Rock of Ages (giorno 1) – i rocker anni Settanta spazzano via le nuvole di pioggia (2011)

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Autore: Urban Bolta

Luogo: Seebronn / Baden-Württemberg / Germania
Data del concerto: 28.07.2011
Numero di spettatori: 8000
Prezzo del biglietto: abbonamento di due giorni: 75€ (prevendita) / 90€ (il giorno del concerto)

Nel Land del Baden-Württemberg, qualche decina di chilometri a sud di Stoccarda, ogni anno si tiene il festival Rock of Ages. Come suggerisce già il nome, il weekend nel paesino di Seebronn è dedicato agli amanti del rock classico di tutti i colori e sfumature, e ovviamente attira soprattutto un pubblico di concertisti navigati, che ha passato l’adolescenza negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Il festival è relativamente giovane: la prima edizione, con Twisted Sister e Saga come headliner, si è svolta nel 2006, ma nonostante la giovane età non c’è da dubitare dell’esperienza degli organizzatori. Sono infatti gli stessi del Bang Your Head!!!, evento con una tradizione molto più lunga che ogni anno va in scena nella vicina Balingen.

Nonostante l’incertezza sulla partenza fino quasi all’ultimo giorno, in tre ci siamo comunque messi in viaggio verso la Germania. Ma guarda un po’, partire presto non è bastato per arrivare al festival in tempo. Ci ha mandato a monte i piani una coda ferma di 10 chilometri davanti alla tangenziale di Monaco di Baviera, e non ci ha dato una mano nemmeno il traffico fitto intorno ad Augsburg e Stoccarda, dove ci siamo ritrovati proprio all’ora in cui si chiude la giornata lavorativa. Gli ingorghi ci hanno fatto venire i capelli bianchi, ci siamo persi le esibizioni di due giovani formazioni hard rock (China e The Poodles) e, nonostante la fretta, siamo riusciti ad arrivare sul posto solo a metà del set dei Wishbone Ash.

MARTIN TURNER’S WISHBONE ASH
Va subito chiarito che si trattava della versione della band targata Martin Turner. Il chitarrista/cantante Andy Powell, tempo fa, ha litigato con gli altri membri originali per i diritti sul nome, e il risultato sono le due versioni di oggi: quella “originale”, con Powell in formazione, e un’altra con il bassista originale Martin Turner al comando.

Un’ora di set con classici dei Wishbone Ash risalenti esclusivamente agli anni Settanta, quando Martin Turner era dei loro. Una band perfettamente rodata, un collettivo live eccezionale, come del resto richiedono il gusto per la melodia e la melodiosità della musica dei Wishbone Ash. Le armonie vocali da manuale e la voce di Turner, ancora in ottima forma nonostante i 64 anni sulle spalle, ci hanno riportati alla prima metà dei Settanta, quando i musicisti inglesi scrivevano la storia del rock. La parte del leone nel repertorio l’ha fatta il geniale album “Argus” (1972), con in mezzo anche i brani Ballad Of The Beacon, Rock N’ Roll Widow e Living Proof. A rovinare l’ottima esecuzione sul palco è stato il maltempo: un acquazzone violento e un vento furioso portavano il suono lontano dal pubblico, facendo brontolare i presenti. Gli attacchi di chitarra e le melodie in terze hanno sprigionato tutta la loro forza in pezzi come Warrior o nella conclusiva Jail Bait, trascinandoci nel misterioso mondo della magia dei Wishbone Ash. La band si è rivelata una macchina da concerto ben oliata ed è un vero peccato che Martin Turner (o meglio ancora, entrambi i fratelli Turner) non riunisca di nuovo le forze con l’ex collega Powell: l’esperienza di incontrare i Wishbone Ash sarebbe stata ancora più autentica e intensa!

