The Lovely Days Festival (seconda parte – sabato 22.07.2006)

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Autore: Jernej Vene

Luogo: St Pölten / VAZ / Austria
Data del concerto: 23.07.2006
Numero di spettatori: 5000

Questo raduno di appassionati di musica anni ’60, ’70 e ’80 ha messo in campo anche il secondo giorno un cartellone che prometteva un sacco di divertimento. Concert freak ci ha caricati su un pullman, abbiamo raccolto anche quelli di Celje e di Maribor e il viaggio fino a St. Pölten è filato via in un’atmosfera piacevole. Pure il meteo ci ha dato una mano, solo il caldo era insopportabile. Con noi c’era anche il signor Romeo Štrakl, che è sicuramente il più grande fan dei The Who da queste parti. Quali pezzi legati alla band ha a casa e un sacco di informazioni su di loro li trovi all’indirizzo www.strakl.si/thewho. Romeo si è dato da fare e ha stampato sei magliette ricordo legate al concerto dei The Who, e ha preparato anche un questionario con sei domande sulla band. Sul pullman i rocker hanno svolto il compito e i primi tre hanno ricevuto le magliette ricordo. I The Who erano gli headliner, ma per arrivare a loro ne mancava ancora parecchio.
 
COUNTRY JOE McDONALD 13.30 – 15.20:
 Come musicista per scaldare il sabato hanno scelto il cantautore americano quarantaseienne Country Joe McDonald. A modo suo porta avanti la tradizione del grande poeta Woody Guthrie, i successi li ha ottenuti già negli anni Sessanta con i Country Joe & the Fish e dal 1970 si esibisce da solista. Il concerto è partito con una mezz’ora di ritardo “apparente”. Perché? Country Joe McDonald avrebbe dovuto cominciare alle 13.00. Il motivo del “ritardo” è che la “baracca” per gli Iron Butterfly veniva montata proprio prima del set di Joe (e montata pure con successo). Sembrava quindi che Joe, salito sul palco con un berrettino con la visiera a cantare belle canzoni con la chitarra folk, fosse solo un altro “roadie” degli Iron Butterfly venuto a fare un “sound check” di routine. Poi, quando ha cominciato a “svegliare” un pugno di gente con qualche battuta, ha fatto notare che il concerto era iniziato. Insomma, chi ama il country, benvenuto a casa. “Entertainment is my bussines!”, recita uno degli slogan dell’uomo venuto a intrattenere appena 500 teste sotto il palco. Mah. Sono seguiti 40 minuti monotoni. Ha provato a divertire il pubblico da solo. Compiti così sono sempre ingrati, visto che per lui, leggenda di Woodstock e della generazione flower power, dev’essere dura suonare all’ora di pranzo. Ciò nonostante se l’è cavata in qualche modo, senza dimenticare i successi più grandi, tra cui Flying High e Crystal Blues. Per i festaioli che si buttano sulle scene “country” è roba graditissima, per tutti gli altri che vogliono una scarica di rock eruttivo e primordiale nelle vene, invece, uno spettacolo che merita appena una menzione e che è meglio digerire il prima possibile.
 
Nelle pause, mentre preparavano il palco per le band successive, ci siamo dati a curiosare tra le bancarelle con le offerte più varie di bevande, cibo e divertimento. Peccato forse che l’evento fosse su un parcheggio, sull’erba sarebbe stato molto più piacevole.
 
IRON BUTTERFLY 14.30 – 15.23:
I loro anni d’oro sono finiti da un pezzo, oggi nella band sono rimasti solo due membri storici. Il bassista è Lee Dorman, il batterista Ron Bushy. Con loro ci sono il chitarrista e cantante Charlie Marinkovich e il tastierista Larry Rust. Gli Iron Butterfly sono i veri rappresentanti dell’hard rock progressivo e psichedelico. Hanno condito il set con alcuni interessanti assolo, per i quali sono famosi da quarant’anni. I pezzi erano dilatati in modo psichedelico, nello stile dei loro esordi. Alcune melodie mi sono sembrate un po’ cupe, l’esatto contrario del giallo rovente del sole che ci succhiava i liquidi dal corpo. Un set solido, con qualche lieve scivolone di stile da parte del chitarrista, chiuso dagli Iron Butterfly con il loro più grande successo In-a-gadda-da-vida, che su disco dura la bellezza di diciassette minuti. Stavolta è durata ancora di più, e ha entusiasmato solo i signori più incalliti sotto il palco.

