Kee Marcello, Marco Mendoza, Mike Terrana e l’orgia K2 al Rock Club di Ronchi dei Legionari! (2009)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Rock Club / Ronchi Dei Legionari / Italia
Data del concerto: 20.11.2009
Numero di spettatori: 100
Prezzo del biglietto: 20,00€
Kee Marcello, ottimo musicista svedese che ha assaporato la grande fama ai tempi degli Europe, oggi tiene vivo il suo spirito con la missione dei K2. Kee Marcello ha la nomea di interlocutore estremamente alla mano, aperto, divertente e simpatico, con un forte senso dell’umorismo, anche se potrebbe tranquillamente giocarsi senza freni la carta del divo riservato e inavvicinabile, cosa che in linea di principio lo status di rockstar e di eroe della chitarra gli consentirebbe.
Kee non è uno che vuole superare Malmsteen o Steve Vai. No, questo musicista compone la sua musica in modo tale che nel suo hard rock la compattezza e la melodia vengano sempre prima dell’estasi da “show off” di sparare un mare di note nello spazio. Allo stesso tempo Kee mantiene una dote straordinaria. Nelle parti strumentali mostra perché è un’anima musicale così affascinante. I suoi assoli si adattano infatti alla perfezione all’orecchio medio di qualsiasi curioso di musica che viene a scoprire l’essenza musicale del chitarrista.
Fino a poco tempo fa i K2 erano Kee Marcello (voce, chitarra), il bassista Klatuu e l’ex batterista di King Diamond e Therion Snowy Show. Un fascino senza pari, ma da poco il trio si è trasformato in qualcosa di ancora più affascinante: per il nuovo tour europeo di novembre l’ex chitarrista degli Europe, che suona anche nei rinati Easy Action, ha radunato al suo fianco nientemeno che due musicisti fuori serie e universali. Il primo è il bassista Marco Mendoza (Thin Lizzy , Blue Murder, Whitesnake, Ted Nugent, Neal Schon, Soul Sirkus – e l’elenco è tutt’altro che finito), il secondo è un’astronave batteristica dal nome Mike “The Troll” Terrana (Y.J. Malmsteen, Axel Rudi Pell, Rage, Malmsteen, Tarja Turunen – e anche qui l’elenco non finisce qui). Mike Terrana si è fermato un buon mese fa alle Križanke di Lubiana, dove la sua datrice di lavoro Tarja Turunen, ex regina dei Nightwish, ha tenuto uno dei suoi concerti (report di RockLine QUI). Insomma, tutti e tre i musicisti sono sempre in attività. Mendoza, che due anni fa ha pubblicato il suo album solista “Live For Tomorrow”, dove ha messo mano in profondità con il suo estro da produttore e compositore anche Richie Kotzen (ex-Poison, ex-Mr. Big), l’anno scorso ha già “terrorizzato” i palchi europei con il progetto La Famiglia Superstar insieme all’ex cantante degli XYZ Terry Ilous (report di RockLine da Bluesane – QUI), mentre Mike Terrana, da vero legionario, spunta in un modo o nell’altro di continuo in formazioni diverse sui palchi di tutto il mondo. Mendoza tornerà in Europa con il suo trio Straightjackets subito dopo la fine del tour con i K2, e il 12.12.2009 visiterà di nuovo il club austriaco Bluesiana a Velden, in Carinzia. Insomma, sul palco si erano uniti tre appassionati workaholic che non sanno cosa sia il riposo.
Prima che salissero sul palco i K2, al Rock Club risuonavano di nuovo le note di gruppi italiani della zona di confine con la Slovenia, di cui fa parte anche Ronchi. Purtroppo non sono riuscito a beccare i nomi di nessuna delle due band. La prima era dedita alle cover. Per il cantante/bassista i Saxon sono tagliati su misura e a questa band consiglio caldamente di specializzarsi solo nel suonare i Saxon. La somiglianza del timbro vocale del cantante con Biff Byford è semplicemente sbalorditiva! Ce ne siamo potuti convincere con le esecuzioni di Motorcycle Man, Solid Ball Of Rock e soprattutto Princess Of The Night. La band ha aperto l’esibizione con un pezzo degli AC/DC, Riff Raff, abbiamo sentito anche Shoot To Thrill (orig. AC/DC), una versione meno convincente del classico dei Judas Priest Hellion/Electric Eye, e poi il gruppo ha confermato definitivamente il suo ottimo affiatamento quando si è buttato sui pezzi degli Iron Maiden e su Number of The Beast, dove il timbro del cantante, invece che a B. Dickinson, si è avvicinato a quello di K. Hansen dei Gamma Ray. Che con questi ragazzi non c’è da scherzare l’ha dimostrato anche la mossa audace e veemente di attaccare il classico dei Deep Purple Burn, dove i due chitarristi hanno colmato egregiamente la mancanza dell’organo Hammond e sono riusciti, almeno in una sfumatura, a catturare la “succosità” di Blackmore. In Burn a sorprendere è stata soprattutto la voce, che si è inserita alla perfezione nell’ossatura del pezzo. Shock. Di solito suonando i Deep Purple si finisce delusi. Stavolta non è stato affatto così. Ottimo!
