Jethro Tull dietro le mura del castello tornano a fare i trovatori moderni (2010)

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Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Kasemattenbühne / Graz / Austria
Data del concerto: 01.07.2010
Numero di spettatori: 1200
Prezzo del biglietto: 49,00€

La serata con le leggende del folk rock progressivo Jethro Tull, che sotto la guida dell’indomabile flautista e cantante Ian Anderson sono una delle ultime band di punta degli anni d’oro del prog ancora attive dal vivo, quest’anno si è svolta in una location a dir poco entusiasmante. Per un gruppo che a metà anni Settanta ha vestito per un breve periodo i panni di veri e propri trovatori del rock, sarebbe difficile immaginare una cornice più adatta delle mura del castello dello storico Schlossenberg di Graz, nato nel XV secolo come massiccia fortezza imperiale.

Per la maggior parte del pubblico, che conosce la pedanteria e la disciplina della leggendaria band inglese, non è stata una sorpresa da poco vederli salire sul palco con venti minuti di ritardo rispetto all’orario annunciato. Ian, il suo fedele scudiero alla chitarra Martin ” Lancelot” Barre e gli altri tre membri della scafata compagnia di patriarchi del prog hanno poi regalato una sorpresa graditissima, rinfrescando a dovere la scaletta rispetto al passato. Il concerto si è aperto nel modo più sicuro e collaudato, con l’antico classico “Nothing Is Easy”, che viene dal disco preferito di Ian, “Stand Up” (1969): un’apertura più che azzeccata, perché dopo tutti questi anni, con il suo pulsare marcatamente hard rock, riesce ancora a dare una bella scossa e a far salire subito l’atmosfera. Con una riuscita versione di “Beggar’s Farm”, classico del debutto “This Was” (1968), hanno servito ancora una volta un mix convincente di folk drammatico e blues, mentre il tastierista John O’Hara ha infilato anche un breve inserto jazz al piano.

Per fortuna i Jethro Tull continuano a rispettare la loro tradizione di lunga data: aggiungere sempre qualcosa di nuovo ai vecchi pezzi, sia con qualche strumento inedito, come la fisarmonica, sia con estrose improvvisazioni soliste. Di improvvisazioni ce n’erano di nuovo a profusione, e l’iniziativa l’ha tenuta ancora una volta Ian, che al flauto ha piazzato i suoi tipici inserti umoristici, quelli che a quasi tutti gli altri flautisti farebbero finire il fiato in un attimo. Ian ha reso omaggio al suo album preferito con l’antico classico blues rock “A New Day Yesterday”, parte fissa del repertorio dei Tull. Per fortuna era l’ultimo pezzo da “Stand Up”: il quarantesimo anniversario di quel disco l’hanno festeggiato per quasi due anni, suonando quasi tutte le sue canzoni, e quindi chi in questo periodo è riuscito ad andare a un concerto dei Tull è già un filo saturo dei brani del grande amore in studio di Ian.

A bocca asciutta, o meglio a orecchie vuote, siamo rimasti ancora una volta tutti quelli che speravano che quella sera suonassero qualcosa da “Benefit” (1970), che quest’anno compie quarant’anni e che da tempo, per motivi non del tutto chiari, più o meno evitano, anche se è tra le cose migliori che hanno fatto. È anche l’unica vera critica che si può muovere all’esibizione di Graz. Con lo strumentale rinascimentale “Pastime With Good Company” hanno riportato per un attimo il pubblico ai tempi del tiranno dalla barba rossa, il re d’Inghilterra Enrico VIII, che amava ballare sui ritmi del suo madrigale. La maggior parte degli appassionati di prog tra il pubblico aspettava con ansia soprattutto una delle sezioni dell’immortale classico “Thick As a Brick”, ovvero, come si direbbe in italiano, “tosto come un mattone”, nato in origine come parodia del loro genere preferito e degli album concept. Anche stavolta la versione di una decina di minuti di uno dei vertici della loro carriera è stata uno dei momenti migliori della serata, anche se Ian ha di nuovo faticato un bel po’ con la voce, a caccia delle note.

La prima delle tre grandi sorprese della serata è stata l’esecuzione del classico folk rock “Songs From the Wood”, dall’omonimo album con cui nella seconda metà degli anni Settanta si presentarono con grandissimo successo nella nuova veste folk rock. Negli ultimi anni di solito veniva suonata come parte di un medley che comprendeva anche “Too Old to Rock’n’Roll Too Young to Die” e “Heavy Horses”, mentre quella sera è stata finalmente eseguita per intero. Tanto di cappello a Ian per il coraggio: dal punto di vista vocale è uno dei brani più difficili dei Tull, e da anni di solito evita di proporlo. Chi conosce i suoi problemi di voce, che risalgono alla metà degli anni Ottanta, non si è fatto troppi problemi se questa versione di “Songs From the Wood” non è stata di certo tra le sue migliori prove da cantante, cosa che valeva peraltro anche per la parte vocale della maggior parte degli altri classici dei Tull di quella sera. Anche se ha sofferto parecchio, soprattutto nel ritornello, dove ha dovuto arrangiarsi improvvisando per evitare le note più alte, con un’ottima base strumentale è riuscito a mantenere il filo del pezzo e ad alzare l’atmosfera del concerto di almeno un gradino.

