Ricordi da scampati al terremoto dopo aver misurato il fattore sofferenza (2010)
Autore: Rok Klemše
Foto: Rok Klemše
Luogo: Gala Hala, Metelkova, Lubiana
Data del concerto: 10.11.2010
Presenze: 170
Prezzo del biglietto: 20€/24€
La Gala Hala magari non sarà il posto più prestigioso per fare concerti, ma in vent’anni di storia ha già ospitato un bel po’ di nomi e soprattutto una gamma larghissima di suoni. Il concerto di stavolta era una torta metal estrema a più strati, e il primo di una serie di scossoni come si deve è stato all’insegna dei death grinder inglesi The Rotted, risorti nel 2008 dalle ceneri dei Gorerotted, band di death grind gore. Il loro mix piuttosto primordiale di temi grind sa più di punk che di death metal, alla maniera death’n’roll, che di death metal esplicito. Il pacchetto di rumore di stavolta non si reggeva solo sui materiali più recenti, sul disco Get Dead Or Die Trying e sull’EP di cover che lo accompagna, Anarchogram: i The Rotted sono andati a pescare anche nella parte più vecchia del loro catalogo. Al trio di teste rasate formato dal cantante Ben McCrow, dal batterista Nate Gould e dal bassista Reverend Trudgill si affianca (o meglio, si contrappone esteticamente) il chitarrista capellone con le treccine, Tim Carley. Proprio lui era quello che somigliava meno agli altri sul palco, ma alla Gala Hala non c’è da aspettarsi un’acustica di prima classe. E ammettiamolo: l’ambiente della nostra Gala Hala era perfetto per una staccata mentale di prima categoria, con la colonna sonora di storie di zombie, sarcasmo da festaioli e humour nero nichilista. Vignette di zombie, necrofili, ascessi purulenti e adrenalina pura si sono susseguite, e di tutto si poteva dire tranne che l’azione fosse indolente, sul palco come sotto. Strictly no bullshit è di fatto l’imperativo a cui i The Rotted, mescolando influenze di Entombed, Napalm Death, SOIA, Motörhead e qualche Vader, si attengono fedelmente. La voce di Babyslice (McCrow lo possiamo chiamare affettuosamente anche Goreskin) con i suoi growl energici ha smerigliato le teste anche dei più esigenti, e gli occhi di molti erano puntati su Fluffy Offalstench, o meglio Tim “Rotted” Carley, che sopra la base grind ha cavato dalla sua copia di Les Paul parecchi riff di prima qualità, anche se dal suono sporco. Il sudore’n’roll ha avuto più di un picco, e tra questi c’è stata sicuramente Stab Me Till I Cum, che con la sincerità grind’n’roll da punkettoni ha portato a una chiusura più che riuscita mezz’ora di show.
Dopo l’inizio giocoso, era ora di passare alla macinatura di ossa in categoria pesante. Il quintetto canadese di Montréal, con la sua brutale miscela metalcore-deathcore, suona infatti come se qualcuno provasse ad accarezzarti con un bulldozer. Il dinamico cantante tatuato Joss Fredette, con un piede sul monitor, tuona voci che renderebbero felice persino Svarun. Un po’ più benigno il duo di chitarre monotono formato da Dom Grimard e Felix Roberge. Lo sfogo di rabbia alla batteria lo ha sgranato Vince Menard, mentre quello davvero spaventosamente invadente è stato lo sforzo costante del bassista Sébastien “Seba” Painchaud. Quest’ultimo ha già scritto nel suo CV collaborazioni con Withdraw, Trails Of Anguish, Vatican (Can) e, opa, Ion Dissonance. Se la gente non conosce tutti i pezzi dei dischi Aeon Of Suffering o del nuovo Too Many Humans, c’è poco da aspettarsi cori da cantare a squarciagola. I The Last Felony sono in sostanza un’esplosione di rumore piuttosto monotona, che cerca di abbattere l’intera sala a forza di decibel, ma gli si possono rimproverare pause generiche e parecchio prevedibili. La nuova generazione del rumore di Montréal domina con gli estremi e punta su una ricetta piuttosto semplice: nella ciotola versate la velocità di dita del death metal moderno, un pizzico di “groove” e di primordialità del buon vecchio death, sperate nella ricettività all’atmosfera black metal e condite il tutto con una bella dose di core e di pause. Il quintetto del Québec serve follia sonica e, senza compromessi, tira fuori qualcosa che somiglia dannatamente a, non so, i Black Dahlia Murder … Too Many Humans è di fatto materiale che si meriterebbe tranquillamente l’etichetta di “colonna sonora del cataclisma universale”. Nonostante tutto, il secondo round di piacere cotto un po’ più duro è stato servito per bene.
