L’eone dei Father all’Orto Bar (2011)
Autore: Sandi Sadar Šoba
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Lubiana / Orto bar / Slovenia
Data del concerto: 03.11.2011
Presenze: 50
Prezzo del biglietto: 8,00€
Un piccolo club, due band eccezionali che le mezze misure non sanno nemmeno cosa siano, un pugno di eletti sotto il palco e musica con l’anima: è la combinazione che ha sciolto il proverbiale gelo di Lubiana e ha acceso nel cuore un enorme falò di speranza.
Il tempo è un boia che ci spinge senza pietà lungo le linee delle nostre vite così in fretta che qualche anno gira l’angolo con una facilità disarmante. Come in un lampo, sono passati ben cinque anni da quando ho conosciuto per la prima volta le speranze della nuova generazione di Fiume, i Father, che mi hanno versato nell’anima e nelle orecchie puro estratto, il nettare dell’anima dell’album Inspirita, e nel mio cuore, di solito molto esigente, si sono presi la parte del leone dello spazio riservato alle band per cui sarei pronto a combattere una battaglia all’ultimo sangue. Per questo non prometto chissà quale verità essenziale e approfondita: le righe qui sotto sono più vicine a impressioni d’anima o a pagine del diario di un adolescente fan dei suoni duri, solo che questo adolescente, da questa parte dello schermo, ha già varcato la soglia del terzo decennio di vita. Ma l’anima non per questo sarà meno giovane, quindi niente paura!
I venerdì sera a Lubiana sono riservati a bighellonare senza meta tra leggere nebbioline, ad assaggiare estratti di luppolo, ad approfondite discussioni su come salvare il mondo o a una piccola pausa dalle preoccupazioni di ogni giorno. Se c’è pure della buona musica, meglio ancora. E a quest’ultima avrebbero potuto pensare, con l’annuncio di un nuovo ritorno in Slovenia (dall’ultima volta erano passati parecchi anni, più del previsto), i ragazzi dell’avamposto quarnerino di buona musica e architettura urbana, la città di Fiume: i Father. I ragazzi, o meglio ormai ragazzi un po’ più maturi, si potrebbero descrivere in tanti modi e con aggettivi diversi, ma in quella lista di parole non si infilerebbero mai termini come mezze misure, superficialità, noia o stereotipi e altre parole adatte al vuoto generico della musica contemporanea. Sono vitali, sorprendenti, scioccanti, succosi e professionali portabandiera dell’alternative più ortodosso e, da band eccezionale, hanno anche la giusta dose di accessibilità e umiltà. Ed è proprio per questo che anni fa mi sono lasciato contagiare dal ritmo, dalle melodie e dai messaggi profondi che il quintetto, con una precisa bussola dell’anima, imprime nelle sue vignette musicali.
Allora il pretesto per assediare i palchi era il debutto Inspirita; stavolta, oltre all’album One Eon, c’erano anche il richiamo della nostalgia per i vecchi tempi e la voglia di raggiungere di nuovo le alte vette dell’estasi dell’anima, su cui ero già stato e da cui la vista sul mondo è così bella che persino la dura quotidianità diventa più dolce della manna divina.
Con questo in testa ho puntato i passi verso il tempio degli eventi musicali, non una chiesa ma al massimo una cappelletta alternativa del culto rock: l’Orto Bar di Lubiana. Parecchio in anticipo, ma giusto in tempo per venire a sapere all’ultimo momento una notizia sorprendente e più che promettente: sul palco, come antipasto, avrebbero servito la loro musica le speranze metal/metalcore della Stiria, gli Inmate. Il cuore inizia a battere più forte e la gola un po’ secca reclama la prima dose di birra, poi su per le scale ripide e attraverso le porte a battente occupo il mio angolino di spazio scarsamente misurato …
Invece della calca, sorprende il fatto che a cercare il proprio momento di piacere in modo simile sia stato solo un pugno di circa 50 persone. Forse c’entra il fatto che a Lubiana non ho visto da nessuna parte nemmeno un manifesto che annunciasse l’evento, e del dolcetto musicale del venerdì non c’era traccia nemmeno davanti all’Orto Bar. Ok, viviamo nell’era dei media digitali, dei siti, dei nodi e delle chat, e ok, questa forma di comunicazione legata al codice binario è più ecologica, ma se nessuno appende la notizia che da qualche parte, in qualche giorno, succederà qualcosa, il pubblico può essere ancora più decimato di quanto (forse) sarebbe stato comunque. Pazienza, almeno c’è un po’ più di spazio per la meditazione sotto il palco, direbbero gli ottimisti!