In compenso Ian è ancora un vero birbante quando si tratta delle sue mosse “ginniche”, tra cui spicca soprattutto la famosa posa a gambe incrociate su una gamba sola. Di quella vitalità invidierebbe di sicuro anche più di un tizio di dieci anni più giovane. Per far riposare un po’ le corde vocali sono passati al loro strumentale più famoso, “Bourée”, con cui si inchinano sempre al leggendario compositore J.S. Bach. Poi hanno suonato due pezzi completamente nuovi, che per ora non sono riusciti a registrare in studio, visto che aspettiamo un nuovo album in studio dei Tull da più di dieci anni. Entrambi si sono rivelati belle sorprese e, per struttura, potrebbero stare tranquillamente sugli ultimi due dischi, dove sarebbero tra le cose migliori.

Vale soprattutto per “Hare in The Wine Cup”, dove oltre a un ritornello efficace hanno mostrato anche una bella dose di tendenze folk rock, mentre “A Change Of Horses” continua il lungo flirt di Ian con la world music, in particolare quella del Vicino e del Lontano Oriente, che si sente anche nei suoi ultimi lavori solisti. Questo pezzo l’hanno suonato dal vivo per la prima volta con un’ospite speciale, la nota suonatrice di sitar Anoushka Shankar, figlia del leggendario Ravi Shankar. Come ha detto Ian con la sua solita vena pittoresca, quella sera ad Anoushka si è trasformato Martin Barre, che come al solito è stato il bersaglio principale delle battute di Ian, anche se stavolta è stato un po’ più parco del solito. Prima dell’inizio il batterista Doane Perry si è seduto davanti ai bongo, mentre il tastierista O’Hara si è piazzato davanti un tamburo africano, su cui ha suonato solo per un attimo. A parte una certa lungaggine, sono riusciti a evocare una genuina atmosfera orientale, che ricordava molto alcuni pezzi dell’album “Roots to Branches” (1995). Eppure parecchi fan sperano che non sia (di nuovo) la direzione dominante di un eventuale nuovo album dei Tull.

Prima di aprire il classico di “Aqualung” “My God” hanno suonato un breve inserto strumentale dal classico di “Songs From the Wood” “The Whistler”, che a molti ha fatto dispiacere che questo ottimo pezzo non sia stato suonato per intero, ma per le capacità vocali di Ian sarebbe stata davvero una sfida un po’ troppo grossa. Durante “My God”, l’immancabile requisitoria anticlericale dal sapore un filo inquietante, hanno di nuovo infilato un sacco di improvvisazioni soliste, culminate nello sforzo finale e volutamente esagerato di Ian al flauto, che in tutta la sua succosa comicità ricordava il rantolo di un tricheco raffreddato. Un’altra piccola sorpresa prima della fine della parte regolare è arrivata con la solida esecuzione di “Farm On the Freeway”, standard hard rock da “Crest Of a Knave”, dato che di solito evitano i pezzi degli anni Ottanta, che a ragione “vantano” la fama del loro periodo peggiore.

A chiudere la parte regolare c’è stata, come sempre, “Aqualung”, mentre nel “supplemento” per il gran finale hanno scaldato l’aria con “Locomotive Breath”. Il concerto si è quindi chiuso con i due classici più noti dei Tull, che nonostante i soliti problemi vocali di Ian sono venuti fuori più che dignitosi e hanno scaldato perfino il pubblico austriaco, notoriamente freddo. L’atmosfera, grazie alla cornice del castello, era eccezionale, ma comunque mancava quel quid, la ciliegina sulla torta, tra il palco e un pubblico trattenuto. Forse in futuro ai Jethro Tull non farebbe male riprendere la tradizione, portata avanti per anni, di lanciare palloni giganti a fine concerto, così da ottenere una reazione più euforica dal pubblico: con quella mossa si risveglierebbero di sicuro anche i più sonnacchiosi tra la folla, cioè i più inerti. A parte un pubblico un po’ troppo trattenuto e il fatto che “Benefit” continuino a evitarlo ostinatamente, il concerto è comunque riuscito appieno sotto ogni altro aspetto, dalla scelta dei pezzi all’esecuzione fino all’impianto audio, e ha entusiasmato la maggior parte dei fan di lunga data e anche quelli un po’ più giovani, venuti ad ammirare le bravate di questi scafati patriarchi del folk rock, che sotto l’indomabile guida di Ian evidentemente non diranno l’ultima parola ancora per un bel pezzo, almeno in fatto di esibizioni dal vivo convincenti e costanti.

foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta

1. Nothing Is Easy 2. Beggar’s Farm 3. A New Day Yesterday 4. Pastime With Good Company (King Henry’s Madrigal) 5. Thick As A Brick 6. Songs From The Wood 7. Bourée 8. Hare In The Wine Cup 9. A Change Of Horses 10. The Whistler (inserto) 11. My God 12. Farm On A Freeway 13. Aqualung —bis— 14. Locomotive Breath

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