Play It Loud III: gli Exciter spazzano via la concorrenza! (2009)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: club Ke Me Meo / Argelato (Bologna) / Italia
Data del concerto: 28.02.2009
Presenze: 900
Prezzo del biglietto: 25,00€
Il terzo “Play It Loud!” di fila, una specie di versione italiana del festival tedesco Keep It True, che dalla sede dell’anno scorso a Orzinuovi, vicino a Brescia (club Buddha Rock Cafe), si è spostato ad Argelato, vicino a Bologna (club Ke Me Meo), è in fondo un festival che offre sempre un ottimo motivo per esserci a tutti i costi.
Un festival che mette in fila band che oggi, qui nel Vecchio Continente, sono tremendamente difficili da beccare dal vivo. L’anno scorso ci siamo goduti reperti fossili come Coven Hoof, Manilla Road, Steel Assassin, Elixir o Helstar; quest’anno gli organizzatori ci hanno viziato annunciando gli ottimi metal-maniaci canadesi Exciter, i padrini inneggianti del power metal Jag Panzer, le leggende britanniche della N.W.O.B.H.M. Jaguar, poi i veterani francesi LoneWolf e qualche chicca dell'”old school” del metal italiano, come Bud Tribe o Vanexa.
Come è ormai noto, tra le mie solite sciatterie e il rifiuto ostinato delle invenzioni moderne che atrofizzano i sensi umani (leggi: gli infallibili navigatori), perdersi di nuovo nella periferia di Bologna era praticamente inevitabile.
Finalmente! Arrivo sul posto verso le 16.00. Davanti al Ke Me Meo c’è già un bel fermento. Gente in abiti stravaganti che si fa notare, musica a tutto volume dalle autoradio, un chiacchiericcio che rimbomba per tutta la strada industriale di Argelato, il paesino tascabile alle porte di Bologna, e un abbandono libero agli oppiacei di origine erbaceo-alcolica. Prima che RockLine arrivasse al club, avevano già fatto il loro dovere i Fallen Fucking Angles, che hanno aperto con tutti gli onori questo Play It Loud. Hanno scaldato il pubblico con la loro versione italiana di chi cammina sulle orme dei leggendari Exciter e Anvil; roba che può interessare anche a tutti gli speed metaller old school che ti accendi con i vecchi Agent Steel, e il collegamento con gli slanci dei panorami primordiali della n.w.o.b.h.m. è possibile pure lui. Dopo di loro la serata è andata avanti, e con il suo bel carico di interesse, sul palco del terzo Play It Loud con i National Suicide, gente di Trento che coltiva un linguaggio thrash/speed old school primordiale nello stile dei primi Exodus, Overkill, Anthrax o Xentrix. Se ami lo shot di vecchia scuola dritto in vena, dai assolutamente un ascolto a entrambe le band!
Il tris d’apertura a tutto volume è stato chiuso dai Wotan, cavalieri epici e inneggianti di Milano che, per lo stile che coltivano, devono parecchio ai Manowar, gonfi di steroidi e unti d’olio. Immagina i Domine italiani, persino la voce ricorda un po’ Morby (Sabotage, Domine); noi li abbiamo beccati per il rotto della cuffia appena arrivati.
LONEWOLF:
Dopo i Wotan sono saliti sul palco i francesi Lonewolf, finiti in scaletta come ospiti già in anticipo. La band di Grenoble ha offerto in realtà un collegamento interessante con i predecessori Wotan: anche loro coltivano quel battle metal epico. Il gruppo esiste dal 1992 e ha pubblicato 4 album in studio. Ha attaccato con un suono ruvidissimo, un assalto che ti prende a craniate, ottime linee ritmiche, una voce gutturale e rocciosa al centro, motivi melodici a corda singola sopra i riff, “spezzettati” in stile Running Wild classici: un nuovo ottimo motivo per impalarsi in estasi, per qualsiasi vero metal-maniaco. La band ha aperto la sua esibizione energica con la epica e martellante Shadowland, seguita da un’ottima puntata successiva sulla stessa frequenza, Divine Art Of Lies. Evidentemente quest’anno l’organizzatore ha pensato davvero a tutto per portare sul festival chi è fedele fino al midollo agli ingranaggi ossificati della scuola heavy metal tradizionale. Esibizione intensa e un grande sì al lupo vagabondo di Francia!
