Mille diavoletti gli mangerebbero in mano (2012)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Padova / Gran Teatro Geox / Italia
Data del concerto: 07.06.2012
Spettatori: 3.000
Prezzo del biglietto: 35,00€ (posti in piedi)

L’inesauribile, eccentrico »damerino«, quello che si gode il piacere dello scandalo, l’uomo che è riuscito a mettere insieme in modo magistrale il gusto della shock therapy del rock (a ogni sguardo sul pubblico sconvolto sotto il palco) e la redditività! Nuovo album, nuovo tour. »Born Villain« è il punto in cui Manson è riuscito a spremere fuori da sé una concretezza artistica di sostanza musicale che lo riporta ai tempi dei momenti più interessanti della sua creatività, quando dava ancora l’assalto alle classifiche. Il nuovo disco è di nuovo carico e rabbioso e non conosce le lagne stordenti e piagnucolose di un album più intimo e dal forte appeal come »Eat Me, Drink Me« (2007).  Il tour, battezzato »Hey Cruel World« (dal brano d’apertura del nuovo album), ha portato così la band sul suolo del vecchio continente più vicino alla Slovenia, in un gigantesco tendone rimesso a nuovo, piantato lungo la tangenziale ovest di Padova e chiamato Gran Teatro Geox (fino a poco fa si chiamava ancora Teatro Tenda e Foro Boario). Manson è arrivato al tour europeo, con prima tappa nella russa Mosca e poi a San Pietroburgo a fine maggio,  direttamente dai suoi riti live in Australia, a Taiwan, in Giappone….

Dopo un viaggio divertente sotto l’ala premurosa dell’agenzia di viaggi Koncerti.net, all’arrivo sul posto ci aspetta la prima shock therapy. Certo, non è paragonabile alle classiche shock therapy mansoniane, ma comunque. Arriva la polizia con un cagnone addestrato a scovare la droga. E chi ha indicato come consumatore e/o spacciatore quel fastidioso cagnolino? Chi »sniffi« davvero e chi sia davvero »fatto«, non lo so. Il cagnolino o io.

Alle nove di sera apre la serata la band di supporto: il quartetto Binary. Una formazione indie rock londinese, con contorni a tratti noise. La compongono David Troster alla voce solista e alla chitarra,  il più villoso Francisco Bondi alla chitarra, il bassista e tastierista Craig Lowe e il batterista Jake Sorbie.

A vederli, tipici hipster »new age«, con sguardi da cocker e portamento da Bambi, si sono presi una buona mezz’ora per presentare la loro musica, che comprendeva tra l’altro i tre singoli usciti per i brani Torquoise, Prisioner e l’ultimo, Modern Man. Con ogni probabilità i Binary sono finiti in cartellone come supporter dei Marilyn Manson sulla scia della vecchia, cara alleanza amichevole tra Marilyn Manson e i Nine Inch Nails. Della produzione sonora dei Binary si occupa infatti Sean Beavan, noto ovviamente anche per la collaborazione con Marilyn Manson.  Un bel malloppo del minutaggio a disposizione i Binary l’hanno scippato al pubblico con lunghe intro ripetute, nascosti dietro gli effetti, il che significava costruire un muro sonoro sfocato, di solito eretto su un solo accordo scordato, che qualsiasi vecchietta anziana e malandata imparerebbe a suonare senza fatica.  Il gruppo cavava più casino dai presenti aizzandoli col nome del protagonista della serata, cosa che risultava del tutto patetica e insicura. Comunque sia, varrebbe la pena gustarsi la band in un altro contesto, dove la resa sonora, stavolta disastrosa, la farebbe emergere davvero, permettendo un’analisi più ponderata della sua qualità esecutiva ed espressiva. Se cercassi la mascolinità nei Binary, ne troveresti di più in un microlitro di una goccia di sudore della prima ballerina del Real Madrid, Cristiano Ronaldo.

Per Manson nessuna band è abbastanza adatta a fare da spalla. I Marilyn Manson sono troppo fuori dal comune. La combinazione di un rockn’ roll storto e tagliente, che in termini di genere si liquida con l’etichetta alter metal (con solidi puntelli nel gothic e nell’industrial metal), e di scenografie raccapriccianti, che danno all’immagine artistica anche un contorno glam, è troppo particolare, troppo autoctona. Manson è una specie di nuovo ragno post-bowiano »androgino e allampanato«, dal pavoneggiarsi inquietante, scolpito come riflesso delle aberrazioni dell’umanità dei nuovi tempi. Soprattutto delle aberrazioni degli USA. E proprio gli USA hanno regalato Marilyn Manson al mondo, perché lui, senza veli e con un intelletto geniale e bizzarro, sveli questa oscena covata di pseudomoralismo che esercita una tirannia mondiale e stabilisce per legge che si uccida in nome del padre, del figlio e dello spirito santo, invece di amare. Trovarsi faccia a faccia con Marilyn Manson è il momento ideale per una confessione di rivelazione sincera.

