House Of Lords hanno sfiorato anche la Slovenia con il Bangin’ World Tour (2009)
Autore: Aleš Podbrežnik
Luogo: Rock Club / Ronchi Dei Legionari (Ronke) / Italia
Data del concerto: 13.11.2009
Spettatori: 120
Prezzo del biglietto: 20,00€
Finalmente, anche se di venerdì 13! Dopo il ritorno degli House Of Lords sei anni fa e quattro album usciti, anche RockLine è riuscita a beccare la band dal vivo. E lo ha fatto durante il tour a supporto dell’ultimo album in studio “Cartesian Dreams” (2009, Frontiers Records) – recensione di RockLine QUI. Gli anni in cui gli House Of Lords lasciavano il segno sulla scena internazionale sono ormai lontani, eppure la band scalcia ancora. Con la mediocre “The Power And The Myth” (2004) hanno chiuso una pausa di 12 anni senza album, mentre gli ultimi tre dischi usciti dopo suonano alla grande, proprio come piacciono ai fan duri e puri dei loro primi tre lavori. In realtà l’unico nome che attraversa tutta la carriera degli House Of Lords è oggi, nella band, quello del cantante James Christian, presente in ogni singolo album in studio della formazione. Nella sezione ritmica oggi pestano il giovane Chris McCarvill al basso e B.J. Zampa alla batteria. Prima del tour è successo anche che Jimmy Bell sia stato sostituito dal chitarrista dei Danger Danger Rob Marcello. Sul sito ufficiale di James Christian non si spiegava nel dettaglio il motivo del cambio, ma sui manifesti promozionali del “Bangin’ World Tour 2009” nella foto della band c’è già Rob Marcello alla chitarra.
Stavolta il tour, per fortuna, ha letteralmente “sfiorato” la Slovenia e per vedere la band non c’era bisogno di chissà quali sforzi. Bastava arrivare vicino all’aeroporto di Trieste, più precisamente al Rock Club di Ronchi Dei Legionari (in sloveno Ronke), per rivivere il nuovo album e qualche classico immortale di questa splendida band di hard rock melodico di Los Angeles.
| KANE’D: |
Come d’abitudine dalle parti dei nostri vicini occidentali, i concerti iniziano sempre molto tardi. Al Rock Club la prima band di supporto, i promettenti hard rocker britannici Kane’d, ha iniziato a far casino verso le 21.00. Si tratta di un settetto con tre sorelle alla voce solista. Hanno attirato parecchia attenzione soprattutto per il gioco provocante e un po’ civettuolo sul palco, più che giustificato visto che le ragazze, con le loro armonie vocali, hanno tenuto la situazione in pugno con sicurezza. Non è hard rock puro, anche se il contenuto porta con sé una bella dose di contagiosità melodica. La band lascia volentieri correre il riffing su un galoppo ritmico spesso segnato dal punk, e nei passaggi più semplici si sente anche una certa vena alternativa moderna. Del resto basta vederli in bolero per capire che non si tratta di hard rock purosangue. Il gruppo ha provato a scaldare subito il pubblico con il classico di Idol Rebel Yell, ma non ce n’era nemmeno bisogno: con il materiale proprio ha dimostrato di essere un gruppo di giovani rocker promettenti, che in futuro potrebbero far parlare di sé sulla scena.
| SWEET LORAINE (tribute to Uriah Heep): |
L’ultimo concerto della tribute band triestina degli Uriah Heep, i Sweet Loraine, con il cantante sloveno Davor Žorž, che dopo questa serata lascerà purtroppo definitivamente il gruppo per altri impegni improrogabili, è capitato a fagiolo: di Sweet Loraine avevo sentito già un sacco di parole di incoraggiamento, ma finora non ero mai riuscito a vederli su un palco. La formazione comprende poi il virtuoso delle tastiere Alex Falcone, armato di Hammond e moog come si conviene quando si suonano gli Uriah Heep, il bassista Alberto Zuccato e i nuovi arrivati Paollo Millo alla chitarra e Sergio Sigoni alla batteria.