•1. HOLY MARTYR:
I metallari milanesi sono un’altra delle band italiane votate alla marcia militare in ogni brano che esce dalla loro penna di compositori. Anche se la formazione risale agli anni Novanta, solo nel 2007 sono riusciti a sfornare il debutto in studio “Still At War” (2007), seguito l’anno scorso da “Helenic Warrior Spirit”. Un’altra band che può vantare una preparazione tecnica eccellente e un’intesa fuori dal comune, che era il marchio anche dei gruppi precedenti. Con la componente inneggiante, molto melodica, ben in evidenza, e melodie all’assalto, hanno fatto felice in sala soprattutto i fan dei Manowar. Gli anni Ottanta si disegnano sul palco del festival in modo efficacissimo anche con gli Holy Martyr! Tra gli altri pezzi, la band ha proposto Lakedaimon e From The North Comes The War, entrando così nel cuore di chi incitava sotto il palco, innamorato delle battaglie combattute prima dell’invenzione della polvere da sparo! Una band motivatissima, con un’esibizione che dimostrava soltanto come tutte le band si fossero presentate al festival con estrema serietà e con una tale voglia da sfidarsi a vicenda su chi sarebbe stato il migliore sul palco.
ETRUSGRAVE:
Il chitarrista Fulberto Serena, che un tempo suonava nei leggendari Dark Quarterer, formazione prog epic doom metal nata già nel 1974, ha fondato da poco gli Estrusgrave, con base nella cittadina di Piombio, vicino alla Toscana. Curioso come il quartetto coltivi un’immagine simile a quella dei Dark Quarterer, ancora oggi in attività. Anche qui brani di durata più lunga, carichi di epicità, di fiabesco nei versi, voce operistica, dal timbro caldissimo, con melodia curata, pulizia e allo stesso tempo una potenza autorevole. Gli Etrusgrave hanno pubblicato il debutto “Masters Of Fate”, che hanno presentato anche nel loro concerto. I pezzi, che durano in media circa otto minuti, comprendevano Defeaning Pulsation e la title track Master Of Fate. Gli Etrusgrave con questo incollare tanti motivi suonano addirittura progressive e sanno entusiasmare gli amanti della melodia inneggiante a cui si aggrappa il suono ruvido e genuino alla vecchia maniera di gente come i Manilla Road, ovviamente con una voce molto più “chiara”, e ovviamente anche chi conosce e ama i Dark Quarterer, forse i primi Warlord, persino gli Omen. Fin qui le band si sono completate a vicenda in modo splendido. Anche gli Etrusgrave erano perfettamente accordati, affiatati e ispirati sul palco. Magari un po’ più di cinetica scenica in futuro, e i loro concerti potrebbero diventare ancora più interessanti.
MARTIRIA:
Una band nata 22 anni fa. È la prima del festival che si distingueva da tutte quelle che le avevano preceduto sul palco. Nello stile, di sicuro. Certo, anche questo gruppo costruisce su arrangiamenti dilatati e ci arriva piano piano al sodo. Sono epici, ma allo stesso tempo funesti. Cupi, spesso a flirtare con ritmi che rotolano lenti, capaci forse di ricordare a qualcuno i Pentagram o i Candlemass. La voce è nelle mani di Rick Anderson (ex-Warlord), un’unicità ovviamente interessante: drammatica, non pretenziosa, con un colore riconoscibile, melodica ma allo stesso tempo fredda e vagamente oscura, che stende senza fatica un velo nero sull’atmosfera dei pezzi. Anche la band si aggrappa spesso volentieri a giri di riff a semitoni in brani di medio tempo. L’esibizione aveva qualcosa di un lutto. Babylon Fire, Exodus, The Storm suonavano diverse da tutto quello che avevamo sentito prima, anche se la band (di Roma) è giurata all’epicità. Un po’ di fastidio dava l’estrema staticità sul palco, il passeggiare “annoiato” di Rick e il dare le spalle al pubblico durante le parti strumentali più lunghe dei pezzi, che trasmetteva un certo disinteresse e la sensazione che il cantante avesse fretta di sparire dal palco il prima possibile. Una band che ha in tasca tanti assi avrebbe potuto, con un po’ più di interazione con il pubblico, tirare fuori uno show molto più energico di quello che ci è toccato. Alla fine, però, si trattava di uno dei rarissimi concerti della band in questo periodo, per giunta in compagnia di Rick Anderson, e comunque la si giri è stato il primo piccolo picco della serata.