Più morbido, più tecnico e soprattutto più rifinito è suonato il seguito, uscito dalle dita degli Arsis. Un mix di thrash, death tecnico alla maniera di Chuck Schuldiner e voci black metal, o meglio, se non fosse abbastanza chiaro, alla Petrozza dei Kreator, più un pedigree che pesca nel power metal: una garanzia di godimento. Il quartetto della Virginia soddisfa ogni aspettativa e, al legame piuttosto organico tra il batterista di ritorno Mike Van Dyne e il bassista riconfermato Noah Martin, mette il carico da novanta un eccezionale duo di chitarre, formato dal Legolas truccato Nick Cordle e dal padre della band, roco ma superbo, James Malone. I pezzi sono equilibrati e senza chiacchiere inutili. Gli Arsis sono originali e, con assoli precisi e dosati con raffinatezza, centrano sempre il bersaglio, contraddicendo con classe l’idea che del death metal melodico ci si possa stufare troppo presto e troppo in fretta. La prova sono quattro dischi eccezionali: dopo la serie di album A Celebration Of Guilt del 2004, United In Regret del 2006 e We Are The Nightmare del 2008, quest’anno è arrivato, ordinato e pedante, Starve For The Devil. Tecnicismo, una marea di riff incredibili, cambi di tempo ingegnosi, assoli gustosi, brevi e dolci e testi di peso gli danno un marchio che finora poteva fregiarsi solo il fenomeno svedese At The Gates, e pochissimi altri eletti ispirati da dio o dall’inferno.
Dopo un’ora di eccesso musicale e di estetica quasi rococò, almeno per quanto riguarda la musica, è arrivato il momento di tornare a infittire le sensazioni e ad ammassare nubi di tenebra. I Grave sono senza dubbio una delle più vecchie death metal band ancora in attività in Svezia: la loro linea del tempo risale al 1986, quando suonavano con il nome Corpse. Dediti alla registrazione di un mucchio di demo, hanno partorito il loro primo album sulla lunga distanza nel lontano 1991, e Into the Grave resta una delle pietre miliari più solide nella definizione della nuova era di brutalità death metal. Quel brulicare un po’ più lento, ma comunque devastante, di ritmo e chitarre grasse si avvicina alla definizione di sludge metal o doom, e quel sussurrare titubante e rallentare l’energia vitale ha portato a reazioni meno energiche sotto il palco. Microfoni agghindati di catene e un teschio sull’amplificatore da chitarra come scenografia d’altri tempi, palco in penombra, e dopo l’intro il pezzo d’apertura You’ll Never See, del lontano ormai 1992, fissa lo standard di un suono vintage di altissima qualità. Il primo uomo e patriarca dell’ormai infernale trio, il cantante e chitarrista Ola Lindgren, ha fatto il suo lavoro con lode e, sostenuto dal basso grasso di Tobias Cristiansson e dal distruttore di pelli di qualità Ronnie Bergerståhl, ha servito un’oscurità sepolcrale di prima scelta. La maggior parte dei pezzi veniva dalla parte vecchia del catalogo, e tra quelli ascoltati hanno escluso del tutto i brani dei dischi Fiendish Regression, As Rapture Comes e Dominion VIII. A difendere il suono del nuovo millennio hanno pensato i pezzi Rise (dall’album Back From The Grave) e i materiali più recenti dell’ultima fatica, il freschissimo disco Burial Ground, che però ricorda parecchio il vecchio suono. L’aria è andata via via mancando, e come fatto apposta per precipitare nel coma totale è arrivata Obscure Infinity. “Slowly the air fades out / and I know that I soon will die / In pain I choke, in fear I will die / A part of my body remains after death / opens the porthole for my eternal rest / Take me away, pull me over the edge / I don’t want want this pain, I just want my death / A slow death by suffocation / turns my dreams to reality / End of my fucking existence / dead for all eternity!” Poetico e in linea con la situazione nella Hala senz’aria. Proprio il primo album Into The Grave è stato l’asse portante di questo sfogo di rabbia criptica, e dopo il pezzo di chiusura Soulless è arrivato lo stato di catarsi totale e di ricambio d’aria per testa e sentimenti, con la promessa di qualcosa di completamente diverso.