Al Rock Club la riproduzione del sound retrò anni Settanta è stata stavolta meno riuscita, e le cause vanno cercate nelle caratteristiche del locale e probabilmente nel poco tempo a disposizione per calibrare tutti i dettagli necessari ad avvicinarsi in modo decente al suono degli Uriah Heep. In compenso la band ha sorpreso con una scaletta davvero interessante, che ha fatto la felicità dei veri fan degli Uriah Heep presenti nel club. Ci hanno infilato infatti qualche classico che gli Uriah Heep non suonano più dal vivo da una vita, o che non suoneranno mai più. È successo perfino che nella scaletta sia finita l’ottima The Dance (dall’album degli Uriah Heep “Innocent Victim”, 1978), che gli Uriah Heep in carriera non hanno mai eseguito dal vivo.
La band, che a giugno ha subito qualche cambio di formazione, ha aperto il set in modo un po’ timido e riservato con Look At Yourself. Si sentiva soprattutto la mancanza di un po’ più di piglio ritmico dal rullante, perché quella riconoscibile marcia al galoppo dell’originale non sono riusciti a replicarla in modo soddisfacente. Anche Davor si stava ancora scaldando la voce, ma con la sorprendente Seven Stars ha già mostrato perché è il cantante dei Sweet Loraine. Il tipo ha quel calore d’intonazione con cui si può inseguire, in modo del tutto oggettivo, l’energia e riprodurre qualcosa di simile alle voci carismatiche di David Byron e John Lawton. Gli calza a pennello soprattutto un pezzo come Stealin’, che Žorž ha centrato particolarmente bene. È stato convincente soprattutto nei brani di cui padroneggiava i testi a memoria (Stealin’, Gypsy, Easy Livin’), mentre nella maggior parte degli altri questo potenziale non è stato sfruttato a dovere, perché Davor doveva concentrarsi sui fogli scarabocchiati sotto il monitor invece di costruire su una presenza scenica rodata e su interpretazioni ancora più riuscite degli originali. Dei cinque sul palco, quello che ha mostrato più sicurezza è stato il maestro Alex Falcone, che con le tastiere ha riprodotto con più successo il suono di Hensley. Va detto poi che anche la chitarra in certi momenti ha ancora parecchie riserve, soprattutto nel tirare fuori un suono più grosso e grasso in alcuni pezzi. Per questo il chitarrista dovrà studiare più a fondo gli effetti retrò di Mick Box, magari usare una Gibson Les Paul e, soprattutto in Tears In My Eyes, cominciare a usare il ditale. Comunque i Sweet Loraine sono stati un riscaldamento più che dignitoso e benvenuto e, con il repertorio dei grandi Uriah Heep, hanno risvegliato parecchia simpatia nostalgica per i tempi in cui il rock era ancora giovane e innocente, quando tutte le band che spuntavano sulla scena erano buone e tutti gli album usciti erano buoni.
Žorž è stato sicuro anche nel camminare sulle orme dell’inafferrabile e unico John Lawton. The Dance e The Hanging Tree nel suo approccio sono suonate davvero piacevoli, mentre qualche difficoltà gliel’ha data la ripetizione finale del ritornello dell’impegnativa Do You Know, che insieme a The Dance è stata una delle maggiori sorprese della scaletta dei Sweet Loraine.
| HOUSE OF LORDS: 00:00 – 01.20 |
Con l’aiuto dei Kane’d, McCarvill, Marcello e Zampa si sono sistemati gli strumenti da soli. Restava solo da aspettare James Christian, che con il suo tour manager al seguito si è fatto largo tra il pubblico fino al palco. Gli House Of Lords hanno sparato subito, e con il pezzo probabilmente più atteso della serata, Sahara. Abbiamo ottenuto anche risposta a qualche domanda su suono e interpretazione. All’inizio la batteria era decisamente troppo alta e la voce di Christian troppo bassa, quindi non ci è voluto molto per capire che gli House Of Lords si affidano a cori registrati. Alla domanda se Jimmy Bell sia sostituibile la risposta è stata un sì pieno, perché Rob Marcello ha dimostrato di essere uno dei chitarristi più rifiniti in circolazione: suono cristallino e fluido, velocità della luce, e nemmeno una nota sbagliata. A questo chitarrista basta l’incredibile facilità con cui infila sequenze di note infernali, e la velocità assurda con cui lo fa. Non mi sbaglierò di molto se definisco Rob uno dei chitarristi più veloci del momento al mondo (escluso il “principio Super Nintendo” dei Dragonforce).
