Il seguito e l’evoluzione di ipnosi aritmica e cuore (2013)
Autore: Sandi Sadar Šoba
Luogo: Hostel Celica, AKC Metelkova, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 30.07.2013
Numero di spettatori: 100
Prezzo del biglietto: ingresso gratuito
Dopo qualcosa di eccezionale come l’HISTeRIA di quest’anno, è del tutto naturale restare un bel po’ a fior di pelle, senza trovare sostituti abbastanza forti da riempire in un colpo solo, e per un bel pezzo, il vuoto nel cuore, nell’anima e nelle orecchie. E siccome sanno bene di essersi infilati sotto la pelle anche i musicisti e le musiciste di ogni genere che alla fiaba di Gračišče hanno dato, oltre al suono, anche volti, riconoscibilità, un nome e un’alta patina di qualità, un pezzetto dell’anima istriana andava portato anche oltre quel boschetto miracoloso, balsamo per anime doloranti, da qualche parte nell’Istria slovena. Dopo il festival nella mia testa ha cominciato a formarsi un grande quadro, un mosaico di impressioni, e tra le più imponenti, potenti, risonanti e belle c’era senza dubbio anche l’esibizione del duo di Lubiana formato da due chitarristi eccezionali, Aritmija, con un’ospite davvero speciale e straordinaria, Nika Solce. L’intreccio virtuoso di due chitarre acustiche, eppure incredibilmente incisive, spagnolo-balcaniche, jazz da ogni angolo del mondo, che sotto le mani di Tilen Stepišnik e Šemsudin Džopa alzano fino al cielo le fiamme di una passione ipnotica, e soprattutto la voce dolcissima di Nika – tutto questo aveva bisogno di un seguito per l’anima. Mi erano rimasti impressi i contorni nitidi del gioco sensuale di due chitarre che a ogni battuta evocano la magia di un mondo in miniatura, mentre nelle armonie dense si intreccia l’universo di associazioni del trio dei grandi, il virtuoso del flamenco Paco de Lucia, il mastermind del jazz John McLaughlin e il tecnico dalle dita fulminee Al di Meola, insieme alla voce eterea della vestale dei Balcani, la straordinaria Nika Solce. Visto che anche il tempo lo permetteva, stavolta ho rinunciato di proposito all’esplosione d’apertura del Trnfest, dove hanno lasciato il primo segno gli straordinari Demolition Group, per calibrare l’anima su frequenze più sottili. Inutile aggiungere che le aspettative erano alte.
E non solo le mie: il giardino della Celica era stracolmo e, oltre a musicisti e musiciste slovene di spicco, non mancava nemmeno una variopinta tavolozza di turisti da tutto il mondo. Lo ammetto, fino a poco tempo fa non seguivo la musica etnica in modo approfondito e non mi ritengo un grande conoscitore di questi ritmi e canti conditi di tradizione, eredità e ritmica antichissima, eppure sono diventato dipendente dalla risonanza della passione, dall’eco del passato e soprattutto dall’alto livello di esecuzione con cui ci hanno servito il piacere quel martedì sera. Senza grandi processioni né annunci, all’ora prevista si siedono sulle due sedie vuote Dino, testa rasata (accidenti, mi ricorda Satriani, penso), e accanto a lui Tilen, dai capelli scuri, che imbracciano le loro chitarre. Il primo tocco sulle corde e un arpeggio impeccabile tessono un fitto velo di Taira, con cui i due partono per una gita senza tempo lungo la Strada e innalzano un bellissimo obelisco dedicato agli artisti di strada. Un misto di flamenco, ritmica, frasi ripetute che richiamano alla memoria lo straordinario trio Paco De Lucia, John McLaughlin e Al Di Meola e il loro leggendario concerto acustico immortalato nel disco Friday Night In San Francisco … Sul palco però solo due