Bang Your Head!!! – secondo giorno: arrivederci a Valhalla (2009)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Messegelande / Balingen / Germania
Data del concerto: 26.06.2009
Presenze: 20000
Prezzo del biglietto: 85,00€ (abbonamento per i due giorni)

Il secondo giorno del festival non è partito proprio all’insegna del sole. Poco dopo che, verso le due di notte, mi ero infilato in tenda, aveva cominciato a gocciolare dal cielo. All’inizio roba innocua. Si era pure fermato. Ma quando sul posto è spuntato il nuovo giorno, il cielo si è aperto. E la pioggia non ne voleva sapere di smettere. Alle dieci del mattino il terreno del campeggio era ormai una palude e noi già sguazzavamo allegri nel fango. Alle 10 in punto i quattro sloveni sopravvissuti si sono trascinati sotto il palco e… c’era pure qualcosa da vedere! Anche gli altri sotto il palco non erano granché: forse 200. Tutti infagottati in vari impermeabili di PVC. Veniva giù il diluvio, il cielo era chiuso da ogni lato. Un vero peccato, perché la prima band era…

Cloven Hoof: 10.00 – 10.40

…l’ex messaggera di primavera dei primi anni Ottanta, quando sul suolo della Gran Bretagna è esplosa la nuova ondata dell’heavy metal. Cloven Hoof (tradotto, la combinazione di parole la si potrebbe usare parlando di ungulati artiodattili) sono una band che nel 1990 si era sciolta, per rimettersi insieme verso il 2000. E da allora, con un po’ di fortuna, si riesce di nuovo a beccarla sui palchi. RockLine si era già goduta il loro concerto a Brescia due anni fa e i Cloven Hoof già lì avevano lasciato un’impressione eccezionale. Nel frattempo la band ha rinforzato i ranghi con un chitarrista in più, Christian Horton, ed è diventata un quintetto. Hanno sorpreso anche con un look curato e rinnovato. Si sono calati addosso giubbotti di pelle aderenti senza maniche, pantaloni di pelle neri attillati, spandex, e si sono “bardati” per bene di pezzi di metallo dalle forme più varie. Sul palco hanno steso un grande striscione col logo e la bandiera inglese (non britannica!). Insomma, l’immagine è quella giusta. E il suono? Hai ancora dubbi?

La cosa curiosa è che dopo l’album “Eye Of The Sun” (2006) la band è stata completamente rivoltata. In formazione sono tornati Jon Brown (batteria) e l’inconfondibile cantante Russ North, mentre alla chitarra si è piazzato Ben Read. Solo il bassista Lee Payne è l’unica figura che dalla fondazione è rimasta sempre nella line-up. “The Definitive Part One” (2008) è l’album in cui i Cloven Hoof, con la formazione attuale (meno Horton), hanno registrato da capo alcuni vecchi pezzi dei loro album classici. Se conoscevi almeno quel disco, il materiale suonato dal vivo ti suonava familiare. Il concerto è stato aperto con Inquisitor (“Eye Of The Sun”, 2006), mentre nel resto (decisamente troppo corto) del set hanno ridato vita ai classici Nova Battlestar, Mutilator, Return Of The Passover, Road Of Eagles, Gates Of Gehenna. Durante Road To Eagles, Russ ha presentato al pubblico i membri della band.

I Cloven Hoof restano oggi (per look e stile) più n.w.o.b.h.m. di qualsiasi Iron Maiden. I pezzi hanno tutti gli elementi di base dell’approccio britannico inconfondibile che dominava il metal nella prima metà degli anni Ottanta. In più sono estremamente affiatati, e North ha mantenuto anche oggi la potenza vocale nei registri più alti. Si sente poi che sono vecchi volponi di esperienza, che conoscono alla perfezione il concetto di presenza scenica, di movimento, oltre a un’esecuzione fenomenale del materiale. Un sacco di corse su e giù per il palco ha dato ulteriore dinamica al concerto. Considerate le condizioni meteo, i Cloven Hoof hanno tirato fuori dalla loro esibizione il massimo. Dispiace davvero per tutti quelli che continuavano a russare in campeggio o stavano rannicchiati in qualche angolo asciutto della tenda per non farsi bagnare da una goccia di pioggia. Si sono persi la creazione di una magia n.w.o.b.h.m. irripetibile, che ha evocato quello slancio indomito (dimenticato da tempo), quella fede, quell’entusiasmo! Tutto ciò che accompagnava i primi anni Ottanta. Il tempo in cui l’heavy metal era ancora giovane. In pratica i Cloven Hoof sono stati una delle grandi attrazioni del Bang Your Head!!! di quest’anno. Occhio a loro: quest’anno esce il loro nuovissimo album in studio “Trone Of Damnation”, il primo dopo 20 anni da “A Sultan’s Ransom” (1989)!