VANEXA:
Leggendaria formazione new wave of italian heavy metal, nata già nel 1979. Il suo volto più noto è soprattutto il cantante Roberto Tiranti, che nel 1997 si è unito agli ottimi metallari melodico-progressive Labyrinth, con cui ha pubblicato, tra le altre cose, il molto apprezzato album “Sons Of Thunder”. Nella sua carriera i Vanexa hanno pubblicato in tutto tre album. Due di loro (“Vanexa”, “Back From The Ruins”) già a metà anni Ottanta, il terzo, “Against The Sun”, con Roberto Tiranti alla voce, nel 1994. La band scalcia anche nel nuovo millennio, scalcia pure senza nuove uscite, che speriamo recuperi al più presto, ma insomma. Scalcia. Ottimo affiatamento dei membri, soprattutto del duo di chitarre Selishta/Graziano, con il canto esplosivo di Tiranti piazzato in pieno centro. Ho avuto l’onore di vedere il tipo con i Labyrinth prima degli Helloween, il 16.04.2001 a Stoccarda, e la sua esibizione a questo festival è stata solo la prova che, come cantante, ha conservato le sue grandi qualità, per le quali resta tuttora stimato. Presenza scenica del tutto rilassata, ottima conduzione con incitamento del pubblico, che per la prima volta ha riempito davvero il Ke Me Meo del festival, con circa 400 persone sotto il palco a seguire attivamente la band. In The Shadow Of The Cross è un ottimo pezzo per scaldarsi, dopo il quale la band, con gli inni successivi, ha intensificato ulteriormente la sua esibizione di minuto in minuto. Praticamente senza errori, con Tiranti al comando e qualche abbellimento melodico davvero esplosivo, ad alta quota, di una voce operistica che la band sfrutta a dovere nel suo riffing di impostazione old school, ma ricco di ornamenti melodici, passaggi atmosferici e cambi di tempo. Con la dinamica di una scaletta variopinta. Spiccava in particolare, per esempio, The Hanged Man, inneggiante e di medio tempo, bella potente! La band ha inserito in repertorio tutti e tre gli album e ha chiuso lo show con due brani del debutto “Vanexa”, Metal City Rockers e Rainbow In The Night. Un’esibizione condita con vera brace. Manca solo il nuovo album, e quello è ancora meno!
JAGUAR:
Che il diavolo mi porti se non è vero che qualcosa nel sangue dei rossi delle isole britanniche c’è. Di sicuro lo sfoggiavano ancora senza ritegno negli anni Ottanta. E uno degli araldi più importanti dell’era della New Wave Of British Heavy Metal erano senza dubbio anche i Jaguar. Ad Argelato la band si è presentata con Jamie Manton (voce), Garry Pepperd (chitarra), Simon Patel (basso) e Nathan Cox (batteria). Quindi Garry Pepperd è l’unico in formazione dei membri originali della band che negli anni Ottanta ha pubblicato i classici del metal “Power Games” (1983) e “This Time” (1984). In tutto quattro album, con un quinto ancora in lavorazione, mentre gli album “Wake Me” (2000) e “Run Ragged” (2003) sono ben lontani dalla magia di un tempo degli anni Ottanta. La band sa cos’è che l’ha iscritta per sempre a una parte di quel movimento irripetibile dei primi anni Ottanta, e quindi ha dedicato la maggior parte del repertorio al debutto “Power Games”, i cui brani, uno dopo l’altro, creavano davvero una magia maestosa. Considerando quanto è difficile oggi vedere i Jaguar dal vivo, a maggior ragione. Paradossalmente la band ha saltato del tutto il repertorio di “This Time”, ma ha offerto, per la gioia dei sensi, Back Street Woman e Axe Crazy, uscite come singoli, fuori da qualsiasi disco in studio, rispettivamente nel 1981 e nel 1982. Il cantante Jamie Manton si è inserito alla grande con una voce fenomenale. Potente in ogni registro, ha acceso soprattutto con un’esibizione completamente scatenata, che sfiorava l’eccesso scenico punk. Visto che lui e Pepperd sono entrambi tipi a capelli corti e un po’ arruffati, i Jaguar, appena saliti sul palco, sembravano a prima vista dei Sex Pistols, tanto che ho temuto di essere capitato nel momento sbagliato nel posto sbagliato. I Jaguar hanno vomitato un pezzettino dei mitici anni Ottanta, abbiamo condiviso momenti di convivialità con un’energia indimenticabile. Con un pezzetto di qualcosa che solo i Jaguar sanno evocare. Sottolineo l’affiatamento straordinario della band, l’esecuzione impeccabile, a tutta potenza, con un approccio sicuro, e Jamie che ha messo in scena sul palco davvero qualche sketch teatrale, anche se di sicuro aveva in corpo parecchie gocce di troppo, visto che durante il concerto ha dedicato un bel po’ di attenzione a cercare di stare in equilibrio. Cadeva teatralmente in ginocchio e, in segno di devozione ad Allah, agitava le braccia davanti a Pepperd quando partiva con gli assoli. L’attacco fantastico del batterista Nathan Cox da dietro ha riassunto tutta la compattezza e la cura di un’atmosfera irripetibile, quella di un incontro breve ma dolce con una band che ha portato il livello del festival a un livello superiore. Intanto, sul lato sinistro del palco si potevano notare i membri degli Exciter, che seguivano insieme l’esibizione dei Jaguar e, a fine concerto, chiacchierando non hanno nascosto l’entusiasmo per l’ottima prova dei leggendari heavy metaller britannici. Speriamo che il quinto album in studio della band esca presto e di reincontrare le leggende da qualche parte!