giovani, molto dotati e devoti alla musica, che il ritmo e la melodia li vivono, li sentono, li lasciano uscire senza freni, mentre le corde d’acciaio delle loro chitarre elettro-acustiche sono soltanto il medium attraverso cui scagliano nel mondo i dardi della loro presenza ultraterrena, della loro virtuosità e della voglia di grandi esperimenti e salti nel vuoto. Il suono è eccezionale, meglio che al concerto a Gračišče, anche se a tratti si sente la tensione, il timore reverenziale verso il pubblico di Lubiana, che però ha ricevuto un’esecuzione tecnica quasi perfetta, ed era solo l’ouverture di una splendida serata. Davanti al microfono si fa avanti la delicatissima, eterea Nika Solce e ci porta sulle cime screpolate dello Šar planina. Raspukala Šar Planina è un brano tradizionale macedone che ricordavo, prima, in una veste sonora più mascherata dei Leb i sol, mentre stavolta, al posto del funky jazz, ci si avvicina alle radici. Il ritmo in 7/8, che con la sua splendida asimmetria slava evoca le cime dello Šar planina, è la scenografia a cui si attaccano bellissimi dettagli. Prima di tutto due chitarre raffinate, che non sono allegre come in certe versioni macedoni, ma io credo sia perfino meglio così, perché la storia dei tre pastori che si guadagnano il duro, spietato pane sulle cime di un monte crudo è più vicina a un lamento, a una supplica rivolta alla natura possente, e proprio questo Nika lo completa in modo davvero raffinato, appena frusciante e magicamente morbido.
Restiamo nel regno dell’oro, la danza in cerchio balcanica, anche dopo, perché il duo Aritmija con Nika esegue il brano tradizionale macedone Uči me majko, karaj me, su cui in passato hanno lasciato il segno anche le dita del grande Vlatko Stefanovski, e ora qui come strumento ancora più saporito si rivelano due chitarre acustiche, che abbelliscono ancora di più il ritmo, mentre gli scivolamenti melodici arrivano dritti al centro dell’anima e del cuore. Anche grazie alla voce delicata, discreta, sottilissima di Nika, rapita nella trance della fusione con l’anima dei Balcani. Fino all’ultima nota il pubblico paziente ripaga la straordinaria chimica sul palco con un applauso fragoroso, e Nika lascia il palco per un po’ ai maestri Tilen e Dino. La struggente bellezza acustica di Pri izviru evoca il gorgoglio perlaceo di una sorgente, a cui una giovane e splendida fanciulla tende la sua brocca di coccio e attinge con passione acqua fresca e pura, bagnata dalla luce del pigro sole del mattino. Ritmica lieve, immagini rallentate e due chitarre appassionate che suonano come se sul palco ci fossero almeno tre chitarristi, e alla metrica macedone gli Aritmija tornano con un’eccezionale rielaborazione chitarristica del brano di Dino Murtezani, Ples lastovk, a cui, nonostante l’assenza del flauto kosovaro presente nell’originale, non manca nulla. Poi di nuovo un po’ di atmosfera Al Di Meola e Paco de Lucia in un vagabondare d’autore per le distese iberiche con il brano pieno di temperamento En La Calle. Il vantaggio del duo Aritmija sugli accademici appesantiti dalla scuola è che i due ragazzi hanno in testa una gran base teorica, ma le dita e lo sviluppo dei brani non li dettano i cervelli, bensì due cuori così simili e al tempo stesso distinti. Oltre al flamenco, nello stesso brano compaiono così momenti di jazz, blues, anima gitana, Balcani, Spagna, contorni di Cordova, e liberi da prescrizioni formali e limiti i due chitarristi, con mano ferma ma non dura, murano nell’atmosfera serale mattoni di perfezione.
