Dalle ceneri della fenice nasce qualcosa di nuovo: Dirtswitch e LastDayHere (2012)

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Autore: Sandi Sadar Šoba
Foto: Jerneja Jerak

Luogo: Orto Bar / Lubiana / Slovenia
Data del concerto: 30.11.2012
Spettatori: 80
Prezzo del biglietto: 5 €

Non si giudica un anno intero da una giornata storta, e non si danno sentenze affrettate dopo un singolo incontro musicale con i prodotti di casa nostra – è il mantra con cui mi calmo l’anima più volte, per non restare poi spiacevolmente sorpreso, deluso e ancora meno voglioso di cimentarmi con l’offerta pur variopinta degli entusiasti sloveni che, oltre ai concerti oscuri, decidono di regalare al pubblico qualcosa in più e pubblicano addirittura un disco, quando mi presento sui palchi dei club nostrani con aspettative troppo alte. Certo, qui il processo va in due direzioni: a volte il disco ti riempie tutte le crepe di una fiducia già bella scalfita nella bravura e nella preparazione dei creativi di questo lato delle Alpi, e uno si innamora perdutamente di quello che ha ascoltato, mentre dopo l’empiria sotto il palco, a verificare la magia di ciò che è stato creato dal vivo, l’oro sentito prima può rivelarsi in un attimo l’antipode degli Integrali di Kosovel, un contrasto stridente, come se mi rileggessi la poesia Kons 5. Lasciamo perdere i dettagli e lascia che ti spieghi prima il motivo per cui, in quel venerdì in cui a Lubiana »succedeva« di tutto – al Kino Šiška Devin Townsend e Fear Factory facevano venir giù l’intonaco dalle pareti, mentre le fondamenta della Menza pri koritu, a pochi metri di distanza, le spostava il collettivo di Brežice Demolition Group – ho scelto invece dei soliti posti prevedibili l’atmosfera familiare ma comunque raccolta dell’Orto Bar. Il motivo era l’esibizione dei Dirtswitch – quattro ragazzi di Naklo pri Kranju, che oltre un anno fa avevano attirato la mia attenzione con l’esordio Phoenix Down; la ciliegina sulla torta era l’intenzione di mettere alla prova anche il cuore e la forza musicale del quintetto di Celje Last Day Here.