Scaletta:
1. Iron Butterfly theme
2. You Can’t Win
3. Easy Rider
4. Butterfly Bleu
5. Blues?
6. In-a-gadda-da-vida

WILLY RESETARITS & EXTRACOMBO 15.52 – 17.09:
Il musicista austriaco Willy Resetarits ha portato i colori nazionali con una strumentazione interessante, visto che nella sua squadra c’erano percussioni, fiati, mandolino, fisarmonica e contrabbasso. Un gruppo così suona senza problemi musica che attinge a blues, folk, world music, polka e valzer. Qualche pezzo l’ha cantato in inglese, e al pubblico, oltre che nella lingua madre, ha detto grazie anche in inglese e perfino in sloveno. Una vera sorpresa! Sul palco sedeva a un vecchio tavolo da contadini, coperto da una tovaglia a quadri rossi e bianchi, come quelle che si trovano anche dalle nostre nonne. Sul tavolo, ovviamente, non mancava la birra. Il signor Resetarits ha pescato tra alcune cover che hanno messo la gente di buonumore. Tra queste abbiamo sentito Demasiado corazon di Willy De Ville, Wild night di John Mellencamp e la swingante Moondance di Van Morrison. Le cover citate per lui non sono niente di insolito, nella carriera ha parecchi dischi in cui ha rielaborato classici della musica leggera, uno l’ha dedicato addirittura solo a Van Morrison. Willy Resetarits a noi sloveni non dice granché, ma nell’economia dell’intero festival il suo set è stato una gradita variazione sul tema. 

 
MANFRED MANN’S EARTHBAND 17.55 – 18.35:
Durante la pausa ci ha parlato un rappresentante degli organizzatori e ci ha detto che i membri dei MMEB erano rimasti imbottigliati nel traffico e che quindi il loro set sarebbe stato più corto, dato che gli organizzatori dovevano rispettare rigorosamente la tabella di marcia. Uffa, io che li volevo sentire in versione un po’ più lunga. Forza maggiore, che ci vuoi fare! Manfred Mann è un apprezzato tastierista (sudafricano di nascita) e cantante occasionale, che ha infilato i primi successi in Gran Bretagna già a metà degli anni Sessanta, quando alla voce c’era Paul Jones. Negli anni Settanta incise dischi di ricerca con i Manfred Mann Chapter Three, poi a metà decennio li ribattezzò e li rimodellò in Manfred Mann’s Earthband. Nei dischi dei successivi otto anni ha presentato alcune opere ingegnose e tecnicamente impeccabili, per lo più nobilitate dalla voce di Chris Thompson. Peccato che non suoni più con loro, proprio per questo ero curioso di vedere come avrebbe riempito le sue scarpe il nero Noel McCalla, che però non è nato ieri. Nella carriera ha cantato nei dischi di Paul Carrack, Trevor Rabin, Mike Rutherford dei Genesis e dei gruppi Sniff ‘n’ the tears e Mezzoforte. Incredibile quanto assomigli a Thompson per timbro. Anche l’interpretazione e la resa di linee vocali impegnative erano ineccepibili. Il quintetto era molto affiatato, nel set breve ci hanno voluto presentare i pezzi migliori. Verso la fine hanno avuto qualche problema con il suono, la batteria era troppo alta e il suo martellare si è trasformato in uno sfrigolio. Mann (nato Manfred Lubowitz) è sovrano dietro le tastiere, suona con la disinvoltura che ha solo un musicista esperto (eh, ne ha già 65 sulle spalle!). Si è impegnato bene anche il collaboratore di lunga data, il chitarrista Mick Rogers. È interessante che molte band britanniche degli anni Settanta abbiano un pubblico fanatico nei paesi di lingua tedesca. Così non ha sorpreso il coinvolgimento del pubblico in tutti i pezzi, visto che hanno suonato i successi più grandi. La Spirit in the night di Springsteen in apertura lasciava intuire che il set sarebbe stato d’impatto e onesto. Non mi sbagliavo. In Demolition man di Sting Rogers ha brillato con un assolo veloce e ingegnoso, e nella Mighty Quinn di Dylan hanno infilato un pezzetto di Smoke on the water dei Deep Purple. Un set intenso ed energico dei vecchi gatti del rock!

