La prova generale zagabrese dei padri del metal prima di sbarcare a Križanke! (2010)

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Autore: Aleš Podbrežnik

Luogo: Dom sportova (sala grande) / Zagabria / Croazia
Data del concerto: 05.06.2010
Numero di spettatori: 5
Prezzo del biglietto: 46,00€

Ci sono band che ci accompagnano dalla culla alla tomba. Che ci tengono nel rock! Ci tengono e ci seguono, ci tengono in piedi, ci aiutano ad andare avanti, la loro musica ci impedisce di affondare sotto il pelo dell’acqua nella battaglia che si chiama resistenza al “stupro a colpi di norme dell’altamente civilizzata società dell’Europa occidentale” del nuovo giro di millennio. La medicina si chiama Deep Purple! Un mondo di divertimento in cui ti immergi per due orette e che, in questo momento luminoso, ti aiuta a sparire lontano dagli intrighi di ogni giorno!

Nuovo tour. Fedeli a se stessi, fedeli al ritmo. Anzi, al bioritmo. Uno d’estate, uno in autunno. Ogni anno. Ci hanno appena salutati a dicembre 2009 con una tappa dalle parti di Venezia e sono già alle porte, pronti a risuonarci il loro eterno repertorio. Un nuovo disco in studio non esce da un pezzo, ma anche i Deep Purple hanno capito che i soldi veri si fanno con i tour e che, se pubblicassero un album nuovo, lo comprerebbe solo il 20% del pubblico di riferimento, perché tutti gli altri se lo scaricherebbero dall’offerta pirata della rete. Diciamocelo: non avrebbero più bisogno di suonare dal vivo. Ma che ci vuoi fare, il diavoletto che hai dentro non ti dà pace e tira sempre fuori il bambino che è in te. Quello che hai nel sangue non lo eviti. Sotto la pelle resti sempre lo stesso! Se riesci ad accettarlo, hai vinto. E i Purple lo sanno! E ci campano da più di 40 anni. Pare che anche questi venerabili signori resteranno sul palco finché non crolleranno in piedi nella tomba. Direttamente sul palco.

Il demonio non ci ha dato tregua e bisognava assolutamente controllare in che forma fossero le leggende prima di beccarle al concerto di Lubiana. Così, due giorni prima del loro arrivo a Križanke, siamo partiti per Zagabria, al Dom sportova. Siamo arrivati sul posto verso le sette di sera e nell’atrio del palazzetto si friggeva. I parcheggi erano pieni e comunque siamo riusciti a infilare l’auto, felici, in un posticino che abbiamo diviso con gentilezza con un biker che ci aveva parcheggiato il suo cavallo d’acciaio.

Verso le otto di sera è salita sul palco la band di apertura, i Kaitner Z Doka Group. I membri di questa formazione non sono certo gli ultimi arrivati. Come singoli hanno collaborato nella loro carriera, tra gli altri, con questi nomi: Ian Paice (Deep Purple), Jon Lord (ex Deep Purple), Mark Schulman (Pink Floyd, Foreigner, Billy Idol), Guy Pratt (Pink Floyd, Brian Eno, Bryan Ferry), Frank Gamble (Chick Corea), Carl Sentance (Krokus), Chris Childs (Paul Young), Steve Lukather (Toto), Don Freeman (Chaka Khan), Pete York (Spencer Davis Group), Herman Rarebel (Scorpions), Mike Stern e Mothers Finest.

Il trio ha suonato in modo totalmente strumentale. Si è capito subito che con loro non si scherza: per una buona mezz’ora ci hanno presentato un gruppo pieno di diavolerie, una fusione di funk, blues, rock, jazz ed elementi di musica classica. In quella mezz’ora a godersela sul serio sono stati i buongustai della musica, gli insegnanti di musica e i musicisti. Nonostante alcune trame complesse che costruiscono la loro musica, i ragazzi hanno salvato la situazione soprattutto con ritmi potenti, ammiccanti e che ti si incollano all’orecchio, di impostazione più semplice ma carichi di adrenalina: l’approccio giusto, che non ha mandato il pubblico a rifugiarsi lontano dal palco.