SLADE
Slade! Avere l’occasione di vedere dal vivo uno dei principali rappresentanti del rock classico inglese anni Settanta, che con spettacoli burleschi e uno stile tutto loro hanno definito il glam rock insieme a David Bowie, T. Rex e Sweet, oggi è rarissimo. Ma dai tempi d’oro degli Slade è passata tanta acqua sotto i ponti. Il calo di popolarità negli anni Ottanta e l’addio dei due pilastri della band, Noddy Holder e Jim Lea, all’inizio dei Novanta hanno messo fine alla storia di successo di questi popolari rocker. Negli ultimi vent’anni i due membri originali rimasti, il chitarrista Dave Hill e il batterista Don Powell, continuano a girare con lo stesso nome, ravvivando i ricordi dell’epoca d’oro e cantando insieme al pubblico, con un po’ di nostalgia, la storia di uno dei più grandi gruppi rock degli anni Settanta. La formazione di oggi si completa con il cantante/chitarrista Mal McNulty e il bassista John Berry.

La passeggiata nel tesoro degli eterni hit degli Slade è iniziata puntualissima all’ora annunciata, con il brano We’ll Bring the House Down. Per primo è apparso il batterista Powell, poi sul palco, da sinistra a destra, si sono schierati Berry, McNulty e infine Hill. Anche se McNulty oggi si trova a calzare le scarpe scomodissime di Holder, il “nuovo” frontman se l’è cavata bene. Il tipo, che a vederlo ricorda Ozzy Osbourne, ha costruito la sua esibizione su idee proprie, evitando in genere di scimmiottare le buffonate di Holder. Anche vocalmente ha interpretato i pezzi a modo suo e, grazie a un mix unico di carisma e simpatia, pur giocando col fuoco non solo non si è scottato, ma ha svolto il suo compito con sicurezza e piena credibilità. La figura centrale del cabaret sul palco è stato il chitarrista bassino Dave Hill. Vestito con un gilet giallo e un cappello in testa, sembrava un clown da circo: ha sfruttato con abilità lo spazio sul palco e ha animato lo show con sketch divertenti, come se niente fosse.

Grazie ai tanti hit, per gli Slade non è davvero difficile riempire 80 minuti di programma. I classici sempreverdi si sono susseguiti uno dopo l’altro: già nella prima fase del concerto ci hanno servito Lock Up Your Daughters, Far Far Away ed Everyday, dove a sorpresa il ruolo di cantante principale è passato a John Berry. Poi è arrivata Coz I Luv You, dal sound smaccatamente beatlesiano, in cui il quadro sonoro è stato arricchito dal violino di Berry. Gudbuy T’Jane e Mama Weer All Crazee Now hanno chiuso la parte regolare del set, prima che il quartetto, di ottimo umore, tornasse ancora una volta sul palco. È seguita una gita romantica con la power ballad My Oh My e un finale perfetto con l’hit Cum on Feel the Noize. Uno show dai contenuti musicali semplici, ma dal messaggio formidabile. Pur con la credibilità piuttosto ammaccata, gli Slade (II) si sono presentati sotto una buona luce, hanno divertito la folla a modo loro e hanno soddisfatto anche i miei appetiti personali.

JETHRO TULL
Come protagonisti della giornata e dell’intero festival sono saliti sul palco i leggendari trovatori del prog folk rock Jethro Tull, una delle band rock più uniche che abbiano mai calcato il pianeta Terra. Posso ringraziare solo la loro instancabile voglia di andare sempre in tour se negli ultimi tre anni ho avuto la possibilità di vederli già per la seconda volta. La prima volta la fortuna mi ha sorriso nel luglio 2009 a Udine (Italia), dove i leggendari britannici, per il quarantesimo anniversario dell’uscita, avevano arricchito il repertorio con brani dall’album “Stand Up”. Stavolta la scaletta era impostata diversamente, ma per lo stesso motivo. Con un anniversario così importante, i presenti potevano sperare in un concerto nobilitato da “Aqualung”.