Laaz Rockit: 10.50 – 11.35 

Se la Gran Bretagna aveva avuto la sua new wave, gli americani, con uno sfasamento di due o tre anni, hanno cominciato a coltivare la loro scena della Bay Area californiana. Tra i primissimi esponenti di questo movimento ci sono ovviamente anche i Laaz Rockit. Al metal aggiungevano ancora più aggressività e velocità, togliendogli la componente melodica. Furono i primi germi del thrash metal. Sul palco i Laaz Rockit sono vestiti in tutt’altro modo rispetto ai loro predecessori britannici. Magliette nere sbiadite normalissime, jeans neri consumati… insomma, niente che dia nell’occhio. Però una cosa: i Laaz Rockit hanno tenuto lo spettacolo sul palco estremamente coinvolgente. Praticamente hanno rimandato la palla ai Cloven Hoof in tutto e per tutto. Hanno aperto con il primo pezzo dell’ultimo album “Left For Dead”, uscito l’anno scorso, e su quello sono rimasti anche dopo, con Delirium Void ed Erased. Anche se durante il concerto dei Laaz Rockit ha piovuto più forte che mai, la gente sotto il palco è aumentata di brutto. Il thrash metal oggi è di nuovo molto popolare, e visto il bel numero di band thrash al BYH di quest’anno, anche il pubblico era più ricco di fan del genere. La prima caramellina la band l’ha sparata con Last Breath dal classico “Know Your Enemy” (1987), accolta dalla folla con un boato, che si è lasciata andare ai nitriti della band. Anche Michael Coons, con la sua pettinatura ricciuta da Roger Daltrey (The Who) tutto in ordine, ha solo fatto spallucce infischiandosene del fatto che stasera a Balingen si sarebbe fatto il bagno sotto la pioggia.

I Laaz Rockit hanno fatto crescere la loro esibizione da 40 minuti e hanno reso felice la folla soprattutto in chiusura, quando hanno sparato Forced To Fight dal debutto “City’s Gona Burn” (1984) e buttato benzina sul fuoco con Fire in The Hole da “Annihilaton Principle” (1989). Anche i Laaz Rockit hanno servito un mix infuocato di thrash old school senza compromessi, e dopo quello che hanno mostrato tutti, nel pubblico, ne parlavano benissimo. Peccato sotto la pioggia, ma da quanto visto c’è da aspettarsi un grande ritorno sulla scena!

Powerwolf: 11.45 – 12.30  

Il festival è proseguito in modo meno interessante, ma non meno di qualità, quando sul palco sono saliti i power metaller Powerwolf. Si tratta di una band tedesca fondata dalla coppia di fratelli Charles e Matthew Greywolf e comandata sul palco dal cantante rumeno Atilla Dorn. Da lì alla trovata di infilare nei versi delle prediche della band la tradizione delle fiabe e dei racconti rumeni su vampiri e lupi mannari il passo non è stato lungo. In sei anni la band ha pubblicato tre album, l’ultimo dei quali, “Bible Of The Beast”, ad aprile di quest’anno. L’ha presentato a fondo durante l’esibizione a Balingen. I Powerwolf sono molto popolari in patria e sotto il palco li spingeva una bella folla, soprattutto di teste metal più giovani, a cui non fregava niente del fatto che dal cielo continuasse a venire giù l’acqua senza pietà.

All’impostazione generica dei pezzi i Powerwolf cercano di sfuggire con una messa in scena curata, con uno show teatrale di cui si occupa Atilla, che tra le altre cose brinda alla folla con un calice di sangue, legge versi satanici da libroni polverosi e roba del genere. A tutto questo si aggiungono gli immancabili face painting in bianco e nero, che dovrebbero evocare la realtà dei rituali zombesco. Anche i Powerwolf hanno mostrato forza e sicurezza nell’esibizione. Sono meno interessanti proprio per via dell’ondata generale di band simili, che prendono ispirazione per il metal, tra le altre cose, anche dal mondo virtuale dei copioni di vari videogiochi. Con questi principi allontanano soprattutto a livello subconscio gli ascoltatori dall’essenziale. Dall’indagare sulla credibilità del loro materiale originale. Una parte del concerto dei Powerwolf l’ho sfruttata per mangiare nel vicino padiglione Volksbankmesse. Quel mucchio nel piatto, a prima vista, ricordava più il rancio dei carcerati o certe battute del fumetto animato di Alan Ford. Valeva anche la pena approfittare dell’ora degli “autografi” con i Cloven Hoof, dove ho messo in coda pure il mio piattino!

