Wacken Rocks South (secondo giorno) – omaggio ai maestri del thrash metal Slayer! (2009)

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Autore: Urban Bolta
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Rieden-Kreuth / Germania
Data del concerto: 27.08.2009
Numero di spettatori: 8000
Prezzo del biglietto: 80,00€

Dopo i bagordi del primo giorno, tra liquorini dolci di varia gradazione alcolica e una bella rimpatriata con i fascinosi In Extremo, è arrivato finalmente il primo vero giorno di festival, quello in cui si sono accesi entrambi i palchi: quello più piccolo, al coperto, chiamato “Wet stage”, e ovviamente quello grande, all’aperto sul prato, cioè il main stage. Voglio sottolineare una cosa: lo Slayer fact. Il secondo giorno è stato il momento clou del Wacken Rocks South, perché a chiudere la serata c’erano, come headliner, i leggendari giganti del thrash metal Slayer. Era la prima data della band quest’anno in Europa in assoluto; la seconda e ultima europea del 2009 è arrivata il giorno dopo nella città tedesca di Aurich, dove si teneva il Wacken Rocks Seaside.

La mattinata l’abbiamo passata in modo più che utile. Siamo andati in macchina fino a Burglengenfeld, a 15 km di distanza: un tuffo nell’idillio medievale tipico di queste cittadine germaniche, con un castello dominante in cima alla collina. Lì abbiamo mangiucchiato qualcosa, ingaggiato battaglie indimenticabili con le vespe e ci siamo rimessi per bene in sesto per l’assalto alla seduta metal del pomeriggio-sera!

9MM: 12.05-12.35 

Prima siamo sgattaiolati a dare un’occhiata a cosa succedeva sul “palco bagnato”. E c’era parecchio da vedere. Sul palco sfrecciavano i sudici “boscaioli” del rock n’ roll tedesco, i 9mm! Testi interamente in tedesco! A comandare la band c’è il cantante e chitarrista ritmico Rock Rotten; sul palco gli fanno compagnia il chitarrista Richie, con radici portoricane, che per stazza (formula del volume della sfera alla mano) rientra tra i veri giganti del rock, il bassista Maubi e il batterista Bommel, ancora minorenne. I 9mm sono stati una delle scoperte più belle del festival, perché erano di una convinzione incredibile. Non solo un suono sporco e tirato al massimo, a tratti gracchiante, scritto secondo la ricetta di un rock n’ roll che non conosce complicazioni, ma semplici combinazioni “a un solo blocco” di passeggiate sulle “caselle” del manico della chitarra (riff a due corde in quinte), e ovviamente la voce di Rock Rotten. Che ha una forza pazzesca. In pratica sembrava che Rock volesse sbriciolare con la voce tutte le membrane dei monitor. Voce ruvida e penetrante. Ai confini con l’urlo da dittatore dei tempi migliori di Hitler, sguardo sfacciato e arrogante puntato dritto davanti a sé, smorfie volutamente buffonesche. Un carisma enorme, che ti tira dalla sua parte in un istante. Il suono e la presenza della band, con una botta di palle piene, dritta in fronte come una mazzata da scemi. Sotto il palco un bel po’ di teste barcollanti si scontravano l’una con l’altra. Immaginate un mosh pit di muscoli ubriachi di vino, cioè un mosh pit al rallentatore, dove anche i più celebri hockeisti della NHL potrebbero prendere ispirazione per i body check. Insomma, una versione incredibilmente dura e sporca del rock n’ roll, dove i muscoli scoppiano senza freni! Ich will…erst Hart: prima di questa canzone Rock ha fermato il concerto e ha chiesto alla parte maschile del pubblico: “Quanti di voi stanotte faranno sesso?” (la domanda originale suonava ovviamente molto più perversa). Segue un borbottio in risposta. Rock ripete la domanda più chiaramente, e arriva una risposta ruggente dalla parte maschile del pubblico. Ma certo che lo faremo tutti, per noi uomini è logico! Poi la stessa domanda va alla parte femminile. Ma a parte una specie di gemito di due anime femminili sperdute, non abbiamo sentito altro. Insomma, il verso principale di questa canzone contiene anche la sequenza di parole …ich werde ficken…, incastonata nel tipico rotolare di riff da legnaia rock n’ roll. Una cazzeggiata fino al midollo! Voglio spiegarvi in due parole cosa sono i 9mm. Prendi i Motörhead, ci aggiungi un po’ della velocità dei Running Wild e sbatti sul piatto le grosse palle degli AC/DC! Fidatevi, ai concerti dei 9mm sotto tutti i punti di vista si vedono sempre un sacco di lampi! Mettetevi su la canzone Kampfschwein e vi sarà subito tutto chiaro!