•1. BBUD TRIBE:
Anche se i Vanexa amano farsi belli con il soprannome New Wave Of Italian Heavy Metal, quell’etichetta starebbe benissimo ai Bud Tribe. Anzi, è persino più azzeccata. La formazione è stata fondata dal cantante Danielle “Bud” Ancillotti nel 1994, dopo che la sua band madre Strana Officina fu colpita da una tragedia: in un incidente stradale morirono i fondatori del gruppo Fabio Cappanera (chitarra) e Roberto Cappanera (batteria). Faccio avanti veloce. I Bud Tribe nel 1998 hanno pubblicato il debutto “On The Warpath”, seguito solo quest’anno dal freschissimo “Roll The Bone”. Oltre a “Bud” nella band ci sono suo fratello Sandro “Bid” Ancillotti (basso), poi Leo Milani (chitarra) e il batterista Dario Caroli. Ehi “Bud”! Come va “Bid”? Azione!
Ok, scherzi a parte. Quello che offrono i Bud Tribe, in quanto a originalità, non è molto lontano dagli Strana Officina. Li distingue una magia straordinaria, in cui è fusa la percezione efficace di tutti gli ingredienti, vale soprattutto per il raddoppio eruttivo dell’energia del riff arguto, combinato con una linea ritmica aggressiva e all’attacco, a base di siluramento col doppio pedale; la ciliegina sulla torta la mette il cantante Danielle stesso con una voce che tira leggermente a Ozzy, quindi con una sua riconoscibilità. Inoltre è una band che ospita musicisti di grande esperienza, temprati ai tempi della prima offensiva heavy metal sul pianeta.
In nove brani hanno offerto un’orgia heavy metal genuina e succosissima, che il pubblico, nel sotto-palco pieno, ha accolto a braccia aperte. La posizione dei Bud Tribe prima di Ecxiter e Jag Panzer è davvero azzeccata. Se sei scettico sul metal di marca italiana, dai assolutamente un ascolto ai Bud Tribe e agli Strana Officina, e aggiungici pure gli Adramelch. Il resto viene da sé. I Bud Tribe, di sicuro una delle attrazioni più belle e delle esperienze più imponenti del Play It Loud 3, in pratica hanno ereditato in scaletta il posto che, nel Play It Loud 2 dell’anno scorso, era dei leggendari metallari italiani Sabotage, tornati insieme! Un’esibizione intensa, chiusa con il classico degli Strana Officina Metal Brigade. La sala non ha nascosto il suo grande entusiasmo!