Driver: 12.40 – 13.30 

Tempismo perfetto! Con gli autografi dei Cloven Hoof in tasca, ormai ammuffito e marcio sotto la pioggia, me la sono data a gambe di nuovo sotto il palco per la “super” band americana Driver. La voce di Rob Rock rappresenta ancora oggi, nell’heavy metal, una delle voci melodiche più riconoscibili, capace di tenere testa ai più grandi cantanti come Geoff Tate, Rob Halford, Bruce Dickinson. Se ci aggiungi il chitarrista Roy Z, diventato noto soprattutto per la stretta collaborazione con il cantante degli Iron Maiden Bruce Dickinson nel periodo in cui Dickinson si dedicava alla carriera solista, poi l’ottimo tastierista degli Impellitteri Ed Roth e la sezione ritmica formata da Aaron Samson (basso) e Butch Carlson (batteria), la formula che porta il successo è garantita. La band è in pratica una continuazione dei Driver a cui si era ispirato Rob Rock dopo la sua apparizione nel 1986 su M.A.R.S. “Project Driver”, in ottima compagnia: c’erano Tony MacAlpine (chitarra), Rudy Sarzo (basso) e Tommy Aldridge (batteria). I Driver, come band, sono comparsi alla fine degli anni Ottanta attorno al nucleo creativo Rob Rock – Roy Z, hanno pubblicato nel 1990 un EP di cinque pezzi e si sono sciolti perché semplicemente non c’era il tempo per portarli avanti. Così la band si è riunita l’anno scorso, ha pubblicato l’album “Sons Of Thunder” e si è lanciata in giro per il mondo a conquistare le folle musicali.

E così è stato. I Driver hanno dedicato la maggior parte del materiale al loro disco di debutto, mentre sul palco regnava Rob Rock con una voce fantastica, che sprigionava una forza e una potenza incredibili. L’incisività melodica di ogni sequenza del suo canto era sostenuta da un’ottima presenza scenica, fatta di gesti appassionati e di incitamenti al pubblico. A tratti si sentiva davvero che Rob Rock spingeva la voce fino al limite del possibile. Una vera mini lezione di canto di altissimo livello. Le sue urla le ha sentite persino il cielo e durante l’esibizione ha smesso di piovere. Finalmente. Alleluia! Sia lodata l’apparizione celeste!!!

Il bonbon di piacere è arrivato quando la band si è lanciata nel classico inno di “Project: Driver”, Nations On Fire. Covava un’attesa silenziosa. Siamo stati ascoltati. Che cantante eccezionale sia Rob Rock lo dimostra anche il fatto che prima della fine si è buttato su un’impegnativa cover degli Abba, Eagle. Quella cover si può trovare in versione studio sull’album di Rock “Rage Of Creation” (2000), che al festival ha fatto compagnia all’assalto cataclismatico della band in Judgement Day. Speriamo che i Driver restino in piedi e pubblichino ancora tanti album!

Warrior: 13.40 – 14.30

Anche questi speed metaller americani non sono poi così lontani dallo stile dei Driver, quindi il fatto che gli siano subentrati sul palco era più che azzeccato. Azzeccato anche perché una volta entrambi, Roy Z e Rob Rock, erano membri di questa band. I Warrior portano nel loro sound solo più aggressività e meno melodia. Quindi ancora più taglienti, più furiosi, ma comunque nell’atteggiamento più vicini all’heavy metal classico che a una qualche forma di thrash. I Warrior hanno conservato il nucleo che fondò la band nel 1982, il tandem Joe Floyd (chitarra) e Parramore McCarty (voce), che si è riunito alla band l’anno scorso.

Questa esibizione è stata qualcosa di speciale per i Warrior. È stata la prima su suolo europeo dopo ben 10 anni. McCarty è ben lontano dall’essere un cantante come Rob Rock, ma ha comunque dimostrato che nelle sue vene scorre vero sangue da “guerriero”. Joe Floyd ha trovato un ottimo appoggio nel giovane chitarrista e nuovo membro della band AC Alexander. Un chitarrista che regge benissimo il confronto con gli assoli di Joe Floyd ed è al suo livello. In più si è truccato un po’, quasi da indiano (Warrior, insomma), il che in questo caso aveva un suo senso. Anche McCarty, con la sua camicia militare rattoppata e sbiadita, sembrava un disertore del Vietnam.

Con una scaletta velenosa che, a parte due pezzi, era puntata esclusivamente sul materiale del debutto “Fighting For The Earth” (1985), i Warrior hanno convinto la folla che la band è pervasa da nuovo slancio, nuova energia, una certa gioia di poter risalire sui palchi. In lei si è risvegliata la voglia indomita di suonare. Durante la conclusiva Fighting For The Earth è salito sul palco, come ospite speciale, anche l’ex membro Roy Z. I Warrior hanno proseguito la tradizione del secondo giorno del festival, in cui a Balingen scoprivamo veri dinosauri del metal, che però hanno dimostrato tutti, uno dopo l’altro, che la loro dentatura strappa e macina con forza immutata anche nel nuovo millennio. Fino ad allora (con l’eccezione dei Powerwolf) ci eravamo visti sfilare davanti i più bei anni Ottanta del metal!