AXXIS: 12.40-13.20 

Ci ritroviamo sotto il main stage mentre lassù già “sbattono” a più non posso i nostri vecchi amici Axxis, che avevamo visto esattamente un anno fa al festival motociclistico di Pola (Croazia). Curioso anche che gli Axxis abbiano annunciato l’uscita ufficiale del nuovo album in studio “Utopia” solo il giorno dopo la data al Wacken Rocks South. Eppure sul palco non l’hanno presentato, ma hanno suonato pezzi dall’album “Doom Of Destiny” (2007), come Tales Of Glory Island, con cui hanno aperto il concerto, e più tardi, a metà show, Bloodangel. Ovviamente hanno condito l’esibizione con dei classici come Little War e Touch The Rainbow, eseguita in versione acustica. Per l’occasione Bernhard ha di nuovo invitato sul palco una ragazza, le ha piazzato in mano un tamburello e le ha spiegato come maneggiarlo perché non “se la porti via” per conto suo fuori dal ritmo base della canzone. Un momento che ha divertito un mondo sia il pubblico sia la band sul palco. Al chitarrista Marc, nell’anno passato dal nostro incontro a Pola, sono cresciuti dei bei capelloni lunghi, mentre Bernhard Weiss resta sempre un personaggio da palcoscenico tutto particolare, con un approccio vocale unico che non puoi non riconoscere ogni volta che il bravo omone apre bocca. Il cantante si mantiene in forma smagliante, e la band ha un’ottima chimica sul palco. Gli Axxis hanno chiuso il loro concerto di 40 minuti con il classico Kingdom Of Madness, che ha riportato a galla i vecchi tempi di gloria hard rock della band. Già da qualche anno, infatti, gli Axxis si sono trasformati in puri power metaller sinfonici!

HERMAN FRANK BAND: 13.25-14.00 

Dopo i 9mm è salito sul “palco bagnato” l’ex chitarrista degli Accept Herman Frank con la sua band. Ha presentato con foga il nuovo album in studio “Loyal To None”, da cui spiccava soprattutto l’ultra shrapnel Bastards Legion, scritta nella classica maniera “bad to the bone” degli Accept. Herman è ancora un osso duro indistruttibile, con un look da palco curato e un carisma pazzesco. La band ha tirato fuori un suono estremamente tirato e voluminoso, che ha invaso la saletta e ha subito soggiogato tutti i fedeli di quella forma ossificata di heavy metal di origine tedesca. Come se non bastasse, la band ti molla anche il brano Kill The King, con una voce ottima e curata di stampo teatrale che lega con sicurezza tutta l’esibizione, tempo medio e riff civettuoli e velenosamente aggressivi, e la misura è colma! La formazione con Peter Pichl (basso, Nektar, Running Wild), Stefan Schwarzmann (ex-U.D.O., ex-Running Wild, ex-Helloween, Godiva,…) e il cantante di origine greca Jiotis Parachidis, che circondano Herman Frank, ha messo in scena una storia simile a quella che si sarebbe ripetuta poco dopo sul palco grande, quando l’hanno occupato gli U.D.O. Vincente!