Formazione:
Manfred Mann – tastiere, voce
Mick Rogers – chitarra, voce
Steve Kinch – basso
Noel McCalla – voce
Geoff Dunn – batteria

Scaletta:
1. Spirits In The Night
2. Blinded By The Light
3. Demolition Man
4. Davy’s On The Road Again
5. Mighty Quinn
—bis—
6. Martha’s Madman

GARY MOORE 19.15 – 20.25:
Questo chitarrista irlandese molto apprezzato, con una lunga carriera alle spalle, era il successivo. Si è esibito con l’aiuto di tre amici, tra cui il più famoso è il batterista Brian Downey. Insieme a Gary suonavano un tempo nei Thin Lizzy. Moore è un chitarrista con un senso perfetto della dinamica nel suo approccio alla musica. La chitarra principale era una Gibson Les Paul, ma non ha disdegnato la Stratocaster e la Grande Rossa Gibson ES 335. Il set l’ha costruito in modo ponderato, assennato e adatto all’occasione. Le sue magie sul manico hanno fatto venire la pelle d’oca a molti. L’ho visto per la prima volta diciannove anni fa a Klagenfurt, alla fiera, quando presentava il disco Wild frontier del suo periodo hard rock da solista. Come sappiamo, nel 1990 è tornato al suo primo amore: il blues. I pezzi che ha suonato erano una specie di mix di blues e altri classici che eseguiva con i Thin Lizzy o da solista. La sezione ritmica e il tastierista sono affiatati, ma niente di più. Il bassista dava l’impressione di un signore stanco che aspetta solo che il concerto finisca. Forse mi sbaglio, probabilmente si è messo quella faccia inconsciamente quando “è subentrato”. A proposito, è divertente osservare Moore, che smorfie si dipinge sul viso. Satriani e Vai non gli arrivano nemmeno alle ginocchia. Ma non importa, l’importante è che Gary Moore mi abbia convinto ancora una volta. Stavolta con le esecuzioni di Don’t believe a word, forse più blues dell’originale dei Thin Lizzy, ma sempre entusiasmante per i cambi di tempo e l’interpretazione impeccabile. In Too tired lui e il tastierista si sono fatti un bel duello tra strumenti, cosa che alza sempre la temperatura attorno di qualche grado. Faceva ancora caldo, e Gary ha scherzato dicendo che faceva così freddo che gli si erano congelate le palle….. Moore va lodato, a ben oltre i cinquanta, anche come cantante. Suonare la chitarra da maestro e cantare allo stesso tempo è una virtù che molti gli possono invidiare. Il sole tramontava piano piano e le note convincenti di Gary mi hanno ricordato i tempi in cui, nell’ex Jugoslavia, noi ragazzini aspettavamo con ansia genitori o amici che andavano per un giorno oltre confine e portavano qualche disco da una lunga lista dei desideri. Tra questi c’era una volta (nel 1983) anche Victims of the future di Gary Moore. Allora aveva già un pedigree interessante, il disco era piuttosto hard rock, ma conteneva un grosso plus: la sentita ballata Empty rooms, che cantava di un amore perduto e del vuoto che un evento simile si lascia dietro. Nell’epoca moderna dell’instant anche le ballate lunghe hanno avuto versioni accorciate per la programmazione radiofonica. Gary Moore ce l’ha servita per intero, giù il cappello!