Nonostante la perfezione chitarristica, quella sera mi è piaciuta ancora di più la dolcezza vocale della terza protagonista di una serata ricca di storie. Okladi se momče i djevojče Tilen e Dino l’avevano eseguita bene in passato insieme ai Sedef, patiti di sevdah, stavolta però al posto della voce squillante di Maša Pašovič a colorarla di sfumature più balcanico-celtiche è la maga bionda Nika, e dopo la gita in Serbia con il brano Mesečina vivo una nuova rivelazione della bellezza dei Balcani, dove restiamo fino alla fine della serata estatica. Il brano macedone più vivace Bre Vodeničare, con la sua conta da oro, prepara il terreno per il sevdah sensuale di struggente bosnicità con Snijeg pade na behar na voće, al quale Nika e gli Aritmija soffiano un’anima ancora più sensuale di tante versioni sentite prima, e io penso alla sonora risonanza, passionale e genuinamente sincera del gruppo sentito di recente, Mostar Sevdah Reunion. Il sevdah è musica per amare, sentire, piangere, ridere, ballare ed estasiarsi, e a questo livello di perfezione dei donatori di sevdah di stavolta ci si dimentica della provenienza geografica degli artisti e si crede di essere stati teletrasportati nel cuore della Bosnia; come gran finale dalle casse spira ancora Moj dilbere, brano tradizionale bosniaco che confessa l’amore sincero per la vita, per Dio, per l’esistenza, e la voce di Nika accompagna in uno stato di totale rapimento l’intero pubblico della Celica, completamente devoto e consacrato alla musica.
Tutti carichi e pieni di impressioni, dopo il breve numero di una danzatrice dedicata al fuoco, con fiamme dal lontano Giappone, abbiamo ricevuto ancora un’offerta: sul palco salgono il violinista Vasilij Centrih dei Jararaja, la percussionista Malindi Morris, che avevamo avuto modo di sentire e percepire all’HISTeRIA durante l’esibizione dei Waziz, e i due Aritmija. Di lato si avvicinano al palco sia Nika sia l’eccezionale cantante Brina, e il viaggio nell’ignoto si chiude con una jam session straordinaria in un insieme cosmico. Piperkovo oro si toglie il vecchio abito da »Aritmija classica« e diventa spazio per suonare, modulare e abbandonarsi totalmente, da sciamani, al ritmo. Vasilij completa le due chitarre con il substrato d’anima dei Jararaja, mentre la voce di Brina vaga nell’ignoto con i versi di Sijaj sijaj sončece. Sussurro, fruscio di voci squillanti, ritmica e improvvisazione totale che suona come fosse studiatissima, si sviluppa in una direzione completamente nuova quando all’immagine macedone-slovena di una parte della metrica balcanica si aggiunge anche la vestale eterea Nika Solce. Dopo un nuovo bacio tra Penisola Iberica e Balcani posso dire con certezza che noi sloveni, a dispetto di tutte le velleità artefatte sulle radici venete, con l’essenza, il cuore e il differenziale dell’anima siamo legati a un lembo di terra panslavo, gitano, rapsodico, in ogni caso completamente non germanico. La morbidezza e il duetto di due cantanti ipnotiche, violino e chitarre riempiono le volte della Celica, e tempo e spazio diventano del tutto irrilevanti. I testi sono diventati oggetto di gioco, aggiunte, scalpellature, mentre ritmica e melodia sono spazio per una meditazione collettiva. Dopo la fusione perfetta della danza d’apertura il mio tempo purtroppo scade, per via di impegni, e devo lasciare la Celica, che soccombeva al nuovo dettato della perfezione. Ma da quello che sono riuscito a sentire, percepire e vedere, la serata è stata vicinissima alla vera magia di Gračišče, che ero andato a cercare. Il cuore ha avuto una buona dose di pace, e il contatto perfetto tra Balcani e Penisola Iberica, di cui avevo già scritto in passato, diventa il nuovo mondo in cui torno volentieri. Comincio a credere che il flirt magico nel bosco di Gračišče sia diventato amore per la vita. Anche grazie alla naturalezza, all’eccezionalità e alla brillante chimica tra gli Aritmija e la meditativa, assuefacente Nika Solce.
Scaletta
1. Taira
2. Šar planina
3. Uči me majko karaj me
4. Pri izviru
5. Ples lastovk
6. En la calle
7. Okladi se momče i djevojče
8. Mesečina
9. Bre vodeničare
10. Snijeg pade na behar na voće
11. Dilbere
JAM SESSION:
1. Piperkovo oro
2. Ne si go prodavat koljo
3. Bal canis
4. Beli grad
Galleria fotografica


















