In viaggio misterioso con i Blackmore’s Night a Zagabria (2009)!
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Dvorana Vatroslav Lisinski / Zagabria / Croazia
Data del concerto: 27.01.2009
Spettatori: 3000
Prezzo del biglietto: 190,00HRK
Ti ricordi ancora la visita dei Blackmore’s Night a Lubiana, il 22.04.2007? Il concerto era all’aperto, in pieno centro di Lubiana (Križanke)! A meno di dieci metri dal palco ruggiva e rimbombava il traffico della vicina Zoisova ulica. Il bello è che, quando si esibiscono i più improbabili “scalmanati balcanici”, la Zoisova ulica viene chiusa con gran cortesia a tutto il traffico. Un trattamento che il nostro leggendario fondatore di Deep Purple e Rainbow, Richie Blackmore, nella capitale slovena, cronicamente a corto di cervello rock, non ha visto nemmeno col binocolo. Durante quel concerto il disagio del chitarrista si sentiva eccome e il pubblico ne è uscito concretamente penalizzato.
A poco meno di due anni di distanza i Blackmore’s Night partono per un breve tour europeo, seguito da una scappata in Nord America. Stavolta le date sono tutte al chiuso, in sale che di solito ospitano di tutto, dal balletto agli spettacoli di marionette. Il tour è più che mai d’attualità, perché la formazione porta in giro il nuovo album in studio “Secret Voyage” (SPV Records, 2008). La prima data è proprio Zagabria, alla Dvorana Vatroslav Lisinski (l’equivalente lubianese sarebbe il Cankarjev dom). Un’atmosfera completamente diversa rispetto a Križanke. Nonostante gli organizzatori ci avessero consigliato di essere sul posto il più puntuali possibile, perché i concerti iniziano praticamente al minuto esatto, stavolta, spaparanzati sulle poltroncine della sala, abbiamo quasi cominciato a perdere le speranze.
Come previsto, e anche per esplicita richiesta del management della band, pure stavolta la sala ha accolto una bella dozzina di tipi azzimati venuti a sfoggiare i loro abiti rinascimentali al concerto. Il primo premio tra i fricchettoni in costume è andato senza dubbio a un tizio che si era infilato un’intera armatura da cavaliere e si trascinava goffamente per la sala nella sua confezione di latta.
L’attesa è stata dura. Mi si chiudevano gli occhi, perché erano passati almeno 45 minuti di attesa extra, che ci siamo ammazzati in sala. Le lancette si erano pericolosamente inclinate verso le nove e mezza quando è partita l’intro registrata del nuovo disco “Secret Voyage”, intitolata God Save The Keg. L’intro saliva sempre più di volume. Siccome le luci in sala erano rimaste accese, la gente non aveva nemmeno capito bene che il concerto era in realtà iniziato. Dopo un buon minuto la sala ha cominciato a oscurarsi, la gente si è risvegliata, ha iniziato ad applaudire e a cinguettare rumorosamente.
Sul palco compaiono sua eccellenza Richie Blackmore (chitarra, mandolino, domra, hurdy gurdy), Candice Night (voce, tamburello, flauti), Bard David of Larchmont (tastiere, seconda voce), Squire Malcolm of Lumley (Malcolm Dick) – percussioni/batteria/seconda voce e due membri del tutto nuovi, il bassista/chitarrista/mandolinista Earl Grey of Chamay (Mike Clemente) e la ragazza dai capelli rossi Gypsy Rose (violino, seconda voce).
Sul telo una poppa di nave che fende la foschia della notte verso il grembo di una luna piena, con Locked Within Crystal Ball. Nell’assolo d’apertura al mandolino Blackmore non si sentiva abbastanza, ma hanno sistemato la cosa in un attimo. Il suono è stato impeccabile per tutto il concerto, e a questo ha contribuito in gran parte anche l’ottima acustica della Dvorana Vatroslav Lisinski. I posti erano tutti pieni e in sala si divertivano circa 3000 teste, la maggior parte sui quarantacinque anni di media, senza il minimo segno di assillo per la gloria passata e per il contributo di Richie Blackmore al bene e alla fioritura del regno del rock. Lui c’ha messo una bella manciata di minuti per “scaldarsi” e sciogliersi. Nella prima metà ha fatto la parte della sorprendente comparsa, mentre la scena era tutta per la sua (da poco) consorte Candice, che con il suo canto leggero come una piuma, il temperamento dolce e civettuolo, una straordinaria presenza scenica e una voce incantevole guidava la band sul palco con assoluta sicurezza. Interessante: la sua forza espressiva è emersa per la prima volta in modo evidente proprio nella cover di un classico dei Purple, Soldier Of Fortune, dove lei e Richie sono rimasti soli sul palco e la delicatezza e la sottigliezza, grazie al dono innato di combinare gli slanci canori rinascimentali della pastorale celtica con l’inconfondibile tocco chitarristico di eternità di Richie, hanno sprigionato le scintille più intense. Un effetto, insomma, a crescita inversamente proporzionale: meno strumenti accompagnavano Candice, più la sua voce risultava convincente e incantevole. Straordinaria. Tra tocchi squisiti di acustica e un’immedesimazione sentita di Candice, sono risuonate benissimo anche le cover Wish You Were Here (Rednex) e Diamonds And Rust (Joan Baez).
