Quando la distruzione si fonde con l’opposto del silenzio suicida, ovvero ‘com’è andata al mio secondo beach party (e sono sopravvissuto)’

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Autore: Sandi Sadar Šoba
Foto: Nina Grad

Luogo: Gala Hala, Metelkova
Data del concerto: 31.07.2012
Pubblico: 400
Prezzo del biglietto: 15 €

Il buongiorno si vede dal groove, e la promessa di quel lunedì per una festa deathcore e death metal davanti al palco estivo del Gala Hala era più che perfetta. Dopo l’annuncio del concerto e dell’ennesimo ritorno di vecchi amici dei club prealpini sloveni, i veterani californiani del deathcore più crudo Suicide Silence, mi è bastato socchiudere gli occhi per evocare senza fatica, davanti ai cancelli del paradiso di Metelkova per i raduni live, il palco estivo del Gala Hala, una marea di giovanissimi amanti della brutalità a prima botta. Mi aspettavo di ritrovarmi con la mia carta d’identità nella metà alta, se non proprio in cima, della fascia più anziana del pubblico, quella dove in caso di malore i ragazzini mi avrebbero ceduto perfino il posto in prima fila e, accidenti, stavolta non ho sbagliato di una virgola. Davanti ai cancelli del paradiso live lubianese si era ammassata una bella quantità di brutalotti in erba, ragazze interessate solo a Mitch Lucker e ragazzi a cui sarebbe bastato sentir dire che a Lubiana era tornata una delle più grandi band deathcore sulla faccia di questa nostra piccola Terra, perché per loro non può che essere il meglio che esista, degno della loro presenza. Valutare la qualità è una questione soggettiva e ne parleremo tra un attimo, ma la curiosità ha spinto anche la nostra squadra in prima linea, sul poligono di resistenza lubianese.

A salire per primi sul palco sono stati i death metaller melodici di Jesenice Within Destruction. Senza giudicare la band dal nome (che, per inciso, coincide con il titolo di un brano dei pionieri metalcore americani As I Lay Dying) e ancora meno dall’aspetto (sul palco sono saliti conciati con un paio di litri di sangue finto, spero, o di sorbetto al lampone), mi sono concesso di godermi il gruppo in modo del tutto vergine e incontaminato. Già dopo il primo riff e l’attacco di Carnage diventa chiaro che la ricetta per divertirsi è un conglomerato di riff death metal melodici, blast beat, cambi di ritmo e salti dal riparo sicuro della banalità al mare dell’indefinitezza black metal. Va ammesso che il duo di chitarre formato da Ervin Bešić e Matjaž Muhič è una delle sorprese più belle di questa perla metal di Jesenice. Lode anche al batterista Luka Vezzosa, davvero ben rodato, e al bassista Tilen Šimon, un po’ anemico e statico, ma soprattutto ho apprezzato la brillante prova vocale del giovane e promettente growler, prima voce della band, Rok Rupnik. Tabula rasa, il foglio bianco della mia percezione di questa giovane formazione ha cominciato a riempirsi di sfumature positive: nonostante la band abbia piantato il suo seme distruttivo nel terreno industriale solitamente ignorato della capitale dell’Alta Carniola, città dello sconforto urbano, da quel suolo avvelenato di Jesenice è spuntato un monolite musicale niente male. La band ha vissuto e superato parecchi cambi di formazione, e il suono mi ha ricordato i tempi d’oro di Göteborg e, non so perché, i primi At The Gates; a orecchio mi vengono in mente anche un paio di altri nomi del melodeath moderno, mentre la batteria a tratti è arrivata molto vicina a un collage di black metal su base metalcore, con qualche piccola sbavatura, che però si perdona, visto che toccava a loro posare le fondamenta di tutto il resto della serata. Non sono un fan della posa da palco impeccabile, ma ai ragazzi suggerirei di pensarci un po’ meno la prossima volta a come si fa a scatenarsi su pezzi che senti per la prima volta, perché la prova empirica che l’imprevedibilità, abbinata alla sobrietà, può essere ancora meglio e colpire più forte è un’esperienza di qualche anno fa, che alcuni hanno definito indimenticabile: la visita a Lubiana dei veterani svedesi del metal The Haunted, che scaldarono orecchie e cuori di una manciata di curiosi prima dell’esibizione dei Cradle Of Filth, allora davvero oscuramente inconsistenti. Fare pratica rende maestri e il maestro fa pratica, e dopo un riscaldamento solido possiamo sperare che, con l’uscita dell’attesissimo e più volte annunciato primo album From The Depths, ora che sono approdati sotto l’ala di un’etichetta austriaca, il divertimetro segni presto qualcosa in più di un tre scarso su una scala fino a cinque. Il meno è arrivato stavolta anche perché, al primo ascolto, il tutto suonava molto prevedibile e a tratti come se ogni tanto si ripetesse una frase già sentita nei pezzi precedenti, ma è anche possibile che stavolta un paio di vecchie orecchie si sbaglino …