Il set è partito con l’intro, in parte registrato, di Living In The Past, che ha ritrovato un posto in scaletta, stavolta proprio in apertura, mentre i musicisti si disponevano sul palco avvolti da una nebbia mistica. Vestiti da estate nonostante il soffio gelido e sgradevole del vento, i Jethro Tull hanno fatto capire fin dal primo istante che stasera con loro non c’era da scherzare! Dopo il pezzo d’apertura è arrivata l’esecuzione della leggendaria suite Thick as a Brick, ovviamente in versione ridotta, anche se pur sempre maratona. Dopo qualche minuto di concerto i tecnici sono riusciti a sistemare i bilanci del quadro sonoro, che durante il primo brano non erano davvero un vanto per la band. Per la prima volta in serata Thick as a Brick è stata ravvivata da una quantità abnorme di divagazioni improvvisate di Anderson al flauto, che nell’ora e mezza successiva ha infilato una dopo l’altra. Il continuo saltellare nella sua tipica posa su una gamba sola era un’ulteriore prova del grande umore non solo di Ian Anderson, ma anche del resto dei Jethro Tull. Eh sì, suonare davanti a una folla di quasi diecimila persone non è roba da poco!

È seguita Up To Me e con lei un primo assaggio dell’album “Aqualung”, che però è stato rappresentato in misura molto minore di quanto annunciato e atteso. Le chicche più piacevoli della serata sono state quindi i brani eseguiti più di rado, Cheap Day Return e Hymn 43, infilati tra i sempreverdi Farm on the Freeway, Heavy Horses e Mother Goose. Tra un brano e l’altro l’uomo con il fazzoletto in testa, come al solito, tirava fuori dal cilindro battute col tipico retrogusto della campagna inglese, mantenendo ancora più rilassata l’atmosfera tra il pubblico. I Jethro Tull sono vecchi gatti da palco ed è un piccolo miracolo con che bravura riescano a nascondere la routine quotidiana; anzi, la giocosità nelle improvvisazioni di tutto lo spettro dei loro strumenti a volte sembra non finire mai. Chi lo direbbe che quelli sul palco ci stanno da più di quarant’anni!

Il concerto è filato via a velocità espressa tra lo strumentale Bourée, in cui hanno riposato soprattutto le corde vocali di Anderson, e i brani Mother Goose, My God, Budapest e, naturalmente, l’immancabile chiusura con Aqualung. Dopo il ritorno sul palco, quando i “trovatori” si sono presi una pausa bella lunga, i Jethro Tull hanno salutato il pubblico tedesco con Locomotive Breath, dopo un lungo intro alle tastiere di John O’Hara. Il pezzo ha smascherato la voce ormai logora di Anderson, ma ciò non ha intaccato le sensazioni fortemente positive che hanno pervaso il pubblico a fine concerto.

Dopo il ritardo all’arrivo e il nubifragio durante i Wishbone Ash, da quando le mie orecchie hanno sentito Martin Turner e compagnia in poi le cose sono andate nella direzione giusta. Una serata live eccellente con maestri della musica che tra qualche anno ci mancheranno da morire.. quindi meglio approfittare già oggi di quante più occasioni possibili come quelle che offre il festival Rock of Ages, perché domani potrebbe essere troppo tardi!

Foto: Martin Prezelj

Scaletta

17:00 – 17:45 CHINA 17:55 — 18:45 THE POODLES 19:00 — 20:00 MARTIN TURNER’S WISHBONE ASH 20:15 — 21:30 SLADE 22:00 — 24:00 JETHRO TULL

MARTIN TURNER’S WISHBONE ASH scaletta: 1. The King Will Come 2. Ballad Of The Beacon 3. Rock N’ Roll Widow 4. Warrior 5. Throw Down The Sword 6. Blowin’ Free 7. Living Proof 8. Jail Bait

SLADE scaletta: 1. We’ll Bring the House Down 2. Take Me Back ‘ome 3. Lock Up Your Daughters 4. Far Far Away 5. Everyday 6. Coz I Luv You 7. Run Runaway 8. Lemme Love into Ya 9. Gudbuy T’Jane 10. Mama Weer All Crazee Now  11. My Oh My 12. Cum on Feel the Noize

JETHRO TULL scaletta: 1. Living In The Past 2. Thick as a Brick 3. Up To Me 4. In the Grip of Stronger Stuff 5. Farm on the Freeway 6. Cheap Day Return 7. Heavy Horses 8. Hymn 43 9. Bourée 10. Mother Goose 11. My God 12. Budapest 13. Aqualung 14. Locomotive Breath

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