HEAVEN SHALL BURN: 15.35-16.20 

Verso le tre e mezza del pomeriggio i metalcorer tedeschi Heaven Shall Burn hanno preso possesso del main stage, incitati sotto il palco da un pubblico numeroso, circa 3000 fan della band, e non meno. In uno dei suoi discorsi il cantante ha “provocato” magistralmente la folla, spingendola a correre un giro intero attorno alla torre del mixer, a 100 m dal palco, e ha sollevato vere salve di polvere in aria. Durante gli Heaven Shall Burn ci siamo goduti uno spettacolo di mosh pit enormi e crowd surfing intensissimo. I buttafuori si sono letteralmente divertiti sotto il palco a pescare le teste impazzite dei fan degli Heaven Shall Burn. Insomma, è la tradizione dei concerti degli Heaven Shall Burn, che capiscono sia i buttafuori sia il pubblico, e questo è molto importante. L’energia di quel disconnettersi totale era immacolata. Vero, la band è vestita apposta in modo “sobrio”, come se prima del concerto fosse passata alla Caritas a racimolare in fretta qualche vecchio straccio, che è del resto lo stile delle band moderne col suffisso “core”, ma suona alla grande e domina i palchi con sicurezza. E alla fine è questo che conta. La band ha attraversato un repertorio che includeva, tra l’altro, i seguenti brani: Behind The Wall Of Silence, Endzeit, Voice Of The Voiceless, Counterweight, Like A Thousand Suns, Murderers Of The Murderer, The Weapon They Fear. Gli Heaven Shall Burn hanno chiuso l’intenso set con la cover di Black Tears degli Edge Of Sanitiy.

U.D.O.: 17.05-17.50

Qualche mese fa il cuore di ogni heavy metaller si è infiammato alla notizia che i vecchi cari Accept si erano rimessi insieme ed erano pronti per un nuovo tour e un nuovo album. Ma gli Accept avranno un grosso difetto: alla voce non ci sarà l’inconfondibile Udo Dirkschneider! L’unico sostituto logico per un fan degli Accept è quindi andare a un concerto degli U.D.O., la band che Udo ha fondato quando ha lasciato gli Accept, nel lontano 1987. Ancora più bello quando gli U.D.O. suonano a un festival dove ti trovi proprio tu. La band poggia sulle fondamenta della vecchia scuola Accept: ogni pezzo scommette su un riff eccellente che porta a un ritornello follemente contagioso, il tutto insaporito dalla voce stridula di Udo. Puntualissimi all’ora annunciata, Stefan Kaufmann, Igor Gianola (entrambi alle chitarre), Fitty Wienhold (basso) e Francesco Jovino (batteria) hanno preso posizione sul palco e attaccato con la parte introduttiva del classico Metal Heart, e la gente nelle prime file è stata travolta da un’ondata di entusiasmo. Uno dei brani più riconoscibili della scuola tedesca dell’heavy metal è infatti il pretesto perfetto per l’headbanging e il braccio alzato, a sostegno della band! E lo zio Udo, intanto, dov’era finito? Quando l’overture strumentale è finita, è arrivato trotterellando da dietro le quinte e ha cominciato a cantare. Cantare? A chi lo sentiva per la prima volta, il suo canto ha sicuramente strappato un sorriso. Occhi chiusi, smorfie sulla faccia e quella voce stridula, rauca, piuttosto acuta, riconoscibile a un chilometro. Insieme alla figura bassa e un po’ ingobbita sembra davvero comico. Ma quante cose ha fatto per l’heavy metal questo ometto! Mentre pensavo a tutto quello che ho descritto a grandi linee, il concerto filava via a velocità della luce. Abbiamo sentito quattro classici degli Accept e quattro canzoni del periodo U.D.O.; da quest’ultimo i ragazzi ci hanno servito un menù “un po’ misto”, con la già più vecchia They Want War (1987) e tre pezzi relativamente più recenti. Durante tutto il concerto gli occhi sono puntati sul frontman della band, il patriarca, che ha un carisma senza pari. Quando arrivavano le parti strumentali, Udo si spostava sul fondo del palco e lasciava qualche briciola anche ai chitarristi Kaufmann e Gianola, che si prendevano così qualche momento di autopromozione. La band ha fatto il suo lavoro con eccellenza: sotto il palco ha portato il battito della vena heavy metal dei fan al massimo, le prime file erano in delirio, e credo che anche più indietro pezzi come Princess of the Dawn e Balls to the Wall abbiano fatto quello che devono fare: una bella festa heavy metal!