Qualche minuto dopo le dieci di sera, nella sala stipata, Marilyn è finalmente salito sul palco con i suoi tre compari. Il tastierista live occasionale Chris Vrenna è rimasto a casa, il che significa che al quartetto è rimasto più cachet, ma anche che Manson ha subordinato la struttura sonora dei concerti alla creazione di un rumore generato e plasmato in primo luogo dalla chitarra elettrica. Quindi un’espressione più secca e diretta dei nuovi live. Per questo non stupiva che nel repertorio non ci fossero brani dei due dischi precedenti a »Born Villain«. Il fedele compare Twiggy Ramirez stavolta l’ha piazzato nel ruolo di chitarrista, mentre alla sua destra c’era il nuovo membro e bassista Fred Sablan. Quest’ultimo nel 2010 ha sostituito nella formazione Andy Gerold.  All’inizio di quest’anno si è unito alla line-up anche il batterista Jason Sutter. Un gatto estremamente esperto e navigato, che in carriera ha collaborato con The Rembrandts, Smash Mouth, Soundgarden, New York Dolls e per pochissimo tempo persino con le leggende AOR Foreigner.

L’amante dei costumi bizzarri ha attaccato subito con il primo brano del nuovo album, Hey, Cruel World… Si abbatte un mare di stroboscopi, si squarcia una nuvola di fumo. A sorpresa spunta Twiggy con un’enorme maschera in testa, una versione cattiva di Elmer. Il primo pezzo si svolge sì con un tocco di vera scenografia mansoniana, ma senza eccessi di pompa; Hello, Cruel World… non scatena la pazzia attesa in sala, segno che i brani nuovi non si sono ancora piantati bene nelle orecchie dei nostri vicini occidentali . Già la seconda, Disposable Teens, e soprattutto la successiva The Love Song, mettono in fila un umore del tutto nuovo. In quei momenti la sala si è trasformata di colpo in un calderone bollente, dove non c’era posto per i claustrofobici e/o per chi di voi sopporta male la morsa intensa di un’ora e mezza di schiacciamento, che toglie il fiato e cancella i confini del buonsenso. La gente è impazzita. Tutti con il segno delle corna. Si cantavano i versi a squarciagola, spingendo con entusiasmo, a costo di perdere i denti, verso la prima fila, dove Manson ha stretto la mano al pubblico per tutto il concerto.

Inutile dire che Manson è nato per stare su un palco. Si mette addosso tutto e ci si fonde, come se fosse nato con l’accessorio scelto. Stavolta la mascherata, con i cambi di »outfit«, non è nemmeno emersa più di tanto, perché Marilyn Manson e compagni hanno sofferto un caldo infernale, creato dai riflettori e dal telo nero del soffitto della sala. Le lagne sembravano non finire mai. Manson ha lanciato due volte un’occhiata teatrale al bassista Sablan, come a dire che sopportava male il caldo, e di conseguenza spariva dal palco per pause più brevi a rinfrescarsi la testa. Agli outfit Marilyn Manson stavolta non ha dato grande attenzione, perché, in mezzo all’afa feroce, puntava a sopravvivere un’ora e tre quarti con meno roba possibile addosso, così si è sfilato in fretta elmetti, cappelli, berretti da gestapo ecc…

Il monello sfrontato, il »cattivo« nato (»Born Villain«),  ha provocato di nuovo col solito lancio dei microfoni, stativo compreso, in mezzo al palco, si è palpeggiato allegramente i genitali (Pistol Whipped) e ha puntato verso il pubblico una pleiade di smorfie in rapido cambiamento, con le più varie emozioni teatralmente provocate. Manson gode del teatro che crea, gode a nutrirsi dell’energia che gli torna indietro dalla folla impazzita. Nelle prime file c’erano parecchi Manson »finti«, diciamo »di riserva« più carini, e la gente si era messa addosso ogni genere di trovate: veli gotici, lenti a contatto artificiali, ciprie, valanghe di trucco e unghie finte nelle tinte più urlanti e irritanti. L’atmosfera era fantastica. Nonostante le condizioni insopportabili nelle prime file, dettate dall’inesauribile temperamento italiano a sangue caldo, tra spintoni e calpestamenti spietati.