Pink Cream 69: 14.45 – 15.35

Questi ottimi hard rocker melodici tedeschi sono comparsi al Bang Your Head!!! di quest’anno del tutto a sorpresa e all’ultimo minuto, dopo che gli americani Tesla avevano annullato la loro esibizione. Per spiegare brevemente perché i Tesla hanno cancellato la data al Bang Your Head!!!: lo stesso giorno, ma nel tardo pomeriggio, avevano confermato un concerto anche al Gods Of Metal di quest’anno a Milano (Italia). Evidentemente gli orari dei voli non combaciavano con il desiderio della band di fare due concerti in un giorno, e così hanno sacrificato proprio quello al Bang Your Head!!!.

I Pink Cream 69 ovviamente non sono una band attraente come i Tesla, e sono ben lontani dall’essere così chiacchierati, per non parlare del successo commerciale. Ma non conta, se la tua musica ha credibilità, cioè qualità. Anche se la qualità resta ingiustamente trascurata. Oggi i Pink Cream 69 possono vantare una stabilità eccezionale e una discografia davvero ottima. Vecchie conoscenze da Veliko Ubeljsko, dove nel 2007 hanno fatto un regalo agli appassionati sloveni di suoni duri con una visita all’Heavy Metal Night festival, hanno aperto il concerto con Children Of The Down, dall’attuale album in studio “In10sity” (2007). Il numero di decibel sprigionati era nettamente più alto che durante i Warrior, e anche il pubblico tedesco è venuto a sostenere la band di casa. Sotto il palco, poi, fino a circa 150 m all’indietro c’era una bella calca.  Il cantante David Readman, inglese di nascita, subito dopo Rob Rock ha rappresentato una figura espressiva dalle acrobazie incredibili e di grande abilità vocale. Oltre al carisma, ha coronato la sua esibizione con un’esplosività incredibile e una potenza da ridere, generata dalle corde vocali attraverso un’articolazione dai bassi più profondi ai medi fino agli acuti più alti. Readman è davvero un maestro che ti godi guardare sul palco col massimo piacere. La band non ha mai steccato nell’esecuzione del materiale.  

La novità dei Pink Cream 69 è che la maggior parte della responsabilità degli assoli ora spetta a Uwe Reitenauer, dato che Alfred Koffler soffre di neuropatia. Non si può non notarlo nemmeno a occhio nudo, perché Koffler tiene gli accordi per lo più con mignolo e indice, mentre medio e anulare praticamente non li usa. Tra le altre cose, la band ha tirato fuori in concerto anche Keep Your Eye On The Twisted, No Way Out, Shame, Do You Like It Like That, Carnaby Road, Livin’ My Life For You e Seas Of Madness, portando alla fine una bella sfumatura hard rock al festival!

Hardcore Superstar: 15.50 – 16.40

I rivitalizzatori del glam rock, di casa a Göteborg, in Svezia, godono di uno status eccezionale in patria. In poco più di dieci anni di carriera hanno piazzato nelle classifiche nazionali un bel mucchietto di hit arrivati al primo posto, e si sono portati a casa anche qualche Grammy per i loro lavori. Quelli del loro paese d’origine, ovviamente. Al di là dell’etichetta iniziale di “glam”, che ho appiccicato per via del trucco stravagante della band, gli album degli Hardcore Superstar possono differire parecchio nel materiale. Il nuovo “Beg For It” (2009) è di nuovo un prodotto più duro, in cui molti pezzi hanno l’accento del vero heavy metal melodico.

Gli Hardcore Superstar sono comparsi quest’anno a Balingen come grandi debitori. La band avrebbe dovuto suonare qui già l’anno prima, ma era rimasta bloccata con l’aereo a Parigi. Se eri al festival dell’anno scorso, forse ti ricordi come i Lizzy Borden, poco dopo le cinque del pomeriggio, siano saliti sul palco una seconda volta per coprire la cancellazione del concerto degli Hardcore Superstar. Quella volta i Lizzy Borden hanno suonato due concerti completamente diversi di repertorio. La novità che c’è anche per gli Hardcore Superstar, insieme al nuovo album in studio, è che l’anno scorso si è unito a loro un chitarrista del tutto nuovo, Vic Zino, che ha sostituito il membro originale e fondatore Thomas Silver. Un compito tutt’altro che facile, che Vic ha svolto con sicurezza a Balingen, come se fosse negli Hardcore Superstar da un’eternità.