ALESTORM: 17.55-18.30 (concerto spostato al 29.08.2009, alle 2.30) 

Ancora due parole sugli ubriaconi pirati scozzesi Alestorm. I ragazzi, che avevano il concerto in programma poco prima delle sei del pomeriggio, sono arrivati in ritardo al festival. Così sono stati spostati alle due e mezza di notte del giorno dopo, sempre sul palco bagnato. Mentre camminavamo dal main stage verso il campeggio, proprio quando gli Alestorm avrebbero dovuto iniziare, un bel mucchio di teste infuriate stava lasciando la sala del “Wet stage”. Una di loro ha descritto la situazione più o meno così: “Se andate al concerto degli Alestorm, sappiate che la band è invisibile, che tutto il pubblico nella sala è invisibile e che gli Alestorm suonano così piano che non li sente proprio nessuno!” Era il suo modo di dire che il concerto era saltato. Beh, i testimoni che hanno aspettato fino alle due e mezza di notte hanno poi raccontato che gli Alestorm sul palco ci sono finiti davvero. Ma ci sono finiti come trio, senza batterista. Suonavano a macchinetta e suonavano peggio di una band qualunque a una prova di routine. Sgangherati, con una marea di errori mentre suonavano e di sbagli nel cantare i versi. Tanto per dire se valgono tutto questo casino e il sostegno dei “fuori di testa”, che li hanno evidentemente adottati soprattutto perché gli Alestorm sono perdutamente innamorati dei barili di Ale inglese; quanto a espressione musicale, personalità d’autore e carisma, di tangibile ce n’è meno di quanto nero ci sia sotto le unghie del tipico Hamdija bosniaco che brandisce cazzuola e spatola da qualche parte in alto, accanto al vecchio edificio dell’Opera di Lubiana. Alestorm? Bleah e puah!

DORO: 18.35-19.35 

Doro Pesch è una cantante heavy metal leggendaria. Il suo carisma, la sua positività, la sua apertura, la sua semplicità e la sua disponibilità possono essere un grande esempio per gli altri musicisti. La signora ne ha passate di tutti i colori nella sua carriera musicale e può solo darci lezioni a tutti. In pratica l’unica donna al mondo che può vantare una carriera solista di grande successo nell’heavy metal, Doro, unica legittima erede dell’eredità dei Warlock. Si è circondata di una squadra di “latin lover” dagli sguardi tristi, tra neo-trucco, mania dei tatuaggi e altro kitsch. Tra i nomi della formazione spicca decisamente il batterista Johnny Dee, che durante l’esibizione ha affascinato con l’inserimento perfetto del doppio pedale della cassa, dando un contributo enorme al controllo della dinamica e della varietà dei pezzi, soprattutto in termini di ondate d’aria! L’uomo ha mostrato la sua qualità anche con alcuni ottimi “rolling” di passaggio. Doro mantiene voce e fisico in forma straordinaria. Sul palco il suo carisma irradia un’energia enorme. Tiene sempre il contatto visivo con il pubblico, e un bel po’ di movimenti scenici li ha ereditati anche dall’eccellenza Ronnie James Dio.  Doro ha costruito la scaletta suonando perlopiù brani dei Warlock. Si parte subito all’attacco con Earthshaker Rock dal secondo disco dei Warlock, “Hellbound”. Le prime cinque canzoni del concerto, un perfetto attacco Warlock! Più avanti c’è stato un accostamento interessante tra il brano Celebrate, che si è trasformato all’improvviso e splendidamente in Metal Racer, nuovo classico dei Warlock dal disco d’esordio “Burning The Witches”. Fantastico. Soprattutto perché la scaletta era unica, piuttosto diversa rispetto alle altre date estive che Doro ha già fatto quest’anno. Abbiamo avuto anche un omaggio agli autori della bibbia dell’heavy metal, i Judas Priest, quando la band si è lanciata nella cover di Breaking The Law. L’ha aperta il chitarrista Luca Pinciotta in una maniera acustica ricodificata con arguzia. La band ha così suonato un giro del pezzo (pre-ritornello e ritornello), poi ha vomitato una vera valanga magnetica di distorsione al massimo che ha messo in ginocchio tutta la folla. Il segnale che eravamo al culmine del concerto è stato l’arrivo della più nota e immancabile canzone dei Warlock, All We Are, durante la quale non serve sottolineare che di flusso energetico alternato ne è passato di gran lunga di più. Allo stesso tempo, con i brani Night Of The Warlock e Celebrate, Doro ci ha ricordato che là fuori c’è il nuovo album fresco di stampa “Fear No Evil” (2009). La band ha coronato il suo set intenso e senza una sbavatura con il brano We Are The Metalheads, che Doro ha scritto apposta per il ventesimo anniversario del festival Wacken Open Air, esprimendo così grande rispetto per l’organizzatore, che mantiene viva la fiamma del metal come non mai. Che dire. Dopo una cosa così ne resta una sola da fare. Bisogna assolutamente vedere la band a Zagabria, nel tour da headliner di ottobre previsto per quest’anno!