L’uomo in nero, invece, si è svegliato per la prima volta e ha fatto capolino dallo “sfondo” sotto il fascio dei riflettori, con un bel po’ di lux in più, durante la cover dei Rainbow Ariel, dove sotto la sua bacchetta si è risvegliata tutta la squadra sul palco e abbiamo potuto, per la prima volta, renderci conto della magia dell’inconfondibile suono della Fender Stratocaster. Non importa dove, quando o come nella carriera di Blackmore: è stato il momento in cui l’ascoltatore ha potuto fondersi dal vivo con l’espressione, le emozioni e la percezione unica della musica di questo genio. Quello che prima era concesso solo attraverso protesi audiovisive (leggi: supporti sonori), alla fine si poteva ingoiare a cucchiaiate piene dal vivo. In un attimo la pelle si è riempita di brividi, al suono dell’immenso lamento malinconico della Stratocaster di Blackmore.
In quel momento ti si accende la lampadina: quello che fa il tizio con i Blackmore’s Night, in fondo, non ha niente di nuovo. Ce l’aveva dentro da sempre e stava maturando. Veniva a galla per forza già ai tempi di Deep Purple e Rainbow, ma in dosi diverse e in un altro contesto, naturalmente. Anche oggi, mentre annoda gli assoli dentro i pezzi originali dei Blackmore’s Night, Richie ci infila i tipici ghirigori solistici del suo periodo Purple/Rainbow più famigerato, qualunque strumento a corde abbia in mano.
È interessante stare a guardarlo. Un vero egotrip. Mentre Candice gorgheggia in primo piano, l’uomo in nero se ne sta un po’ dietro di lei, coccola la sua chitarra con lo sguardo letteralmente immerso fino alle orecchie, oppure, a occhi chiusi e al limite del distacco, insegue le tonalità che il suo stesso suonare fa nascere. Sono rari i momenti in cui rivolge lo sguardo al pubblico, e quando succede ti può colpire uno sguardo fisso velenosissimo da sotto la fronte: ti trapassa con gli occhi socchiusi come un fulmine a ciel sereno. Richie, ovviamente, dirige e guida gli altri musicisti con le mani e con i movimenti della testa (cenni di sì, cenni di no). Quando vuole che la batteria si fermi si passa una mano sulla gola, il che potrebbe voler dire anche: “Ti taglio la testa!” Ma senza questo non sarebbe il nostro Richie. Allo stesso modo, con bruschi scatti del capo in entrambe le direzioni, durante il concerto mandava Candice a destra e a sinistra sul palco. I confini sul palco sono tracciati con rigore: dove ci si può muovere, come ci si può muovere e quando ci si può muovere. Richie non lo incontrerai mai all’estrema destra (guardando dal palco verso il pubblico). Il suo bassista (alla destra di Richie) non si avvicina al centro del palco, figurarsi se oltrepassa la linea immaginaria dell’asta del microfono, cioè il punto dove è piazzata Candice. Gypsy Rose è comparsa accanto a Candice per un solo brano, per il resto se ne stava allegramente a ricamare col suo violino nell’angolo all’estrema destra, anche se con la sua ottima esecuzione (l’assolo durante Russian Song) ha “cacciato dal palco” lo stesso Richie (che è scappato in modo teatrale durante il suo assolo, come a dire: “Tanto qui non ho più niente da fare!”), scatenando salve di risate in sala.
Naturalmente Candice è il tramite naturale tra la band (soprattutto Richie) e il pubblico. In questo senso risulta un po’ fastidioso il suo continuo occuparsi di Richie sul palco, tipo: “Allora, cosa desidera adesso il nostro piccolo Richie!?” Ma è il modo di attirare l’attenzione che l’uomo in nero pretende per sé. Alla fine dei conti è buffo. Richie è semplicemente un grande bambino.