La forza trainante del quartetto è ovviamente il cantante Joakim “Jocke” Berg. Un tipo tatuato fino all’ultimo centimetro di braccia, con l’aria da monello, bretelle slacciate, sguardo offeso e vendicativo, jeans strappati e attillati “color carota” e, soprattutto, un’esplosiva presenza scenica e un canto dall’accento punk sfacciatamente provocatorio. Di nuovo il pubblico impazziva sotto il palco e cantava soprattutto i ritornelli insieme alla band. Jocke ha imposto al pubblico il suo modo di giocare, il modo degli Hardcore Superstar, e quello è diventato incredibilmente docile e facile da guidare, mentre il cantante si è rivelato un protagonista di palco di primo livello, che sfrutta a pieno il suo grande talento e il suo carisma. Senza Jocke sul palco gli Hardcore Superstar sarebbero la metà più noiosi. Un’altra ottima esibizione, in una giornata già di per sé fatta solo di ottime esibizioni, ha portato sul palco, tra gli altri, questi pezzi: Beg For It, Into Debaucherry, Medicate Me, Bag On Your Head (qui Jocke ha trasformato la parola Bag in Bang, in linea col nome del festival), We Don’t Celebrate Sundays (chiusura del concerto), Dreamin’ In A Casket, Wild Boys, Honey Tongue.

Exodus: 16.55 – 17.50 

Basta con gli scherzi, le belle melodie e il romanticismo! Gli Exodus sono arrivati a Balingen per portarci, sulle ali di un valzer velenoso, ancora una volta negli sconfinati spazi infernali! Le leggende del thrash metal della Bay Area sono una di quelle band che negli anni Ottanta si sono iscritte per sempre sulla mappa dei giganti del metal, poi hanno più o meno “vagato” attraverso i Novanta e sono tornate con l’album “Tempo Of The Damned” (2004). In questo periodo la band è attivissima. L’anno scorso ha pubblicato il debutto “Bonded By Blood” (1985) registrato da capo, che per l’occasione ha ribattezzato “Let There Be Blood” (2008), e quest’autunno sta preparando l’uscita del seguito della saga “The Atrocity Exhibition” con il nuovo capitolo “Exhibit B”. Con Rob Dukes, che ha preso in mano la voce della band nel 2005, negli Exodus sono arrivate alcune novità. Il tizio ha nel suo urlo un timbro che farebbe la sua figura anche nel metal “finto”, quello a cui piace appiccicare il suffisso “-core”. Questo dà alla resa dal vivo del materiale classico, nella nuova era, ai pezzi del debutto Bonded By Blood, una dimensione tutta nuova, una qualità nuova, caratteristiche nuove. Non è male, ma purtroppo non è quello che vorremmo sentire dagli Exodus.

Per questo gli Exodus oggi sono un “altro” gruppo. In pratica basta comprare “Let There Be Blood” (2008) e gli ultimi tre album in studio della band, se non vuoi scavare più a fondo. Ma la situazione sotto il palco era tutt’altra. Ribolliva nell’attesa spasmodica di guerrieri del thrash metal affamati. I ragazzi partono dritti con Bonded By Blood e poi alternano nel repertorio vecchio e nuovo. Rob Dukes, noto per calarsi in modo così infuriato nella tempesta thrash della band, sul palco nei discorsi più lunghi al pubblico sa diventare fastidioso, per non dire offensivo. Stavolta si è tenuto a freno, ma non è certo sceso dal palco senza lasciare il segno. In costume da bagno bermuda con la bandiera americana. In Sud America a un concerto simile il pubblico glieli avrebbe strappati di dosso in un attimo e se lo sarebbe sbranato vivo! Dukes si godeva la vista del pubblico impazzito. Questo allestiva da solo omicidi mosh pit che calpestavano tutto ciò che si muoveva, e durante The Toxic Waltz Dukes ha convinto il pubblico a fare un gigantesco “wall of death”.

I miei occhi durante il concerto degli Exodus erano per lo più incollati al lavoro dei due chitarristi. I maestri Lee Altus e Gary Holt, che hanno mostrato un linguaggio sovrumano di comunicazione e affiatamento sul palco. Gli assoli ultrasonici e di una precisione superiore scatenavano salve di raffiche di fuoco incrociato dei due chitarristi, che sparavano da tutte le posizioni di palco possibili e impossibili. Con un’esibizione e un’esecuzione davvero ottime, l’unica cosa che dava fastidio era la consapevolezza che gli Exodus non rinfrescano la loro scaletta da un bel pezzo.