La seconda parte è cominciata con un’imitazione del già visto e già sentito, direbbero alcuni dei più accaniti conoscitori della scena brutal slovena. Io, per problemi di tempo e di spazio, avevo saltato la visita degli assi australiani Parkway Drive al Kino Šiška di Lubiana, ma mi era arrivata voce che quel concerto fosse molto simile al concetto di beach party. Stavolta qualcosa di analogo si è provato a fare anche durante l’esibizione dei big californiani Suicide Silence, ed è stato davvero bizzarro che, a parte la sabbia sotto i piedi, il caldo di luglio e l’afa, un paio di “pistoleri” che sfogavano la loro rabbia contro i paracadutisti non invitati sparando letteralmente con le pistole (per fortuna caricate solo con monossido di diidrogeno, ovvero acqua, e non con piombo) e uno o due spettatori in camicia hawaiana, c’era ben poco a ricordare l’atmosfera di una spiaggia, oltre al luogo di residenza delle star principali. Dopo l’intro prevedibile è arrivato il momento di affilarsi le orecchie con una carezza piuttosto cruda di deathcore, e i Suicide Silence hanno colpito con delicatezza, quella con cui ti può lavorare un martello pneumatico da dieci tonnellate. March To The Black Crown attacca con il suono molto diretto del disco Black Crown, e al volume già citato si aggiungono la potenza massiccia dei bassi profondi e le collaudate ricette da palco di categoria pesante. Un miscuglio claustrofobico di chitarre brutali, in cui gli assoli servono più a depilare e irritare che a dimostrare virtuosismo, un muro compatto di basso e una metrica musicale appesantita da pause a ripetizione, più voci che si inerpicano da striduli versi da maiale a monologhi gutturali e solcati su quanto fa schifo il tempo in cui viviamo: a quanto pare basta e avanza perché i Suicide Silence dal primo giorno si mantengano con successo in prima divisione del sottogenere metal generico fin dal 2002. Ma, a voler essere onesti, in un repertorio di un’ora e mezza io trovo ben pochi punti concreti con cui delimitare quel muro di suono, che si fregia di un mix monotono ma comunque d’impatto di pesantezza elevata all’ennesima potenza. Un mio collega diceva di sentirci dentro addirittura Aborted e Korn, io invece ci ho sentito soprattutto le sfumature più cupe e spietate di ciò che gli Slipknot si metterebbero addosso volentieri, mentre la melodia, da quella betoniera, è stata scartata di proposito. Nonostante i contorni bidimensionali del già sentito, l’esibizione del gruppo è stata comunque eccezionale e da guardare. A rubare la scena, come si addice a un frontman, è il principale “attention whore” della band, l’alto cantante Mitch Lucker, che stavolta si era procurato un taglio di capelli più alla Rammstein: oratore tatuato della rabbia e ottimo manipolatore di un pubblico sloveno, stavolta anche particolarmente esplosivo e obbediente. Di mosh non ne è mancato, e nemmeno di timidi tentativi di stage diving. Con i suoi movimenti da uccello dalle lunghe zampe di qualche cartone animato (a me è venuto in mente soprattutto l’uccello danzante dei cartoni del professor Balthazar …) Mitch ha evidentemente stregato con successo la gioventù slovena, e il rito estivo si è intrecciato fino al climax totale, nonostante la bidimensionalità del suono, in una sfiancante passeggiata di un’ora e mezza tra tre dischi dal suono comunque simile, The Cleansing, No Time To Bleed e Black Crown. Dopo la massiccia mischia sul palco tra la potenza testosteronica degli zii californiani e la gioventù slovena, e dopo lo stage surfing di Mitch sulle braccia di ragazzi e ragazze sudatissimi e felici di tanta attenzione, il concerto ha preso una piega inaspettata. La gioventù slovena ha potuto mostrare anche le sue doti di hip hop, con i Suicide Silence a fornire la base sonora, ma è venuto fuori che, a parte un austriaco, il nostro pollaio prealpino ha ben pochi freestyler tra la popolazione brutal. Quel sollievo ben riuscito per le orecchie ha rischiato di essere coronato con il pubblico che quasi costringeva i presenti a suonare qualche pezzo dei Deftones, ma siccome da un falegname non ci si può aspettare che scolpisca con arte statue da rinascimento moderno, la ciliegina sulla torta l’ha messa il comunque dignitoso “sentimentale” deathcore No Time To Bleed, e il sipario è calato. L’offensiva sonora è finita e, a giudicare dal mare di sudore, è stato senza dubbio un concerto da iscrivere alla rubrica dei momenti riusciti dell’estate. Io non saprei indicare vette musicali, ma il moshburger di dimensioni gigantesche è stato senza dubbio molto gradito a tutti gli amanti del cibo istantaneo.