DER W: 20.20-21.30 

“Der W” è l’ex bassista e leader dei Böhse Onkelz Stephan Weidner, che in età matura si è messo alla prova come cantante solista! Lo accompagna una formazione con due chitarre, basso e naturalmente batteria. Der W è quindi anche il nome della sua band. La stessa band l’anno scorso ha pubblicato l’album d’esordio “Schneller, höher, Weidner”, che ha suonato per intero al concerto del Wacken Rocks South. I Böhse Onkelz hanno uno status di culto in Germania e Austria, e a Stephan non è servito chissà quale sforzo sul palco per avere il pubblico in pugno. In realtà si vede che Stephan ha passato la maggior parte della carriera a suonare il basso, e per un ruolo da cantante rifinito gli mancano ancora parecchie porzioni di polenta di grano saraceno. Primo: recitazione da palco priva di spirito, con movimenti monotoni a destra e a sinistra del palco. Secondo: troppo poco accento su una presenza scenica più imponente. Nonostante una versione del rock che non è caduta lontano dall’eredità della band madre di Stephan, cioè un semplice stringere accordi, frasi semplici, con un po’ più di enfasi sulla costruzione di una fitta cortina di riff sullo sfondo, ma senza esagerare! Voce piuttosto normale, punkeggiante, ma con un approccio sentito e sicuro. In alcuni passaggi i ragazzi hanno dimostrato che non sanno solo bruciare in modo monotono, ma che sono ottimi musicisti, capaci di tirare fuori anche compiti più impegnativi quando serve. Questo comprende momenti più interessanti, creati da alcuni (peraltro rari) assoli dei due chitarristi e da inserti di batteria più complessi nei passaggi. Per il resto, la sensazione superficiale che l’approccio di Stephan dà è una specie di “autocommiserazione” e un pianto emotivo per i tempi migliori, ma che vuoi farci. Popolarità è popolarità. Al pubblico tedesco tutta la faccenda piace da matti, per questo i Der W hanno raccolto sotto il palco, fino a quel momento, il pubblico di gran lunga più numeroso. E credeteci: non l’hanno tradito. Nemmeno con la cover di Gewinnen kann jeder, dei Nordend Antistars, band in cui Stephan ha militato in passato. Per un osservatore esterno, però, il concerto dei Der W è qualcosa che purtroppo non lascia una particolare sensazione di appagamento.

VOLBEAT: 22.15-23.20 

Ogni band, ma proprio ogni band, alla nascita si tormenta con la stessa domanda: come conquistare il prima possibile i fan e, con loro, la gloria. La risposta l’hanno evidentemente trovata i danesi Volbeat, che in un tempo relativamente breve (hanno cominciato a suonare nel 2001) sono diventati famosissimi e di conseguenza headliner di enormi festival, di cui quest’estate per i danesi non ce ne sono stati certo pochi. Uno di questi era anche il Wacken Rocks, dove l’organizzatore li ha considerati addirittura il secondo nome dell’evento dopo gli Slayer.. Ognuno pensi quello che vuole di questo dato, guardando le altre band, ma io con l’organizzatore non sarei proprio d’accordo.

In mezzo a un’inondazione di band più recenti, vestite negli stessi colori, in cui è difficile trovare un tratto riconoscibile che le renda uniche, i Volbeat sono una stella luminosa che spicca dalla grigia media. Ai presenti hanno proposto il loro suono unico, a cui si accorda lo stile del frontman Michael Poulsen: una specie di miscela di rockabilly e heavy metal. L’orizzonte musicale dei membri dei Volbeat è molto ampio, così nella loro musica, oltre ai due generi citati, si sentono anche influssi punk (hanno suonato la cover di Angelfuck dei Misfits) e country (una canzone l’hanno dedicata all’eterna leggenda Johnny Cash). Il quadro sonoro variegato è piaciuto al pubblico, e sul posto si è visto il maggior numero di capelloni fino a quel momento. Accanto a Poulsen, che attira gli sguardi con il suo aspetto interessante (camicina bianca e pettinatura rockabilly), sul palco si nota molto anche l’ultimo acquisto, il chitarrista Thomas Bredahl, perché sprizza un sacco di energia e sul palco non sta mai fermo. In un programma di una buona ora hanno coperto brani di tutti e tre gli album in studio usciti finora, con particolare attenzione al sempre attuale Guitar Gangsters & Cadillac Blood, uscito l’anno scorso. La title track dell’ultimo album, Still Counting, o per esempio l’ultima suonata, We, sono hit con lo spirito Volbeat autentico catturato in modo meraviglioso, cosa che ha sentito anche la gente, che ha ballicchiato insieme ai danesi finché il concerto di un’ora buona non è finito…

