Grave Digger tornano a casa, nel cuore delle Highlands scozzesi (2011)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Boogaloo / Zagabria / Croazia
Data del concerto: 05.04.2011
Numero di spettatori: 130

I Grave Digger, classica band di heavy metal old school tedesca, non si fermano proprio mai. Nonostante la grana del cambio di chitarrista (nel settembre 2009 il fenomenale Manni Schmidt ha lasciato la formazione per divergenze sulla visione artistica), dopo l’arrivo di Axl Ritt dei Domain si sono ripresi in un lampo e già nell’autunno del 2010 hanno pubblicato il nuovo album in studio “The Clans Will Rise Again” (2010) – recensione di RockLine QUI.

Il nuovo tour europeo non è partito proprio sotto una buona stella per i “becchini”. Entrambe le band di supporto, Sister Sin e Grand Magus, hanno dovuto rinunciare al tour per gravi problemi di salute di alcuni membri. Così i metallari di Bochum hanno chiamato in soccorso i connazionali Orden Ogan, a tappare il buco.

La data di Zagabria, inizialmente prevista per il 06.04.2011, è stata quindi anticipata al 05.04.2011, finendo per fare anche da sostituta della data di Lubiana saltata. Meno male, perché chissà chi sarebbe venuto al concerto, visto che il 06.04.2011 all’Arena di Zagabria avrebbero fatto il diavolo a quattro i ben più famosi Slayer e Megadeth.

Comunque la si giri, alle otto e mezza di sera il locale era ancora completamente vuoto. Quando sul palco sono saliti i padroni di casa Infernal Tenebra, death metal tecnico dell’Istria, al Boogaloo c’erano una quindicina di persone che guardavano da bella distanza quello che succedeva sul palco. In mezz’ora i ragazzi hanno messo in scena un’esibizione che dimostrava come siano nella scena metal da un pezzo e quindi una squadra rodata. Il suono era più che ottimo per la band, e nemmeno troppo alto, nonostante la sala completamente deserta. A salvare la situazione è stato soprattutto il telo con il logo degli Orden Ogan, che dietro ai ragazzi evitava che il suono si disperdesse. Il quartetto formato da Darko Etinger (chitarra, voce), Ivo Petrović (chitarra),  Paolo Grižonić (basso) e Sandi Orbanić (batteria), che nel 2007 ha pubblicato il debutto in studio “The Essence Of Chaos”, lo avevamo già visto nel 2008 a Komen, al festival Metal Mania Open Air. I ragazzi si sono presentati come una death metal band dedita all’esplorazione di contenuti più complessi e tecnicamente impegnativi, quelli che arrivano dall’eredità dei Death. Allo stesso tempo il growl di Darko è l’elemento con cui gli Infernal Tenebra spazzano via ogni dubbio sulla loro competenza. Calza a pennello su orizzonti oscuri, per una band oscura. Tecnicamente stanno infatti più in alto, i pezzi hanno un tocco di svolte imprevedibili nell’atmosfera, creata soprattutto da una sezione ritmica spiritosa e variegata; vale la pena sottolineare in particolare l’ottimo lavoro alla batteria e il pittoresco inserimento del doppio pedale nei passaggi di transizione più conditi. La combinazione di passaggi melodici con una devastazione massiccia e spietata in semitono, con connotazioni di varietà progressiva (a tratti ricorda anche l’approccio di band tipo Quo Vadis), ha dipinto un’ottima esibizione di una band che oggi, nel death metal, spicca di sicuro sul suolo croato.