I Deep Purple hanno attaccato il concerto alle 21.00 spaccate! Sono partiti con un colpo diretto in mezzo alla fronte dell’impazzito! Highway Star! Il pubblico esplode. Lo spettacolo del parterre sotto il palco è incredibile. Pieno di giovani. In mezzo a loro, quei rocker tutti d’un pezzo che sanno tutto sui Purple e conservano ancora le prime edizioni dei vinili Jugoton comprati all’inizio degli anni Settanta. I Deep Purple sono così diabolicamente allenati nella nuova epoca che suonano a occhi chiusi. È una band con un ego e una sicurezza incredibilmente carichi. Niente li fa deragliare. Sul palco si muovono con veemenza e non giurano sui compromessi. Il loro modo di suonare è e resta strepitoso.

Questi signori, con la formazione attuale, custodiscono soprattutto l’eredità del periodo più celebre della carriera, 1970 – 1972, con qualche sorpresa pescata dagli album “Who Do We Think We Are” (come è stata Mary Long a Zagabria) e “Perfect Strangers” (a Zagabria si sono dedicati alla title track dell’album del 1984) – e può sfuggire anche qualcosa da “The Battle Rages On” (1993) – non sono certo rimasti con le mani in mano. I loro classici li hanno srotolati uno dopo l’altro. Gillan davanti si sentiva malissimo. Nelle pause è stato di poche parole e, visto che si sentiva male, non era nemmeno chiaro cosa “raccontasse” al pubblico. Nei brani, però, si è capito che Gillan ha portato a casa il suo ruolo con grande successo e se l’è cavata bene anche con quelle sequenze con cui, primo uomo sulla Terra, con i suoi acuti vocali lasciò di stucco il mondo del rock quando questo sentì per la prima volta il classico Child In Time. Quando Gillan canta per il nuovo millennio a un buon livello e la voce, per quel che ne ha conservato, non fa i capricci, di solito è di ottimo umore anche tutta la squadra. È logico. E quindi è logico anche che questi concerti dei Deep Purple siano i migliori.

La storia dei Deep Purple è piena di sarcasmo. Nei testi, nella musica e, non ultimo, sul palco. Così è stato anche a Zagabria. E i Purple ci piacciono proprio così. In quei momenti sono sempre garanzia di quel divertimento sfrontato che il regno del rock esige e si mostrano nella luce più chiara della loro autenticità. Nonostante qualche piccola peripezia sonora soprattutto nella parte iniziale, quando la sezione ritmica copriva un po’ gli altri elementi del suono dei Deep Purple, in Maybe I’m A Leo hanno “lisciato” e sistemato il suono. I Deep Purple hanno rimesso in scaletta alcuni pezzi che non avevamo avuto occasione di sentire dalla loro visita a Isola nel 1996, quando promuovevano l’album uscito allora, “Purpendicular” (ancora con Jon Lord alle tastiere). Così hanno di nuovo fatto l’occhiolino con più convinzione all’album “Fireball”, tirandone fuori prima uno dei pezzi più veloci della carriera, Fireball, e poco dopo la fenomenale No One Came, in cui dal palco ci hanno sommersi con raffiche di stroboscopi. In quest’ultima pulsava e squarciava l’etere soprattutto il basso Vigier di Glover, determinante nel costruire il rapace telaio ritmico del pezzo.

La band non dilata più i brani a mezz’ora o più da un pezzo. Compensa con jam strumentali un po’ più brevi, che infila tra pezzi compatti e tagliati in modo asciutto, mantenendo l’aspetto vicino a quello da studio. Il primo l’abbiamo vissuto tra Mary Long e l’ottima semi-ballad da “Purpendicular” Sometimes I Feel Like Screaming. Si trattava di una breve escursione strumentale avventurosa (The Well Dressed Guitar), che i ragazzi hanno incoronato con maliziosi intrecci di duelli solisti, con i fari puntati soprattutto sul lavoro infallibile della chitarra di Steve Morse. L’intreccio che combina boogie e figure blues con variazioni di neoclassicismo è unico dei Deep Purple e ne è il marchio di fabbrica riconoscibile. È il momento in cui si rivelano la missione e la forza di questa band irripetibile. Sì. Senza freni anche nel 2010. Don Airey si è di nuovo preso la sua eccitante introduzione a Lazy. Qui è un piacere guardare una band che, giro dopo giro, stuzzica apposta la gente e trattiene il punto d’attacco della celebre frase che dà fuoco al classico. Ian Gillan ci ha ovviamente messo qualche respiro e qualche soffio di pietra focaia sull’armonica. Per No One Came, che ha creato un momento tutto suo del concerto, per i palati fini probabilmente il culmine, al centro è tornato Don Airey. Gli accordi rocciosi che ha rovesciato uno dopo l’altro dal Hammond si sono fermati sulla tonalità richiesta, quella che tutti hanno riconosciuto. Era Perfect Strangers. Ha fatto alzare in aria l’intero palazzetto ed è uno di quei brani che i Deep Purple oggi suonano dal vivo davvero in modo tale che l’energia liberata dall’evocazione del classico sul palco deve sciogliere anche il pezzetto più ghiacciato di ogni cuore! Gli arabeschi intessuti nell’incisione rock sono, in questo brano, messi in una combinazione ideale per creare un umore altissimo! Anche se la title track dell’ultimo album dei Purple, “Rapture Of The Deep” (2005), è un lieve soffio sull’anima del classico Perfect Strangers e non nasconde un analogo accostamento della melodia araba alla cultura rock, il pezzo Rapture Of The Deep non arriva comunque nemmeno alle ginocchia della grandezza di quel classico diventato popolare e amatissimo. Tale è anche la differenza nelle reazioni del pubblico quando la band suona dal vivo i due brani.

