Spettacolo KoЯn: Padova in estasi! (2013)

0 5

Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Nina Grad

Luogo: Padova / Gran Teatro Geox / Italia
Data del concerto: 26.06.2013
Numero di spettatori: 3000
Prezzo del biglietto: 44,00€

I KoЯn sono tra i rappresentanti più in vista del metal alternativo, che ha vissuto un’ascesa travolgente nella seconda metà degli anni Novanta. Il sound alternative funk-metal e un approccio catartico e provocatorio ai problemi del mondo hanno piazzato i KoЯn tra gli artisti più popolari dell’era post-grunge.

Forse, dopo aver venduto, tenetevi forte, oltre 40 milioni di copie dei loro album in studio, i KoЯn sono più forti che mai. Per una serie di nuovi concerti europei alla band si è riunito il chitarrista Brian »Head« Welch. All’inizio solo riunito. In via temporanea e nient’altro. Modesto, no? Eppure non ci è voluto molto perché il gruppo lo convincesse e lo reintegrasse nei ranghi come chitarrista fisso. Se qualcuno di voi se lo ricorda ancora, i KoЯn avevano suonato all’ultima edizione del Metal Camp di Tolmin nel 2012 in formazione a quattro. Con un solo chitarrista. James »Munky« Shaffer. Anzi, di più. A Tolmin al posto del bassista originale Reginald »Fieldy« Arvizu c’era il bassista dei Mudvayne Ryan Martinie. Nell’attuale tour i KoЯn presentano ancora l’album »The Path of Totality«, che all’uscita, l’anno scorso, è andato di nuovo alla grande, restando a lungo ai vertici delle classifiche mondiali degli album più venduti.

Già prima delle otto di sera, i Love And Death, alternative metaller, hanno scosso il Gran Teatro Geox a dovere. Niente di strano, se non fosse che i Love And Death li ha fondati proprio il chitarrista dei KoЯn Brian »Head« Welch. È lui il capo della band e ne occupa il ruolo di cantante. Un quartetto di quattro musicisti stravaganti, dalle pettinature scombinate e con un look da »banditi«, ha presentato il suo album di debutto »Between Here & Lost« (2013). Che dire. In meno di mezz’ora i Love And Death hanno mostrato la loro faccia, che deve parecchio all’eredità dei KoЯn. Anzi, fin troppo. Un »materasso ritmico« dal groove pazzesco, intrecci melodici e dinamici tra basso e batteria. Sopra, una colata massiccia di riff valanga che costruivano un muro sonoro avvolgente, ma a conquistare di più è stato Brian in persona con la sua prestazione vocale. È incredibile quanto ricordi Jonathan Davis, sia nel modo di suonare che nell’uso della voce. Un’energia d’apertura da vera eruzione crossover. Tra i quattro »canarini« si è preso la sua bella dose di attenzione anche il chitarrista mascherato JR Bareis, che per l’occasione si era fasciato la testa con una benda bianca da ospedale.

Alle otto in punto salgono sul palco gli inglesi Bullet For My Valentine. Anzi, ci saltellano su, un po’ spavaldi, sulle note di un’intro registrata di O Fortuna di Carl Orff. Il quartetto metalcore parte a razzo con il primo brano, Breaking Point, che si trova sul loro ultimo lavoro in studio »Temper Temper«. I Bullet For My Valentine l’hanno pubblicato lo scorso febbraio. In una scarsa ora di show i ragazzi hanno sparato una valanga di pezzi, che però non hanno conquistato per particolare fantasia musicale. Il quartetto si tiene prudentemente a riff consumati e risolve gli impicci ritmici con galoppate di doppia cassa. Il tutto dosato ogni tanto con passaggi di »break«, oltre che con armonie di chitarra »alla Maiden« in terze. Suonano in modo straordinariamente compatto e sono precisissimi. La voce, quando urla, è convincente, mentre nelle linee pulite si limita a un canto normale, che al massimo andrebbe bene nel pop. Voce emo? Può essere, se volete. La band ha mescolato la setlist con brani di tutti e quattro gli album e ha lasciato un’impressione sicura, compatta e implacabile. Ma purtroppo anche presto dimenticabile. Come detto. Un gruppo che suona benissimo, ma che nella sua espressività risulta molto generico e, nei riff portanti, ampiamente masticato e rimasticato.

