Sonata Arctica spenti davanti a un pubblico milanese infuocato (2009)
Autore: Aleš Podbrežnik
Luogo: Palasharp / Milano / Italia
Data del concerto: 25.11.2009
Numero di spettatori: 4500
Prezzo del biglietto: 25,00€
Una delle carovane live più grosse che navigano nelle acque del power metal, quest’autunno sul suolo europeo, è senza dubbio il tour dei finlandesi Sonata Arctica. Se riavvolgi il nastro di qualche anno, non finisci di stupirti: come ha fatto una band che all’inizio sembrava limitarsi a un generico scimmiottamento sulla scia dei connazionali Stratovarius ad arrivare a un livello di successo e a una base di fan tali da potersi permettere oggi tour mondiali da headliner? Oggi i Sonata Arctica forse devono parecchio proprio al fatto che band come i “veri” Nightwish, o ancora i “veri” Stratovarius, siano sparite dall’orizzonte, oppure vadano avanti sì, ma all’ombra della loro grandezza passata.
Mi ricordo come a Salisburgo (Rockhouse, 25.04.2000) quei ragazzini ancora freschi freschi tremassero sul palco, quando suonavano come una delle band di spalla (insieme agli italiani Rhapsody, ancora senza la coda “of Fire”) ai “grandi” Stratovarius di allora, presentando l’esordio “Ecliptica” (1999). Oggi, esattamente dieci anni dopo l’uscita del primo album, godono dello status di vere star del power metal.
Il tour è stato a rischio tra il 17.11.2009 e il 22.11.2009, perché il cantante dei Sonata Arctica Tony Kakko si era beccato una brutta infezione alla gola, e per questo sono saltati i concerti della band a Graz (18.11.2009), a Vienna (19.11.2009) e a Monaco di Baviera (20.11.2009). L’ultima occasione per vedere il gruppo è rimasta quindi Milano, in Italia. Milano, unica data italiana del tour, ha regalato una bella sorpresa. Il PalaSharp, che ne contiene 9000, era riempito alla grande. I Sonata Arctica sono evidentemente molto amati in Italia. Dentro il palazzetto si sono pigiate almeno 4500 teste per sostenere i loro eroi del metal melodico “sinfo”.
| WINTERBORN: 20.00-20.30 |
Alle 20.00 in punto salgono sul palco i finlandesi Winterborn. La band, che quest’anno ha pubblicato l’album “Farewell to Saints” (2009) – recensione di RockLine QUI, si è presentata sul palco come un sestetto solidamente affiatato, con una bella dose di esperienza e di chilometri di concerti alle spalle. Un gruppo giovane, ma fatto di musicisti navigati. Il linguaggio molto generico che coltivano nella loro visione del power metal l’hanno portato sul palco, tra The Land Of The Free, Black Rain, Wildheart e The Winter War, in modo più che sicuro. Per di più i ragazzi avevano un impianto audio dignitoso, e per una band relativamente sconosciuta, che ha bisogno del maggior numero possibile di occasioni per farsi conoscere, è stato un fattore graditissimo. Nel sestetto ha impressionato soprattutto il cantante piccolo e tozzo Teemu Koskela, con una voce autorevole, curata e melodica, che con la sua prova ha dato piena credibilità a inni da battaglia peraltro prevedibili e a ritornelli epici contagiosi. Anche se la band non inventa l’acqua calda, può destare un certo interesse in chi cerca melodia “incontaminata” nel metal, con le tastiere in un ruolo importante. Alla fine del set di mezz’ora la band, che (curiosamente) non aveva merchandise ufficiale (esattamente come i Delain), ha lanciato tra i giovani italiani affamati un bel po’ di copie dell’ultimo cd “Farewell to Saints” ed è uscita di scena.
| DELAIN: 20.50 – 21.20 |
Gli olandesi Delain, una band di cui magari hai già sentito parlare, visto che questa primavera hanno fatto un breve tour europeo da soli, con gli sloveni Last Day Here come spalla. RockLine ha documentato la loro tappa di aprile a Monaco di Baviera QUI. I Delain sono decisamente la ventata di freschezza principale del gothic power metal, un genere dove la concorrenza è fittissima e le differenze che separano il linguaggio delle band sono oggi ridotte a sfumature a volte appena percettibili. Gli olandesi hanno sorpreso con la fresca uscita “April Rain” (2009) – recensione di RockLine QUI, che è una conferma delle loro qualità e un vero upgrade dell’esordio “Lucidity” (2006). Così la band è salita sul palco con parecchi assi nella manica, quanto a raffinatezza e perfezione melodica dei pezzi. Il concerto l’hanno aperto in modo un po’ inatteso con Invidia, che in quella posizione ha preso il posto di April Rain. Gli occhi erano puntati soprattutto su Charlotte Wessels, davvero attrezzatissima per il palco. Dall’ottimo canto alla presenza scenica curata, fino all’aspetto ovviamente provocante. Il grande enigma sul palco era ovviamente l’ultimo arrivato, un tappetto scatenato come un diavolo, col labbro sempre arricciato in avanti: il nuovo chitarrista Ewout Pieters. Si è unito alla band poco prima dell’inizio del tour. Stupiva soprattutto la sua incredibile intesa con gli altri e il modo in cui, fin dall’inizio, si incastrava alla perfezione nel gruppo. Evidentemente il cambio bolliva in pentola da tempo. Il rischio di cambiare un membro in un momento come la partenza per il tour può essere altissimo. Ma Ewout doveva essersi già rodato per bene. Il cambio era quindi nell’aria, la band stava solo aspettando il momento giusto.