Per primi sono saliti sul palco gli Inmate. Sei anni dopo la nascita, e dal momento in cui un gruppo di amanti dei suoni duri provenienti da Rotting Cemetery, Astris e Frozen Hell ha trovato una nuova dimensione, questi giovani entusiasti hanno ricevuto nuovi polmoni e una gola con un paio di corde vocali d’acciaio nella persona del cantante Mike. La band respira, urla e demolisce tutto ciò che ha davanti con un opus del tutto personale di estetica pesante. Quello che si nota subito è ciò che alla maggior parte delle band slovene manca davvero e che gli Inmate invece hanno: il senso della messa in scena, l’aspetto professionale e un design esteticamente rifinito. Con questo si accontenterebbero solo i superficiali ossessionati dalle immagini, perché la musica non si ascolta (solo) con gli occhi, ma conta ciò che arriva goccia a goccia attraverso i canali uditivi fino alla corteccia cerebrale.
E dopo un intro tutto sommato prevedibile, al centro d’ascolto per il distacco totale arriva una salva sicura di chitarre condite con gusto, che nella palette di un metalcore tecnicamente impeccabile suonano bene e per nulla sguaiate o kitsch. A squarciare per primo il velo delle attese è il brano Without Warning. Il primo pezzo del debutto Free At Last, annunciato per l’anno prossimo, suona devastante e adatto a darsele con i big più affermati come Unearth o As I Lay Dying. Il duo di chitarre formato da Aleš Kroflič a sinistra e dal capellone Andrej Bezjak a destra del palco è completato da un basso per nulla eccessivo ma infernalmente grasso, quello di Saša Bandal. Sullo sfondo combatte la sua battaglia con la tecnica, i piatti e le pelli il batterista Jure Grudnik, mentre come calamita dell’attenzione totale in primo piano agisce efficacemente il cantante Mike, che ha una gola brutalmente solcata, la giusta dose di umorismo da palco e carisma. Poi la forza non cala, perché Inexorable Path aveva già levigato per bene i timpani all’ascolto della versione demo sulla pagina Myspace della band. Dato che il pubblico di Lubiana non si lascia attirare così facilmente sotto il palco, il già citato appassionato di arti marziali e di vocalizzi bestiali, il cantante Mike, ha lasciato provocatoriamente il riparo sicuro del palco e si è lanciato con sicurezza in un confronto frontale con la comunità del club. Lost In Words e Angels sono passate come un blindato da dieci tonnellate, e tra chi incitava applausi sempre più forti, in prima fila c’erano anche i membri dei Father, venuti non solo a dare un’occhiata agli Inmate ma anche a offrire loro un sostegno sincero. Il brano Inner Fear, ora ribattezzato Victorious, parte con un inizio teutonico che suona come i preparativi di uno sbarco su un pubblico tedesco ignaro (che avrebbe ricevuto lo scaglione stiriano solo un giorno dopo Lubiana), e riempie le volte del tempio dell’alternative di Lubiana con la metrica precisa di un metalcore forse già un po’ secco. Ma nonostante la genericità che si potrebbe rimproverare al genere e a una sfilza di band clonate, gli Inmate sono qualcosa di fresco e di meglio già solo perché vengono da questa parte delle Alpi, e fanno il loro lavoro al massimo livello.
Potete definirli artigiani, ma i prodotti che escono dalle loro mani sono capolavori da esportazione, che possono penetrare facilmente ben più lontano del paesello accanto! Anche dopo l’ultima discesa sullo scivolo di emozioni intense e suoni duri con il brano Out Of The Darkness l’opinione non cambia nemmeno per un attimo: marzo, quando riceveremo la raffica più affilata, a quanto si dice, della creatività nostrana che gli Inmate ci offriranno con il loro debutto, sarà un mese maledettamente bello. Avremo così una visione tutta nostra del metalcore, che non si ferma al nostro orticello, e nel mix di elementi reattivi ci sono abbastanza rumore, melodia e mordente da rendere il cataclismatico 2012, se non altro, almeno un po’ più piccante!