•1. EXCITER:
I canadesi ossificati, aggressivi heavy metaller speed/thrash due anni fa hanno sostituito Jacques Belanger con il cantante americano Kenny “Big Mouth” Winter e con lui hanno pubblicato lo scorso marzo il loro decimo album in studio di fila, “Thrash, Speed, Burn” (2008). Non è proprio roba di tutti i giorni incontrare gli Exciter sui palchi europei! Festival magari sì, ma tour di un mese no! Gli Exciter sono stati di sicuro una delle prime attrazioni della serata, solo per il fatto di staccarsi completamente, nello stile, da tutte le altre band in cartellone: qui abbiamo infatti un gruppo che mette davanti a tutto l’energia di palco devastante, prima del gancio melodico. Gli Exciter sono una di quelle band che non pensano granché quando si mettono al lavoro. Né quando compongono in studio, né quando bisogna salire sul palco. Si portano semplicemente in testa quella convinzione sacra a cui sono votati: l’unica cosa giusta in tutta la questione metal è il rilascio totale di pura forza eruttiva, che col rumore e grazie alle invenzioni di Nikola Tesla puoi tirare fuori da te e usare per bombardare la folla! Quando non sono sul palco, gli Exciter sono incredibilmente alla mano, chiacchieroni, sinceri, pronti a una bella battuta! Prima del concerto si sono presi un sacco di tempo per scambiare due parole con i fan, firmare autografi e così via.
Era evidente che la grande maggioranza del pubblico fosse venuta al festival per gli Exciter. La sala, prima dell’esibizione, si è riempita al massimo e le teste nello spazio ristretto sotto il palco erano di sicuro almeno 600. Ancora prima dell’inizio, lo staff dell’organizzatore ha dovuto calmare qualche testa surriscaldata all’estremo che faceva un casino ormai fastidioso e aveva quasi preso d’assalto il palco, nella tesa attesa dei suoi eroi. Poco dopo le undici di sera il palco finalmente si oscura, dalle casse “scoreggia” l’intro e la band viene scagliata sul palco con la devastazione diretta di I Am The Beast. La gente si libera dalle catene e sul festival cala il caos. Colpo dopo colpo, sia con Metal Crusaders, sia con la nuova In Mortal Fear, e poi nei classici Demon’s Gate, Rule With An Iron Fist. Il festival ha toccato il punto di ebollizione!
L’affiatamento della band è incredibile. Gli Exciter hanno confermato la loro postura estrema creando un rumore devastante di musica senza compromessi, che ha messo in luce il completarsi reciproco del quartetto nella pura compattezza. Velocità e affiatamento mano nella mano! Rick Cheronne ha brillato nella precisione eccezionale con cui dettava marce sataniche sulla batteria, John Ricci si contorceva in ogni posizione possibile mentre storceva gli assoli, brandiva la chitarra in alto nell’aria, spargeva riff diabolici, ma da gran maestro e unico chitarrista della band riempiva lo spazio sonoro in totale sicurezza. Dall’altra parte c’era il bassista Rob “Clammy” Cohen, scatenatissimo, che nel suo scorrazzare sul palco non è rimasto in niente indietro rispetto a Ricci. Incisione “Pure Evil” sul basso, lingua bucata fuori in bella vista, strappi, provocazioni al pubblico con sguardi ghignanti,… Ma ovviamente non sarebbe stato niente senza il canto straordinario di Kenny Winter. Dalla prima all’ultima battuta il tipo è riuscito a mantenere la sua voce estremamente alta, completamente intatta, e ha confermato la sua fantastica prestazione con un urlo finale esplosivo che ha perforato le orecchie nell’uscita conclusiva dell’ultimo pezzo, Violence & Force.
Il pubblico era in totale estasi e la sala è stata travolta da selvaggi mosh pit; in tanti si sono fatti strada a braccia di altri nello spazio tra transenna e palco per tentare lo stage diving, cosa che i buttafuori hanno ostinatamente impedito! Uno dei fan completamente fuori di testa, durante il brano Violence & Force (titolo azzeccatissimo), è finito goffamente oltre la transenna e ha sbattuto la testa dritto a terra, tanto che Kenny per un attimo si è dimenticato di cantare per lo shock ed è saltato giù dal palco quasi con abnegazione per correre ad aiutare lo sfortunato. Per fortuna il ragazzo stava bene.
La vista sul pubblico era splendida, quando impazziva sui classici Heavy Metal Maniac; il coro unanime, pieno di estasi, nel ritornello condiviso con Kenny di Pounding Metal, poi, faceva venire la pelle d’oca come niente! Il climax, carico di un’intensità energetica pazzesca, ardeva come un fiammifero mentre si consuma. Il pubblico durante il concerto si è bruciato del tutto. Ne era la prova il bel numero di persone che dopo il concerto si sono “accovacciate” nello spazio davanti all’uscita della sala e, da sedute, cercavano di riprendersi. Parecchia gente ha lasciato il festival subito dopo gli Exciter ed è tornata a casa.
