Un’ottima dose di «indie rock canadese» a completare la settimana del Trnfest (2013)
Luogo: KUD France Prešeren, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 24/08/2013
Numero di spettatori: 200 – 300
Prezzo del biglietto: ingresso gratuito
Con l’indie rock sono sempre cauto, perché nel mare di nomi c’è un sacco di bluffatori, ciarlatani e piazzisti tiepidi di suoni tutt’altro che sconvolgenti. Quando si parla della nostra scena sotto le Alpi, tra i soliti esperimenti hipster senza una vera essenza la voglia di approfondire si spegne così spesso, e così presto, da sola; da questa ricetta dell’autodistruzione, nel mio raggio d’ascolto di questo genere di musica, è sfuggita più che brillantemente una band che fino a poco tempo fa era il progetto di una sola persona, ma che sa guardare anche oltre i confini della nostra patria troppo stretta e limitata. Parlo ovviamente della sensazione indie di Lubiana (più precisamente della Slovenia centrale), The Toronto Drug Bust, per cui la prima spinta ad approfondire è venuta dalla mia metà astrale, la mia dama del cuore, che dopo avermi iniziato al mondo degli eccezionali Moonlight Sky mi ha fatto conoscere anche il talentuoso e versatile Izak Košir. Quest’ultimo era stato anche il primo cantante dei Moonlight Sky, e visto che so che loro puntano solo sulla qualità e mai sulle mezze misure, ero sicuro che anche tuffarmi nel dischetto uscito nel 2010, Enfant Terrible, sarebbe stato tutt’altro che una perdita di tempo. L’ascolto empirico-sperimentale si è rivelato un successo, ma nella band sentivo la mancanza di qualcosa in più – una tavolozza di membri validi che riflettesse qualcosa di più delle ambizioni e della voglia di dimostrare di una persona sola; poco tempo fa, poi, a far ripartire la storia come speravo è arrivata la notizia che i The Toronto Drug Bust sono ormai una band solida e a organico pieno, e il sogno di un uomo solo è diventato il sogno e l’occasione per ampliare il ventaglio musicale, stavolta grazie alla coscienza collettiva di cinque giovani talenti. I concerti all’estero hanno fatto addirittura più rumore delle passeggiate sui palchi di casa; se gli elogi siano davvero meritati ho deciso di verificarlo con le mie orecchie, al Trnfest di quest’anno, che stavolta pare sia proprio davvero l’ultimo.
Davanti al KUD France Prešeren mi sono avviato nonostante le nuvole grigio piombo che promettevano una serata depressiva incoronata da una bella scarica di pioggia, ma ho ignorato apposta le sottili minacce delle intemperie e ho occupato le prime file sotto il palco, dove ad aspettare c’erano batteria retro e amplificatori retro, e io, in mezzo a una gioventù amante del look retro, attendevo la rivelazione live del Trnfest di quest’anno. Poco prima delle nove salgono sul palco il sorridente portabandiera della firma sonora Fender, Vid Polončič Ruparčič, che si mette a tracolla la Telecaster e si pianta davanti all’amplificatore del suo Fender Twin Reverb. Sul lato opposto lo completa il capellone amante delle Stratocaster abbinate alle valvole Marshall, Tamir Gostiša. Accanto arriva Nejc Kržič alias Nietzsche con il basso jazz rosa a tracolla, e dietro la batteria argentata si siede Dorian Granda. Per ultimo sale sul palco il cantante di bassa statura e dalla voce inconfondibile, Izak Košir. »Trnfest – stavolta pare l’ultima volta? Peccato! Allora cominciamo!« è stato il viatico per il salto nell’ignoto. Le salve d’apertura sono quelle del brano Kids, scritto in origine dai portabandiera della moderna evasione psichedelica di data un po’ più recente, gli americani MGMT. I The Toronto Drug Bust suonano fin dal primo accordo delle due chitarre indie rock da ballo pieni e sicuri, come se l’inno melodioso sul crescere e sulle paure giovanili l’avessero scritto loro. Gli occhi socchiusi del giovane cantante testimoniano che riserve non ce ne sono e non ce ne saranno, e con la danza equilibrata di tutti gli elementi si conferma la prima parte delle voci: i ragazzi sono davvero votati alla qualità totale e al gioco succoso di elementi forse all’inizio apparentemente stereotipati, che però nelle mani della soldataglia stavolta slovena risultano tutto fuorché ciarlataneschi o scemi. Il ballo nelle prime linee di battaglia e le graziose ragazzine sotto i vent’anni hanno attirato più vicino al palco anche gli scettici, che, in maglietta nera di band più robuste, hanno deciso di andare a vedere cosa ci fosse di così magnetico lassù.