Quando i portatori sloveni di nero hanno lasciato il palco, davanti ai nostri occhi si è svolto un cambio volante velocissimo, perché in una battaglia contro il tempo e la mezzanotte incombente si preparavano alla loro performance i geni croati per cui molti erano venuti all’Orto. E dopo un veloce allestimento la danza degli sciamani dei Father può cominciare. Le luci si riempiono un po’ di fumo e sul palco inizia il viaggio nelle sfere note dell’ignoto con il brano Cynosure. Uno dei frutti più succosi del disco Inspirita. Un frammento che scatena una valanga di emozioni è anche questo brano struggente, con cui il cammino lungo i bordi dell’universo può cominciare. Il dolore e l’amarezza dell’addio si completano in un mosaico di melodia, ritmo e immediatezza che il quintetto, visibilmente un po’ stanco dopo l’esibizione al Bogaloo di Zagabria, possiede in tale misura che l’incantesimo lanciato attraverso gli altoparlanti, nonostante un suono inizialmente un po’ scadente, è potente e riuscito. Il ghiaccio è rotto e il cuore tira un sospiro di sollievo: nonostante tanti anni di pausa, i Father sono solo un po’ impolverati, per il resto la macchina dell’anima funziona alla perfezione. Ne è la prova il seguito, nel groove devastante del brano Chigla Pegla, uno degli ultimi singoli accompagnati da video del primo disco. Un collaudato giocare con la melodia, con pause intermedie, dalla sella di un toro infuriato alla mandria di bufali invisibili che demoliscono tutto davanti a sé, e a questo contribuisce sia un compendio musicale eccezionale sia ciò che non si può imparare: il carisma.
Sul palco piccolo e stipato i compiti musicali se li dividono equamente il samurai capellone con la chitarra dipinta Davor Tomić Pinky, il suo opposto di poche parole, dai capelli folti ma altrettanto avvezzo ai lavori di chitarra, Dario Pazanin, mentre il simpatico duo ritmico dai capelli corti è formato dal bassista Franjo Jardas e dal nuovo acquisto della band, membro dei Belfast Food e dei The Beatles Revival Band e ritmico davvero eccezionale, Marko Jurić. Anima e corpo hanno bisogno anche di una voce, e a quella pensa il talentuoso stregone, figura centrale del palco ed elementale dell’anima della band, il cantante Mihael Prosen. Quest’ultimo non spreca chiacchiere inutili dal palco: con le parole, attraverso la gola e il microfono, stringe con il pubblico un contatto così autentico da sembrare un amplesso erotico. Occhi socchiusi e registri spalancati tessono il legame con il sublime, e il corpo si piega al ritmo e alla gravità delle emozioni in una danza primordiale del medium attraverso cui parlano le muse della musica. I Father sono senza dubbio un canale di comunicazione tra le sfere superiori della coscienza e il mondo circostante.
È ora di presentare le novità e, primo di una serie di novità musicali del nuovo eone dal disco One Eon, c’è l’eruzione giocosa di emozioni nel brano Mangiafuoco Il Magnifico. I ragazzi non mentono quando nel verso d’apertura annunciano la resa dei conti con il marciume dell’epoca e del mondo in cui viviamo. I Father filtrano i segnali di un mondo che pulsa sempre più veloce verso la sua fine inevitabile e li trasformano in musica con un’equazione logica. Subito dopo arriva il momento di uno dei piatti più dolci del menu di estetica toolesca: il brano The Downloader mi ha conquistato almeno con il ritmo d’apertura e il richiamo alle estremità astrali dell’universo ribelle. I compromessi non sono accettabili e rimodellarsi e farsi travasare in variopinte bottigliette di consumo di un mondo mentalmente svuotato non se ne parla nemmeno. I Father alzano il medio e si mettono di traverso a ogni norma senza inutile oscenità, ma con la magnitudo di almeno cento bombe atomiche che hanno raso al suolo la Hiroshima della nostra nullità terrena. La resa dei conti è perfetta, anche se in questo mondo di illusioni di libertà e democrazia possiamo apparentemente lasciare in ogni momento le trincee della schiavitù. Come dicono loro, l’unica rivoluzione capace di far prendere aria a questo mondo è un completo ricambio d’aria mentale. Se il mondo è business, il totalitarismo della musica è l’unica cosa che può purificarci e riempirci i polmoni di aria fresca.
