La Sodomizzazione tedesca dello ŠTUK, ovvero Thrashocalisse adesso!
Autore: Rok Klemše
Luogo: Štuk / Maribor / Slovenia
Data del concerto: 12.02.2011
Numero di spettatori: 800
Prezzo del biglietto: 20,00€ (prevendita) / 25,00€ (la sera del concerto)
Prima o poi doveva succedere, e finalmente è successo: sabato un vero grande evento metal è arrivato in Slovenia. Niente occhiate all’orologio per sapere quando finisce il concerto, perché domattina si va in ufficio. Niente paranoie di perderti qualcosa d’importante alla riunione per colpa del fischio nelle orecchie, riunione che di solito cade proprio il giorno dopo il concerto che ti lascia con tutte le ossa a pezzi e i timpani in fiamme. Niente paura di crollare addormentato sul cesso dell’ufficio per colpa di un postumo nucleare… No, non c’è gusto più grande che andare a un concerto dopo il quale non hai assolutamente nessun obbligo. Soprattutto se sai che c’è una bella probabilità che l’Agent Orange ti gasi a morte e che Knarrenheinz ti asfalti senza pietà mentre zio Tom recita i suoi versi preferiti di poesia assassina. Lo ŠTUK è stato occupato in un violento blitzkrieg dai veterani del thrash tedesco, un terzo della sacra trinità del thrash metal teutonico: i Sodom.
Ma prima che le fondamenta dello ŠTUK iniziassero a tremare sotto i cingoli dei carri armati, ci è toccato più o meno sopportare tre gruppi spalla, anche se almeno la loro qualità cresceva a ogni band successiva. Sul palco sono saliti per primi gli ungheresi Halor, che in una buona mezz’ora hanno presentato i pezzi del debutto Welcome to Hell del 2006, che è anche la loro unica uscita fino a oggi. Degli ungheresi non c’è molto altro da scrivere, visto che hanno lasciato indifferente e annoiato uno ŠTUK ancora completamente vuoto. Da un heavy metal piatto e di maniera non ci si poteva aspettare di più: interessanti giusto qualche sprazzo thrash e l’inglese goffo del frontman. Helo, Halo, Heler…? Ah no, Hvala, grazie per essere stati così brevi.
Sarebbe stato molto più sensato far suonare al posto degli Halor un’altra band di casa, e invece quella sera l’onore di portare i colori sloveni sul palco è toccato soltanto ai costieri Almost Rage. I ragazzi non sono più un trio da un bel pezzo, e la chitarra in più si sente eccome nella loro musica, anche se le orecchie avrebbero respirato volentieri con linee di doppia chitarra un po’ più elaborate. Gli Almost Rage hanno già un bel po’ di materiale proprio, che dal vivo hanno presentato con grande sicurezza, portando a casa il set in modo estremamente professionale. Sono rodati come la bora del Litorale, ma quanto a presenza scenica i ragazzi soffrono di un’eccessiva staticità. Su questo aspetto, così importante dal vivo, potrebbero migliorare parecchio, ma nonostante tutto gli Almost Rage, sotto la guida salda della voce hetfieldiano-anselmiana di Ejaq, hanno spazzato via con successo la loro mezz’ora. Ora però è tempo che gli Almost Rage si sputino per bene nelle mani e ci rendano felici con la prima vera registrazione in studio, che aspettiamo ormai da un bel pezzo.
Alla quarta marcia ci ha finalmente messo la terza band di spalla, che arriva dal nord, per la precisione dalla Svezia. No, i Die Hard non suonano una versione metal della colonna sonora del film d’azione con Bruce Willis, ma un death/thrash metal onesto e sporco con influenze del black metal delle origini alla Venom. I ragazzi avevano già fatto capire con l’immagine in che direzione va la loro musica. Pelle, catene, borchie e trucco malvagio chiamavano a gran voce lo sporco e la brutalità del primitivo black/thrash metal. A riportarci ai primi tempi di questo genere bastardo ci ha pensato un frontman efficace, con una voce rabbiosa e cattiva, e più che riuscito anche il lato strumentale del quartetto svedese. Peccato che gli svedesi si siano beccati il suono peggiore della serata: la batteria usciva dall’insieme in modo fin troppo aggressivo, mentre la voce gutturale era sepolta in fondo al mix. Ma la band si è meritata un grande “horns up” per l’ottima versione sgangherata del classico dei Venom, Countess Bathory.
