George Lynch, la sua ciurma e il suo Tiger sul palco di Vienna (2010)
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Szene / Vienna / Austria
Data del concerto: 11.11.2010
Numero di spettatori: 100
Il lato bello delle lunghe trasferte per i concerti a Vienna è che noi appassionati di musica, mentre attraversiamo l’Austria, possiamo fare il pieno di supporti musicali di ogni tipo nei negozi fornitissimi dei centri commerciali di zona. Così ha fatto anche la crew di Rockline, che per due spiccioli si è accaparrata quasi l’intera discografia di Lizzy Borden e, sulle note nostalgiche di quei ritmi, è arrivata senza intoppi allo Szene di Vienna, dove quella sera suonavano i Lynch mob. Da Lizzy Borden ai Lynch mob il salto è minimo. Entrambe le band sono, per così dire, un prodotto tipico degli anni Ottanta, solo che i secondi, oltre a quell’eredità, possono vantare anche uno dei nomi più rispettati della chitarra di oggi.
George Lynch viene dalla vecchia scuola chitarristica ispirata da Jeff Beck e Jimi Hendrix, ma la sua tecnica fulminea lo lega anche alla generazione più giovane di virtuosi. I Lynch mob sono uno dei suoi progetti collaterali, nati dopo lo scioglimento dei leggendari Dokken alla fine degli anni Ottanta e attivi, negli ultimi due decenni, in modo sporadico e con formazioni diverse. L’ultimo album, Smoke and mirrors (la recensione di Rockline la trovi qui), è stato registrato, oltre che da Lynch, dal cantante Oni Logan (membro della prima incarnazione della band), dal bassista Marco Mendoza e dal batterista Scott Coogan, ma questi ultimi due nel tour attuale sono stati sostituiti da Robbie Crane (dei Ratt, attualmente in pausa) e dall’eccellente Brian Tichy, che ha suonato la batteria con i Foreigner e con Billy Idol.
Lo Szene di Vienna è un localino simpatico a un tiro di schioppo dal centro storico vero e proprio, che funziona un po’ come l’Orto di Lubiana (cioè un locale diurno dove si beve, con una sala concerti un po’ più grande attaccata) e ci stanno dentro circa 500 persone. I proprietari spesso organizzano anche i concerti, e stavolta non ha fatto eccezione. Di sicuro però hanno faticato a tenere i nervi saldi quando Lynch e compagnia sono arrivati con quasi due ore di ritardo dal Lussemburgo, dove avevano suonato il giorno prima, e, dopo l’esibizione tiepida delle band di supporto (Sonic tension e Silverdirt), si sono catapultati dal furgone dritti sul palco.
Oni Logan, che ha conquistato subito il pubblico, è l’ottimo contrappeso allo stoico Lynch. George, infatti, col pubblico non comunica e anche tra applausi e ovazioni alza di rado lo sguardo dalle sue chitarre. Ne abbiamo viste parecchie, ma quella che spiccava più di tutte era il prototipo originale dell’ESP Tiger, che nel 1992, durante i disordini di Los Angeles, gli ha salvato la vita, intercettando il proiettile di uno dei rivoltosi. Da allora, a quanto dice lui, quella chitarra gli sta più a cuore di una qualsiasi delle sue ex o attuali mogli. Lo show è stato solido e rilassato, forse anche troppo, visto che un Logan un po’ alticcio ha scordato il testo di Wicked sensation e il pezzo è stato interrotto e rifatto da capo. Ma il fatto che l’esibizione sembrasse una specie di prova aperta al pubblico non ha rovinato l’atmosfera nemmeno un po. Anche perché abbiamo sentito tre brani del periodo d’oro dei Dokken: lo strumentale Mr. Scary, Tooth and nail e, nel bis, Into the fire. Nonostante le circostanze, Oni questi classici li ha cantati senza dubbio molto meglio di quanto potrebbe fare Don Dokken, tormentato negli ultimi anni dalla cosiddetta sindrome di Halford. Don ha infatti perso tutti i registri vocali alti, come testimonia piuttosto chiaramente anche l’ultimo Greatest hits, con i suoi successi registrati da capo.
I Lynch mob, insomma, non hanno deluso. Anche se non è stato uno show cesellato al millimetro come quello che ci eravamo goduti il giorno prima al Satrijani, l’atmosfera intima, abbastanza simile a quella del Bluesiana in Carinzia, la spontaneità e la sinergia di quattro vecchi gatti da palcoscenico hanno creato sensazioni davvero particolari. L’unico lato negativo del concerto è stato probabilmente che i protagonisti hanno lasciato il palco dopo appena un’ora buona e un solo bis. Il trend dei set brevi, lanciato da Blackie Lawless, a quanto pare contagia anche altri esponenti di quella che un tempo era la scena di punta del Sunset Strip, il cui marchio di fabbrica erano soprattutto i primi due ingredienti del celebre slogan “sex, drugs and rock n’roll”. E siccome, in linea con quanto detto, è noto che George dopo i concerti preferisce firmare autografi alla parte femminile del pubblico, non ci siamo messi in coda con i giovinastri dai capelli lunghi che aspettavano (probabilmente invano) davanti all’ingresso del backstage, ma ci siamo fermati un attimo al banchetto con la scritta “official merchandise” e poi ci siamo rimessi in marcia verso l’autostrada austriaca, ormai avvolta nel buio più fitto.
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta
1. She’s Evil But She’s Mine 2. River Of Love 3. Hell Child 4. Revolution Hero 5. Let The Music be Your Master 6. 21st Century Man 7. All I Want 8. We Will Remain 9. Mr. Scary 10. Wicked Sensation 11. Tooth n’ Nail —bis— 12. Into the Fire
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