Y&T: 18.05 – 19.15

Gli Y&T erano la band del programma che aspettavo con la maggiore impazienza. Adoro semplicemente lo stile del loro chitarrista e cantante, nonché forza trainante degli Y&T, Dave Meniketti. Probabilmente ti starai chiedendo che cavolo siano questi Y&T. Abbreviazione di Yesterday And Today, gli Y&T sono nati su questo pianeta già nel lontano 1974. A Balingen, nell’ambito del festival di quest’anno, rappresentavano una band classica heavy/hard rock, il cui repertorio è spesso in buona parte condito da elementi di musica blues. Quindi? Sì! La musica più erotica del festival. Uscita dalle dita e dalle teste della seconda band più vecchia del festival di quest’anno, dopo i Journey.

Gli Y&T si sono lanciati al galoppo con Open Fire (“Black Tiger”, 1982)! Meniketti, con gli occhiali da sole, restava diligentemente in un raggio di al massimo 3-4 metri a sinistra o a destra del microfono, perché doveva concentrarsi per tutto il tempo sul canto. Così la parte avanzata del palco verso il pubblico l’hanno sfruttata soprattutto il bassista Phil Kennemore (accanto a Meniketti l’altro membro originale dell’attuale formazione degli Y&T) e l’altro chitarrista John Nymann, norvegese di nascita. Lipstick And Leather (“In Rock We Trust”, 1984) ha mantenuto l’alto galoppo dell’apertura del concerto, poi la band si è calmata un po’, quando è partita l’intro della fantastica Dirty Girl (“Earthshaker”, 1981). Per l’occasione Meniketti ha cambiato il suo Les Paul con una chitarra Yamaha blu della serie Pacifica. Nella parte centrale, più tranquilla, Kennemore ha cominciato a spostarsi verso la destra di Meniketti. Quando ha attraversato la linea di mezzo ed è finito alla destra di Meniketti, Meniketti ha girato la testa di scatto. Non era previsto nel piano dell’esibizione degli Y&T. Meniketti, che non ha nascosto un lieve sconcerto, ha comunque continuato a cantare: altro non gli restava. Phil doveva farlo perché gli era saltata la corda superiore (la più grossa) del basso. Se non c’erano riusciti i ben più rudi Exodus, ci sono riusciti i romantici dell’hard rock Y&T! Sul palco salta un tecnico che svolge il suo compito quasi con la rapidità del cambio gomme in Formula 1. Tutto a posto e come prima. Gli Y&T “rombano” avanti. Dopo un’ottima cavalcata tra i classici Rescue Me, Mean Streak e Don’t Stop Runnin’ è arrivato il momento della ballad. Lo strumentale I’ll Cry For You è il momento in cui Meniketti mostra davvero tutta la sua grandezza di eccezionale percezione della melodia. Controllo superiore del suono e delle note, tiri di corda ponderati sui “pull off”, saliscendi colorati dei toni, trucchi aggiunti con la leva del tremolo, un tocco morbido che faceva letteralmente gemere lo strumento: tutto questo ha creato uno dei vertici dell’esibizione. Un’unica pieghevole blues carica di erotismo!

Il seguito divampa con l’ottima Eyes Of The Stranger, nella parte finale risuonano le immancabili Black Tiger, I Believe In You e la più veloce Forever. 70 minuti sono passati in un batter d’occhio. Devo aggiungere che la voce di Meniketti suonava fantastica. Virile, sentita, dalle punte ruvide, con un accento bluesy vellutato e malinconico, e dominante, potente e autorevole in ogni istante dell’esibizione. In generale va sottolineato il batterista Mike Vanderhule, che ha suonato tutto il concerto degli Y&T solo con la destra. Il braccio sinistro se l’era rotto quattro giorni prima e durante il concerto doveva stare a riposo ingessato. Suono e esecuzione superiori. Gli Y&T hanno offerto una delle migliori delizie per le orecchie del Bang Your Head di quest’anno. Le leggende tengono botta! Per ottobre 2009 hanno già confermati nuovi concerti in Europa.

W.A.S.P.: 19.35 – 20.45

Quanto sarebbe noioso e vuoto il mondo senza Blackie Lawless e la sua sgangherata combriccola? Oltre a Blackie, dal 1997 membro più o meno fisso della formazione è solo il bassista Mike Duda, mentre batteristi e chitarristi vanno e vengono. Nel 2006 si è unito alla band per la terza volta Doug Blair, chitarrista dell’era “The Crimson Idol”, e nello stesso anno anche Mike Dupke, batterista tra l’altro di John Mellencamp. In settanta minuti i W.A.S.P. hanno ovviamente risparmiato carburante con raffinatezza. Prima di tutto ci hanno rubato cinque minuti, mettendo in apertura un’intro registrata di un pezzo dei The Doors. Soprattutto verso la fine, tra un pezzo e l’altro, c’era qualche attesa teatrale di troppo prima che la band attaccasse il pezzo successivo, e così lo stiracchiare dei versi nel ritornello di, per dire, I Wanna Be Somebody, dove la fossa strapiena di circa 15.000 curiosi ha dovuto gorgheggiare tutta insieme all’unisono, seguendo le istruzioni di Blackie.