Gli Orden Ogan hanno “rimesso le cose a posto”. Con loro è salito sul palco quel classico marchio heavy metal, con la riconoscibile essenza della cosmesi teutonica, quella che fanno appunto le band di origine tedesca. Una band con lo stesso DNA e lo stesso approccio dei connazionali Stormwarrior, ma anche dei più giovani, noti “cloni dei Blind Guardian” Savage Circus, ha radunato sotto il palco una cinquantina di teste, e il cantante li ha subito fatti ridere con una battuta azzeccata. “Benvenuti a una delle serate più intime del nostro tour!” La band ha presentato sul palco l’album in studio appena uscito, “Easton Hope” (AFM Records, 2010), e ha dipinto la gioia sul volto degli amanti del power metal tagliente di scuola tedesca. Ancora nessuno in giro, la sala completamente svuotata, eppure qualche testa si è scatenata allegramente tra i ritmi solidi. Neanche gli Orden Ogan sono di primo pelo: gli inizi risalgono alla metà degli anni Novanta. Nonostante i numerosi cambi di formazione nel corso della carriera, il nuovo album è già il sesto, e i ragazzi, dal primo all’ultimo secondo di un’esibizione ben costruita, si sono mostrati attori di palco navigati, che sanno sfruttare ogni centimetro di spazio scenico per avvicinare ancora più autenticamente la propria musica a chi li ascolta. Il quintetto si è rivelato un’ottima soluzione come spalla alle leggende Grave Digger e a fine esibizione si è sicuramente guadagnato qualche nuova simpatia a Zagabria.

Verso le undici meno venti di sera il palco si è finalmente avvolto nell’immagine delle distese montane delle Highlands scozzesi, annunciando in apertura l’arrivo delle leggende del metal tedesco. I Grave Digger hanno collegato in modo sensato il contenuto del nuovo album a quello di “Tunes Of War” (1996), e così nella prima parte del concerto hanno fatto rivivere un classico che ancora oggi è considerato uno degli album più riconoscibili dei Grave Digger, mescolandolo ai pezzi nuovi. Naturalmente il ruolo da protagoniste l’hanno avuto le classiche The Bruce (The Lion King), The Ballad Of Mary (Queen Of Scots), Killing Time, la immancabile In The Dark Of The Sun e l’irrinunciabile Rebbellion (The Clans Are Marching).

La domanda che bruciava di più, ovviamente, era: quanto funziona dal vivo l’inserimento di Axl Ritt? Il tipo ha ripreso la confezione scenica dei Grave Digger dei suoi due predecessori, Uwe Lulis e Manni Schmidt. Rispetto a entrambi, però, spicca la tendenza del nuovo chitarrista a mettersi molto più volentieri sotto la luce dei riflettori e davanti all’obiettivo della macchina fotografica. Allo stesso tempo è anche il chitarrista più scolastico e preparato, soprattutto dal punto di vista tecnico, che i Grave Digger abbiano mai avuto in formazione. Ha così portato nel suono, attraverso assoli ristrutturati, parecchio più “scalettare” da manuale sul manico della chitarra, tagliato alla velocità del fulmine e con una certa pignoleria. In questo Axel proprio non riesce a nascondersi. Anche se il suono dei riff è ben sostenuto da una compressione tagliente e da un muro massiccio costruito così, si sente che è diventato più profilato, preciso, in una certa misura persino più melodico, quasi troppo bello.

La linea ritmica è schiacciasassi come sempre, Stefan Arnold devastante nel rotolare del doppio pedale. Il quadro sonoro è stato riempito in modo magistrale e anche stavolta non si sentiva per niente la mancanza di due chitarre in formazione. Chris Botlendahl ha cantato benissimo. Il suo caratteristico gracchiare, sostenuto da un marcato effetto “echo” dal mixer, è suonato fresco per tutto il concerto e non si è incrinato nemmeno per un attimo. Naturalmente i ragazzi sono accordati mezzo tono sotto, il che aiuta il capo della band, questo carismatico intrattenitore da palco, a portare in porto con sicurezza tutto il repertorio.