Il concerto è stato incredibilmente lungo. Più di due ore e mezza. E quando la band ha salutato, il pubblico, in evidente estasi, ha cominciato a cantare il motivo di base del classico dei Purple Black Night. Per paura della pluriennale allergia di Blackmore ai Purple (alimentata artificialmente anche dai media), temevo che i Blackmore’s Night a quel punto avrebbero davvero levato le tende da Zagabria in un lampo. E invece mi ha smentito, anzi scioccato, una raffica distorta sparata da dietro il sipario, partita dalla Stratocasterina di Richie! Aaaaa….
Ehi!!! Il tizio si presenta sul palco con i suoi sudditi e attaccano davvero Black Night. Richie con la Stratocaster, con assoli presi da un altro mondo. Il palco diventa Blackmore. E il tipo non smette di sorprendere quando si mette a giocare con il riff principale di chitarra di Woman From Tokyo. Non ci è rimasto a lungo, ma è passato a un pigro arpeggiare di accordi semplici, con la mano appoggiata a smorzare le corde. Quando Candice ha aperto bocca: “We all came down to Montreux….” la sala è saltata fin sotto il tetto! Ancora più forte ci ha scossi quando Blackmore, dopo il ritornello, si è tirato fuori l’originale riff dei Purple.
Che dire alla fine? Che tu sia o no ancora rimasto male per i rifiuti di Blackmore a ogni proposta di rimettere in piedi Purple o Rainbow, sappi che se sei venuto a un concerto dei Blackmore’s Night puoi goderti il genio di questo musicista fino in fondo! E questo è il punto. Io stesso l’ho capito davvero al concerto, perché fino ad allora covavo nel profondo un sentimento represso di rabbia verso un artista a cui non va più di occuparsi delle band di origine, e ora posso invece essergli grato per avermi liberato da quel laccio.
I Blackmore’s Night sono una cosa fantastica, e se ami i suoni celtici e il Rinascimento intriso di arrangiamenti classici, guidati dalla combinazione unica di Candice e Richie, questo incontro non puoi proprio lasciartelo scappare! Richie si diverte! Ormai è verificato! Il pubblico croato, in generale, ha reagito in modo straordinario e si è calato alla perfezione nel senso dell’esibizione dei Blackmore’s Night, il che ha aggiunto punti bonus alla sensazione complessiva finale, quando in sala è risuonata l’ultima nota e il saluto d’addio della band. L’energia che girava durante il concerto era unica.
Detto questo, su un paio di cose c’è comunque da ridire. A ogni concerto dei Blackmore’s Night incontrerai “fotoesorcisti” (leggi: “addetti alla sicurezza”) che se ne vanno in giro liberamente e che possono toglierti per sempre una parte dei tuoi beni (leggi: dispositivi di registrazione di ogni tipo). Non solo. Anche i cellulari sono a rischio. Sì. Anche se fotografi da 50 metri o più dal palco. Questa è la politica del management. E puoi anche finire fuori dalla sala e venire “rimosso fisicamente” dal posto, se risulti “incorreggibile”. Credo che nessun pubblico meriti un’umiliazione del genere, e per questo è una grande vergogna per la politica del management della band, che getta una grossa macchia nera non solo su di sé e sulla band, ma sull’immagine globale dell’industria musicale.
E questo andirivieni di cani umani con tanto di etichetta è terribilmente fastidioso: ti abbandoni completamente al piacere della musica e un attimo dopo qualcuno ti sbuca nel campo visivo da destra o da sinistra. Senza il minimo riguardo. E la gente i biglietti li ha pagati. Mi chiedo seriamente se, dopo queste “amarezze” imposte durante lo show, andrò ancora a un concerto dei Blackmore’s Night. Tra l’altro, è stato il primo concerto dei Blackmore’s Night nella carriera della band in cui Candice e Richie si sono esibiti come coppia di sposini freschi di giornata.
E oltre a quanto elencato, cos’hanno suonato ancora i Blackmore’s Night a Zagabria? Questi: Queen For A Day (Part 1 and 2), Under A Violet Moon, Streets Of London, Times They Are A Changing (orig. Bob Dylan), Durch den wald zum Bachaus, World of Stone, Guilded Cage, Far Far Away, Home Again (plus Ode To Drinking), Loreley, I Still Remember, Renaissance Faire, Ghost Of A Rose, Fires At Midnight, The Clock Ticks On, The Village Lanterne, All For One.
foto: Jadran Tomšič
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