“Something completely different!” E infatti, miei cari. Chiuso il ciclo di lenta putrefazione e di collasso del sistema, era ora di una scarica ad alto numero di ottani e di passare a una marcia più alta. Stavolta nelle vesti degli indiscussi pezzi grossi del deathgrind di Baltimora: i Misery index. Se il Maryland è noto soprattutto per il re del rock Elvis, il nuovo millennio è piuttosto all’insegna di un’opposizione musicale critica contro l’istupidimento mentale e noncurante alla maniera di Bush junior. Parte di questa critica al crollo totale dei valori e all’affondamento senza prospettive dell’economia mondiale è anche questo momento tanto atteso di misurazione dell’indice di sofferenza. Dopo gli accordi iniziali di un breve soundcheck si sono spente le luci e dalle casse è esploso il suono pieno della formazione, ora di nuovo al completo. Dopo l’addio di Sparky Voyles, il ruolo di seconda chitarra è stato coperto con brutalità da Darin Morris, per il resto impegnatissimo nei Criminal Element, che ha tenuto testa con parecchia sicurezza e grinta al resto del terzetto della formazione originale. Il duo vocale del chitarrista Mark Kloeppel e di Jason Netherton e le salve di batteria di Adam Jarvis hanno trovato un ottimo riempitivo sul lato sinistro del palco. Un set di pezzi ben carichi ci ha portati attraverso tutta la discografia della band di Baltimora. Non sono mancati i brani né dal primo disco Retaliate, né da Discordia, la mia preferita, e hanno riempito le orecchie anche con l’album Traitors, facendo pure una buona pubblicità all’ultimo, ancora fresco di studio, Heirs To Thievery. Parte il film del grind totale e della selvaggia sinergia da concerto tra pubblico e band. I Misery servono The Spectator, Heirs To Thievery, Traitors, We Never Come In Peace, la brutale Theocracy, Conquistadores e, almeno così mi pare, Ruling Class Canceled. La voglia di resistere e di starsene stoicamente in disparte passa a molti. Le linee di battaglia sono serrate e siamo tutti vincitori! Il genoma ibrido di death metal e HC punk con un grind autentico e primordiale ricorda i Dying Fetus, di cui sono ex membri sia Nerton che Voyles. E qualche anima coraggiosa aggiungerebbe alla lista pure i Suffocation, come conferma di un’energia devastante, data senza riserve. L’anarchismo radicale e la tematica di sinistra, che, coperta dall’immaginario dei cadaveri, si maschera un po’, intreccia tutta la pletora di difetti dei nostri tempi, mentre le salve di una critica perfettamente rifinita sono completate, anche grazie all’ultimo disco, che ha fatto un enorme passo avanti. Sia per produzione sia per contenuti, pezzi come As The Carrion Call, il già citato The Spectator e Plague Of Objects si inseriscono bene nel filo del lavoro fatto finora. La bellezza stavolta è grindata fino in fondo e nella serie di critiche non manca un motivo splendido per demolire del tutto le fondamenta traballanti di una società marcia. I Misery Index sono un motivo di soddisfazione, quando dal patibolo di questa società ormai invalida cominceranno a cadere a pioggia le teste dei colpevoli del crollo totale del sistema.
La Gala Hala tremava e rimbombava. L’intonaco si sgretolava e il sangue correva nelle vene dannatamente veloce! Con forti fischi nelle orecchie doloranti e sorrisi di soddisfazione, le truppe di fortunati eletti hanno lasciato il teatro del massacro di Lubiana. Molti, desiderosi di stare con i loro eroi del rumore, hanno potuto realizzare il desiderio durante il concerto e dopo, perché erano tutti pieni di endorfine e di quell’atmosfera positiva che in Slovenia sappiamo creare. Con la consapevolezza che questo concerto ha fissato una pietra miliare di qualità piuttosto alta, almeno per quanto riguarda la musica estrema, posso dire con certezza che quest’anno sarà dura, o dannatamente raro, fare di meglio. La torta del concerto era perfetta e incoronata da una glassa di shrapnel, granate e rivolta compiuta. Lubiana ha ceduto alle truppe di cadaveri e ha esalato deliziosamente dopo la morte, e nell’aria si avvertiva il rombo di Anticristi ed eretici intellettualmente compiuti. Ma per stavolta lasciamo da parte Dio. Abbiamo ricevuto il superlativo dei superlativi e possiamo spuntare con soddisfazione un altro concerto fenomenale, di cui vi può dispiacere a ragione se ve lo siete persi. Connubi d’acciaio così buoni, infatti, dalle nostre parti non arrivano molto spesso …
Scaletta
THE ROTTED: 1. Drink myself to Death 2. The Howling 3. A Return to Insolence 4. Dawn of the New Error 5. Angel of Meth 6. Only Tools And Corpses (Gorerotted) 7. Stab Me Till I Cum (Gorerotted) 8. Nothin But a Nosebleed THE LAST FELONY: 1. Do Not Defend Me 2. No one Would Notice If You Died 3. Overrated Existence 4. Televisionary 5. Too Many Human 6. …We are Future Housing Developpements For Maggots 7. Quandary GRAVE: 1. You’ll Never See… 2. Turning Black 3. Christi(ns)anity 4. Liberation 5. Semblance in Black 6. Still Hating Life 7. Obscure Infinity 8. Rise 9. Dismembered Mind 10. …And Here I Die… Satisfied 11. Into the Grave 12. Soulless MISERY INDEX: 1. Embracing Extinction 2. Defector 3. The Carrion Call 4. Traitors 5. The Spectator 6. Ruling Class Canceled 7. The Great Depression 8. Retaliate 9. Ghosts of Catalonia 10. You Lose 11. Conquistadores 12 Heirs to Thievery 13. Manufacturing Greed 14. We Never Come in Peace 15. Theocracy
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