Gli Exciter hanno mostrato cos’è la primordialità della creazione dell’estremo che offre il loro approccio al modo di fare la variante thrash/speed del metal! In questo la band è pionieristica e il suo essere pionieri l’ha condiviso senza riserve con i presenti in sala. Gli Exciter hanno suonato a tutta, senza freni, e tra tutti i protagonisti hanno raccolto di gran lunga più approvazione ed entusiasmo.
Non erano passati nemmeno 10 minuti dal concerto che tutti i membri erano già usciti da dietro le quinte a dedicarsi ai fan. Un carisma incredibile pervade questa band, insieme a un rapporto di grande rispetto per il pubblico, che con la sua fedeltà e la risposta straordinaria durante il concerto ha accolto le leggende del thrash/speed metal canadese nel modo più bello possibile. Gli Exciter con la loro esibizione hanno spazzato via tutta la concorrenza del festival!
•1. JAG PANZER:
Suonare dopo gli Exciter di sicuro non è un ruolo invidiabile. E non importa nemmeno se sei i Jag Panzer o un nome ancora più altisonante dell’heavy metal. I metallari del Colorado erano di sicuro l’attrazione della serata, visto che le loro esibizioni in Europa sono rarissime. È una band che il suo grande talento e potenziale in carriera non è riuscita a capitalizzare, e solo più o meno a cavallo dei due millenni l’ha scoperta il pubblico metal europeo, che con il suo sostegno, in occasione degli album “Age Of Mastery” (1998), “Thane To The Throne” (2000) e “Mechanized Warfare” (2001), ha finalmente reso un riconoscimento al loro lavoro e alla loro perseveranza.
La band, che sta mettendo insieme il nuovo album in studio intitolato “The Scourge Of Light”, previsto per quest’anno o per il 2010, si è trovata davanti un pubblico decimato, perché la gente aveva speso la maggior parte delle energie per gli Exciter. Nonostante abbiano cominciato con grande impatto con il brano Tyranny (“Fourth Judgement”, 1997) , abbiano sparato il classico Lustful And Free e siano tornati a “Fourth Judgement” con Future Shock, il pubblico ha tirato fuori più entusiasmo per la prima volta con l’ottima The Moors, in cui si è inserito più attivamente anche cantando. La band ha usato per tutto il tempo basi registrate. Nel caso del pezzo citato, ovviamente la base per gli arrangiamenti d’archi. Tra il pubblico andavano forte soprattutto i classici diventati popolari come The Viper, Iron Eagle, The Moors e in particolare Chain Of Command, dove la gente ha sollevato in sala di gran lunga più polvere. A farsi notare erano soprattutto quattro tedeschi che già dondolavano allegramente sotto una pesante dose di derivati alcolici, puzzolenti di vapori, in cerca di un comodo appoggio sulle spalle degli altri spettatori.
I Jag Panzer sono saliti sul palco come se li avesse portati la luna. Senza un lavoro particolare sull’aspetto esteriore, con l’eccezione del cantante Harry Conklin, noto per sfoggiare muscoli, catene e ciondoli a forma di teschio, sul palco sembravano piuttosto assenti anche verso il pubblico. Solo Harry teneva il contatto con la folla. Le reazioni piuttosto fiacche della massa non erano proprio di gradimento alla band, che così ha affrontato la serata in modo ancora più di routine e riservato. Ciò nonostante hanno eseguito lo show con sicurezza, professionalità e un ottimo affiatamento. Harry ha portato la sua voce a un livello alto. La band ha chiuso il concerto con due classici fiori all’occhiello, Battle Zones e Warfare (quest’ultima dal debutto “Ample Destruction”, 1984). Il repertorio in sé era composto alla grande, ma l’esecuzione e l’atmosfera del concerto mi hanno lasciato sensazioni contrastanti. Sensazioni piuttosto vuote, il che è un vero peccato. Anche alla fine del concerto i membri si sono congedati e hanno sgomberato il palco in fretta; richiamarli o cercarli dopo il concerto non interessava ormai quasi più a nessuno. Gli Exciter, evidentemente, al festival si sono presi proprio tutti gli scalpi possibili. La baldoria del concerto si è così conclusa quasi esattamente alle due di notte e in totale è durata 12 ore!