Poi finalmente, per la prima volta nella serata, la sala dello ŠTUK si è riempita e la tensione dell’attesa si tagliava nell’aria come il gas nervino in mezzo alla bufera della prima guerra mondiale. Ma se i gas di guerra ammazzavano i soldati nel modo più crudele possibile, il gas Sodom ha provocato caos generale, follia, moshe da blitzkrieg, headbanging a elicottero e stagediving continuo. E questo dal momento in cui la sala si è oscurata, è partita l’intro e l’infernale trio thrash tedesco ha dato fuoco alle polveri con le prime note del demolitore del nuovo album, In War and Pieces. Che con i Sodom non si scherza l’hanno dimostrato il leggendario Thomas Such, meglio noto come Tom Angelripper o Onkel Tom, Bernd “Bernemann” Kost e l’ultimo acquisto della band, il batterista Markus “Makka” Freiwald. Probabilmente il trio tedesco, ormai di culto, non si aspettava una reazione simile dal pubblico sloveno, e quando hanno visto che caos si scatenava sotto il palco, hanno attraversato con ancora più gioia una scaletta piena di classici del thrash tedesco. Un sorrisone enorme sulla faccia di Tom e dei suoi due sottufficiali per tutto il tempo, mentre il pubblico si godeva ogni riff di Bernemann, ogni assolo da mitragliatrice, le urla gutturali di Tom sui testi (contro)bellici e il drumming da artiglieria di Makka. Con che rapidità e sicurezza Makka si è inserito nella band, e con quale precisione, aggressività e velocità il ragazzo ha suonato anche le parti più difficili. I classici piovevano come napalm fresco: M-16 già proprio all’inizio, poi ancora The Saw is the Law, Nuclear Winter, Blasphemer, Napalm in the Morning e altri. Una leggera delusione l’ha provocata solo Angelripper, che a metà concerto ha chiesto quante persone parlano tedesco, e parecchia gente ha alzato la mano, così Tom per il resto del concerto ha blaterato i suoi discorsi in tedesco. Però almeno abbiamo avuto la sensazione di essere nel bel mezzo della registrazione di un album tipo Mortal Way of Live, hehe. L’energia è stata al massimo possibile dall’inizio alla fine, ed è probabilmente per questo che la band ha suonato qualche pezzo in più del solito, persino il classico dei Motorhead Ace of Spades, che mostra chiaramente quanto abbiano influito su Tom la vita e le opere dell’unico e inimitabile Lemmy. I Sodom hanno dimostrato che gli anni di thrash non si fanno sentire minimamente e perché li si può davvero mettere nella top assoluta del thrash attuale. In War and Pieces è un testamento vivo dell’energia sfrenata dei Sodom, e l’esibizione dal vivo è la prova lampante che la sacra trinità tedesca è invecchiata molto meglio della Big Four del thrash.
Il concerto dei Sodom è stato almeno bello quanto l’indimenticabile concerto dei Forbidden di due anni fa, nello stesso luogo del delitto. E con la serata allo ŠTUK i Sodom hanno di sicuro dimostrato di essere così bravi dal vivo che ti sembra che un “huey” ti abbia appena scaricato in mezzo alla giungla vietnamita, sullo sfondo senti la tempesta di napalm fresco (“I love the smell of napalm in the morning” o “I love to hear Sodom in the morning”), e sulla riva del Mekong il rombo dell’artiglieria. Ci vediamo alla prossima guerra…
foto: Martin Prezelj
Il report è nato dalla collaborazione tra RockLine e Rock Hard Slovenija.
Setlist
1.In War And Pieces 2.Sodomy And Lust 3.M-16 4.Outbreak Of Evil 5.The Saw Is The Law 6.Nuclear Winter 7.Proselytism Real 8.The Art Of Killing Poetry 9.I am the war 10.City Of God 11.The Vice Of Killing 12.Blasphemer 13.Feigned death throes 14.Agent orange 15.Knarrenheins 16.Ausgebombt 17.Wachturrm 18 Remember the fallen 20 Bombenhagel
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