regole – e questo si vedeva eccome, visto che gli austriaci i cartelli »Bitte nicht rauchen« evidentemente non li capiscono, e che una massa di giovani così ubriachi tutti insieme non l’avevo mai vista – a fine concerto sembrava di essere sul campo di una battaglia, con un ragazzino sdraiato in quasi ogni angolo, con le funzioni motorie andate e abbandonato all’abbraccio di una terra quasi  gelata (ironico, no?), a controllare impotente e suo malgrado il contenuto del proprio stomaco. Se gli organizzatori se lo aspettassero non lo so, ma tanti addetti alla sicurezza, vigili del fuoco e personale sanitario non li avevo visti a nessun concerto, nemmeno ai festival. Quando sono arrivato nell’atrio, buona parte del merchandise era già esaurita, e dalla sala arrivavano le ultime battute del gruppo di apertura, i Teenage Bottlerocket, il cui show non avevo visto annunciato da nessuna parte e che un collega ha descritto come »un mix punk rock da pogo tra i vecchi Green Day e i Ramones«.

Alle otto e un quarto si sono spente le luci e davanti a noi è comparso un telone con la grafica del nuovo album degli Iced Earth, Plagues of Babylon, mentre dalle casse tuonavano le prime note della lunga intro dell’omonimo brano. L’uscita del nuovo disco si avvicina in fretta e non è stata una sorpresa che la band abbia sfruttato le date coi Volbeat come promozione per quello e per il tour che ne seguirà. Nonostante lo status, però, anche stavolta, come per tante band di spalla prima di loro, già alle prime note di Plagues è saltato fuori il problema dell’audio. I bassi delle chitarre si fondevano con la batteria in un brusio indistinto, l’assolo di chitarra si sentiva appena e Stu faceva una fatica boia a far passare la voce in mezzo a tutto quel casino. Sembrava che solo la ritmica di Schaffer funzionasse come si deve. La situazione col tempo è migliorata, ma ha lasciato un retrogusto amaro in un set relativamente breve, quello che la band aveva a disposizione. I ragazzi, come al solito, hanno svolto il loro lavoro in modo eccellente. Dette alla batteria, rispetto a Sainija ai Metaldays, se l’è cavata alla grande. Oltre a due nuovi pezzi tosti, gli americani hanno presentato anche la ballad If I Could See You, che prosegue il loro filone da ballad e diventerà senza dubbio uno dei ‘lentoni’ più richiesti del gruppo. Il pubblico apatico e minorenne non aveva proprio idea di chi o cosa stesse suonando sul palco e guardava, stranito, l’esibizione di quella che probabilmente è al momento una delle migliori heavy metal band del mondo. Stu continua a convincere sia con la voce che nel ruolo di frontman, e ha sostituito più che degnamente il tanto amato Barlow. Ma 45 minuti erano decisamente troppo pochi, e le poche decine di fan della band presenti si sono consolati solo col fatto che il gruppo tornerà in tour già tra due mesi, con tappa anche a Lubiana.