Venus & Mars offre un lieve ritorno all’equilibrio tra emozioni dure e puri impulsi del cuore di un amore perfetto. Come fiamme appassionate del dualismo tra energia maschile e femminile, i Father costruiscono un ponte tra i due emisferi e i due poli cosmici, con uno stile e delle sfumature che si pagano volentieri a peso d’oro. I Father navigano tra Venere e Marte e, in stato di levitazione totale, hanno un ombelico in cui le due energie si mescolano e azionano i rotori dei cuori vivi. Delicatezza e impatto sono in equilibrio, e la meditazione perfetta prosegue con l’inserto di ballata sentimentale del brano Part Of Me. One Eon è, nella sua apparente inconciliabilità, così maledettamente efficace che i nuovi pezzi sono come una ricarica lucidata a specchio per un mondo già surriscaldato dopo l’esplosione primordiale di Inspirite. E proprio da quest’ultimo viene la passione con cui l’anima si è infettata così dolcemente da non poter sopravvivere senza nuove dosi di energia. Come se stessi in bilico sul punto di giunzione tra faglie tettoniche, passo del tutto naturalmente al registro più vecchio del brano Never Come Back, a cui segue un regalo di compleanno, anche se dubito che tra il pubblico ci fosse qualcuno che in quel venerdì sera grigio ma al tempo stesso così sanguinosamente bello avesse davvero spento una candelina in più sulla sua torta. Abbiamo ricevuto una corona di influenze e di brani che hanno portato i Father dove sono. I’m Broken dei Pantera ti spinge il sangue dalle dita dei piedi fino alla sommità della testa, e opporsi alla motricità del movimento è del tutto insensato. Nel fervore della passione si insinua la vecchia cara Metallica di allora, ancora non guastata, e non si può fare a meno nemmeno dei vecchi cari R.A.T.M. e dei Korn, all’epoca dell’onestà ancora irresistibilmente attraenti. Blind piega le schiene e volentieri scendiamo lungo i pendii dei canyon del proprio sviluppo personale fino alle profondità dell’inferno, dove i Father ci ricordano il dominio degli Slayer. I Father sono tutto questo e più di una semplice combinazione di questi pochi elementi, perché hanno una spina dorsale propria, oltre a un paio d’orecchie proprie e a un’anima gigantesca anche un grande cuore, che aziona i cinque anelli omogenei di una macchina perfetta, la venerabile Machine, dopodiché non resta che spegnere le luci, perché la mezzanotte segna l’ora dell’addio definitivo, almeno per stavolta.
Spero in una pausa più breve, perché il cuore è colmo di sangue così caldo che pensieri e anima hanno bisogno al più presto di un nuovo piacere. Prima della fine dell’anno vanno a Dubai, una destinazione non convenzionale per offrire piaceri rock, ma un po’ troppo lontana perché la tasca di un comune mortale se la possa permettere. Mica siamo tutti magnati e mica abbiamo tutti paparini e mammine ricchi, no? Nonostante tutto spero che la fata del successo finanziario finalmente gli sorrida, purché lo sceicco con le sue, si spera incantevoli, figlie non li seduca a cercare riparo sul lato sabbioso del paradiso, perché ci servono qui, adesso e di nuovo presto. Il cuore ha ricevuto la sua dose di tenerezza e di passionalità impulsiva nel miglior modo possibile, e nell’egoismo della convinzione totale si sarebbe potuto desiderare almeno un concerto un po’ più lungo, in cui attendere il gran finale della serata con una dose piena di entrambi i dischi, e come ciliegina, dopo Katana, magari Eleanor Rigby. La serata sarebbe stata barocca di pienezza, così invece sono potuto tornare a casa felice e soddisfatto, con la mente già a contare i secondi fino al prossimo incontro. I Father danno molta dipendenza, perché la loro musica è la manna senza cui il cuore si strazia e muore di fame, e il concerto di stavolta, anche in virtù dell’abbinamento con le forze eccezionali della band Inmate, è stato uno di quelli che ricorderò con piacere a lungo, inghiottendo saliva densa di voglie stavolta saziate.
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta
INMATE: 1. Intro 2. Without Warning 3. Inexorable Path 4. Lost In Words 5. Angels (ITHOT) 6. Victorious (Inner Fear) 7. Written In Blood 8. … Overcome (S&H) 9. Out Of Darkness FATHER: 1. Cynosure 2. Chigla Pegla 3. Mangiafuoco Il Magnifico 4. The Downloader 5. Venus & Mars 6. Part Of Me 7. Never Come Back 8. Madley 9. Machina
Galleria fotografica