Come da copione, nell’Orto Bar sorprendentemente ben riempito a rompere il ghiaccio ci hanno pensato i ragazzi con un po’ meno anni di carriera sulle spalle, almeno per quanto riguarda gli anni di attività. I Dirtswitch sono una band che ha cominciato il suo cammino sui palchi sloveni – e, prima ancora, la simbiosi di energie me(n)tali – a Naklo pri Kranju nel 2009, e dopo soli tre anni di attività si sono messi in tasca anche il primo trofeo da studio: l’impressionante dischetto Phoenix Down. Siccome sui vecchi allori non si dorme e il ferro va battuto finché è caldo, nel giro di un anno è seguita una serie di concerti in patria e all’estero; io, stranamente, li ho beccati proprio alla fine del tour promozionale, ma come dice il vecchio proverbio: »Meglio tardi che mai«. Sopra il palco già campeggiava lo striscione col logo della band, e le valvole ben calde negli ampli erano pronte a riversare nelle orecchie della folla una tonnellata di fresco, incandescente nettare dell’anima. All’ora prevista i ragazzi sono saliti sul palco e hanno inciso la massa satura di aspettative con un colpo inatteso: un nuovo missile d’urto fatto di distorsioni pesanti e sporche, una solida base ritmica e voci dolci e melodiose. Slave Fish – questo il titolo provvisorio con cui è marchiato il nuovo conglomerato ad alto numero di ottani di standard post-grunge e di ganci ben studiati, coi quali i Dirtswitch calamitano orecchie e occhi della parte più avvenente del pubblico, mentre al fascino del suono non sono immuni nemmeno i machos testosteronici amanti del grunge. La prima impressione è eccezionale: l’equilibrio tra la sporcizia chitarristica ben articolata sotto le dita di Jani Nendl, la giocosità a dita nude del bassista Rok Seifert, l’impatto alla batteria di Uroš Markič e la sensibilità, ma insieme la penetrazione, del cantante Luka Lamut funzionano dal vivo bene quanto sul materiale in studio. La band trasuda dedizione, e lo spirito di un amore post-grunge sia per le distorsioni più cattive sia per i contorni più morbidi di racconti da ballad su amore, sofferenza e dolori della crescita pervade ogni fibra della presenza scenica dei Dirtswitch. Da lodare soprattutto il suono di chitarra più incisivo, che dà un marchio riconoscibile all’insieme, mentre l’affiatamento eccezionale fa venire in mente Alter Bridge, Alice In Chains, Soundgarden; io, davanti al wah-wah che si insinuava con aria civettuola, non riuscivo a scrollarmi di dosso Tom Morello e le sue escursioni sonore con Rage Against The Machine, Audioslave e, con qualche riserva, anche le sue ultime creature sotto il nome The Nightwatchman. Too Much, pezzo più tosto da Phoenix Down, non placa la passione, e Luka si rivela un rotore eccezionale della chimica scenica: dà alla sua riservatezza sotto il palco, alla calma contemplativa e alla morbidezza giusto la dose di libertà escapista perché il ritmo non si fermi mai e il cuore batta più forte. All’esecuzione eccezionale dei pezzi originali segue presto la prima gita nel noleggio di suoni, idee e pacchetti di godimento. Spoonman è il pezzo che ha dotato i miei anni da adolescente della colonna sonora giusta per alleviare le pene, ma è vero che dopo tanti anni sono dannatamente suscettibile quando qualcuno mette mano a materiale sacro e, invece di un degno omaggio al passato, serve al pubblico un pasticcio fatto a metà e una qualche innocua cavolata. Con i Dirtswitch la qualità si vede anche quando si mettono nei panni degli altri, amici miei! Luka raggiungeva senza problemi le altezze che già a Chris Cornell creavano grattacapi, e l’intero corpetto musicale della versione slovena di quello splendido brillante dall’album Superunknown funziona senza intoppi né spiacevoli conseguenze di reflusso gastrico. Il proseguimento originale con Restraints  e ancora di più con la ballatina Looking Back porta un’atmosfera d’animo più agitata dalle parti di una suspense forse un filo superflua alla Creed, ma nonostante tutto i ragazzi, anche quando a tratti suonano un po’ sdolcinati, fanno il loro lavoro con sicurezza e a livello. Visto che bisogna tenere viva l’attenzione di chi ascolta, la gita in tempi piuttosto bizzarri del music business con Open Your Eyes, che oltre dieci anni fa cantavano i tedeschi Guano Apes, è stata un po’ inattesa e perfino superflua. Al posto dell’energia che sapeva vomitare dal palco la focosa immigrata Sandra Nasić, e soprattutto per mancanza della rabbia e della ferocia di cui disponeva quel prodotto d’esportazione tedesco, i Dirtswitch hanno servito un cliché un po’ consumato, che in quel momento suonava del tutto inutile, ma innocuo. Suona molto più sicura e virile la tosta Overhang, simile a una combo dei Metallica del periodo Garage Inc. (intendo soprattutto una sezione ritmica buona e martellante e una chitarra giusto al punto di volume e di sporcizia) con gli impianti alternativi già citati. Stavolta gli ibridi sono benvenuti, e l’evoluzione è arrivata a un gradino in cui da mattoni ben noti si può costruire qualcosa di dannatamente buono e subito gradito alle orecchie. Ne è un esempio anche il primo singolo ad alto numero di ottani di Phoenix Down, My Story, con cui il concerto si avvia verso il finale senza che si senta alcun intoppo, né sul palco né sotto. La comunicazione tra i Dirtswitch e gli assedianti sotto il palco era quella giusta, e il buono spirito della serata ha sorriso sia ai ragazzi sul palco sia alla mia anima un po’ affamata di gemme grunge e alternative. Il secondo ducato della nuova collezione di brani con cui i Dirtswitch vogliono far crescere il loro percorso è un pezzo scritto in origine per un brano da far girare nelle esibizioni di combattimento dei gladiatori da rissa dei giorni nostri, un rock’n’roll più crudo, WFC, che in futuro conosceremo forse anche col titolo Piece Of Me: rispetto al repertorio finora uscito un po’ sporge, stona e non rappresenta il proseguimento più logico della loro evoluzione sonora. Io li vedo più nelle acque grunge, penso, e a prova di ciò c’è anche l’omaggio eseguito con sicurezza al gigante, eroe caduto del Seattle sound, Layne Staley: il brano Man In The Box! L’interpretazione vocale un po’ più morbida non arriva alla rabbia autodistruttiva di Layne, ma tutte le altre componenti – l’onda d’urto delle chitarre, il muro massiccio di basso e batteria e gli straordinari salti verso le vette vocali – sono eseguite alla grande! Lo ha confermato anche la folla che, dopo il brano Under My Skin, si è beccata il gran finale con un pezzo che calza a pennello con lo spirito dei tempi di rivolta, slancio rivoluzionario e rabbia – lo sempreverde dei R.A.T.M. Killing In The Name, con cui l’intero set si chiude in modo simpatico in un insieme sotto il quale metterebbero volentieri la firma anche certi colleghi più anziani, più affermati, più visti e più ascoltati dei giovani dell’Alta Carniola.