Si prosegue con una propria coppia di accordi e di magia, con il pezzo Gimme Your Love, e il giovane quintetto continua con un miscuglio più sfrontato di Iggy Pop, White Stripes e Rolling Stones nello stesso pacchetto. L’amore per i vecchi alfieri del filone britannico più sporco, del blues-rock, per i vecchietti col pedigree di bellezza eccessiva e sfacciata, di semplicità e rock purosangue, per i Rolling Stones, trasuda da ogni accordo, e anche dallo stesso nome della band, che richiama una storia vecchia di più di 30 anni sull’arresto a Toronto dell’incorreggibile enfant terrible del rock Keith Richards per »assurdi, pesantissimi 22 grammi di eroina«. La presenza carismatica del giovane Izak riflette il fatto che il ragazzo sa perché è sul palco e sa anche come si servono le cose – almeno per quanto riguarda canto e performance sicuri. Il flirt scenico col microfono è accompagnato da salti, gambe sensualmente sollevate e dalla sicurezza di tutti i membri di una formazione ben rodata; meno impressionano e convincono, forse, i discorsi al pubblico troppo tirati per le lunghe, con le solite domande riproposte, tipo: »State bene? Era bello? Il Trnfest quest’anno pare l’ultimo, no?«. »Talk less, play more!« mi ripeto come un mantra in testa, mentre aspetto con ansia il seguito. Il vecchiotto e pop-eggiante Rated B1 semina nel pubblico un nuovo seme di positività, e la voce di Košir, a tratti troppo debole, viene ben completata dal falsetto acuto del furbo Vid, che nel gioco dei ruoli sul palco si divertiva chiaramente. Un po’ più di scioltezza e divertimento mi è mancato sul lato destro del palco, dove il Nietzsche un po’ teso e, all’inizio, il Tamir all’apparenza piuttosto riservato si sono spartiti in modo molto puritano quei pochi palmi di palco. Una riserva di movimento, sia chiaro, non si avvertiva affatto nell’immagine sonora, che dominava il quartiere attorno alla magica chiesa di Trnovo. La versione tagliente dell’hit degli Arctic Monkeys Teddy Picker dimostra che nel repertorio della giovane band di Lubiana c’è qualcosa di più di un elenco di hit logori e dischetti che servono solo a dimostrare un allineamento ortodosso alle correnti universalmente accettate e incensate da Radio Express e simili silos di musica sdolcinata ben compostata e messa a forza di like su Facebook, per quei momenti in cui serve un po’ di lubrificante. Il cinismo sotto la superficie è parecchio, e c’è anche più musicalità potente di quella a cui sei abituato con i musicisti dello stesso filone; eppure per tutto il concerto non sono riuscito a scrollarmi di dosso la sensazione che in questa performance pur curata ci fosse più artefatto, più studio di ogni movimento e di passeggiate coreografiche sul palco che scioltezza e naturalezza, che avrebbero reso l’esperienza ancora più autentica. Poi c’è la parte piuttosto consistente, anzi la parte del leone, delle cover, in cui il boccone musicale concreto comunque funziona. Dopo il pop artico, ghiacciato, è seguita la passeggiata sulla via principale dei già citati Rolling Stones: al posto della voce più ruvida con cui Mick canta così possentemente sull’album Exile On Main Street, l’interpretazione di Ventilator Blues di Izak è incisiva, sì, ma più morbida e, purtroppo, meno audace dell’originale. Sotto la superficie semplice, ben lucidata e sfrondata di ogni fronzolo inutile, si sente però ancora la vera anima di una concreta ribellione rock, e oltre al cuore ritmico vivo, vitale e dinamico della musica, all’ascolto risultano soddisfatti tutti gli standard di qualità per cui il piede parte da solo a battere il tempo, e poco dopo vi si unisce facilmente anche la danza inconscia di tutto il corpo. Poi è venuto un passaggio un po’ più ampio di melodie autoctone dei Toronto Drug Bust, aperto dalla ballata malinconica Emerald Green, che con un profilo risonante, prevedibile ma non meno piacevole, si dedica al tema dell’infelice amore adolescenziale, ma che con il bellissimo pianto delle due chitarre succose acquista parecchia profondità e un tocco di Jack Black dei fantastici White Stripes; dopo un breve interludio di quiete segue una versione più ruvida e amplificata del brano Cigar Superstar, con cui i TDB dimostrano che in questi pochi anni sono cresciuti fino a diventare una band molto concreta e organicamente unita, composta da cinque individui distinti con un unico sistema nervoso, una mente e un cuore. Dopo l’incursione in acque quasi alla Neil Young arriva la prova chiara che nel sacco ci sono ancora un paio di semi più potenti. The Best Of Me è un prestito di accordi maledettamente coerente dalla grande mamma Big Foot Mama e dal loro brano Nova pravila, penso subito; ma, nonostante