 
Formazione:
Gary Moore – chitarra, voce
Vic Martin – tastiere
Pete Rees – basso
Brian Downey – batteria

Scaletta:
1. Oh Pretty Woman
2. All My Lovin’ Is Lovin’
3. Since I Met You Baby
4. Midnight Blues
5. Don’t Believe A Word
6. Empty Rooms
7. Too Tired
8. Still Got The Blues
9. Walking By Myself

—bis—
10. The Blues Is Alright

BILLY IDOL 20.55 – 22.30:
William Broad da punk dei Generation X ne ha fatta di strada. Dopo i grandi successi degli anni Ottanta, nei Novanta ha dato ben poco. Il vagare nel mondo dello sballo davvero non porta risultati. Allora l’ho visto a Budapest come spalla dei Bon Jovi. A giudicare dal set al Lovely Days festival o da quello dell’inverno scorso a Vienna, giuro che non sono sicuro di aver visto la stessa persona. Billy è un cinquantenne vitale con un fisico che può invidiargli anche qualche ragazzo con la metà dei suoi anni. Energico, sempre a saltellare e a rimbalzare, il tipo incitava il pubblico con provocazioni leggermente erotiche, di cui erano felicissime soprattutto ragazze, mogli, zie e nonne in platea. Il suo torso nudo brillava splendente nel lucido del sudore e delle luci bianche: invitava alla festa….I suoi collaboratori sono virtuosi incredibili. Quando si sono ritrovati con il chitarrista Steve Stevens, con cui aveva scritto tutti i grandi hit degli anni Ottanta, ho capito che sarebbe stato un trionfo. Il disco del ritorno Devil’s playground ha spostato Idol nel XXI secolo, ha tenuto le posizioni di prima e ha convinto il pubblico con un set onesto. Abbiamo sentito il meglio del meglio, forse qualche pezzo si poteva scambiare con un altro, ma a me andava bene anche così. Prima del pezzo Scream ha detto che la sua stagione preferita è l’estate, quando le ragazze girano poco vestite (in abiti estivi) (probabilmente conosce Djevojke u ljetnim haljinama volim dei Haustor :-). Ha annunciato il nuovo inno austriaco e l’ha anche cantato, il titolo è Rebel Yell! Più o meno a metà ha attaccato il classico In the summertime di Mungo Jerry, e io non mi sono scomposto più di tanto, perché in questi casi di solito si tratta di qualche verso o di una strofa e del ritornello. Che errore! Billy e i ragazzi l’hanno tirata giù con una mano sola. Eyes without a face era in versione acustica, spiccava in particolare il chitarrista Stevens. Se non lo sapete, ve lo sussurro: suona la chitarra flamenco come Paco De Lucia o almeno come Vicente Amigo! Il pezzo To be a lover gli ricorda sempre di mettersi il preservativo, prima di L.A. Woman ha lanciato senza sosta frisbee di carta, e per tutto il tempo passava bottiglie d’acqua alle prime file. Si è ricordato anche del suo gruppo Generation X, con cui a fine anni Settanta aveva avuto parecchio successo. Hanno suonato Ready, steady, go. Nel bis ha cantato a cappella, cioè senza strumenti, l’hit planetario del momento Crazy del duo Gnarls Barkley, con l’osservazione che anche lui sa cosa gira alla radio. Per finire si sono tenuti una versione estesa di Mony, Mony, in cui hanno brillato il chitarrista Stevens e il batterista Brian Tichy, stavolta nel ruolo di chitarrista solista. Tichy ha tra l’altro un suo gruppo, quando non è in tour con cantanti famosi, e Stevens dice di lui che è bravo quanto lui stesso. È nato un vero duello di chitarre, proseguito con un crescendo di inserti chitarristici e con un alternarsi a braccia incrociate sul manico del vicino. Pian piano ha preso la chitarra elettrica anche Billy, dietro di lui il tastierista Derek Sherinian, e un attacco a quattro chitarre ci ha schiacciati fino alla fine. Per chiudere ci ha cantato l’antichissimo classico britannico della cantante Vera Lynn We’ll meet again, che nella seconda guerra mondiale accompagnava i soldati al fronte……Bum, Billy, bum!