Il gruppo successivo purtroppo non è stato all’altezza del compito di band di supporto. Già all’inizio è stato commesso l’errore di non farli esibire come primo gruppo di apertura, visto che sono ragazzini con ancora il latte sulle labbra. A seguire c’è stato il palchetto, dove il quintetto si è “pigiato” su appena 4-5 metri quadrati e il chitarrista di destra praticamente si arrampicava nell’unico metro quadrato del cantante, che così non ha potuto sviluppare in nessun modo la sua presenza scenica. E la cosa principale che ha mandato a fondo l’esibizione della band è stata ovviamente la giovinezza e l’inesperienza – proprio per questo avrebbero dovuto suonare per primi in scaletta. Siamo stati testimoni soprattutto di peripezie sonore e imperizie tecniche, per le quali uno dei chitarristi ha addirittura dovuto lasciare il palco durante l’esibizione per cambiare chitarra, e il gruppo si è anche concesso alcune pause decisamente troppo lunghe tra un pezzo e l’altro, dove si vedeva che sta letteralmente imparando a padroneggiare il palco e a comunicare con il pubblico. Una band che prova a sviluppare i brani sulle basi dell’hard rock melodico non è riuscita in nessun modo a fare colpo e a lasciare il segno. A respingere è stato soprattutto il canto del cantante, che nel suo ululare stridulo, sforzandosi di prendere le orme del suo modello Jon Bon Jovi, lasciava l’impressione che la sua voce sia molto più adatta a cantare in una punk rock band da garage, o in qualcosa tipo i Beastie Boys. In più sul palco c’era un sacco di “pasticci” e di smorfie da parte di tutti e cinque gli attori. Comunque la si guardi, proprio gruppi così hanno più bisogno di tutto nei primi passi sul palco, e il gesto dell’organizzatore e della direzione del club di dare loro una chance in cui mettersi alla prova è stato bellissimo.
| KEE MARCELLO’S K2: 00:50-1:30 |
Così è successo che Kee Marcello, Mike Terrana e Marco Mendoza sono saliti sul palco solo all’una meno venti, anzi alle dodici e cinque passate. Per una decina di minuti hanno accordato da soli i loro strumenti. Poi, circa dieci minuti prima dell’una di notte, Kee si è rivolto al pubblico dicendo che adesso il concerto stava per cominciare davvero. Sul palco la band ha presentato anche il prossimo nuovo album in studio dei K2, intitolato “Dog Eat Dog” (uscita prevista per l’inizio del prossimo anno), da cui ha suonato le più che promettenti The Harder They Come, Dog Eat Dog e Bad End Highway, mentre Kee non ha deluso nemmeno gli amanti del suo disco “Melon Demon Divine” (2005), attaccando Enemies e Raptor e soprattutto la spaccaossa Evil Ways.
Kee è stato ovviamente una calamita in primo luogo per il suo repertorio estremamente ricco, che dimostra attraverso il suo approccio alla chitarra. Gli assoli sono in particolare quella zolletta di zucchero di ogni canzone, senza la quale la musica sarebbe espressivamente del tutto insipida o “secca”, come una minestra senza sale. Kee è interessante per la sua velocità infernale, perché ha le dita sicuramente “mezzo metro più corte” di mutanti dai dita lunghissime come Steve Vai o Paul Gilbert, e inoltre non fa nemmeno molto uso del quarto dito negli assoli, ma schizza lungo il manico a una velocità estrema con appena tre dita. Gli assoli sono orientati a un rapporto succoso tra le note e calcano le orme dei suoi modelli, quelli che hanno sviluppato nuove direzioni in questo mestiere, come Michael Schenker o Randy Rhoads. Cioè, qui non troviamo solo una sparata oltre ogni limite: Kee intreccia molti “lick” ornamentali lungo il manico, gustosi bending con il tremolo, passaggi al wah-wah nel mezzo dell’assolo, insomma l’ascoltatore può godersi appieno questi assoli con un assortimento estremamente variegato del ricco sapere di questo musicista carismatico, che di base è ovviamente votato al classicismo. In chiave caricaturale, Kee si è buttato nel blues una sola volta, quando il trio ha attaccato la Red House di Hendrix, in cui Marcello si è visibilmente divertito, visto che si tratta di una delle maggiori deviazioni nel repertorio della band.