La gente era appena 130-140 e la band ha comunque suonato a tutta e bombardato il pubblico con ogni mezzo a disposizione. Una band in forma smagliante, insomma. E Axel Ritt, o “Mr. White Stripes”, come lo ha presentato al pubblico, per via delle strisce bianche e nere sulle chitarre, il capo della band Chris Boltendahl, ha avuto il diritto di aggiungere qualcosa di suo agli assoli. Così, per esempio, Excalibur è cresciuto in un assolo che è un vero mare di scale, mentre il cuore dell’assolo di Knights Of The Cross è rimasto invariato anche dopo l’arrivo di Axl nella squadra. Quanto ci sia di “suo” lo giudichino le tue orecchie, ma io penso che i Grave Digger, con un tipo di chitarrista come Axel Ritt, abbiano perso un po’ della loro originaria cattiveria, affilatezza e immediatezza teutonica. Nella seconda parte ha fatto faville soprattutto la ghirlanda di brani mescolati da “Rheingold” (2003) e “Heart Of Darkness” (1995), che mancavano da un pezzo dal repertorio live della band, e una bella variazione l’ha portata anche “Excalibur”, classico di Morgane Le Fay. Come da copione i Grave Digger hanno chiuso il concerto con i classici The Roundtable (“Excalibur”, 1999) e con il pezzo preistorico Heavy Metal Breakdown. Dai bis hanno tagliato il brano Hello Of Dissillusion da “Ballads Of A Hangman”. Probabilmente per la scarsa affluenza..

Lasciatemi tirare le somme. I Grave Digger restano da vedere anche con la nuova formazione, e il loro concerto a Zagabria l’ha giustificato al 100%. Se sei fan da qualche mese, da un anno o al massimo due, il cambio alla chitarra non ti toccherà. Per i fan di lunga data e per chi conosce a fondo la band, invece, questo cambio creerà più grattacapi, soprattutto nei futuri album in studio, dove il livello di genericità e autoripetizione crescerà di certo ancora un po’.

Perché così poca gente? Oltre alle peripezie legate alla fase di promozione (le date spostate), bisogna considerare il fatto che i Grave Digger non sono mai stati una band con grande sostegno in Croazia. Due anni fa, al Boogaloo, li aveva visti appena una folla di trecento teste. Poi c’è il fatto che i concerti sono troppi, la frequenza e la portata dei tour sono maggiori di una volta e le tasche sono diventate da un pezzo troppo vuote perché il fanatico medio di heavy metal riesca ad andare a tutti i concerti che gli interessano. Eppure la band è così rodata e allenata che sul palco non può fingere. Chris Boltendahl, con il suo carisma e una guida autorevole e convincente, si è subito messo il pubblico in tasca. Anche se erano un centinaio di persone. Più volte in aria si sono alzate proprio tutte le mani e la gente si godeva visibilmente il concerto. Suono molto solido, non perfetto, ma molto, molto solido. Visto l’ottimo affiatamento del pubblico, poco numeroso, con la band, vale la pena ricordare che stavolta a vedere i Grave Digger a Zagabria sono venuti solo i fan più accaniti, tra cui perfino un gruppetto da Spalato.

foto: Aleš Podbrežnik

Il reportage è nato dalla collaborazione tra RockLine e Rock Hard Slovenija.

Scaletta

GRAVE DIGGER: PART I. – Scottish History Set: 1. Days of Revenge (intro) 1. Paid in Blood 2. The Dark of the Sun 3. Hammer of the Scots 4. The Bruce (The Lion King) 5. The Ballad of Mary (Queen of Scots) 6. Highland Farewell 7. Killing Time 8. Whom the Gods Love Die Young 9.Rebellion (The Clans are Marching) PART II. – Grave Digger History Set: 11. The Gallows Pole (intro) 12. Ballad of a Hangman 13. Morgane Le Fay 14. MEDLEY: – Twilight of the Gods – Circle of Witches – The Grave Dancer – Twilight of the Gods (outro) 15. The Last Supper 16. Excalibur 17. Knights of the Cross —bis— 18.The Round Table (Forever) 19.Heavy Metal Breakdown ORDEN OGAN: 1. Rise and Ruin (intro) 2. To New Shores of Sadness 2. Farewell 3. Welcome Liberty 4. Easton Hope 5. We Are Pirates 6. Angels War

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