Il seguito mi preoccupava un po’ di più, perché seguendo il filo della band di Celje Last Day Here avevo provato, ascoltando il disco From Pieces Created, parecchia avversione, e davanti a un potenziale che non sboccia a pieno mi era quasi scoppiato un aneurisma in testa. Ciononostante ho deciso di dare al quintetto stiriano la possibilità di dimostrarmi il loro valore anche dal vivo. Con sette anni di vita comune sul groppone, una formazione in parte cambiata (dopo l’addio dell’ex batterista, la band ha accolto per ultimo, un anno e mezzo buono fa, Saša Corso) e nuovo slancio, il duo di chitarre formato dai veterani dell’hardcore e del nu-metal di Celje Uroš Boršič e Jure Gorjanc, il bassista Tomi Šenveter e il cantante Marko Duplišak hanno deciso di scrivere un nuovo capitolo della loro esistenza. Dopo una pausa di qualche anno è tempo di vento nuovo nelle vele della band, e per promuovere il disco che vedrà la luce nel 2013, l’album New Beginning, il momento giusto è stata anche questa serata in tandem coi Dirtswitch. Già dopo un intro piuttosto prevedibile e i sample iniziali  dell’attacco di Hope Never Dies anche all’Orto resta chiara una cosa sola – i LastDayHere, in versione un po’ aggiornata, sono ancora prigionieri della forma scritta anni fa da nomi come Linkin Park, mentre band come Cage 9, Digital Summer, Index Case o Signs Of Betrayal mantengono in vita comatosa formule collaudate, ma non aggiornate né migliorate. Va ammesso che la prima ondata di freddezza può essere dipesa anche dal sound decisamente più basso della band, visto che chi li aveva preceduti aveva un suono molto più rifinito, mentre il massiccio chitarristico dei LastDayHere suonava molto più lucidato, sottile e, se posso sottolinearlo, un pizzico troppo senz’anima. Uroš e Jure conoscono bene il loro mestiere, ma la melodia di una stampede precisa e di break dosati con matematica esattezza non può comunque sostituire il substrato d’anima dell’alternative e del grunge che poco prima riempiva le volte della scena lubianese. Fatto sta che Marko, con la sua presenza scenica e una prestazione di altissima qualità, ha contribuito a far sì che la dinamica, un po’ stantia, a poco a poco contagiasse le file un po’ sfoltite del pubblico di venerdì; ma molti erano venuti per una dose di piatti già collaudati, e invece si sono beccati una sorpresa che non si aspettavano. Anche il seguito all’insegna delle novità! Simply Divine, secondo singolo dell’album in arrivo, annuncia che i ragazzi si sono lasciati alle spalle la frammentarietà dell’esordio e che il nuovo atto in studio è concepito in modo più deciso e ingegnoso. La combinazione di voci melodiose e, a tratti, di urla gutturali è coronata da parecchi suoni campionati, e i contorni rifiniti danno l’impressione che i ragazzi si siano messi al lavoro con lucidità e spirito scientifico, più che seguendo i fili dell’ispirazione del momento. Anche per questo non riuscivo a scrollarmi di dosso la sensazione che nell’insieme per il resto compatto di tutti i tasselli si aprissero piccole, ma stavolta leggermente fastidiose incongruenze. L’esecuzione eccezionale non si è trasmessa di conseguenza all’uditorio, e la mancanza di mojo ha tenuto un’esibizione pur dinamica nelle sfere della mediocrità, non dell’eccezionalità che ai ragazzi, per l’impegno, avrei concesso senza dubbio e di cuore. Un po’ più di solidità e concretezza e soprattutto di vero magnetismo nella bussola del finale del concerto l’ha portato Hide, con cui i conti del nu-metal di Celje si erano già presentati sull’esordio From Pieces Created. No, non mi metterò a giudicare se alcuni abbiano con il tempo superato del tutto i vecchi vestiti e se si sia trattato più di un momento di sentimentale ricordo del passato, dato che un gruppetto di ragazze avvenenti sotto il palco ha timidamente occupato la prima fila e con la voce ha sostenuto lo sforzo di Marko di far salire l’azione di marcia. In questo è riuscito solo in parte, perché il proseguimento col resto del nuovo disco ancora inedito ha spento definitivamente quella scintilla di passione che alcuni erano venuti a cercare solo per gli echi del passato. Io dico: »Grazie agli dei!«, perché l’immagine sonora rinata della band mi piace più di quella di un paio d’anni fa. Chilometri, anni di nuove esperienze e sfide, e soprattutto la tempra nel fuoco e nel sudore dei palchi in patria e all’estero: tutti fattori per cui i LastDayHere si sono scolpiti in un solido prodotto da esportazione, a cui per l’eccezionalità manca ancora qualcosina. Anzitutto metterei in evidenza il fatto che il nu-metal è ormai da qualche anno una forma piuttosto superata, che offre pochissimo spazio a miglioramenti, evoluzione e alle sorprese tanto necessarie. A me le piccole sorprese, almeno in fatto di musica, piacciono sempre, mentre in questo derivato generico che il quintetto di Celje presenta con mestiere, sicurezza e bravura troppe cose sono servite al primo colpo e tutte fatte con lo stesso stampo. Si tratta ovviamente della mia opinione personale, ma nonostante tutto lo sfavillio, l’affiatamento, l’impeccabilità e il suono sterile, la grande maggioranza dei messaggi, pur confezionati con cura, mi è sfrecciata oltre le orecchie, e il quadro era troppo abbondante per poterlo abbracciare, digerire e restare per di più obiettivo. In ogni caso il sapore che mi era rimasto in bocca dopo aver visto i LastDayHere nel loro elemento live è un po’ migliorato, e i ragazzi, con il loro impegno, si sono guadagnati un bel più sul mio taccuino. Comunque l’ora era tarda e, con quel che succedeva all’Orto, piuttosto innocuo, mi ha attirato fuori nel freddo della notte lubianese in anticipo il richiamo degli impegni, quindi purtroppo non ho assistito allo scioglimento finale del dialogo in cui la band sul palco distillava il suo substrato d’anima e in cambio riceveva applausi tiepidi.