Un plauso va soprattutto agli organizzatori, che sono riusciti a mettere in piedi a Lubiana un’altra riuscita serie di concerti di grande impatto, vari e senza dubbio godibili. C’è qualcosa per tutti, e i Dirty Skunks sono riusciti a portare tutt’altra musica solo un giorno dopo la straordinaria esibizione di potenza slava intrisa di folk. Cosa sia meglio e cosa no è questione di gusti. Sui gusti non si discute, ma a molti basta di certo poter vantarsi sul web mondiale di aver assistito a uno dei concerti più tosti di quest’estate e di averlo sopravvissuto, e un paio di signorine possono vantarsi anche di essere riuscite, dopo il concerto, a Metelkova, sotto le luci al neon e le tonalità rosse, ad arrivare fino a Mitch, accarezzare uno dei suoi tatuaggi piazzati strategicamente e gustarsi i loro cinque minuti di attenzione, concessi dal gigante della scena core moderna, stanco del concerto, sfinito e fedele fino in fondo alla sua causa. Gli altri membri della band, all’ombra del loro perno centrale sul palco, si sono ritirati al riparo del loro tour bus e sono partiti verso nuove avventure, ancora avvolti con nonchalance nelle nebbie del più totale anonimato …

Scaletta

WITHIN DESTRUCTION:
1. Carnage
2. While She Was Dying
3. This Misery
4. King Of Serpents
5. Bloodbath
6. Demise
7. Desecration Of The Elapsed
8. God Of The Soulless

SUICIDE SILENCE:
1. March to the Black Crown
2. Unanswered
3. You Only Live Once
4. Wake Up
5. O.C.D.
6. Suffer
7. Smoke
8. Slaves to Substance
9. Bludgeoned to Death
10. The Price of Beauty
11. Fuck Everything
12. Disengage
13. No Pity For a Coward
Encore:
14. No Time to Bleed

Galleria fotografica

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