tutte le associazioni, l’insieme di questa esplosione di ormoni un po’ trattenuta e di indie rock essenziale è eseguito correttamente. Preferisco di gran lunga puntare su estratti più diretti e incisivi come il compatto brano If You Were Mine, di cui ci si innamora davvero al primo ascolto, perché nell’incantesimo semplificato, che promette fisicità totale, c’è la giusta dose di oscurità e di sinistra indeterminatezza, e nelle orecchie ti si riversano di continuo ondate di distorsione ben pensate, suspense e qualità sopra la media. Il bel collage sonoro i ragazzi lo adornano poi con una novità che, spero, promette un nuovo album. Doggy Style è un conglomerato potente di bellezza d’altri tempi e di filosofia semplice dell’abbandonarsi al richiamo del cuore, e il punto d’arrivo evocato è la ciliegina sulla torta dei Cream, un grido al tocco degli arcobaleni d’amore con i riff di Sunshine Of Your Love. Plagio o semplice prestito in buona fede, si chiederà forse qualcuno tra gli ascoltatori più preparati, che tra l’altro hanno seguito anche il duro regolamento di conti scritto dal giovane Košir contro tutti i prestatori e plagiatori sotto le Alpi. Io stavolta rinuncio consapevolmente a questa disputa e ascolto piuttosto la cover ben curata dei Franz Ferdinand e del loro hit ormai preistorico del 2004, il brano d’urto Take Me Out, mentre la parte conclusiva del set regolare i ragazzi la coronano con un pezzo intitolato proprio a proposito, Death Of Romance, dopo il quale, per l’uscita troppo anticipata dal palco, su richiesta e ordine degli organizzatori seguono ancora due supplementari punitivi, preceduti da auguri collettivi e dalla canzone di compleanno del pubblico per il giovane cantante, che proprio il giorno dell’esibizione al Trnfest festeggiava il compleanno. Dopo un siparietto un po’ comico con finte minacce al giovane Vid, che aveva svelato anche al pubblico il segreto dell’invecchiamento di Izak e dello spostamento delle lancette dell’orologio della vita di un anno in avanti, è seguito il proseguimento musicale. Prima dagli altoparlanti soffia una discreta versione di Tighten Up, colpa prima di tutto dei The Black Keys, e dopo il richiamo e la prova di una vera grande tendenza a gravitare di nuovo verso l’amore, il treno dell’indie rock, invasivo e penetrato fin sotto la pelle, di piacere spensierato e cuore, si ferma con una dedica a tutti i damerini, ai dandy e agli amanti del bello, con il brano The Dandy Song.
Un insieme ben chiuso di svolte dinamiche e di uno spettacolo indie rock compiuto merita senz’altro un elogio del tutto sincero. Per lo spettacolo visto stavolta meritano senz’altro un applauso sincero e un elogio. Bravi, ragazzi! Avete superato le mie aspettative altissime e mi avete convinto che i miracoli sono possibili anche nelle acque dell’indie rock sloveno. La band funziona, almeno sul piano sonoro, in modo complessivo e ben coeso, e l’armonia organica del collettivo spero che presto la si senta incapsulata anche in un qualche seguito di qualità, in un upgrade dell’esordio in studio. Toronto Drug Bust sono un prodotto d’esportazione di qualità, perché con una pronuncia per niente slovena di testi edonistici anglosassoni, di impronta filo-americana, promettono che l’onda slovena dell’incantesimo indie, con un leggero ritardo, schizzerà oltre i confini della nostra patria troppo stretta e troppo ermeticamente chiusa. La musica è di qualità, mentre lo spettacolo di ginnastica sul palco, di sollevamenti di gambe e di passeggiate da sinistra a destra, comprese le arrampicate immaginarie sulle casse, chiede un po’ meno ossessione per l’aspetto e un abbandono vero agli impulsi più spontanei che la musica stessa può far scattare in una persona (o magari no). Ci sarebbe bisogno di rifinire anche il dialogo del frontman con il pubblico: l’interazione c’era, e parecchia, ma era ingenua, non in sintonia con la materia musicale, e il tastare superficiale del polso del pubblico io lo scambierei volentieri con un pizzico di mistero in più, che attirava come un magnete in nomi come White Stripes e simili eccentrici di qualità del rock moderno. Meno è più, e spero comunque che i ragazzi restino anche in futuro sulla buona strada della musica di qualità. Di quella, in fondo, non ce n’è mai troppa.
Scaletta
1. Kids (MGMT cover)
2. Gimme Your Love
3. Rated B1
4. Teddy Picker (Arctic Monkeys cover)
5. Ventilator Blues (Rolling Stones cover)
6. Emerald Green
7. Cigar Superstar
8. The Best of Me
9. If You Were Mine
10. Doggy Style
11. Take Me Out (Franz Ferdinand cover)
12. The Death of Romance
BIS:
13. Tighten Up (the Black Keys cover)
14. The Dandy Song
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