Detto questo, non c’è niente da dire! Il concerto dei W.A.S.P. è stato eccellente. Un suono forte ma chiaro e succoso, con la band perfettamente accordata sul palco. Le corse e i salti del capo Blackie a destra e a sinistra sul palco, che non si sono fermati per una buona ora, dimostravano che il tipo si trova benissimo al festival e che alla band fa un gran bene la massa di gente che impazzisce all’unisono con loro. I ragazzi non hanno saltato nemmeno la più recente Take Me Up dall’ultimo album in studio “Dominator” (2007), che hanno infilato a metà del loro repertorio classico, col quale la band si assicura quasi per regola la vittoria in concerto in anticipo! Si sentiva pura routine e nient’altro. Ma non è questo il punto, perché il concerto è stato eccellente. Posso dire per quanto mi riguarda che finalmente ho visto i W.A.S.P. in tutta la loro grandezza. Di buon umore, con un suono eccellente e in compagnia di un sostegno di massa sotto il palco. Non è mancata nemmeno una delle più belle ballad del metal in assoluto, The Idol, e la band, come da copione, ha chiuso il suo show con Blind In Texas.

Blind Guardian: 21.10 – 22.50 

Il programma del secondo giorno del festival è stato in generale emozionantissimo, soprattutto per la varietà di stili, per non parlare dell'”esotismo” di alcune band. Era difficile perdonarsi se per caso ti eri perso una delle band in cartellone. L’onore di chiudere il Bang Your Head!!! di quest’anno è toccato questa volta ai padroni di casa di Krefeld, i tedeschi Blind Guardian. Anche nel 2009 la band è composta dal nucleo motore irremovibile Kürsch, Olbrich, Siepen, in compagnia del batterista un po’ più giovane Frederik Ehmke. Al basso dal vivo li accompagna ancora, come aiutante, Oliver Holzwarth (ex Sieges Even), e alle tastiere, in un ruolo simile, Michael Schüren.

L’orologio scocca le nove passate di sera. Intro. Clangore di ferro di punte affilate o comunque appuntite, grida di caduti, colpiti, feriti, caos… Siamo in mezzo alla tempesta del campo di battaglia! Il pubblico si tappa le orecchie, alza un rumore insopportabile che si propaga alle mie spalle mentre sto nell’area dei fotografi. Ancora il discorso di Morgoth e saranno qui! Come previsto eruttano in Time Stands Still, ma la prima cosa a sorprendere è lo sguardo sul cantante Hansi Kürsch, arrivato sul palco con una nuova pettinatura. Evidentemente il peso degli anni gli ha “spelato” la maggior parte della chioma e le misure preventive per trattenere i capelli sulla volta sono state una necessità, a colpi di tinta.

Per il resto la band è del tutto standard sul palco. Un suono fin dalla prima nota nitido, forte, calibrato con precisione. Olbrich alla destra di Kürsch, Siepen alla sinistra, da qualche parte sullo sfondo nascosto Holzwarth e al centro, dietro, Ehmke dietro una scintillante fortezza metallica di batteria. Kürsch, che affronta il gioco senza particolari escursioni, esplosioni di effetto cinetico superiore o discorsi di “chiacchiere a vuoto”, ha passato un bel po’ di tempo sulla passerella, proprio alla portata della fossa strapiena sotto il palco, occupata da una folla di 20.000 teste, se non di più. Lì nelle prime file i tedeschi, oltre a fare un casino pazzesco, lanciavano persino bolle di sapone. Un’atmosfera solenne che non vivi dappertutto. Per questo devi andare in Germania. E sì, è proprio così. I Blind Guardian vanno visti in Germania, punto.

I Blind Guardian hanno rivoltato la scaletta come un calzino. Nella scaletta rinfrescata hanno portato tanta gioia soprattutto le esecuzioni di Traveler In Time, poi Goodbye My Friend, Blood Tears, The Script For My Requiem, Time What Is Time, Another Holy War e il ritorno di una splendida Lord Of The Rings nel repertorio dal vivo.

Durante Time What Is Time il cielo si è aperto di nuovo. La pioggia ci ha lavati senza pietà fino alla fine del concerto. L’aria si è raffreddata di colpo, ma non ha dato fastidio a nessuno. Il pubblico in estasi, se non interi pezzi, almeno i ritornelli li completava per tutto il tempo con un canto unico e fragoroso, che ha quasi coperto Kürsch. Un’ora e quaranta minuti di compagnia irripetibile con la band si sono trasformati in una chiusura ad alta atmosfera. Dopo la prevista conclusione della parte regolare con Imaginations From The Other Side, la band torna sul palco e lascia quasi tutti i versi al pubblico durante l’esecuzione di The Bard’s Song. Come previsto, ed era interessante confrontare le sensazioni di Balingen con quelle delle precedenti visite ai concerti dei Blind Guardian. La magia dell’irripetibile sensazione di godersi i Blind Guardian in casa si è chiusa con l’hit metal Mirror, Mirror, le luci si spengono, i Blind Guardian ci lasciano accucciati bagnati nelle pozzanghere.