Un’altra storia sono i KoЯn. Alle nove e mezza di sera la sala si fa buia. L’intro non voleva più finire. La gente diventa sempre più rumorosa! Ed ecco i KoЯn. Con il loro inizio! Il vero, autentico inizio! Proprio dove si era chiuso il concerto del gruppo a Tolmin ad agosto dell’anno scorso. Con il brano cult dell’album di debutto, intitolato Blind. Davis ha incollato a sé in un attimo tremila persone, fuse con la band in un canto fanatico dei versi. Il verso finale del ritornello Davis l’ha lasciato al pubblico, che con un’unica voce ha confermato che stasera la sala è dedicata all’adorazione del repertorio dei KoЯn. Il Gran Teatro Geox si è trasformato in un vero piccolo santuario del culto della musica dei KoЯn. E si capiva che questo concerto sarebbe stato davvero speciale. La band non vuole staccarsi dal disco di debutto e prosegue con il brano Ball Tongue. Suono fantastico. Carico di elettricità. Caldo, massiccio, nervoso ed eruttivo! Il picco successivo del concerto è stato senza dubbio l’esecuzione di Shoots and Ladders, con Davis che si è concesso un’intro alla cornamusa. Un pezzo contro la guerra. Sullo sfondo, durante l’esecuzione, sugli schermi è comparso il tricolore italiano, provocando un vero delirium tremens nel pubblico italiano. Non la smettevano più di urlare. Davis si è confermato un frontman eccezionale. È un camaleonte vocale, che colora con maestria la sua essenza vocale e crea così veri e propri miracoli con la voce. I suoi »scream« sinistri, con tutta quella potenza, erano vicinissimi a veri growl, e li bilanciava con improvvisi cambi verso uno stato emotivo del tutto diverso, legato al messaggio stesso dei versi. Prestazione eccezionale, articolazione eccezionale, presenza e sicurezza eccezionali. Gli uomini scatenati e gli amanti dei »dreadlock« non si sono mai calmati durante il concerto. Si agitavano come ossessi in stile rituale sciamanico indiano, guidati dallo sfrenato Jonathan Davis. Alla follia generale ha contribuito anche l’ottima setlist, che ha sorpreso con una selezione di classici dei KoЯn mescolata alla grande. Ai fan non ha lasciato respiro. Dopo Shoots and Ladders è scoccato il classico di »Untouchables« Here To Stay, poi di nuovo un ritorno all’album di debutto con il brano Helmet in the Bush. Proprio per la tappa italiana del tour i KoЯn hanno rimesso in scaletta anche Y’All Want a Single dall’album »Take A Look In the Mirror« (2002), che prima in questo tour non avevano mai suonato dal vivo. Purtroppo a Padova è saltata l’esecuzione di Lies (ancora dal debutto in studio »KoЯn«), che pure era presente nell’elenco dei brani. Ma nessuno se n’è fatto un problema. Il fatto che il gruppo in realtà stia promuovendo l’album »The Path of Totality« si notava appena, con una concorrenza così spietata tra i brani scelti per il repertorio. Insomma, nel complesso la band ha irradiato un umore eccellente.

I KoЯn restano grandi maestri della fusione di generi e delle svolte musicali imprevedibili, così come le plasma l’autentico paradigma crossover della band, che tende a una spiccata voglia di sperimentare e non si ferma mai davanti all’inesplorato! Se allarghiamo il sipario dei generi, dopo la fine dell’eruzione grunge degli anni Novanta sulla scena sono rimaste anche altre band avventizie dal linguaggio autoctono, che ancora oggi formano uno speciale conglomerato di rock e metal. Il loro repertorio sta a sé! Band di questo tipo sono, oltre ai KoЯn, anche Rage Against The Machine, Red Hot Chilli Peppers, Living Colour, Faith No More,…