 
Formazione:
Billy Idol – voce, chitarra
Steve Stevens – chitarra
Stephen McGrath – basso
Brian Tichy – batteria, chitarra
Derek Sherinian – tastiere, voce, chitarra

Scaletta:
1. Dancing With Myself
2. Flesh For Fantasy
3. White Wedding
4. Scream
5. Eyes Without A Face
6. Sweet Sixteen
7. In The Summertime
8. To Be A Lover
9. L.A. Woman
10. Blue Highway
11. Ready, Steady, Go
12. Rebel Yell

—bis—
13. Crazy (Gnarls Barkley)
14. Hot In The City
15. Mony, Mony
16. We’ll Meet Again

THE WHO 23.04 – 00.30:
Ventiquattro anni senza nuovi pezzi e senza un album in studio? Alcuni devono incidere ogni anno, altrimenti il mercato li sputa e li dimentica. I The Who hanno qualcosa che già oggi li colloca tra gli immortali. Le grandi canzoni di Pete Townshend, la voce virile di Daltrey, il basso brillante di John Entwistle e la lucidità maniacale di un piccolo cataclisma chiamato Keith Moon. Sì, ma era una volta, perché Entwistle e Moon purtroppo ci hanno lasciati (2002 e 1978). Inutile scrivere che i The Who avevano il parco luci e il suono più perfetti di tutti gli artisti del secondo giorno del Lovely Days festival. I primi tre pezzi erano successi brevi, incisivi e concisi degli anni Sessanta. Daltrey e Townshend hanno dimostrato che non andranno in pensione tanto facilmente. Abbiamo visto tutti i trucchi chitarristici di Townshend, compresi i mulini a vento (gira il braccio destro come un’elica e picchia sullo strumento) e le spaccate nei salti sul palco. E a sessantadue anni! Forse ogni tanto qualche nota è arrivata un po’ in ritardo o è stata sottolineata poco, ma lasciamo perdere le piccolezze. Roger Daltrey era in forma, come si suol dire. Ha preferito evitare un po’ le note più alte, ma le urla penetranti e inarticolate le ha tirate fuori volentieri. Townshend cantava nei registri di falsetto e insieme hanno creato il suono dei The Who. Figuriamoci se ci fossero stati anche i due membri scomparsi?! Beh, per questo c’erano il fedele tastierista John “Rabbit” Bundrick (li aiuta dal vivo da quasi trent’anni), l’eccellente giovanotto Zak Starkey (figlio del Beatle Ringo Starr, suona anche negli Oasis, n.d.r.), il chitarrista ritmico molto solido e fratello di Pete, Simon, e lo slanciato virtuoso del basso Pino Palladino (dai un’occhiata al suo sito www.pinopalladino.com e vedrai che razza di fuoriclasse è quest’uomo). Tra tutti i pezzi poderosi che i The Who hanno nel bagaglio, hanno scelto quelli giusti per un’ora e mezza di show. Anche quelli che avevano già ceduto e dormivano sulle loro brandine da campeggio sono balzati in piedi alle prime note e la gioia non finiva più. Simon e Bundrick completavano in modo accordato anche le armonie vocali. Zak Starkey picchiava con tale veemenza che pensavo di avere davanti John Bonham dei Led Zeppelin. Il figlio è molto più bravo del padre, su questo non ci sono dubbi. Per quel che sono riuscito a vedere, Townshend è parecchio più stanco di Daltrey, ma dopo decenni di rock ‘n’ roll non glielo si può rimproverare. Soprattutto perché per l’autunno è promesso un nuovo album in studio. Secondo me i The Who anche il prossimo anno presenteranno in lungo e in largo i pezzi nuovi in Europa. Dal nuovo disco abbiamo sentito Mike Post theme (il signor Post è un compositore americano di musiche per film e serie TV, ricordate Magnum P.I., L.A.Law, NYPD Blue e altre). Prima del pezzo Real good looking boy (uscito insieme a Old red wine come nuovo brano nella raccolta Then and now) Daltrey ha detto che una volta aveva visto Elvis Presley dal vivo e che pensa ancora che sia uno dei più grandi cantanti mai esistiti. In questo pezzo, già nella versione in studio, hanno infilato un frammento di Can’t help falling in love, rendendo il giusto omaggio al Re. Particolarmente magiche per me sono state due creazioni rappresentative dei The Who, Won’t get fooled again e Who are you. La prima è una mina rock d’impatto che non lascia nessuno indifferente. L’urlo animalesco di Daltrey era quello della registrazione del 1971 dal disco Who’s next! Who are you ha incantato con un’ottima esecuzione, la parte centrale, più calma, l’hanno un po’ rimaneggiata, ed è proprio questo lo scopo di un’esibizione dal vivo, no? Baba O’ Riley ha nel disco un assolo di violino, stavolta l’ha sostituito un dignitoso Daltrey con l’armonica a bocca. I The Who stanno sicuramente lassù con i Rolling Stones e i Beatles (se questi ultimi per miracolo suonassero ancora dal vivo, sarebbe davvero interessante!), cioè ai vertici della storia del rock. Dopo il pezzo dal film Quadrophenia è arrivata l’obbligatoria, piuttosto corretta My generation. Cosa avrebbe suonato Palladino al posto del fluido assolo di John Entwistle, mi sono chiesto con un brivido? Erano quattro inserti, due identici a quelli di John, gli altri due scintille erotiche e dimostrazioni di tecnica sopraffina, se posso prendere in prestito le parole del signor Peter Mlakar. Mi è corso un brivido lungo la schiena quando sono tornati per il bis. Substitute, poi i temi principali dal film e opera rock Tommy. Un finale riuscito e signorile, e punto!