Quando Glover prende in mano il Rickenbecker, come quello che usava nel tour in Giappone del 1972, è tutto chiaro. Ci spara dritti sull’album “Made In Japan”. E quando Morse finalmente si stacca dai giochini introduttivi e attacca il celebre riff di Smoke On The Water, è il momento in cui tutto il Dom sportova è in piedi. Nella parte finale Gillan invita ancora una volta il pubblico a ripetere il ritornello. Bastano tre volte, perché Gillan viene quasi spazzato via dal palco. Dopo un’ora e mezza la parte regolare è finita!

I ragazzi tornano sul palco. Per primi cominciano a scaldare il pubblico Glover e Paice, poi si uniscono Morse e Airey. I ragazzi sono nel mezzo di una nuova jam. Dopo cinque minuti la interrompe un passaggio e la celebre frase regala al pubblico una nuova grande festa. Hush. Durante Hush dalla prima fila vola sul palco il vinile originale dell’album “Shades Of Deep Purple”. Chi l’ha lanciato dev’essere un vero maestro. Il vinile è infatti atterrato sul palco appoggiandosi alla grancassa di Ian Paice, con il lato della copertina rivolto verso il pubblico. Come se Paice stesso l’avesse incollato alla grancassa. Dopo qualche colpo di Ian Paice il vinile è scivolato dalla pelle e si è sdraiato diligente sul pavimento del palco. Dopo Hush è seguita una seconda jam di sketch spiritosi, in cui ha rialzato la propria attività il tandem Morse – Airey. Gli intenditori si aspettavano già in silenzio che questo intrecciarsi potesse portare a una sola meta comune. Black Night! Il Dom sportova trema ancora una volta per l’entusiasmo del pubblico. Di nuovo in piedi tutto il palazzetto. Parterre e tribune! Stavolta il baccano del pubblico con la band è davvero il più intenso. Sono le 22.45 e la band saluta! Con il culmine dell’atmosfera nel momento più dolce. Alla fine del concerto!

Anche dopo questa esibizione i Deep Purple hanno mantenuto tutta la sovranità e tutta la spocchia del loro messaggio musicale unico. Nonostante la routine e il fatto che i Deep Purple non siano solo una delle band più amate, ma anche una delle più studiate del pianeta, “studiata” da tutti, dai semplici appassionati di musica ai professori di musica diplomati, dagli autodidatti ai musicisti professionisti, questi signori della musica restano anche nel 2010 un appuntamento dal vivo da non perdere nemmeno a costo di peccare.

Pronostico per Križanke. Križanke sanno offrire un concerto migliore già solo per la location, che è fatta apposta per concerti come quello dei Deep Purple. Può capitare un solo errore. Che i Deep Purple siano troppo forti per Križanke e che i fonici siano poco attenti nel calibrare il suono in un luogo che accoglie ben 3000 teste. Avremo tutte le risposte molto presto, quando andremo a trovare le leggende, il 07.06.2010, a Križanke, a Lubiana!

foto: Martin Prezelj

Scaletta

1. Intro 2. Highway Star 3. Things I Never Said 4. Strange Kind Of Woman 5. Maybe I’m A Leo 6. Rapture Of The Deep 7. Fireball 8. Contact Lost 9. Sometimes I Feel Like Screaming 10. Well Dressed Guitar (Steve Morse solo) 11. Mary Long 12. Lazy 13. No One Came 14. Don Airey solo 15. Perfect Strangers 16. Space Truckin’ 17. Smoke On The Water —bis— 18. Hush 19. Black Night

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