Steven Seagal con i suoi blues bandit mette sotto assedio la Cvetličarna (2014)
Autore: Peter Podbrežnik
Luogo: Lubiana / Cvetličarna / Slovenia
Data del concerto: 23.06.2014
Numero di spettatori: 1000
Prezzo del biglietto: 30 €
Steven Seagal, leggenda dell’action hollywoodiano (ultimamente per lo più di serie B), maestro dell’arte marziale giapponese di autodifesa aikido (settimo dan), attivista ecologista, vice sceriffo, star di un reality tutto suo e grande amico dell’autocrate russo Vladimir Putin, è anche un bluesman sorprendentemente dotato, che ha preso in mano una chitarra per la prima volta ancora prima di decidersi per la carriera di attore. Ha pure un suo lato buffo il fatto che la maggior parte dei fan della sua filmografia, da noi, fino alla sua visita alla Cvetličarna, dove lunedì si è presentato con la sua blues band, non avesse la minima idea che il codino più famoso di Hollywood avesse già registrato due album in studio, »Songs From the Crystal Cave« (2005), in cui ha collaborato con Stevie Wonder, e »Mojo Priest« (2006), che nel complesso non sono affatto brutti come qualcuno potrebbe pensare; il terzo album in studio, poi, è già in cantiere e dovrebbe uscire a breve.
Per la sua visione musicale il signor Seagal attinge soprattutto al delta blues del Sud, che ogni tanto condisce con spruzzate di boogie, country e soul, e nei suoi live, grazie a una band eclettica con parecchi chilometri sulle spalle, fa in modo che non ci si annoi mai. La risposta alla visita di Steven, a giudicare dal pubblico, ha superato ogni aspettativa: la Cvetličarna era piena zeppa di fan dell’icona del cinema, vecchi e giovani, alcuni dei quali non erano nemmeno nati quando lui spadroneggiava in Under Siege (entrambi i capitoli) e On Deadly Ground, con ogni probabilità i suoi traguardi cinematografici più noti e apprezzati. Erano pochi quelli venuti al concerto anche per il suo percorso musicale, ma qualche esemplare solitario in mezzo al pubblico c’era, e non mancavano nemmeno parecchi croati, quindi l’interesse per l’esibizione di Seagal a Lubiana è stato davvero grande.
La band di Steven, lui compreso, contava ben dieci musicisti: due chitarristi, tastierista, batterista, bassista, violinista e per finire tre coriste. Già la sola presenza di tastiere e violino annunciava una versione un po’ più eclettica del blues e la voglia di Steven di riempire al massimo il suono intorno a sé (e magari di coprire qualche eventuale scivolone). Per sicurezza, in formazione c’erano, Steven compreso, ben tre chitarre, anche se uno dei chitarristi, il canadese Redd Volkaert, era del tutto superfluo; tutti e tre, però, oltre a una bella varietà di accordi e a qualche trovata d’improvvisazione, ci hanno intrattenuti con le loro presenze carismatiche, da ‘film’. Tra i chitarristi quella sera spiccava senza dubbio Big Bill Morganfield, figlio della leggenda del blues Muddy Waters, che con le sue variazioni alla chitarra, i suoi interventi vocali e l’intera performance sul palco ha quasi messo in ombra lo stesso Seagal, anche se quest’ultimo, già solo con la sua presenza scenica, ha fatto la parte del leone nell’alzare l’atmosfera del concerto.
Prima del concerto al basso era stato annunciato il maestro del fusion Ernest Tibbs, ma quella sera, per motivi ignoti, non s’è visto: il suo sostituto dell’ultimo minuto ha comunque fatto un lavoro decoroso. Il bello, però, è che dopo i primi dieci minuti, quando la band aveva già dato il via a una jam collettiva partendo dal brano d’apertura »Bad Blood«, dove alla voce principale si era messo in luce il tastierista, di Steven sul palco non c’era ancora traccia. Il suo arrivo era già stato annunciato due volte, ma il gigante con cui negli anni Novanta del secolo scorso non era proprio il caso di scherzare non si faceva vedere, e i fan cominciavano a diventare visibilmente nervosi.