 
Formazione:
Pete Townshend – chitarra, voce
Roger Daltrey – voce, chitarra, armonica a bocca
Simon Townshend – chitarra, voce
Zak Starkey – batteria
John “Rabbit” Bundrick – tastiere, voce
Pino Palladino – basso

Scaletta:
1. Can’t Explain
2. The Seeker
3. Anyway, Anyhow, Anywhere
4. Who Are You
5. Mike Post Theme
6. Behind Blue Eyes
7. Real Good Looking Boy
8. Baba O’Riley
9. Love Reign O’er Me
10. My Generation
11. Won’t Get Fooled Again
—bis—
12. Substitute
13. Pinball Wizard
14. Amazing Journey
15. Sparks
16. See Me, Feel Me
17. Listening To You

Le pause erano cronometrate al secondo e i pedanti austriaci avevano un bel da fare per rispettare la tabella di marcia. Per il resto c’era una buona assistenza per accaldati, affamati, assetati, bisognosi di un medico e invalidi con uno spazio apposito, in vendita grandinavano magliette e altri souvenir, tanto che avevamo un Woodstock in miniatura. Mi ha dato fastidio solo che non avessero messo videoschermi per la gente piuttosto lontana dal palco. Probabilmente sono finiti i soldi…..Quando si impietosirà di noi qualche ricco padrino e ci offrirà qualcosa di simile in Slovenia? Complimenti a Concert Freak per l’organizzazione e per la consegna rapida fino a casa!!!

Setlist

22.07.2006 (Sabato) THE WHO BILLY IDOL GARY MOORE MANFRED MANN’S EARTH BAND WILLI RESETARITS & EXTRA COMBO IRON BUTTERFLY COUNTRY JOE MCDONALD

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