Lo sbarco della macchina del tempo e di tre extraterrestri dal pianeta Rush (2011)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Francoforte sul Meno / Festhalle / Germania
Data del concerto: 28.05.2011
Numero di spettatori: 20
Prezzo del biglietto: 60,00€
Non capita tutti i giorni che i Rush si facciano vedere in Europa. Sono una di quelle band leggendarie che non possono e non sanno invecchiare. Oltre a un catalogo straordinario, pura gemma creativa di artigianato musicale unico, sono una formazione che si porta dietro da sempre un senso finissimo del divertimento, dello sfottò succoso e voluto, spesso a spese proprie. Anche se i ragazzi sono ormai belli che entrati nel sesto decennio di vita, mantengono un’energia da ragazzini e una spinta inarrestabile.
Un concerto dei Rush è un’esperienza a parte. Dura tre ore e mezza. È costruito in due parti, con una pausa di 15 minuti nel mezzo. In più è condito da brevi filmati dal contenuto spassosissimo, in cui i ruoli principali vanno nientemeno che a Neil Peart, Geddy Lee e Alex Lifeson. Insomma, il concerto dei Rush è un evento che ti scuote e ti risveglia per bene, da dentro a fuori e viceversa. Ti trascina in un mondo Rush tutto suo, dove resteresti volentieri e da cui non vuoi più svegliarti, mai più.
Il nuovo tour mondiale si chiama “Time Machine”! Nel vecchio continente (isole britanniche escluse) stavolta i ragazzi sono sbarcati solo un paio di volte. Hanno toccato giusto qualche data in Scandinavia e messo in calendario una sola vera data europea, annunciata per il 29.05.2011 a Francoforte, in Germania, a una buona distanza di 800 km da Lubiana. Non c’è voluto molto a pensarci, perché stavolta la forza di volontà era devastante. Se questi ragazzi promettono di suonare dal vivo l’intero album “Moving Pictures”, un classico che l’anno scorso ha festeggiato i 30 anni dalla “nascita”, andare a un concerto dei Rush diventa semplicemente un obbligo assoluto.
I Rush sono dei grandi signori, ma allo stesso tempo (e per fortuna) non nascondono affatto il loro carattere sempre simpaticamente infantile. Un evento come il concerto dei Rush è un’avventura indimenticabile, un intreccio continuo di sensazioni intense create dal contrasto tra performance straordinaria, scenografie, giochi di luce e la sfacciataggine delle animazioni cinematografiche. I tanti stati d’animo che si susseguono durante l’esibizione sono straordinari nella loro apparente realtà!
La Festhalle di Francoforte, che accoglie quasi 20.000 persone, era sold out da un pezzo. Il concerto era annunciato per le 18.30 e già circa un’ora prima sul posto si respirava aria da ebollizione. Quando lo staff del promoter locale è venuto a togliere la prima transenna, si è sentito il grido euforico di una massa felicissima di migliaia di persone, che si è fiondata giù per le larghe scalinate che portano alla vasta spianata di cemento davanti all’ingresso principale della sala. In un attimo è scoppiato tutto, e la frenesia adrenalinica che solo la parola “Rush” sa dare ha invaso la zona. Ma lì li ha fermati una seconda transenna. Ancora un po’ di pazienza.
Sono le cinque e tre quarti del pomeriggio, per la precisione tre quarti d’ora dopo le cinque. La gente si accalca davanti all’unico banchetto del merchandising di tutta l’area e non si muove niente. No. Ho dimenticato la maglietta. Non devo perdere nemmeno un secondo, le tribune mi chiamano! Sala piena fino all’ultimo angolino, di sicuro 18.000 persone, ancora più del giorno prima al concerto degli Iron Maiden (nello stesso posto), anche se entrambi i concerti erano ufficialmente sold out. Stavolta anche le tribune dietro erano piene zeppe. E gente da ogni angolo. Da una marea di polacchi, italiani, spagnoli, una manciata di tenaci sloveni, fino a visitatori asiatici, perfino dal Cile, dagli USA e dalla Gran Bretagna.