Durante l’esibizione alla band è capitato un piccolo incidente: l’impianto principale del palco ha tirato le cuoia in mezzo a Virtue And Vice. Curioso che Charlotte non se ne sia nemmeno accorta e abbia continuato a cantare i versi. Anche se il chitarrista Ewout aveva notato che qualcosa non andava, come tradiva la sua faccia spaesata, la band è riuscita a restare concentrata abbastanza da seguire Charlotte solo grazie agli ampli di palco. Dopo qualche istante, per fortuna, l’audio è tornato in sala. Un po’ di vuoto si è sentito solo in Control The Storm e Nothing Left, dove mancava la seconda voce del duetto. Eh sì, la riproduzione dal vivo dei dischi non sempre si riesce a rendere in modo ottimale. Comunque sia. I Delain hanno messo in scena un’esibizione dopo la quale potevi solo dire: “Maledette mezz’ore! Questi si meritano di suonare un’ora in più.”
| SONATA ARCTICA: 22.00-23.20 |
Con il sesto album in studio “The Days Of Grays”, la cui copertina richiama vagamente il lavoro della band del 2001, “Silence”, i protagonisti della serata sono finalmente comparsi sul palco alle dieci di sera. La maggior parte della gente era venuta per i Sonata Arctica. L’euforia si respirava già prima dell’inizio. Lo confermavano i numerosi striscioni appesi sugli spalti, come se fossi arrivato a un concerto degli Iron Maiden e non a quello di dei semplici “powermetallari” di poco conto. Tra questi, perfino uno pungentemente ambiguo: “Yes, we kakk!” (un gioco di parole sul cognome del cantante). Ma i tempi cambiano. E con loro la generazione che segue il metal. E a quanto pare i Sonata Arctica sanno su quali leve premere con il pubblico italiano, particolarmente fissato con epicità, magniloquenza, kitsch e la corretta costruzione sinfonica delle melodie portanti, con il tasto “cancel” sempre premuto su ogni possibile inserimento di successioni di semitoni.
Con la veloce Flag In The Ground i Sonata Arctica mettono in piedi il palazzetto e partono i festeggiamenti. È incredibile come il pubblico canti i versi insieme alla band. Per tutto il concerto. La band ha mescolato i pezzi nuovi al materiale più vecchio, ma la cosa più interessante era osservare le eruzioni dei presenti per i brani dell’esordio “Ecliptica” come Full Moon, Replica (in versione rallentata) e la sorpresa della serata, 8th Commandement, che Tony ha accompagnato con un commento: quest’anno ricorrono dieci anni da quando la band ha pubblicato il suo debutto in studio, e questo era il momento giusto per celebrare l’anniversario.
Ovviamente Tony Kakko non era al top. L’infiammazione alla gola ha lasciato il segno sul canto. Evitava con abilità le sequenze più difficili (soprattutto quelle alte e altissime) e nei ritornelli le lasciava spesso direttamente al pubblico; per il pezzo di “Silence”, peraltro ottimo, Last Drop Falls, ha invitato sul palco addirittura la cantante dei Delain Charlotte Wessels, che ha cantato per intero la versione ballad del brano. La band ha rubato minuti al pubblico anche con gli assoli, e alla fine ha sorpreso in negativo un bis tirato per le lunghe, con il riempitivo Queen (We Will Rock You), l’immancabile scorpacciata di Vodka e la ripetizione appiccicata dell’uscita di scena con Everything Fades to Gray, in cui nemmeno In Black and White e Don’t Say a Word sono riuscite a lavare via il retrogusto amaro.
Alla fine ci siamo sorbiti un concerto di appena un’ora e venti di una band che in tutto ha la bellezza di 13 anni. Perfino i quattro volte più vecchi Manfred Mann’s Earth Band oggi sul palco danno di più, e questa è stata una delusione enorme, che ha lasciato una sensazione del tutto fredda. La sensazione che la band abbia semplicemente sfornato il concerto per routine, intascato il compenso, senza spremere dal palco nemmeno una goccia di sudore, figuriamoci di sangue. Per fortuna ai Delain sono toccati solo miseri 30 minuti, altrimenti gli olandesi, in splendida forma, questa volta avrebbero spazzato via i Sonata Arctica dal palco in quattro e quattr’otto.
foto: Robi Lipej
Setlist
DELAIN: 1. Invidia 2. Stay Forever 3. The Gathering 4. Go Away 5. Virtue And Vice 6. Shattered 7. Control The Storm 8. Nothing Left SONATA ARCTICA: 1. Everything Fades to Gray (Intro) 2. Flag in the Ground 3. Paid in Full 4. Caleb 5. The Last Amazing Grays 6. As If the World Wasn’t Ending 7. Full Moon 8. Last Drop Falls 9. Juliet 10. Keyboard-Solo / Guitar-Solo 11. Replica 12. 8th Commandment —bis— 13. We Will Rock You (Queen cover) 14. In Black and White 15. Don’t Say a Word 16. Vodka 17. Everything Fades To Gray (Outro)
Galleria fotografica


















