Le Vergini di Ferro aprono il tour europeo di The Final Frontier (2010)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: O2 Arena / Dublino / Irlanda
Data del concerto: 30.07.2010
Numero di presenti: 12
Prezzo del biglietto: 60,00€ / 65,00€

In attesa del quindicesimo album in studio, i “generali dell’heavy metal” hanno dato il via al tour mondiale un po’ prima del solito. Maniera Maiden, che in qualche modo ci riporta alle estati del tour “Give Me Ed’ Till I’m Dead” e al 2003. Terapia Maiden dell’ultimo decennio, insomma! Eppure, perché stare a farci su tante seghe mentali? Quando i Maiden hanno visitato Lubiana per la prima volta in carriera, il lontano 19.08.1984, il loro album di allora, “Powerslave”, è uscito ufficialmente due settimane dopo. Evidentemente una terapia che per i Maiden è una costante. La prima parte del tour (prima dell’uscita del disco) ama sempre servire anche una setlist del tutto fresca. Stavolta hanno deciso di viziare i fan con i capolavori epici degli ultimi tre album.

Il primo atto del tour europeo che prende il nome dall’album in arrivo, “The Final Frontier 2010 World Tour”, è partito dall’Irlanda. L’O2 Arena (la scena del crimine) è un palazzetto da applausi. Una struttura costruita apposta, di quelle che non trovi proprio dietro ogni angolo, rinnovata qualche anno fa giusto per spettacoli di questo tipo.

Dopo più di tre decenni di attività, al fenomeno Iron Maiden e ai loro concerti si è attaccato un dato di fatto: le band di supporto semplicemente non contano più. Per essere ancora più precisi, noi fan degli Iron Maiden ci siamo sorbiti in questo senso un vero e proprio addestramento pluriennale (ve la ricordate Lauren Harris, cara compagnia?). Visti i fatti noti, ovvero la scioccante perdita di Ronnie James Dio, dopo la quale il mondo del rock e del metal non sarà mai più lo stesso, l’annuncio dell’esibizione degli Heaven & Hell era in fondo una piccola utopia. Al loro posto sono saliti sul palco i rappresentanti del movimento N.W.O.B.H.M. Sweet Savage da Belfast. Ai nordirlandesi non è mai riuscito un exploit di rilievo sulla scena HM. Aprire per Thin Lizzy, Ozzy Osbourne, Wishbone Ash,  Motörhead è stato in fondo il massimo della loro carriera. Parliamo degli anni Ottanta, quando erano più attivi, e più o meno è tutto ciò per cui possiamo ricordarli. Il trio, che ha rispolverato il proprio repertorio con uno show di r’n’r compatto e solido nello stile dei primi Motorhead, ha entusiasmato soprattutto la fetta nordirlandese del pubblico.

Le star della serata non ci hanno fatto aspettare a lungo: alle nove meno un quarto il lettore CD ha attaccato “Doctor, doctor please ….”. Eh già, la ormai arcinota intro ispirata agli U.F.O., il segnale che non ammette più rinvii. E  l’avventura con gli Iron Maiden è cominciata.

Si è capito subito che la band era di ottimo umore e riposata. Dieci giorni di pausa tra il tour americano e quello europeo hanno sicuramente fatto bene ai signori che ormai cominciano a ingrigire. Hanno picchiato come nel leggendario tour di “Brave New World” del 2000. Il palco era allestito a tema, nello stile del disco in arrivo “The Final Frontier”. Tutta la scenografia era arricchita da ulteriori effetti di luce, tanto che avevi la sensazione di trovarti davvero da qualche parte sul ponte di un’astronave, molto dopo che qualcuno aveva urlato “code red” e molto dopo che due mondi si erano scontrati nel mezzo di una battaglia galattica.