Nonostante tutto posso dire che questo venerdì sera è stato dannatamente interessante e pieno di meravigliosi colpi di scena, ma soprattutto di una variopinta tavolozza di musica buona, e soprattutto alta di volume. L’esperimento in tandem stavolta ha dato questo risultato: le speranze alternative dell’Alta Carniola hanno battuto di qualche lunghezza i metallari alternativi stiriani, più rodati e più esperti. Come nelle analisi post-elettorali e nelle spulciate di statistiche di ogni tipo, anche nei calici dell’anamnesi di questa serata bisogna versare un po’ di vino puro. Io prenderei in prestito una metafora dal mondo della numismatica. Le monete d’argento col tempo si coprono in superficie di uno strato più scuro di patina, che dà alla moneta un lucore un po’ più scuro. Eppure gli inesperti, nel desiderio che la moneta sia il più bella possibile, si affannano a ripulirla al più presto: prendono una spazzola d’acciaio e levigano via la presunta sporcizia dalla superficie del loro tesoro gelosamente custodito, facendo così un danno irreparabile. La moneta più sfavillante vale meno, e insieme alla patina quei solerti sono riusciti a grattare via dalla moneta anche carattere e storie. Con la musica è simile. I Dirtswitch non si vergognano del loro amore per i contorni più sporchi e anzi alimentano questa passione, come, spero, dimostrerà il futuro lavoro in studio. Dall’altra parte i LastDayHere hanno deciso di lucidare il loro suono al massimo, cosa che a qualcuno può pure piacere, ma io sento la mancanza di quegli otto grammi d’anima grazie ai quali si può trasformare qualcosa di buono in qualcosa di eccezionale. Di tempo ce n’è, e chi ha ragione lo dirà la prova del tempo e della resistenza. Io continuo a puntare piuttosto sulla carta della sporcizia, perché la servilità sterile personalmente non fa per me, amici miei …

Scaletta

DIRTSWITCH:

  1. Slave Fish*
  2. Too Much
  3. Spoonman (Soundgarden cover)
  4. Restraints
  5. Looking Back
  6. Open Your Eyes (Guano Apes cover)
  7. Overhang
  8. My Story
  9. WFC / Piece Of Me*
  10. Man in The Box (Alice In Chains cover)
  11. Under My Skin
  12. Killing In The Name Of (R.A.T.M. cover)

 

LAST DAY HERE:

  1. Intro
  2. Hope Never Dies
  3. Simply Divine
  4. Material Attraction
  5. Hide
  6. Transcendence
  7. Slow Down
  8. Keep Me Alive
  9. How I Wanted
  10. Everything You Need
  11. Believe
  12. This Time
  13. Saved From Falling
  14. Fly Away

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