“Let the Metal Flow” (2014)!

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Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad
Video: Primož Novak

Luogo: Kino Šiška, Lubiana
Data del concerto: 24.06.2014

Prima cosa: quelli che abbiamo visto alla Šiška meno di una settimana fa non erano i Death. Una band di culto, una delle formazioni metal più importanti e influenti di tutti i tempi, semplicemente non può esistere senza Chuck Schuldiner. Senza il suo influsso il death metal oggi suonerebbe probabilmente diverso, anche se lui si è sempre schernito di fronte a questo status. In ogni caso non c’è dubbio che, se non è proprio il »fondatore« del movimento death metal, è di sicuro uno dei primissimi a dargli vita (hehe) e una delle figure più grandi e rispettate del genere. Seconda cosa: Death (DTA) è prima di tutto un progetto che celebra l’eredità immortale di Chuck: ci sono coinvolti membri originali e Eric Greif, manager storico della band (a breve online anche un’intervista con lui), il progetto è sostenuto dalla famiglia Schuldiner e una parte degli incassi va all’organizzazione Sweet Relief, che negli USA aiuta i musicisti malati che, a causa del sistema sanitario americano, non possono permettersi le cure (e che ha aiutato anche Chuck). Ma prima di tutto parla la musica, che nel caso dei Death, in tutta la sua grandezza, parla da sola. E il logo dei Death rosso sangue appeso in sala dava la sensazione di qualcosa di speciale, attraverso cui vive lo spirito di Chuck Schuldiner.  

A salire sul palco per primi sono stati i leggendari Gorguts, formazione canadese di technical death metal, che per molti era almeno un motivo di richiamo pari ai headliner della serata. E i Gorguts hanno più che ripagato le aspettative altissime! I veterani canadesi guidati dall’inarrestabile Luc Lemay negli anni Novanta hanno sfornato un disco dopo l’altro, album che oggi sono considerati le fondamenta del death metal tecnico, persino d’avanguardia, per poi fermarsi nel 2005 dopo il suicidio del batterista Steve MacDonald. Ma la pausa non è durata granché: Lemay ha presto rimesso in moto gli ingranaggi della band, e l’inarrestabile macchina Gorguts l’anno scorso ha pubblicato un ottimo album di ritorno, incredibilmente potente (per convinzione sicuramente al livello del ritorno dei Carcass con Surgical Steel), Colored Sands. I canadesi si erano già esibiti al Metalcamp due anni fa, prima dell’uscita del nuovo disco, ma nonostante un’esibizione convincente erano rimasti un po’ sotto il radar. Stavolta non succederà di sicuro. I Gorguts hanno salutato la sala già bella piena con i movimenti tellurici di Colored Sands, nella prima metà di un set di una buona ora (finalmente, per una band di questo calibro, anche se di supporto, un tempo adeguato!). Già i primissimi suoni hanno chiarito che ci aspettava solo il rumore di ossa macinate da un death metal sperimentale come pochi; i riff psicotici di Lemay, che nella loro fase più audace toccano momenti quasi psichedelici di dissonanza ultraterrena, gli assoli atonali che prendono ispirazione da compositori classici come Šostakovič, Penderecki e Bartok, le voci brutali e una batteria disumanamente complessa, che il fenomenale Patrice Hamelin (Quo Vadis, ex-Martyr, Cephalic Carnage e Beneath the Massacre) ha suonato con una leggerezza da piuma, hanno seppellito la sala come sabbia. Come la sabbia, tema centrale di Colored Sands, come i mandala tibetani, splendide creazioni geometriche che i monaci buddisti realizzano con la sabbia. E che, una volta finite, distruggono in modo rituale. Se la dottrina buddista lo vede come simbolo del passaggio dalla vita materiale a quella spirituale, può essere anche un parallelo per i Gorguts, che con i loro elementi rifiniti fin nei minimi dettagli vanno oltre l’essere puramente materiale della musica. I Gorguts hanno chiuso il set con il tris di classici devastanti Nostalgia, Inverted e Obscura, e anche se è vero che la loro visione della musica per orecchie, terminazioni nervose e cervello non è proprio il boccone più facile da mandare giù, quello che hanno mostrato alla Šiška è stata la perfezione totale del death metal tecnico.