Rispetto all’esperienza del Metal Camp 2012, questo nuovo incontro con i KoЯn ha cancellato in un attimo il ricordo del loro concerto di Tolmin. Anche se quello di Tolmin era stato molto buono, la differenza di qualità si sentiva. Soprattutto nell’intensificazione degli stati d’animo, che creavano contrasti ancora più forti tra le singole atmosfere. Evidentemente in formazione devono esserci due chitarristi e Fieldy, perché il rituale esecutivo di Davis, di totale eccesso vocale, possa sprizzare scintille a pieno nella sua missione! Tutto funzionava senza una sbavatura. Anche nella fusione delle strutture sonore. Naturalmente grazie ai campionamenti, alla programmazione e alle linee di synth del legionario occasionale da concerto Zac Baird. Ray Luzier, sollevato in alto su una pedana, dietro la sua fortezza di batteria ha sfoderato una prestazione eccezionale e, con la sua potenza da cannone da una parte e la precisione filigranata dall’altra, ha tenuto in piedi l’importante colonna ritmica del massiccio muro sonoro dei riff di chitarra. Le figure ritmiche accoglievano volentieri il groove funkeggiante del basso di Fieldy. Nello stile di un’ottima chimica tra i membri della band. L’iperproduzione scenica, con raffiche di luce, mille sfumature di colore dei riflettori e proiezioni cinematografiche, ha contribuito a creare un’atmosfera particolare, che spingeva in uno stato di rapimento. Il gruppo ha dominato questa ricca scenografia, con un’esecuzione ottima e vissuta fino in fondo, per un’ora e tre quarti con una mano dietro la schiena!

Come previsto la band ha chiuso il concerto con la sua celebre cover dei Pink Floyd, Another Brick in the Wall (Munky prende gli assoli di Gilmour). Davis ha poi chiuso teatralmente la parte regolare del concerto con i versi di un’altra canzone dei Pink Floyd dall’album »The Wall«, intitolata Goodbye Cruel World.  Nel bis la band ha prima risvegliato il pubblico con la nuova Get Up!, poi, come da copione, ha buttato benzina sul fuoco con il classico Got the Life, da »Follow the Leader« (1998). In tutta questa succosità mancava solo il puntino sulla »i«. Non è difficile indovinare. Resti sull’album citato prima e trovi la risposta. Freak on a Leash! Il pubblico impazzisce, mentre la band strizza fuori da lui fino all’ultimo atomo di energia di ritorno. Il pubblico ha portato la band in trionfo per tutto il concerto. Incredibile. Quasi ogni brano la maggior parte della gente lo cantava con un trasporto furioso, e così alla fine si è meritata anche un saluto lunghissimo da parte dei membri del gruppo, che non la finivano più di salutare i loro fan. Hanno lanciato un mucchio di plettri, bacchette e hanno reso ancora più bella questa serata indimenticabile a più di un fan!

Dopo quanto visto a Padova, i KoЯn restano una delle istituzioni da palco più potenti in circolazione, capaci di tenere viva l’attualità artistica e la freschezza creativa. La carica scenica non gli manca di certo. A colpire di più è stato soprattutto Jonathan Davis con la sua prestazione fuori dal comune: le sue figure vocali da camaleonte totale, che lo avvicinano a un soffio al senso di spontaneità, le ha di nuovo portate a casa in modo brillante. Con le solide quattro croci sulle spalle che ogni singolo membro della squadra KoЯn si porta addosso, possiamo concludere con la consapevolezza che i ragazzi sono evidentemente al culmine delle loro forze sul palco! Ovviamente nella speranza che restino in formazione a cinque anche dopo questo tour!

Setlist

KoЯn:
Intro
1. Blind
2. Ball Tongue / It Takes Two / Lodi Dodi
3. Twist
4. Chi
5. Falling Away from Me
6. Narcissistic Cannibal
7. Dead Bodies Everywhere
8. Coming Undone (con intro di Open Up)
9. Did My Time
10. Shoots and Ladders / Somebody Someone
11. Here to Stay
12. Helmet in the Bush
13. No Place to Hide
14. Y’All Want a Single
15. Another Brick in the Wall pt. I., II. & III. / Goodbye Cruel World
—bis—
16. Get Up!
17. Got the Life
19. Freak on a Leash

Bullet For My Valentine:
O Fortuna (intro)
1. Breaking Point
2. Your Betrayal
3. Waking the Demon
4. Riot
5. 4 Words (To Choke Upon)
6. Suffocating Under Words of Sorrow (What Can I Do)
7. The Last Fight
8. Temper Temper
9. Scream Aim Fire
10. Tears Don’t Fall

Love And Death:
1. Paralyzed
2. Meltdown
3. I W8 4 U
4. Whip It
5. The Abandoning
6. Chemicals

Galleria fotografica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie