Gli Spock’s Beard rinati conquistano Vienna in ottima compagnia (2013)
Autore: Peter Podbrežnik
Fotografie: Aleš Podbrežnik
Luogo: Vienna (Wien) / Szene / Austria
Data del concerto: 14.05.2013
Numero di spettatori: 300
Ogni show degli Spock’s Beard, i revivalisti del progressive rock americano, è un’esperienza a sé: ti riempie di emozioni positive mentre ti godi, con orecchie e occhi, una virtuosità invidiabile, una musicalità fuori dal comune e un umorismo non proprio all’ordine del giorno, firmato da tutti i membri di questa splendida band, che quest’anno ha pubblicato l’ottimo album in studio »Brief Nocturness And Dreamless Sleep« (2013), il loro primo lavoro con il nuovo cantante/chitarrista Ted Leonard (tra l’altro anche negli Enchant). Per il loro primo tour europeo con Leonard e con il batterista Jimmy Keegan, al debutto come membro a tutti gli effetti, si sono portati dietro due ottime band di apertura prog rock: gli svedesi Beardfish e gli inglesi Sound of Contact.
A Vienna, dove ci siamo goduti gli Spockobradci nella sala Szene ben piena, ad aprire la serata come primo dei tre gruppi di supporto sono stati i padroni di casa ConXius, che noi della redazione di Rockline avevamo visto l’ultima volta cinque anni fa, quando avevano fatto da spalla ai leggendari neoprogster IQ. Da allora gli austriaci, per quanto riguarda il linguaggio sonoro e la visione, l’affiatamento sul palco e il senso di dare a un pezzo capo e coda, purtroppo non sono migliorati per niente, quindi dovranno farsi ancora parecchio le ossa prima di potersi meritare il ruolo di ‘apripista’ di band di culto del progressive rock. I membri sono sì grandi fan di prog rock e prog metal e, oltre a suonare, hanno un ruolo importante nell’organizzazione di numerosi eventi live di stampo progressive nell’area di Vienna, ma come musicisti dovranno mangiare ancora un bel po’ di ‘minestra’ prima che i palati fini del prog rock possano spendere per loro anche solo una parola positiva.
Dopo di loro sono saliti sul palco gli splendidi revivalisti prog svedesi Beardfish, che hanno dovuto adattare il loro show, a metà del quale hanno presentato l’ultimo album in studio »The Void« (2012), a soli 40 minuti. Una delle band prog rock contemporanee più interessanti, che trae ispirazione soprattutto dall’eredità di leggende come Genesis e Yes, ha aperto con forza con il brano »And The Stone Said«, che viene dall’ottimo album »Mammoth« (2011). Tutti e quattro i membri, guidati dal cantante/chitarrista e tastierista Rikard Sjöblom, ci hanno stregati con un’esibizione estremamente compatta, affiatata ed energica, chiusa con una scelta insolitamente brutale, »Voluntary Slavery«, uno schiacciasassi prog metal che stilisticamente ricorda più che altro gli Opeth. Vedere i Beardfish dal vivo non è roba da tutti i giorni, perché di solito tra un tour e l’altro restano nel nord Europa, quindi gli siamo stati immensamente grati per quello che ci hanno dato, anche se il loro set è volato via veloce come una candela spenta all’improvviso.
Poco dopo li hanno sostituiti sul palco degli eccentrici inglesi che rispondono al nome di Sound of Contact. Nella formazione c’è il cantante/batterista Simon Collins, figlio del leggendario Phil Collins, che al celebre padre non somiglia solo nell’aspetto, ma ha in comune con lui anche un timbro di voce molto simile. Sul palco gli faceva compagnia, tra gli altri, il rinomato tastierista Dave Kerzner, che nella sua carriera ha collaborato con musicisti come i membri dei Genesis, Alan Parsons, Keith Emerson, Neil Peart, Francis Dunnery e Tom Waits. Come chitarrista dal vivo a Collins si è affiancato David Wesley, ben noto a tutti gli amanti dei Porcupine Tree, che in passato ha suonato anche con Fish (ex-Marillion) e Mike Tramp (White Lion). Simon ha più che evidentemente deciso di seguire le orme del padre, visto che fa sia il cantante che il batterista.
Nel brano strumentale d’apertura »Mobius Slip Part 1 (In The Difference Engine)« si è presentato prima di tutto come un ottimo batterista, per poi spostarsi al microfono. Per la maggior parte dei brani restanti, nei 40 minuti di set dei Sound of Contact, dietro le pelli Collins è stato sostituito da Ronen Gordon. Nella musica dei Sound of Contact si sentivano chiaramente numerose influenze diverse, soprattutto delle band con cui i musicisti appena citati hanno collaborato in passato. Il giovane Collins, primo e unico figlio che Phil ebbe con la prima moglie Andrea Bertorelli, insieme ai suoi compagni ci ha convinti, in un set breve ma entusiasmante, che dopo una carriera solista piuttosto timida, per lo più di stampo pop rock, è entrato con convinzione nel mondo del progressive rock e che questa è una band con un futuro interessante davanti. Il padre di Simon, ormai in pensione, che una volta con una dichiarazione piuttosto infelice rinnegò il progressive rock, oggi può quindi essere davvero orgoglioso di lui. I Sound of Contact pubblicheranno ufficialmente il loro debutto »Dimensionaut« alla fine di questo mese.
Dopo l’addio degli inglesi al palco era tutto pronto per l’arrivo delle ‘star’ della serata, ma presto si è capito che ci sarebbe toccato aspettare ancora un bel po’ prima che sul palco comparissero tutti i membri dei grandi virtuosi e burloni di San Francisco. Il gran rompiscatole della serata, nel bene e nel male, è stato il leggendario tastierista giapponese Ryo Okumoto, che prima dello show aveva guardato un po’ troppo a fondo nel bicchiere, così tra un pezzo e l’altro continuava a prendere il microfono e voleva avere la parola principale in interminabili chiacchierate col pubblico, il che a tratti era già fastidioso. Questo, oltre al suo solito perfezionismo sul suono, cioè i controlli infiniti della sua sterminata postazione di tastiere (organo hammond, mellotron, mini moog…) e ai problemi iniziali con l’impianto (fino al terzo pezzo il synth di Leonard non funzionava proprio, quindi le linee richieste ha dovuto suonarle con la chitarra elettrica), è stato l’unico appunto negativo sullo show viennese degli Spock’s Beard, che per tutto il resto si è meritato solo superlativi.
I grandi ottimisti di San Francisco già al brano »Hiding Out« erano riusciti a sciogliersi, ad affiatarsi e a mettere una pezza ai problemi tecnici iniziali. A entusiasmarci in particolare è stato Leonard nel ruolo di ‘frontman’: è cambiato un bel po’ da quando lo avevamo visto dal vivo l’ultima volta, dieci anni fa, come membro degli Enchant. Da giovanotto abbastanza introverso e statico si è trasformato in un osso duro, con voce e chitarra, carisma e autorevolezza da vendere, quelli che deve avere il successore di nomi come i suoi due predecessori, cioè Neal Morse e Nick D’Virgilio. Ha portato con sé un’energia davvero tutta nuova, che si sentiva già nel nuovo album in studio e di cui ora abbiamo avuto conferma anche dal vivo, dove non ha convinto solo con il talento vocale e chitarristico, ma anche con l’umorismo e con la capacità di tenere a freno il Ryo bello brillo. Quest’ultimo, dietro la sua postazione di tastiere, tra un’orgia solistica e l’altra, ha di nuovo perso del tutto la trebisonda e una volta ha rischiato ancora di ribaltare l’organo hammond, cosa che a dire il vero gli capiterebbe anche senza il bicchierino di troppo.
Il batterista Jimmy Keegan, un altro famigerato burlone, è una storia a parte anche lui. Con la sua figura minuta da evaso di un lager di Dachau a vederlo nessuno direbbe che in realtà sia un vero mostro dietro le pelli e la miglior sostituzione possibile per il carismatico D’Virgilio. A garantire stabilità e a far sì che le cose restassero comunque sui binari ci hanno pensato soprattutto i due membri originali: il bassista quasi sempre serio Dave Meros, che stavolta non si è portato il Rickenbacker ma ha comunque entusiasmato tutti gli amanti di linee di basso elastiche e dinamiche, e il maestro della chitarra Alan Morse, fratello minore del celebre Neal. Questo virtuoso della chitarra piuttosto trascurato, che anche stasera non si è staccato dalla sua Stratocaster Fender consumatissima, dopo l’addio di Neal è quanto di più vicino ci sia alla definizione di capo di questa band organizzata in modo estremamente democratico.
Una delle rare dichiarazioni sensate che il virtuoso giapponese delle tastiere ha buttato lì tra i suoi interminabili discorsi al pubblico è stata che il prog rock contemporaneo va sostenuto in massa, mentre si è guadagnato molte simpatie dal pubblico anche definendo questa incarnazione della band la migliore della loro storia, per quanto suoni banale. Lo spettacolo del pubblico, in senso visivo e non numerico, non era granché entusiasmante, dato che dominavano ragazzotti imberbi con occhiali e acne, appena usciti da davanti allo schermo del computer o da un’aula di fisica, il che vuol dire che hanno ‘contribuito’ allo stereotipo negativo del progressive rock come musica per ‘secchioni’ troppo intellettuali, introversi e perciò incompresi. Di estrogeni in sala ce n’erano appena un campione, perciò non sorprende che la copia del nuovo album sia andata a una fan giapponese scatenata in prima fila, che evidentemente non salta nemmeno un concerto della sua band preferita.
Gli Spock’s Beard hanno suonato, oltre ai brani dell’album attuale, numerosi favoriti di lunga data come »Cakewalk On Easy Street«, »The Distance to the Sun«, »Crack the Big Sky« e »Walking On the Wind«. Curioso che, oltre al nuovo album, l’accento fosse sul periodo tra il 1995 e il 1999, mentre gli ultimi tredici anni sono stati saltati del tutto dal repertorio. Gli Spockobradci, con una valanga di pezzi eccellenti, la maggior parte dei quali supera in media i sette minuti, hanno parecchio da sudare nella scelta della scaletta dal vivo, visto che finora non hanno mai pubblicato un brutto album, e stavolta hanno dato la precedenza al periodo iniziale della loro carriera. Leonard se l’è cavata con sicurezza come cantante dei classici del passato, anche se ha un timbro completamente diverso da entrambi i predecessori, mentre la band, come ci si poteva aspettare, si è divertita di più eseguendo i pezzi nuovi, che dal vivo sono venuti davvero benissimo. Più volte si sono lanciati in jam di gruppo e per il gran finale Ryo ha messo in scena una vera orgia di tastiere sul suo synth portatile, saltellando tra l’altro con quello in mano sul palco come un cagnolino che ha appena ricevuto il suo osso preferito, mentre Alan un paio di volte durante le sue corse selvagge verso il proscenio ha quasi buttato giù il microfono. Quest’ultimo si è rivelato non solo un maestro della chitarra (troppo) spesso dimenticato, ma ha anche dato una bella mano a Keegan e Meros con le armonie vocali di accompagnamento. Queste hanno raggiunto il loro culmine nel complesso capolavoro »Afterthoughts«, terzo seguito del classico »Thoughts« dall’album »Beware of Darkness« (1996).
Questi virtuosi buontemponi, d’altronde, sul palco non stanno mai fermi e, con l’eccezione dell’eternamente serio Meros, ogni tanto adorano combinarne qualcuna delle loro. Nel bis, come ci si poteva aspettare, si sono ricordati del loro debutto in studio »Light« (1995), ricordandoci al contempo che quest’anno la band festeggia vent’anni di vita. Per l’occasione hanno suonato l’incoraggiante »Go the Way You Go«, che ha funzionato alla grande come brano di chiusura della serata e con cui, prima di lasciare il palco, hanno raccolto un’ovazione scrosciante da un pubblico al settimo cielo. Gli eterni ottimisti di Los Angeles ci hanno conquistati, proprio come dieci anni fa, con una spontaneità sul palco fuori dal comune e un’intesa perfetta tra di loro, ma anche con quell’umorismo frizzante che nel progressive rock di solito manca parecchio e che per questo è spesso un ingrediente più che benvenuto. Nonostante sia i Beardfish che i Sound of Contact abbiano soddisfatto le grandi aspettative, alla fine gli Spockobradci hanno dimostrato chi è il ‘capo’ e hanno più che giustificato lo status di protagonisti della serata, ma soprattutto hanno riconfermato il loro status di principali revivalisti prog rock americani del XXI secolo.
Scaletta
BEARDFISH:
1. And the Stone Said: If I Could Speak
2. Ludvig & Sverker
3. This Matter of Mine
4. Voluntary Slavery
SOUND OF CONTACT:
1. Mobius Slip Part 1 (In The Difference Engine)
2. Pale Blue Dot
3. Not Coming Down
4. Remote View
5. Closer To You
6. Omega Point
7. Cosmic Distance Ladder
SPOCK’S BEARD:
1. Something Very Strange
2. Crack the Big Sky
3. Hiding Out
4. Walking on the Wind
5. Submerged
6. Cakewalk on Easy Street
7. Afterthoughts
8. The Distance to the Sun
9. Waiting for Me
—bis—
10. Go the Way You Go
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