Mendoza è l’anello che per primo abbatte la barriera tra pubblico e band e scioglie il ghiaccio. Ci riesce con una semplicità enorme. Sul palco fa il pazzo completo, ma in ogni momento è chiaro che è tutta una recita, una facciata costruita su una ricca esperienza, parte dell’inevitabile prostituzione necessaria per guadagnarsi il pane, che però porta la componente indispensabile al divertimento e alla sensazione di spontaneità. Mendoza ha istigato di continuo (in apparenza quasi in modo altruistico) i due compagni sul palco, in uno dei momenti più sballati di “provocazione” Kee e Marco si sono persino “beccati con le lingue” per un attimo, ma la cosa più spassosa era lo spettacolo del pubblico proprio sotto il palco, davanti alla postazione di Marco Mendoza: qualunque cosa volasse via dal musicista era oggetto dei movimenti riflessi di una piccola spettatrice in prima fila, che voleva evidentemente con tutte le sue forze i suoi plettri. Così per poco non si sono picchiati tra loro per una bottiglietta d’acqua, o meglio per una bustina di “chewing gum” gettata via. Le “virgolette” ci sono perché non è nemmeno detto che in quella bustina ci fosse del chewing gum. Durante il concerto Mendoza si è versato con lo Zippo “qualcosa” sulla parte esterna del polso (la zona esterna dell’articolazione tra pollice e indice della mano destra) e quel “qualcosa” l’ha “aspirato” a razzo con il naso. Vi sembra una fantasia sballata? Magari Mendoza è semplicemente asmatico e quella polvere (diciamo così) era un normale estratto medicinale di aghi di pino per respirare meglio. Non c’è da stupirsi che il bassista sia una figura così “sballata” sul palco. Marco Mendoza ha affascinato come ottimo cantante, persino migliore di Kee Marcello. Ha completato in modo eccellente le armonie vocali con Kee, ma soprattutto ha confermato il suo ottimo canto con due brani del suo disco solista “Live For Tomorrow” (2007), I Want You (dove si sente Kotzen a un miglio nel fraseggio di chitarra) e Look Out For The Boys , dove ha preso il controllo della voce principale. L’uomo possiede quella grinta soul che impreziosisce anche il suo connazionale Richie Kotzen, e un grande modello per questo è ovviamente l’onorevole signor Glenn Hughes, oltre ai cantanti soul funk più vecchi, soprattutto di origine afroamericana. Mendoza ha ovviamente brandito il suo arsenale con tre bassi Yamaha a sei corde. È venuto in primo piano soprattutto quando la band si è lanciata in un jam più lungo, dove all’inizio ha piazzato accordi del tutto innocenti ma dalle bellissime curve melodiche su una versione fretless di uno dei bassi. Quel jam è proseguito con grande spontaneità nello stile di un riassunto di ritmo salsa e melos latino, di cui il protagonista era ovviamente Mendoza. Più tardi nell’accompagnamento è entrato Marcello, mentre a Terrana, sullo sfondo, non era ancora del tutto chiaro quando toccasse a lui. Mendoza gli si è avvicinato con dei cenni e il trio ha cominciato a spingere l’intensità del jam. Dopo è seguito l’innesto di Marcello con Midnight Sun Mojo (orig. Europe), e poi Mendoza e Marcello hanno sgomberato il palco, che è diventato di Mike Terrana.