Puntuali! Sono le sei e mezza, la sala si oscura e tutti gli occhi sono puntati su un breve film con quell’umorismo Rush contagioso e spassoso, che prende forma sotto l’ipotesi di una vita nella lontana galassia di Willowdale – “potrebbe succedere” – del professor Schlobowitz (Alex Lifeson), grassoccio e fuori di testa, che inventa una macchina del tempo! Stavolta molte cose girano attorno alle salsicce. In tutte le inquadrature del concerto e non solo nel breve film, dove il vorace Schlobowitz quasi si strozza con una salsiccia. Segue la dimostrazione dell’apparecchio davanti agli occhi del poliziotto irlandese O’Malley (Neil Peart) e di un ufficiale baffuto (Geddy Lee) con il monocolo. Per gli esperimenti scelgono la band Rush e il suo brano The Spirit Of Radio in una versione polka finno-russa, poi in una versione “disco Amanda Lear fine anni settanta” e in una versione “jazzy funk” pigra e ondeggiante. Nessuna delle tre accontenta nessuno dei presenti, finché il professore ciccione lancia sulla macchina miracolosa un ultimo suono “super dooper”, preme per errore anche il bottone rosso e questo ci catapulta fuori dalla galassia e dal locale Gershon Rock, dritti nella Festhalle a Francoforte, dove attaccano con la vera The Spirit Of Radio (“Permanent Waves”, 1980), i veri Rush.
È difficile descrivere che reazione a catena abbia travolto la sala in quei momenti. Un mare di mani in aria sotto la tribuna, il parterre che impazzisce fino a metà,…. Euforia ovunque. Il classico colpo di chiusura del trio è accompagnato, tra blasfeme stroboscopiche di luci, anche dal salto di Geddy nelle sue nuove All Star, e la band senza pause si getta nel primo vero bonbon di una scaletta eccezionale, Time Stand Still, dal classico album “Hold Your Fire” (1987). I pezzi di quell’album non sono proprio frequenti, e Time Stand Still ci ha sparati quasi dritti nelle sensazioni dell’album dal vivo “A Show Of Hands”. Qui nel ritornello è intervenuto in aiuto ai sintetizzatori Alex Lifeson (col plettro in bocca, ovviamente), mentre i singoli accordi hanno il vero pedigree del suonare attraverso sintetizzatori per chitarra. Il flusso di energia positiva aveva appena cominciato a scorrere bene nella sala, ed ecco già una nuova sorpresa. La title track dell’album “Presto” (1989). Alex imbraccia una Gibson Les Paul rosso ciliegia e apre il pezzo in chiave acustica. Qui Alex ha di nuovo girato a lungo tra i pedali, e il brano ha regalato a Geddy un po’ di sollievo in fatto di tensione alle corde vocali.
Sotto il palco una telecamera, nel parterre due telecamere, sul palco microfoni giganteschi puntati verso il pubblico. Che cosa potrebbe mai essere? I Rush stanno registrando il concerto. Probabilmente registrano tutti i concerti di questo tour, quindi possiamo aspettarci l’uscita di un nuovo DVD.
Sul palco, a sinistra e a destra della fortezza di batteria di Peart, si trova la replica di una macchina del tempo. Un classico. Nel tour di “Snakes And Arrows” il palco era decorato da cataste di forni per polli arrosto, in quello di “Vapour Trails” da lavatrici. La batteria di Peart era dotata di segni legati all’attuale tour “Time Machine”, e di conseguenza anche il suo copricapo.
Interessante la scelta del repertorio, in cui si alternavano pezzi più veloci e potenti ad altri che richiedono un suono più sofisticato e articolato. Così a Presto è seguita la mazzata Stick It Out, e poi la più ricca di suono e melodia Working Them Angels dall’album più recente “Snakes And Arrows” (2007). Poco dopo si torna a “Counterparts” con l’unica, strumentale classica dei Rush Leave That Thing Alone, che ha portato un nuovo, splendido arricchimento della scaletta. Presenza eccezionale sul palco, solida, a fuoco, a pieno slancio, un dosaggio meraviglioso del brano con le escursioni bombastiche dei passaggi di batteria di Neil Peart. Non sbagliano un colpo. Nemmeno per sogno.
