La leggenda vivente del rock gospel e la sua lezione sugli angoli più repressi dell’anima (2013)
Luogo: Hala Tivoli
Data del concerto: 25.11.2013
Numero di spettatori: 4000
Prezzo del biglietto: 39€
Già alle sette di sera la Hala Tivoli ribolliva di macchine e di gente che ciondolava incerta all’ingresso: un pubblico di tutte le età. Piano piano, tra il pigro rituale del controllo biglietti, ci siamo già sistemati sulle tribune a destra del palco. Il posto non è proprio l’ideale per un evento così, soprattutto per la scomoda disposizione del palco, con l’impianto aggiuntivo, la postazione mixer e quella delle luci che si mangiano un buon quarto dell’area. Mentre la sala si riempiva, sul palco è salita la prima artista della serata.
Shilpa Ray si è presentata senza la sua band (Her Happy Hookers); senza troppe cerimonie Ray ha aperto la serata, da sola col suo armonium. Una simbiosi un po’ goffa tra cabaret ansiogeno e testi decisamente fuori dal comune (…teach me how to masturbate) che purtroppo si perdeva nel chiacchiericcio del pubblico. Shilpa Ray (Brooklyn, New York) è stata un ottimo aperitivo per quello che sarebbe arrivato dopo. Il timbro della voce a tratti si avvicina alla raucedine di Mossheart (The Kills), anche se senza la solidità di una band alle spalle resta vuota e sfuggente. La combinazione di testi e atmosfere di base, con un piacevole volume generale, ha fatto girare per la sala il suo valzer decadente e moderno per circa 45 minuti.
Senza troppi fronzoli Shilpa Ray ha lasciato il palco e l’ha ceduto ai tecnici, che si sono messi subito a preparare palco e strumenti. Dopo un rapido controllo di equipaggiamento e impianto, il Tivoli si è oscurato e sul palco sono arrivati i Bad Seeds, seguiti, tra un applauso fragoroso, da Nick Cave.
Fin dall’inizio del concerto la band ha servito al pubblico una forte dose di saturazione emotiva. La straordinaria presenza scenica di Cave e il suo guidare la folla quasi da predicatore sono andati solo crescendo con We No Who U R e poi con Red Right Hand, un’oscura esplorazione blues. Il pubblico, in un’atmosfera quasi da gospel, mangiava letteralmente dalle mani del maestro della poesia rock; e lo ha anche portato in braccio. Da questo punto di vista il concerto è stato estremamente intimo: Cave ha passato buona parte dello show tra le mani della folla, commentando anche il continuo fotografare del pubblico. Eppure il concerto è andato avanti, senza grossi intoppi e con energia, dalle iniziali Jubille Street e Tupelo a Mermaids, poi The Weeping Song e l’ansiogena From Her to Eternity. Dopo la sbornia mistica iniziale e le follie di Ellis (l’archetto del violino volava ovunque per il palco) è arrivata una sequenza dinamicamente più morbida: People Ain’t No Good, Love Letter e Into My Arms, i cui versi, nella veste pianistica di Cave, sono stati cantati in coro da una folla sognante e assente. Il lato più sensuale e intimo della creatività di Cave è stato più che benvenuto. Dopo una breve pausa dinamica la band ha rilanciato la serata a tutto vapore. Ovviamente non sono mancate le improvvisazioni e le birichinate di Cave; Higgs Bozon Blues il poeta l’ha trasformata in una domanda retorica satirica sull’integrità musicale di Cyrus. Push the Sky Away, dopo i più recenti innesti nel repertorio della serata, ha chiuso la parte ufficiale tra i richiami instancabili della folla. Dopo un po’ di fischi, la band è tornata sul palco e, in un ultimo trance, ha aggiunto God Is in My House, Deanna e Papa Won’t Leave You Henry. Su richiesta del pubblico la serata si è chiusa con Stranger Than Kindness.
Il concerto di ieri è stato uno dei migliori dell’ultimo anno; in un’ora e mezza la leggenda vivente del rock gospel ha predicato tutte quelle lezioni sugli angoli nascosti dell’anima e su come accoglierli, anziché spegnerli. Il Tivoli, accompagnato dalla band e dalla voce tonante di Cave, è affogato in un’esperienza mistico-malinconica di cui tocco, odore e sensazione restano ancora addosso.
Scaletta
1. We No Who U R
—bis—
16. God Is in the House
17. Deanna
18. Stranger Than Kindness
19. Papa Won’t Leave You, Henry