Alla crew sono servite una buona mezz’ora di pausa per preparare il palco per le star della serata, e hanno lavorato dietro a un gigantesco telone con sopra la testa di un cowboy – fuorilegge, con un foulard al collo tirato sulla bocca nei colori austriaci. L’immagine la band l’ha curata davvero fino all’ultimo dettaglio, e anche tutte le bevande nell’atrio venivano servite in bicchieri Volbeat. Quando si sono spente le luci, davanti al telone è spuntato un tizio con un banjo in mano e un cappello in testa, e su quel tipico strumento del selvaggio West americano ha attaccato una melodia che faceva da introduzione al concerto. E l’inizio è stato massiccio: alla fine dell’intro il telone è crollato sul palco accompagnato dalla pirotecnica, mentre il possente lightshow ha rincarato l’ondata di euforia che ha investito tutta la sala e non è calata fino alla fine di uno show durato quasi due ore. L’ibrido tra rock’n’roll e heavy metal che suonano i danesi è evidentemente la dose giusta di freschezza per attirare in massa gli ascoltatori verso questo genere, e ne siamo stati testimoni anche a Graz. Una folla di molte migliaia di teste mangiava letteralmente nelle mani dei ragazzi. Siccome la maggior parte dei pezzi è breve come si addice al rock’n’roll, la scaletta ha attraversato tutta la discografia della band, cover comprese. La scenografia richiamava una scena del selvaggio West, con al centro la fortezza della batteria, Fort Griffin, e non mancavano nemmeno un cimitero con le lapidi dei personaggi dei pezzi dell’ultimo disco e, naturalmente, la forca; a Poultsen è perfino capitato, maldestramente, di strappare il braccio all’impiccato, e il bassista ha poi usato la manica vuota per asciugarsi la fronte. Sarebbe difficile indicare qualcuno sul palco, perché tutti si sono impegnati a spremere il massimo dallo show, ma vorrei comunque citare Rob Caggiano. L’ex Anthrax ha portato nella band aria nuova, cosa evidentissima già sul disco e ancora di più sul palco. Il chilometraggio da concerti si sente, e col pubblico comunica con una facilità tale che sembra lui il frontman, mentre gli assoli dei pezzi più vecchi sono diventati completamente nuovi, più complessi ma ancora abbastanza orecchiabili da non far prevalere il metal sul rock’n’roll. Uno dei picchi della serata è stato sicuramente uno dei loro più grandi successi, Sad Man’s Tongue, dedicato a Johnny Cash. Come introduzione hanno infatti suonato l’evergreen di Cash Ring of Fire, con Poultsen che ha lasciato al pubblico il ritornello, e poi sono passati al loro pezzo appena citato. Un’atmosfera davvero incredibile, che è proseguita su questa linea con una pirotecnica di cui non si vergognerebbero né gli In Flames né i Rammstein. Da citare anche un bel po’ di crowd surfing, di mosh, di bicchieri di birra pieni lanciati con fastidiosa insistenza sul pubblico, e tra i crowd surfer si è ritrovato pure un ragazzo in sedia a rotelle. Prima di 16 Dollars il cantante ha invitato i ragazzi a mettersi le ragazze sulle spalle, ma la risposta tra i teenager non è stata granché – in fondo non erano molti quelli in grado di reggere una ragazza sulle spalle per qualche minuto. Poco prima della fine della parte regolare, sul palco si è unito a loro anche il »fratello« di Rob, come l’ha chiamato Poultsen, Jon Schaffer – lo scherzo nasceva dal fatto che entrambi sono chitarristi con capelli lunghi e barba incolta, e che tutti e due portavano un cappellino nero al concerto. Insieme hanno suonato Pool of Booze, Booze, Booza. Schaffer e Poultsen sono infatti diventati molto amici durante il tour americano, quando i Volbeat facevano da spalla agli Iced Earth, ed è lì che è nata l’idea che Poultsen partecipasse a uno dei pezzi degli Iced Earth; ora la storia si ripete al contrario. Il bis è ripartito di nuovo con la pirotecnica – stavolta da dietro il palco si sono alzate delle ali con in evidenza un teschio con la pettinatura alla Elvis, e quando hanno sparato Caroline Leaving la parte inferiore della struttura ha cominciato a bruciare, e di fuoco non ne mancava nemmeno altrove sul palco. Per alcuni il concerto è finito troppo presto, ad altri è sembrato durare troppo, ma resta il fatto che quella sera diverse migliaia di persone hanno saziato la propria fame sia di heavy metal che di vecchi tempi di rock’n’roll e pin-up girls.

testo: Sebastijan Videc
foto: Jerneja Jerak

Iced Earth
1. Plagues of Babylon
2. Dystopia
3. Dark Saga
4. My Own Savior
5. If I Could See You
6. V
7. Peacemaker
8. Watching Over Me
9. Iced Earth

Volbeat
1. Doc Holiday
2. Hallelujah Goat
3. Radio Girl
4. The Mirror And The Ripper
5. The Nameless One
6. Guitar Gangsters & Cadillac Blood
7. Sad Man’s Tongue
8. Lola Montez
9. Heaven Nor Hell
10. 16 Dollars
11. Dead But Rising
12. The Garden’s Tale
13. Pearl Hart
14. A Moment Forever
15. Fallen
16. My Body
17. Pool of Booze, Booze, Booza
18. I Only Want To Be With You
19. The Hangman’s Body Count
—bis—
20. Caroline’s Leaving
21. Maybellene I Hofteholder
22. Cape Of Our Hero
23. Still Counting

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