Il palco è costruito a semicerchio rialzato, quindi spesso sembrava che Bruce “levitasse” sopra la testa di Nick e la sua batteria, camminando sul pavimento del palco come “incollato”. Era difficile stargli dietro. Si è fermato per la prima volta dopo una “Wrathchild” già un po’ consumata. Presentando El Dorado ha detto che qualcuno potrebbe restare sorpreso dalla raccolta di canzoncine in arrivo. Pare sia parecchio diversa. Personalmente penso che non ci sia niente da temere. I ragazzi non hanno mai sbagliato un colpo. Il primo apice è arrivato di sicuro con una “Dance Of Death” fuori programma, che speravo non sostituissero con “Paschendale”. A quel punto faceva già un caldo e un’umido assurdi nelle prime file. L’organizzatore aveva pensato alle scorte di acqua fredda, con cui venivano rinfrescate le teste più surriscaldate sotto il palco. Un po’ di questa civiltà potrebbe finalmente attecchire anche tra i servizi addetti all’ordine e alla disciplina nei concerti sul lato soleggiato delle Alpi. Naturalmente è arrivato anche il momento di “Blood Brothers”. Un attimo di quiete per tutti i presenti, dedicato al tributo familiare a Ronnie James Dio. La parte regolare dello show Steve Harris e compagnia l’hanno chiusa con un vecchio amico che dopo trent’anni ha persino imparato a suonare la chitarra. Parliamo ovviamente di Eddie. In questa parte del tour è l’unica (e sempre obbligatoria) apparizione di questa affascinante mascotte sul palco. Stavolta Eddie, nella sua nuova veste, ha superato ogni limite. Che sia mezzo marcio ci siamo abituati. Che sia ingrassato, uno lo digerisce pure, soprattutto se pensa all’aspetto di Paul Di’Anno nel 2010. Ma che il nuovo Eddie, durante il suo sbarco sul palco, volesse sostituire uno dei chitarristi dei Maiden è già un fallo che grida vendetta, per il quale ancora oggi non hanno scoperto di che colore sia il cartellino dell’espulsione definitiva dal canonico “parco giochi Maiden”.

I bis hanno servito classici di ferro. Prima dell’ultima, “Running Free”, Bruce ha scatenato un’ondata di malumore tra il pubblico irlandese. Ha osato presentarsi con il casco di un poliziotto britannico, che per i fieri irlandesi è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Da vero manipolatore di folle, Bruce ha saputo però farsi perdonare subito. L’organizzatore aveva infatti fatto in modo che il sestetto, sotto gli occhi del popolo infuocato, prima di attaccare Running Free brindasse alla folla con sei birre alla spina di autentica origine irlandese. Guinness, ovviamente. Il più felice è stato Janick, che alla vista del fresco boccone di liquido frizzante non ha avuto alcuna esitazione a farlo fuori. Ha guardato gli altri compagni, come a dire: “Niente panico ragazzi, Running Free è facile da suonare”. Probabilmente per un fan irlandese non c’è niente di più bello che vedere gli Iron Maiden al gran completo brindare con la popolare birra irlandese.

Cosa dire per chiudere. I signori non mollano. Lo dimostrano a ogni tour successivo. Dave, tra tutte le Vergini, è quello che mostra ancora i maggiori effetti del codice fiscale, mentre gli altri, Steve in particolare, sembrano conservati sotto formalina. Sull’impeccabile esecuzione tecnica del materiale sul palco non serve nemmeno sprecare parole. Gli Iron Maiden sono una band che non ha mai lasciato nulla al caso. Qui ci sono esperienza, chilometri sulle spalle, ampio know-how e la forza inarrestabile di una granitica sicurezza di sé, che difficilmente ti fa uscire dai binari. Tutto questo è garanzia di alta qualità, che giustifica tutto ciò che nel 2010 abbraccia la magica locuzione Iron Maiden. Il suo contributo e il tocco finale li ha dati anche la stessa O2 Arena, con le sue ottime caratteristiche acustiche. E naturalmente loro, unici e soli! I fan inamovibili e devoti degli “Up the Irons”.

autore del report: Alen Horvat

testo a cura di: Aleš Podbrežnik

foto: Alen Horvat

Scaletta

1. The Wicker Man 2. Ghost Of The Navigator 3. Wrathchild 4. El Dorado 5. Dance Of Death 6. The Reincarnation Of Benjamin Breeg 7. These Colours Don’t Run 8. Blood Brothers 9. Wildest Dreams 10. No More Lies 11. Brave New World 12. Fear Of The Dark 13. Iron Maiden —bis— 14. The Number of the Beast 15. Hallowed Be Thy Name 16. Running Free

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