Il sensei barbuto, che negli ultimi anni tra cibo e alcol ha messo su una discreta quantità di chili, è comparso alla fine nel bel mezzo di una jam blues tirata per le lunghe, e sotto il palco è scoppiato un putiferio, come se qualcuno avesse lanciato una pagnotta in mezzo a uno stormo di piccioni; poi si è buttato la chitarra a tracolla. Va detto che il signor Seagal, dopo tutti questi anni di esercizio costante e tanti concerti, non è affatto un analfabeta della chitarra, e così tutti gli amanti del blues eclettico hanno potuto sentire da parte sua anche qualche succoso assolo. Piuttosto fastidioso, invece, il fatto che durante il suo tipico canto a bassa intonazione, per altro ideale per il suo tipo di blues, quasi non lo si sentisse: i tecnici del suono non hanno fatto il loro lavoro come si deve, e non è che il problema riguardasse solo il microfono di Steven. Anche le tre belle coriste non si sentivano praticamente mai per tutto il concerto, ma non è stata una catastrofe, visto che almeno la metà maschile del pubblico era decisamente più attenta al loro ancheggiare sensuale. La vista delle graziose ragazze era ogni tanto coperta dal violinista Shad Cobb, anche lui non accordato come si deve e sempre relegato in ‘secondo piano’. Il brano »Aligator Ass« Steven l’ha presentato come frutto del suo entusiasmo per il blues tradizionale delle paludi della Louisiana, mentre durante »Boggie Man« ha svelato anche la sua simpatia per i ritmi boogie.
Per molti di quelli che conoscono più da vicino le imprese musicali di Steven, uno dei momenti clou del concerto è stata l’interpretazione carica di emozione della ballad »My God«, mentre durante la versione scatenata del classico blues »I’m a King Bee« la compagnia di Steven ha reso omaggio alla versione del padre di Morganfield, cioè Muddy Waters. Steven non sarebbe il grande attivista per la pace e l’ambiente che giura sulle parole del Dalai Lama se prima di »My God« non avesse ricordato ai presenti quanto siano importanti la convivenza e la parità tra tutte le religioni: un messaggio davvero bello e ammirevole, anche se un altro paio di maniche è capire quanto lui stesso si attenga davvero a questi principi nella vita di tutti i giorni. Per il resto, quella sera la musica è rimasta sempre in ‘primo piano’, e il gigante gentile e pacato non ha stancato il pubblico senza motivo con il tipico moralismo americano o con eventuali siparietti comici, che non gli si addicono per niente e che qualcuno temeva. Quasi a ogni brano il signor Seagal cambiava modello di chitarra, un lusso che con i suoi soldi può benissimo permettersi, anche se a qualcuno è sembrato un filo di cattivo gusto, visto che non si tratta di un grande maestro tecnico né di un eroe della sei corde che potrebbe vantarsi a ragione e a buon diritto della sua collezione.
Nel bis Steven e compagni hanno suonato »B.B.Q.«, allungandola con una jam intensa, anche se al capo barbuto, che non ha mollato nemmeno un attimo nel tessere i suoi brevi spunti di improvvisazione, le forze stavano ormai venendo meno, tanto che a fine pezzo ha dovuto inchinarsi più volte e appoggiarsi alle ginocchia. Il peso degli anni e dei chili può essere una brutta bestia, e non è saggio esagerare. Il concerto della blues band di Steven era così finito dopo nemmeno un’ora e mezza, perché il signor Seagal, nonostante lo stile di vita dichiaratamente sano, sembrava già bello stremato, e alla fine ha solo ringraziato i suoi fedeli seguaci per tutto il supporto e, scortato dalla band, se l’è svignata alla svelta dal palco, dove, nonostante l’esibizione breve, si è lasciato alle spalle buone vibrazioni.
Non capita spesso che sui palchi di casa nostra sbuchi un’icona dei film d’azione che è anche un blues musician più che dignitoso, come nel caso di Steven Seagal. Oggi a sentire il suo nome molti sorridono con aria indulgente e liquidano la cosa con una scrollata di spalle, ma quella sera l’attore di culto ha dimostrato a tutti i presenti che, insieme alla sua band (a cui vanno un sacco di complimenti per l’ottimo lavoro), respira e vive per la sua musica sul serio. Andare al concerto di Steven è stata quindi, nonostante qualche sbavatura con l’impianto audio di cui sopra, un’esperienza piacevolissima dal punto di vista dell’atmosfera, che resterà a lungo nei bei ricordi. Quanto a tutti quelli che pensavano che questo sarebbe stato il primo concerto alla Cvetličarna a non richiedere il servizio d’ordine, stavolta hanno perso la scommessa.
Scaletta
1. Bad Blood
2. Love Doctor
3. Aligator Ass
4. Talk to My Ass
5. Boggie Man
6. My God
7. Route 23
8. King Bee
9. Dark Angel
—bis—
10. B.B.Q.
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