Considerando che la figura e la voce di Manson sul palco si prendono il 90% dell’intera esibizione della band, che tutto gira intorno a lui, che è la figura assolutamente centrale di ogni show, non si può ignorare l’ottima prova degli altri tre del quartetto. Ramirez ha lasciato a bocca aperta con il suo senso per la creazione di una scenografia chitarristica beffarda, spaventosa, rombante, che teneva con sicurezza il nucleo dell’accompagnamento in cui si adagiava il carattere vocale di Manson, per lo più passato attraverso un effetto distorto, dove non mancavano sfoghi vocali laceranti e schizofrenicamente frenetici. Il quartetto dominava con facilità il palco e la folla da tremila teste, che per tutto il tempo gli ha mangiato diligentemente in mano. Dal punto di vista sonoro l’equilibrio degli strumenti era più che adeguato se ascoltavi il concerto ad almeno 20 m dal palco, o più. Davanti non c’era posto per chi era venuto solo ad ascoltare, perché si sentiva ben poco. Stavolta il suono è volato lontano, lontanissimo, e ha fregato soprattutto chi stava nelle prime file. Stava? Impazziva!

Con un’esecuzione bestiale di un repertorio bestiale, la presentazione dei nuovi brani di »Born Villain« si è incastrata alla grande nel resto del materiale, spostato soprattutto verso il periodo creativo medio e iniziale della carriera musicale di Manson, e questo significa una cosa sola: i veri fan della sua musica sono di certo rimasti soddisfatti. Poi a buttare benzina sul fuoco è arrivata l’inclusione dei celebri standard di »Antichrist Superstar« nella parte finale del concerto, incoronata come previsto nel bis dal brano con il pulpito altissimo, Antichrist Superstar. Qui ci sono le immancabili cover di hit dei Depeche Mode (Personal Jesus) e degli Eurythmics (Sweet Dreams), con cui si chiude la parte regolare. Curioso che Manson abbia chiuso l’esibizione senza eseguire il brano rimasto in coda alla scaletta, Murders Are Getting Prettier Every Day, così il minutaggio complessivo è arrivato a un’ora e quaranta. Perché sia stato escluso quel brano non è chiaro. Forse per il cachet più basso che i musicisti hanno ricevuto per la parte del tour dedicata ai paesi di lingua neolatina, ma ne dubito. Più probabilmente c’entra il caldo infernale. Al posto di quel brano ci siamo consolati, in uscita dal concerto, sulle note registrate di un’altra (nuova, ottima cover firmata Marilyn Manson, più precisamente l’hit pop dei primi anni Settanta You’re So Vain di Carly Simon.

Un’esperienza live intensissima con un diavolo gotico che, con la sua bizzarria, cerca in modo estremamente intelligente di aprire gli occhi alle masse. Lo fa sfruttando di proposito il proprio corpo per mettere in risalto con efficacia le idee piazzate, espresse dalla sua arte musicale e dalla geniale acutezza del suo carattere musicale. All’arte di Manson  non c’è nulla da eccepire. Anche dopo l’ottavo album in studio e una nuova esperienza live, di sicuro no. L’uomo non ha affatto detto l’ultima parola, e le sue cartucce restano piene di trovate bizzarre ma astutamente scintillanti, impastate in una maniera unica che dà all’entità di questo artista un posto speciale sulla mappa rock. Nessun sopravvissuto nel regno di Belzebù, anche stavolta.

Del viaggio, nel grembo di un’atmosfera sempre sicura e piacevole, anche stavolta se n’è occupata l’agenzia Koncerti.net guidata dall’intrepido capo e granitico rockettaro doc, Concert Freak!

Scaletta

Suspiria (intro registrata)
1. Hey, Cruel World…
2. Disposable Teens
3. The Love Song
4. No Reflection
5. mOBSCENE
6. The Dope Show(with “Coma Black” intro)
7. Slo-Mo-Tion
8. Rock Is Dead
9. Personal Jesus
10. Pistol Whipped
11. Tourniquet
12. Irresponsible Hate Anthem
13. Sweet Dreams (Are Made of This)
–bis—
14. Antichrist Superstar
15. The Beautiful People

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