SLAYER: 00.10-1.25 

A notte fonda, anzi ormai di notte, è arrivato finalmente il momento delle star della serata e dell’intero festival: gli headliner della prima edizione del Wacken Rocks South erano i portabandiera della scena americana “Bay Area thrash”, i grandissimi Slayer. Nel calendario degli Slayer per l’anno di tour 2009 le date europee sono solo due: quella sera era la prima, già il giorno dopo hanno sgranchito i colli dei loro fan nel nord della Germania, e basta. Rockline si trovava quindi a una delle sole due date degli Slayer in giro per un bel pezzo, sia nel tempo sia nello spazio. Tom Araya, Jeff Hanneman, Kerry King e Dave Lombardo sono la formazione che nel 1981 ha cominciato timidamente a scrivere la propria storia, e alla fine degli anni Ottanta ha pubblicato alcuni dischi di culto che sono e saranno sempre “evergreen” del metal, quelli che ogni thrash metal band suona agli inizi. Dopo l’autodemolizione dei Metallica dal trono dei re del thrash, oggi gli Slayer, con uscite ancora molto solide, sono la forza trainante di questo genere, e come hanno dimostrato, il primato di re del thrash può togliermelo loro solo il (già annunciato) ritiro.

Darkness of Christ, il tema introduttivo dell’album “God Hates Us All” (2001), è dall’uscita del disco il “tape intro” dei concerti degli Slayer.  Il palco si è avvolto nella nebbia, nell’aria si è sentita un’atmosfera morbosa, catturata in modo molto azzeccato nell’intro, e dopo un minuto e mezzo di attesa e di cuore in gola è successo! Il trio con le chitarre piomba sul palco e parte con il seguito logico: Disciple, un altro brano dell’album appena citato. Già il primo riff pesante ha fatto saltare in aria la folla radunata, la più numerosa di tutto il festival, e dietro le prime file è iniziata la lotta per la sopravvivenza, detta anche moshpit. Che esperienza indimenticabile vedere sul palco la coppia di chitarre King & Hanneman! I leggendari “gemelli”, che suonano insieme da quasi 30 anni, hanno dato ai presenti una bella lezione di affiatamento e infallibilità: dato che suonano di continuo dal vivo, è un fenomeno del tutto logico. L’aspetto terrificante di Kerry King e il suo atteggiamento di ghiaccio verso il pubblico, di cui se ne frega e a cui durante il concerto non concede nemmeno uno sguardo, sono le due caratteristiche che in Kerry spiccano di più. Nonostante il suo aspetto grottescamente spaventoso, si è notato subito che negli assoli resta insicuro, perfino buffo. Su Jeff Hanneman ho la sensazione che, nonostante il suo ruolo importante nella band, sul palco si goda il suonare all’ombra, in secondo piano, perché con la sua personalità King lo oscura spesso del tutto. La vista su Dave Lombardo era coperta da un enorme set di batteria, quindi osservare quel che succedeva dietro i tamburi era un po’ complicato, ma Dave non si è fatto distrarre. Ha dimostrato ancora una volta di che pasta è fatto! Il già un po’ brizzolato Tom Araya, che oltre a suonare il basso si guadagna il pane come cantante, ha gli anni che corrono inarrestabili, e si vede nella fatica sempre maggiore nei compiti vocali: la prova più evidente è Angel of Death, dove l’urlo acuto iniziale non lo fa proprio, ma con un sorriso sulle labbra lo lascia al pubblico. Per la maggior parte del tempo Araya si muove nelle acque vocali medie, che non gli danno alcun problema, mentre negli (rari) urli acuti adatta la voce all’età, abbassandola di un gradino o due. Per il resto, è un frontman eccezionale! Tiene il pubblico sempre sotto scacco, la sua esibizione è convincente, il pubblico è avido delle sue parole sputate, e in generale è l’unico dei quattro che comunica con il pubblico (in qualsiasi forma). Gli altri tre non si fanno distrarre. Nemmeno per sogno.