Poi tornano in compagnia di Horst E. Franz, organizzatore principale del festival e insieme tirano le somme davanti all’estasi del pubblico, che non voleva smettere di cantare il ritornello: “Valhalla, deliverance, But you ever forgot me,…” Nemmeno dopo che l’organizzatore ha chiuso il festival di quest’anno con dei solenni fuochi d’artificio. L’incantesimo non mollava. Eppure ho dovuto riscuotermi dal torpore magico. Non nascondo che del Bang Your Head!!! mi sono innamorato alla lettera. È un tipo di festival diverso dai festival di massa. Punta su un pubblico “un po’ più grande”, dai 24 anni in su, e non su smarriti ancora col latte alla bocca che ingoiano tutto, da The Killers a Lady GaGa. Il Bang Your Head!!! offre tanta intimità, offre esibizioni di band che con la loro discografia sono entrate nella storia del rock e del metal, o di band che oggi è davvero difficile incontrare nei tour europei in solitaria, e potrei continuare ancora e ancora. Erano le 23.00 e di lì a mezz’ora nel vicino club Subway ci sarebbe stato l'”after show party” del BYH!!! con la tribute band tedesca ai Judas Priest, i Just Priest, in cui ora strimpella l’ex chitarrista di Primal Fear e Sinner Tom Naumann. Ancora un attimo e sarò lì… ma questa è già la storia per un nuovo reportage. Bang Your Head!!!, ci vediamo di nuovo l’anno prossimo!

foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta

Cloven Hoof Laaz Rockit Powerwolf Driver Warrior Pink Cream 69 Hardcore Superstar Exodus Y&T W.A.S.P. Blind Guardian Scalette: CLOVEN HOOF: 1. Inquisitor 2. Nova Battlestar 3. Mutilator 4. Return Of The Passover 5. Road Of Eagles 6. Gates Of Gehenna LAAZ ROCKIT: 1. Brain Wash 2. Delirium Void 3. Erased 4. Last Breath 5. Chasin’ Charlie 6. Liar 7. Forced To Fight 8. Fire In The Hole POWERWOLF: 1. Lupus Daemonis (intro) 2. We Take It From The Living 3. Prayer In The Dark 4. Raise Your Fist, Evangelist 5. We Came To Take Your Souls 6. Saturday Satan 7. Werewolves Of Armenia 8. Resurrection By Erection 9. Kiss Of The Cobra King 10. Lupus Daemonis DRIVER: 1 .Sons Of Thunder 2. Fly Away 3. Heart’s On Fire 4. Winds Of March 5. Nations On Fire 6. Judgment Day 7. Eagle 8. I’m A Warrior WARRIOR: 1. PTM 1 2. Fight Or Fall 3. Mind Over Matter 4. Ruler 5. Day Of The Evil (Beware) 6. Defenders Of Creation 7. Tonight We Ride 8. Cold Fire 9. Fighting For The Earth EXODUS: 1. Bonded By Blood 2. Iconoclasm 3. A Lesson In Violence 4. Children of a Worthless God 5. Piranha 6. Deathamphetamine 7. Blacklist 8. War Is My Sheppard 9. The Toxic Waltz 10. Strike Of The Beast Y&T: 1. Open Fire 2. Lipstick & Leather 3. Dirty Girl 4. Don’t Stop Runnin’ 5. Mean Streak 6. Rescue Me 7. I’ll Cry For You 8. Eyes Of The Stranger 9. Looks Like Trouble 10. Black Tiger 11. I Believe In You 12. Forever W.A.S.P.: 1. On Your Knees / Inside The Electric Circus 2. Hate To Love Me 3. L.O.V.E. Machine 4. Wild Child 5. Take Me Up 6. Chainsaw Charlie (Murders In The New Morgue) 7. The Idol 8. I Wanna Be Somebody 9. Blind In Texas BLIND GUARDIAN: 1. War Of Wrath (intro) 2. Time Stands Still (At The Iron Hill) 3. Another Holy War 4. Nightfall 5. Traveler In Time 6. Turn The Page 7. The Script For My Requiem 8. Blood Tears 9. Goodbye My Friend 10. This Will Never End 11. Valhalla 12. Sacred 13. Time What Is Time 14. Lord Of The Rings 15. Punishment Divine 16. Imaginations From The Other Side —bis— 17. The Bard’s Song (In The Forest) 18. Mirror Mirror

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