Geddy non ha più una voce così alta come un tempo. Per questo a tratti ha stato attento a non sprecare energie. Nell’iniziale The Spirit Of Radio ha adattato un po’ la linea vocale a un carattere più basso nel ritornello. Un altro momento del genere è stato il brano Closer To The Heart nella seconda parte del concerto (di nuovo il ritornello). Per il resto, però, la voce è andata crescendo. Nel finale della prima parte Geddy è stato ottimo soprattutto in Marathon e Subdivisions, mentre in tutta la seconda parte ha cantato in modo magistrale l’album “Moving Pictures”. Nella prima parte è arrivato il momento anche di un pezzo completamente nuovo, BU2B (secondo le parole di Geddy: I was Brought up to Believe”), uno dei momenti più rumorosi del concerto, visto che si apre con un riff di chitarra di Alex Lifeson quasi metal. Senza Freewill ovviamente non si può, mentre il vero “crescendo” finale dell’era dei sintetizzatori del catalogo Rush ha inondato la sala quando si sono susseguite una dopo l’altra Marathon (“Power Windows”, 1985) e Subdivisions (“Signals”, 1982). Qui Geddy assume un triplo ruolo, riunendo in uno le funzioni di tastierista, bassista e cantante. La differenza sta ovviamente nell’uso dei suoni: l’ottima Marathon, dove nella sala esplode un tuono al verso “…shot of the gun…”, è seguita da Subdivisions, dove Geddy funziona in modo simile a Tom Sawyer e il suono guida passa alla ripresa del timbro dei sintetizzatori primitivi apparsi a fine anni settanta (marca Oberheim). in combinazione con il moog. Allo stesso tempo Geddy suona ovviamente le linee di basso usando i pedali. Fantastico. La parte strumentale centrale di Marathon toglie di nuovo il fiato, manifesto di un’ottima armonia tra i tre elementi sul palco. In Marathon Lifeson usa una chitarra tipo Gibson Les Paul con leva del tremolo integrata. Attraverso un paio di splendidi rolllings ricchissimi di Neil Peart risuona l’ultima nota della prima parte del concerto, e i Rush salutano il pubblico per una buona quindicina di minuti.
Sul pannello per le videoproiezioni compare in questo frattempo un contatore che scala gli anni dal 1974 verso il 1980. Quando compare il numero 1980, si apre la seconda parte del concerto. Il film. Di nuovo una montagna di risate. Nelle inquadrature si alternano nei ruoli principali Geddy Lee (il regista Cecil), Neil Peart (l’operatore Percy) e Alex Lifeson (il manager Ray Danniels). Tutto ruota di nuovo attorno all’invenzione, e qualche dialogo strappa lacrime dal ridere (Geddy ad Alex: “Che ciuffo affascinante hai accanto al naso, posso pettinartelo?”).
Segue l’esecuzione dell’album “Moving Pictures”! Per intero. Cantato alla grande! Naturalmente la sala esplode in euforia quando il trio attacca Tom Sawyer. Il culmine dell’esecuzione di “Moving Pictures” è ovviamente il brano più complesso, Camera Eye, Witch Hunt è tagliente con un riff metal teso da far saltare le scintille nella sala, in chiusura suona piacevolissima Vital Signs – mezza reggae con un ritornello dall’ottimo effetto drammatico e malinconico! YYZ si distingue in questa serie come la stranezza fra tutte le stranezze dei Rush e il pubblico sostiene con boati ogni singola nota di questo celebre strumentale “S.O.S.” della band.
La chiusura della seconda parte è davvero interessante. Segue la nuova Caravan, poi un assolo di batteria intitolato “Love For Sale”, che è già di per sé uno dei vertici del concerto. Se c’è un assolo di batteria giustificabile ai concerti, è sicuramente quello di Neil Peart. È un assolo che non ti stanchi mai di guardare e ascoltare, e in cui non hai mai la sensazione che qualcuno ti stia rubando il tempo. La batteria è girevole. Durante il pezzo Neil si sposta da una parte all’altra mentre suona l’assolo, perché da un lato ha le percussioni accatastate e dall’altro la batteria classica. Naturalmente non è mancato nemmeno un uso massiccio della marimba.