Il grande “TheTroll”, che purtroppo quella sera non sembrava di chissà quale umore, ha messo in scena un paradiso solistico di 10 minuti sulla Terra. Davvero. Terrana è uno di quei batteristi di cui non ti stanchi mai di ascoltare gli assoli. E ce ne sono pochi, di batteristi così. Di solito i momenti solisti dei batteristi servono da lubrificante in cui il resto della band si riposa, e al pubblico rubano solo tempo (certo, se non sei Neal Peart dei Rush). Nel caso di Mike Terrana, il suo assolo è sempre uno dei picchi del concerto, a prescindere da in quale formazione lo incontri sul palco. Stavolta aveva con sé un set di batteria più piccolo, perché quello che usava per esempio una volta con i Rage non lo farebbe entrare nemmeno in sogno sul palco del Rock Club di Ronchi. Mike è sembrato di nuovo un geco arrampicatore (un tipo di rettile), soprattutto per la sua tipica impostazione dei piatti crash, che stanno su stand altissimi e dal set di batteria spuntano praticamente come due antenne. Parte dell’assolo l’ha suonata a mani nude come un percussionista, la parte finale addirittura in piedi. Animalesco. Veloce, a tutta forza e imprevedibilmente sballato. Con acrobazie che non vedi tutti i giorni. Far roteare le bacchette mentre le agita, come se respirasse aria,… Ma come ho detto. Non era la sua giornata. Perfezionista com’è, “va fuori di testa” volentieri per ogni pelo che può renderlo nervoso e che non sta al posto giusto. Stavolta per tutto il concerto ha stretto le viti del set, spostato il rullante, la cui posizione non lo soddisfaceva in nessun modo. In uno dei movimenti, quando la bacchetta gli è volata di mano, si è arrabbiato visibilmente col rullante e l’ha sollevato quasi in modo teatrale, come se volesse scagliarlo lontano da sé. Ciononostante, tra le ovazioni rumorose del pubblico affascinato, ha ringraziato la platea a gran voce. La follia di un pezzo unico, che non dovete perdervi per nessun motivo, se siete dei buongustai della musica che cercano solo la perfezione!
La band ha incluso anche Hey Babe di Ted Nugent, dove di nuovo Mendoza ha preso il compito della voce, facendo cantare il ritornello a tutto il pubblico presente nella sala. Un’esibizione intensa e carica di emozioni è stata portata alla fine dalla band con il classico degli Europe Superstitious, dove il club è tornato a esplodere di gioia prima che i tre lasciassero il palco. Tra le ovazioni sono riapparsi subito e, dopo una breve chiacchierata, hanno deciso per un’esecuzione lampo del popolarissimo Flight Of A Bumblebee (versione elettrica del popolarissimo “Volo del calabrone”, il cui autore è Nikolaj Rimskij-Korsakov), che si potrebbe chiamare “Flight Of A BumbleKee”, dove Kee ha mostrato ancora una volta chi comanda stasera sul palco del Rock Club. Una mobilità delle dita affascinante, una velocità difficile da afferrare e insieme la precisione, e con ciò, ovviamente, un nuovo punto show di grande divertimento nel club.
L’ora e quaranta minuti, partita all’inizio un po’ trattenuta, con il terzo brano (Dog Eat Dog) si è accesa in tutto e per tutto. Si vedeva soprattutto quanto al trio faccia bene il palco spazioso. I ragazzi sono così esperti e navigati che nulla può farli deragliare. Ogni situazione la girano a proprio favore e il trio funziona con un’energia incredibilmente positiva, libera, rodata. Così com’è, questo trio è garanzia di un divertimento inconcepibile, perché a volte con la sua audacia spinge letteralmente ai limiti del possibile e del razionale “terrestre”. I K2 sono in pieno slancio e speriamo che non si tratti solo di una combinazione effimera, che pubblicherà soltanto l’album “Dog Eat Dog” l’anno prossimo e poi scomparirà dall’orizzonte. Lo spettacolo stupefacente è stato condito anche da firmacopie di CD, poster promozionali e tutto quello che puoi desiderare. Pure foto con i due membri Kee Marcello e Marco Mendoza, che vendevano i loro CD a un prezzo da nulla, 10,00€. Solo Mike Terrana non si è più fatto vedere all’orizzonte, ma (probabilmente furioso) è rimasto nel backstage ad aspettare che il club si svuotasse.
Già il giorno dopo i K2 partiranno per il club austriaco Bluesiana a Velden, in Carinzia (21.11.2009), e il giorno dopo ancora per il Boogaloo di Zagabria (22.11.2009). Date le caratteristiche completamente diverse dei due club rispetto al Rock Club di Ronchi, i due concerti saranno esperienze del tutto diverse. Affascinante è soprattutto la sensazione (dico solo sensazione) di un tocco di spontaneità. Questa formazione chiacchiera sul palco, strada facendo, su quale brano suonare, chi si farà avanti con l’assolo e così via… Insomma, questo tocco di imprevedibilità porta al repertorio di brani compatti una succosità, una ramificazione e una dinamica in più che non smettono di entusiasmare chi guarda. Fatevi un regalo e andate a un loro concerto, e anche voi resterete affascinati.
foto: Aleš Podbrežnik
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