Rispetto al Play It Loud dell’anno scorso a Orzinuovi, l’esperienza ha costretto l’organizzatore a cercare uno spazio più piccolo e più economico e a spostare il rito annuale nella zona industriale alle porte di Bologna, con una capienza di poco meno di 1000 persone. Le teste erano meno, fino a 800 al massimo. Anche nell’offerta di band quest’anno c’erano ben 8 formazioni italiane e solo 4 straniere. I piccoli picchi della serata sono stati le esibizioni delle band italiane più anziane Bud Tribe, Vanexa con Roberto Tiranti (Labyrinth) e Martiria con Rick Anderson, che i leggendari britannici Jaguar hanno portato a un livello superiore, mentre la corona del festival è andata agli Exciter, che in tutto si sono lasciati dietro le altre band di parecchie lunghezze. Una piccola delusione l’hanno portata solo i Jag Panzer, e anche quella soprattutto per l’ingrato ruolo di suonare dopo gli Exciter, tanto che sarebbe stato meglio invertire le parti. Non meglio, ma necessario. Posso solo concludere che il Play It Loud, di anno in anno, cresce sempre più verso una versione italiana del festival tedesco Keep It True. Gli manca qualche nome leggendario in più dall’estero (non tanto dall’Italia), così l’interesse per un festival annuale di questo genere potrebbe essere ancora più grande.
Insomma, è filato tutto liscio come l’olio. Gli artisti sono saliti sul palco esattamente agli orari annunciati, nessun ritardo, a conferma dell’ottima organizzazione del festival. Inoltre tutte le band, una dopo l’altra, hanno avuto un suono molto buono in sala, fattore importantissimo per la loro presentazione, per tutti quelli che, me compreso, hanno vissuto la loro esibizione a questo festival per la prima volta. E un’ultima dritta. Per il nuovo atto del Play It Loud non servirà aspettare un altro anno, perché la quarta edizione è già annunciata per il 26.09.2009 di quest’anno! Per ora hanno confermato la loro presenza le band: Angel Witch, Steve Grimmet’s Grim Reaper, Ruthless, Sacred Steel, Tysondog, Seventh Seal e Renegade! Ci vediamo!
foto: Aleš Podbrežnik
foto degli Exciter: Milan Krušič & Aleš Podbrežnik
Scaletta
Jag Panzer 00.40-02.00 Exciter 23.10-00.25 Bud Tribe 22.05-22.55 Jaguar 21.00-21.50 Vanexa 20.00-20.45 Martiria 19.00-19.45 Etrusgrave 18.05-18.45 Holy Martyr 17.10-17.50 Lonewolf 16.15-16.55 Wotan 15.20-16.00 National Suicide 14.35-15.05 Fallen Fucking Angels 14.00-14.20 Scalette: LONEWOLF: 1. Shadowland 2. Divine Art Of Lies 3. Buried Alive 4. Made In Hell 5. Seawolf 6. Pagan 7. S.P.Q.R. 8. Holy Evil VANEXA: 1. In The Shadow Of The Cross 2. I Wanna See Fires 3. The Hanged Man 4. Against The Sun 5. Midnight Wolves 6. A Night On The Ruins 7. One Thousand Nights 8. Metal City Rockers 9. Rainbow In The Night JAGUAR: 1. Run Ragged 2. Dutch Connection 3. War Machine 4. Sucker 5. Gulf War Syndrome 6. Battlecry 7. The Fox 8. Master Game 9. Axe Crazy 10. Back Street Woman 11. Ain’t No Fantasy BUD TRIBE: 1. Gates Of Hades (intro) 2. Face The Devil 3. Starride 4. Holy War 5. Metal Show 6. Roll The Bone 7. Non sei normale 8. Rock N’ Roll Tribe 9. Metal Brigade EXCITER: 1. War Cry (intro) 2. I Am The Beast 3. Metal Crusaders 4. In Mortal Fear 5. Demon’s Gate 6. Victims Of Sacrifice 7. Evil Omen 8. Rule With An Iron Fist 9. Crucifixtion 10. Heavy Metal Maniac 11. Pounding Metal 12. Betrayal 13. Massacre Mountain 14. Rain Of Terror 15. Rising Of The Dead 16. Aggressor 17. Brutal Warning 18. Long Live The Loud 19. Violence And Force JAG PANZER: 1. Tyranny 2. Lustful And Free 3. Future Shock 4. The Moors 5. The Viper 6. Black 7. King At A Price 8. Iron Eagle 9. Fate’s Triumph 10. The Mission 11. Legion Immortal 12. Chain Of Command 13. Shadow Thief 14. Take To The Sky 15. Battle Zones 16. Warfare
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