Finalmente qualcosa anche per i buongustai dei Rush anni settanta. Ecco Closer To The Heart e dopo di lei le prime due parti di Overture 2112, che continuano a infiammare il pubblico. Curiosa la scelta di chiudere con la più recente Far Cry, dove non mancano gli effetti pirotecnici.
Il bis obbligatorio sorprende con La Villa Strangiato, dove però Alex non si concede lo sketch noto dall’edizione dal vivo “Rush In Rio” (2003), quando presenta Neil come “on skins Mr. Milton Banana” e Geddy come: “The guy from Ipanema” e chiude lo sketch con la battuta: “I hate Getz!”. Peccato che i Rush non abbiano messo il sale anche a Francoforte. La band affronta il pezzo di nuovo in modo completamente diverso da come siamo abituati e qui ancora una volta affascina la magica chimica sul palco del trio, che incarna un’esecuzione straordinaria di questo ottimo, ma piuttosto impegnativo strumentale. E per finire? Working Man. Ma con una spassosa intro reggae. Un’aggiunta gradita soprattutto per una band che di sicuro è stufa di suonare questo pezzo sui palchi per tutta la sua longeva carriera.
Il gioco di luci è un parametro in più che crea l’ipnosi dei concerti dei Rush. Oltre alla ricca animazione cinematografica, dove i Rush uniscono l’elemento shock sofisticato a un innato senso di sano umorismo, lo spettatore si becca una cannonata continua di una tavolozza multicolore di fasci di riflettori, laser e effetti pirotecnici.
Sono le dieci! Il concerto è finito. Sullo schermo compare una parodia della commedia “I Love You, Man” e di ciò che succede nel backstage dopo un concerto dei Rush, quando Jason Segel e Paul Rudd, i più grandi fan dei Rush nella storia del pianeta Terra, incontrano finalmente il loro “trio fantastikus” (i Rush). Si infilano nel backstage con dei falsi pass “Access All Areas” (“validi” per tre stagioni) e, tra le altre cose, rovinano il panino a Neil Peart.
Insomma. Anche quando finiscono il concerto, non ti lasciano respirare. E questo è tutto. Il mondo Rush è una vera fascinazione, un mondo musicale che ti incolla a sé con la sua essenza e non ti lascia uscire dal suo grembo di torpore ipnotico. È una sensazione che vorresti far durare. Quando finalmente si accendono le luci, quella sensazione rimane. E quando esci dalla sala, è con te. È con te anche il giorno dopo,…
Il tour “Time Machine” continua per tutta l’estate, e quest’autunno esce il nuovo album in studio della band, intitolato “Clockwork Angels”. Speriamo che i Rush tornino presto in Europa con un nuovo tour per promuovere il nuovo album in studio. Il concerto dei Rush mantiene dunque il pedigree della grande attrazione e il sinonimo di grande spettacolo dal vivo. Se volete che la musica sul palco vi tocchi l’angolino più profondo dell’anima, l’unica vera medicina è andare a un concerto dei Rush e godersi il magico mondo della musica Rush. Tre ore e mezza di prestazione fuori dal comune della band canadese dai numeri modesti (un trio), intrisa di un senso di prim’ordine per il sano divertimento rock n’ roll. L’incarnazione della perfezione musicale pura sul palco!
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta
1.The Spirit of Radio 2.Time Stand Still 3.Presto 4.Stick It Out 5.Workin’ Them Angels 6.Leave That Thing Alone 7.Faithless 8.BU2B 9.Freewill 10.Marathon 11.Subdivisions —seconda parte— 12.Tom Sawyer 13.Red Barchetta 14.YYZ 15.Limelight 16.The Camera Eye 17.Witch Hunt 18.Vital Signs 19.Caravan 20.Drum Solo 21.Closer to the Heart 22.2112 Part I: Overture 23.2112 Part II: The Temples Of Syrinx 24.Far Cry —bis— 25.La Villa Strangiato 26.Working Man
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