Sbarco viola su Lubiana – Deep Purple a Križanke (2010)
Luogo: Križanke / Lubiana
Data del concerto: 06.06.2010
Numero di spettatori: 3000
Prezzo del biglietto: 45 €
Dei picnic live con i leggendari dinosauri dell’hard rock Deep Purple, RockLine ha già raccontato e scritto parecchio in passato (se non sbaglio, per numero di reportage pubblicati sulle nostre pagine, nella categoria dei pesi supermassimi li superano solo Uriah Heep e Jethro Tull). Il “Jurassic Park” dal prestigio musicale giustamente blindato ieri si è accampato nel pieno centro di Lubiana e, dopo la recente tappa a Zagabria (reportage di RockLine qui), ha impartito la sua inconfondibile lezione di musica anche nel caldo ventre del colon dell’Unione Europea. Il colpo d’occhio sul palco delle Križanke di Lubiana, pieno fino all’ultimo angolino, è bastato a farci annuire convinti: tra i buongustai musicali di casa nostra c’è ancora abbastanza fame di cucina hard rock tradizionale, soprattutto quando ai fornelli ci sono i Deep Purple. Come spiegare altrimenti le soste regolari dei titani dell’hard rock da noi?
Per i Deep Purple una cornice più che adatta, che ha regalato una delle visite più dolci di queste venerate leggende da queste parti (se escludiamo in partenza i tre concerti dell’ormai defunta Jugoslavia). La formazione vista alle Križanke non è certo quella per cui il fan medio donerebbe un rene senza pensarci due volte, ma resta una line-up che si è scrollata di dosso con successo i complessi d’inferiorità cresciuti all’alba dell’era post Blackmore. Da allora sono passati un sacco di anni e le vecchie ferite si sono più o meno rimarginate. L’attuale formazione dei Deep Purple resta in ottima forma, soprattutto considerando l’età non proprio verde dei suoi protagonisti. È evidente che Ian Gillan ultimamente tagli una bella fetta di minutaggio sul palco per “rilassarsi” nelle retrovie (decisamente più di quanto fossimo abituati a vedere in passato), da dove, alla Wyman, tiene d’occhio il lavoro degli straordinari di una sezione strumentale sempre bene in palla, e intanto, ovviamente, conserva la voce per i momenti in cui torna a essere un ingrediente indispensabile nella tessitura del suono Purple. Le altezze vertiginose dei tempi gloriosi di “Child In Time” hanno salutato Ian da un pezzo, e lui non se ne fa certo un cruccio. La maggior parte delle linee vocali anche alle Križanke è rimasta quindi a stretto contatto con gli originali, tranne dove le circostanze non lo permettevano, per esempio quando c’era da sfondare i ritornelli. Quando proprio non se ne può fare a meno, come in “Highway Star”, Ian invita senza esitazioni a un controllo delle vene del collo, da cui ogni volta scaturisce un ruggito sadicamente carico. Giusto per non lamentarci soltanto: una volta che Ian si “toglie dal groppone” quella manciata di brani del repertorio con le acrobazie vocali più spericolate, nel resto della navigazione vocale è sicuro come un ammiraglio. Gillan resta insomma un frontman nato per i grandi palchi, pieno di carisma e di presenza scenica palpabile, che nei momenti decisivi si sintonizza sempre alla perfezione con ciò che accade.
Ogni avventura live dei Deep Purple è ovviamente un’occasione per mettere in mostra bravura e nobiltà del suonare. Glover, e soprattutto Airey, Morse e Paice, hanno confermato come previsto la loro fama di maestri con un continuo mettere in moto gli ingranaggi di una comunicazione reciproca vivacissima, proverbialmente arrotondata da numerosi rafting improvvisati e melodici ispirati dal diavolo in persona. Questo vale soprattutto per il guerriero delle tastiere Don Airey, maestro nel maneggiare le parti intime del vintage Hammond B3 e delle sue sorelline sintetiche agghindate, che rifornisce i Deep Purple di scorte inesauribili di grinta, ruvidezza old school e sfrontatezza. Quando poi si butta nella mischia con precisione da orafo anche Steve Morse, uno dei tratti caratteriali più riconoscibili dei Deep Purple è presto tracciato. Le improvvisazioni spontanee, dirette da jam instancabilmente ispirate, si rivelano valvole di sicurezza curate alla perfezione, attraverso le quali dei classici consumati innumerevoli volte su vinili, cd e, in fin dei conti, anche nella nostra testa pescano freschezza e agilità con un effetto enorme. Grazie a questi e ad altri colpi da maestri, che sono solo la virtù dei musicisti di primissimo livello, anche dopo 30 e più anni “Lazy”, “Fireball”, “No One Came” e compagnia restano bellezze dal dono melodico barocco, e quindi, per le coccole alle orecchie, ragazze ancora più irresistibili.
La banda di Ian aggiunge una dose extra di brivido ai suoi concerti anche cambiando spesso il repertorio. Rispetto a una delle nostre ultime visite a una festa dei Deep Purple all’estero, quella del 11 dicembre scorso, quando gli zii facevano nostalgia dalle parti di Venezia (reportage di RockLine qui), quest’anno sono usciti dal primo piano, per esempio, “The Battle Rages On” e “Wasted Sunsets”, mentre ha deciso di rimostrare le sue curve “Perfect Stranger”, che dei due brani citati, per i più anche piuttosto oscuri, calza di sicuro meglio addosso all’incarnazione odierna dei Deep Purple, per non parlare nemmeno della popolarità tra il pubblico. La discografia della band è un vero tesoro di reperti rock scolpiti nella pietra, dai robusti schiacciasassi hard rock ai sempreverdi di ogni sfumatura d’umore, senza dimenticare il senso dell’umorismo, l’inventiva e l’innovazione di sempre, che passeggiava sul palco delle Križanke a braccetto con il divertimento evidente dei musicisti. Il pubblico ha accolto questi regali a braccia aperte, ha inghiottito con piacere l’energia del palco e l’ha rispedita, a gola spiegata, a ingrossare un’atmosfera elettrizzata sempre più potente, fino a quando i Deep Purple, dopo la salita verso quel culmine della serata che per i più resta sempre così atteso, si sono finalmente fermati sul celebre campo di Smoke On The Water.
I Deep Purple restano un punto fermo dell’offerta live sul lato soleggiato delle Alpi, il che è senz’altro un bene, almeno finché manterranno un livello di esecuzione così alto. L’affluenza ai loro concerti, ormai tradizionalmente ottima, potrebbe voler dire che le orecchie dei Mario e delle Maria di turno hanno ancora fame del buon vecchio rock di sempre, un rock che però, va ammesso, è bello che incanutito e il più delle volte viaggia a stretto contatto con la sempre agghindata di rosa zia nostalgia.
Foto: Mojca Perdih
Scaletta
1. Intro (Prokofjev: Romeo in Julija)
2. Highway Star
3. Things I Never Said
4. Strange Kind Of Woman
5. Maybe I’m A Leo
6. Rapture Of The Deep
7. Fireball
8. Contact Lost
9. Sometimes I Feel Like Screaming
10. Well Dressed Guitar
11. Mary Long
12. Lazy
13. No One Came
14. Perfect Strangers
15. Space Truckin’
16. Smoke On The Water
—bis—
17. Hush
18. Black Night
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