Gli House Of Lords si sono presi subito un centinaio di persone sotto il palco con due classici del repertorio, mentre durante il nuovo pezzo Cartesian Dreams hanno regolato il suono su un’immagine piacevole, che per il resto del concerto rendeva meglio più o meno a metà del locale. James Christian è ancora un ottimo cantante, che ha portato a casa la maggior parte del materiale con le qualità della sua voce vellutata, che a volte ricorda senza volerlo Joe Lynn Turner. Certo, a tratti anche James mostra stanchezza e voce un po’ consumata, cosa che ha provato a rimediare con due pause piuttosto lunghe durante gli assoli di batteria e chitarra e con frequenti sorsate d’acqua.
Il livello di esecuzione della band è comunque entusiasmante: sono ottimi musicisti quelli che accompagnano James Christian, e in tutto il concerto non hanno commesso una sola stecca degna di nota. James è un cantante accessibilissimo e carismatico, che ha scaldato e incitato alla grande un pubblico poco numeroso, tra cui questa volta spiccava anche una bella dozzina di sloveni. Che gli House Of Lords oggi siano molto parsimoniosi e guardino a ogni tozzo di pane sudato lo dimostra il triste fatto che in formazione non hanno un tastierista. Il fatto è ancora più triste perché gli House Of Lords sono nati da una band fondata proprio da un tastierista. Non è grave che Gregg Giuffria non sia più nella formazione da un pezzo; quello che rattrista è che oggi un tastierista (qualunque) in band manca fisicamente, e quindi gli House Of Lords devono eseguire il proprio materiale sul palco con tastiere registrate. Meglio così che pagare un altro membro, il quinto. Peccato. Un’altra cosa che fa pensare che dalla serata a Ronchi gli House Of Lords, parsimoniosi com’erano, abbiano guadagnato poco è che con il bis hanno suonato in tutto un’ora e venti.
A distogliere l’attenzione del pubblico dai “ritocchi cosmetici” della band ci ha pensato soprattutto un Rob Marcello fuori serie, che con certi assoli “dell’aldilà” ha semplicemente stregato i presenti! Ma in generale questo non basta a evitare che resti almeno un vago retrogusto amaro: gli House Of Lords oggi amano barare un pochino. Dai tre album più vecchi hanno pescato soprattutto dal primo, “House Of Lords” (1988) – quattro pezzi – mentre “Sahara” (1990) e “Demons Down” (1992) erano rappresentati solo da Sahara e Talkin’ ‘Bout Love, un raccolto piuttosto misero per i fan degli House Of Lords classici. Per fortuna il materiale degli ultimi tre album si lega benissimo ai primi tre. Nonostante la mossa un po’ poco furba di piazzare (per carità, ottima) These Are The Times (“World Upside Down”, 2006), che come bis andava sostituita assolutamente da un classico più vecchio tipo Edge Of Your Life, Shoot o Demons Down, visto che le munizioni di riserva con Sahara erano già state sparate all’inizio del concerto, il pubblico, a dispetto di qualche appunto spiacevole, è comunque uscito soddisfatto. Gli House Of Lords sono semplicemente anche oggi un quartetto compatto e solidamente affiatato di quattro ottimi musicisti. Vale la pena vederli dal vivo in ogni caso. Anche nel nuovo millennio. Ma vista la loro offerta attuale, una sola visita alla band basta e avanza.
foto: Robi Lipej
Scaletta
KANE’D: 1. Intro 2. Playing With Devil 3. Rebel Yell 4. Don’t Be Stupid 5. Rock Against DJ 6. Frozen 7. It Hurts 8. Fuck U 9. Don’t Turn On The Lights 10. Fallin’ 11. Lonely SWEET LORAINE (tribute to Uriah Heep): 1. Look At Yourself 2. Seven Stars 3. Sweet Loraine 4. Something Or Nothing 5. Stealin’ 6. The Dance 7. The Hanging Tree 8. Do You Know 9. Traveller In Time 10. Tears In My Eyes 11. Easy Livin’ 12. Gypsy HOUSE OF LORDS: 1. Sahara 2. Talkin’ ‘Bout Love 3. S.O.S. in America 4. Carthesian Dreams 5. I Don’t Wanna Wait All Night 6. I’m Free 7. Born To Be Your Baby 8. Love Don’t Lie 9. I Wanna Be Loved 10. Come To My Kingdom 11. Rock Bottom 12. Drum solo 13. Never Never Look Back 14. Bangin’ 15. Pleasure Palace 16. Guitar solo/Little Wing 17. Slip Of The Tongue —bis— 18. These Are The Times
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