La scaletta era prevedibilissima: non ci hanno servito nemmeno una caramellina. Come previsto hanno ignorato del tutto gli album della metà degli anni Novanta, ma hanno suonato, tra l’altro, il nuovo singolo Psychopathy Red, che sarà sull’imminente album “World Painted Blood”, in uscita in autunno. Fino a quel pezzo King ha avuto enormi problemi tecnici: gli faceva i dispetti il collegamento tra chitarra e impianto, che i tecnici alla fine sono riusciti a sistemare. Il culmine del concerto sono stati, soprattutto per chi vedeva gli Slayer per la prima volta, gli ultimi pezzi, i cui riff fanno rizzare tutti i peli del corpo e saranno sempre scritti a lettere d’oro in tutti i manuali del metal.  Un’esibizione prevedibile dei vecchi gattoni, filata liscia e secondo le attese. Visto che dagli Slayer ci si aspetta sempre il massimo, è stata una chiusura di serata eccezionale. Abbiamo visto il controllo totale di quel che accadeva sul palco, il carisma irradiato da tutti e quattro e, non da ultimo, abbiamo visto qualcosa di più grande di tutto ciò che nel mondo del thrash metal abbia mai calpestato madre terra!

testo: Urban Bolta (U.D.O., Volbeat, Slayer)
testo: Aleš Podbrežnik (intro, Axxis, 9mm, Herman Frank Band, Heaven Shall Burn, Alestorm, Doro, Der W)
foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta

11:15 – 11:55 DEBAUCHERY 12:40 – 13:20 AXXIS 14:11 – 14:50 HANK III 15:35 – 16:20 HEAVEN SHALL BURN 17:05 – 17:50 U.D.O. 18:35 – 19:35 DORO 20:20 – 21:30 DER W. 22:15 – 23:20 VOLBEAT 00:10 – 01:25 SLAYER WET STAGE 10:45 – 11:10 AGE OF EVIL 12:05 – 12:35 9MM 13:25 – 14:00 HERMAN FRANK BAND 14:55 – 15:30 BAI BANG 16:25 – 17:00 SAHG 17:55 – 18:30 ALESTORM 19:40 – 20:15 PARITY BOOT 21:35 – 22:10 SUIDAKRA 23:25 – 00:10 SECRETS OF THE MOON 01:30 – 2:10 KRYPTERIA 02:30 – 3:00 CHROME MOLLY 03:15 – 03:45 SILVERLANE U.D.O. set lista: 1. Metalheart 2. They Want War 3. 24/7 4. Vendetta 5. Princess Of The Dawn 6. Living For Tonight 7. Man And Machine 8. Balls To The Wall DORO set lista: 1. Intro 2. Earthshaker Rock 3. I Rule The Ruins 4. Burning The Witches 5. True As Steel 6. Night Of The Warlock 7. Fuer immer 8. Hellbound 9. Celebrate / Metal Racer 10. Burn It Up 11. Breaking The Law 12. All We Are 13. We Are The Metalheads VOLBEAT set lista: 1. Intro (End of the Road) 2. Guitar Gangsters & Cadillac Blood 3. Radio Girl 4. Hallelujah Goat 5. Sad Man’s Tongue 6. Mr. & Mrs. Ness 7. Pool of Booze, Booze, Booza 8. Mary Ann’s Place 9. Angelfuck 10. The Human Instrument 11. The Garden’s Tale 12. Caroline Leaving 13. Still Counting 14. A Moment Forever 15. We SLAYER set lista: 1. Darkness of Christ 2. Disciple 3. War Ensemble 4. Jihad 5. Psychopathy Red 6. At Dawn They Sleep 7. Chemical Warfare 8. Ghosts of War 9. Eyes of the Insane 10. Payback 11. Dead Skin Mask 12. Spirit in Black 13. Angel of Death —bis— 14. South of Heaven 15. Raining Blood

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