Non ricordo quando da noi un concerto di metal estremo abbia avuto per l’ultima volta un’affluenza così buona, e questa è solo la prova di quanto potente e immortale sia l’eredità lasciata da Chuck Schuldiner dopo la sua morte prematura nel 2001. Le generazioni un po’ più giovani non hanno mai avuto occasione di vedere i Death dal vivo nella loro unica vera formazione, quindi i DTA sono l’unica possibilità di rivivere dal vivo la grandezza di un genio della musica. L’incarnazione attuale del progetto include tre quarti della formazione che con Chuck registrò lo storico album Human (1991), con cui i Death iniziarono davvero il loro cammino di death metal progressivo – Steve DiGiorgio (basso; Testament, Sadus), Paul Masvidal (chitarra; Cynic) e Sean Reinert (batteria; Cynic), mentre nelle enormi scarpe di Chuck è entrato con rispetto Max Phelps (Cynic, Exist). Come si addice a una formazione così, ci hanno accolti con l’apripista di Human, Flattening of Emotions, il pezzo che ventitré anni fa mostrò i Death sotto una luce nuova, quella che avrebbe segnato il cammino del gruppo fino alla fine – strutture più complesse, approcci avanzati, ritmi vari, melodie brillanti e testi più ponderati, di critica sociale e introspettivi. Flattening of Emotions ha avvolto il pubblico, rumoroso, carico e fedele, nella nuvola di pensieri di uno schizofrenico paranoico, ma ha anche mostrato i primi pregi e difetti della band. A rivelarsi fantastico è stato proprio Phelps, che aveva senz’altro il ruolo più difficile, ma l’ha portato a casa con un’ottima performance alla chitarra e un canto ancora migliore (con qualche urlo davvero di primo livello), e per di più, con la sua BC Rich Stealth, la sua silhouette a tratti somigliava in modo inquietante a Chuck. Con l’aiuto dell’energico DiGiorgio (calzato di pantofole, hehe), le cui linee di basso e il modo di far scorrere le dita sul fretless facevano di nuovo rizzare i peli, insieme a Phelps ha coperto con discreto successo le troppe sbavature del duo dei Cynic. Masvidal, o meglio la sua chitarra, era afflitto da evidenti problemi tecnici (era faticoso anche guardarlo saltellare per il palco), mentre ha deluso del tutto uno dei più grandi nomi della batteria nel metal. Un Reinert visibilmente invecchiato dietro le pelli sembrava una nonnina e gran parte dei pezzi li ha suonati senza un briciolo di energia e sensibilmente più lento che nell’originale.

Nella prima parte del concerto, nonostante le stecche che musicisti del calibro di Reinert e Masvidal davvero non dovrebbero permettersi, i brividi sono arrivati lo stesso: con l’»inno« ai lebbrosi Leprosy, con riff massicci e le voci brutali di Phelps, con la rullante Left to Die, con la sua batteria cupa-cupa e un testo urlato alla grande su un soldato in agonia, con uno dei brani più noti dei Death, Suicide Machine, dal testo splendido sull’eutanasia (»How easy it is to deny the pain of someone else’s suffering«), con un intreccio geniale di chitarre sinistre e linee di basso spezzate di DiGiorgio, e con il duetto formato da Spiritual Healing, titolo che è una critica ai predicatori evangelici americani che inculcano le proprie idee a pecore senza opinioni e in nome di Dio fanno loro il lavaggio del cervello (il ritornello esplosivo è suonato fantastico!), e da Within the Mind, durante la quale il pubblico è impazzito già nell’immortale riffing d’apertura e poi ancora durante l’assolo orgasmico. La prima parte del concerto è stata chiusa idealmente dall’EP strumentale Cosmic Sea, dopo il quale è calato il telone ed è partito un video commovente in omaggio al leader scomparso della band, durante il quale in sala sono risuonati gli urlI e i cori del nome di Schuldiner. La parte migliore del concerto è stata probabilmente proprio quella centrale, quando dietro la batteria al posto di Reinert (che nel frattempo era andato probabilmente a mangiarsi un Whopper quadruplo) si è seduto Hannes Grossman (Obscura), e del batterista assonnato di prima non c’era più traccia: il drumming di Grossman era preciso, energico e una vera bomba, soprattutto perché i ragazzi si sono lanciati nel fenomenale trittico Crystal Mountain, Spirit Crusher e Symbolic, urlato alla grande al posto di Phelps da un altro degli Obscura, Steffen Kummerer (anche se Symbolic all’inizio l’ha combinata proprio grossa).  Con il »gore fest« del duo insanguinato Zombie Ritual e Baptized in Blood i ragazzi ci hanno riportati ai tempi di Evil Chuck, ma, vista la ricchissima scorta di brani, hanno chiuso troppo in fretta, con Lack of Comprehension e Pull the Plug.

Non dimenticherò mai quando, tanti anni fa, un amico mi spedì un pacco su cui c’era scritto a lettere grandi God Fucking Stuff Inside. Dentro c’era l’album Symbolic copiato su cassetta, che mi ha spazzato via la prima volta e continua a farlo ogni volta, ancora oggi. E tutto quello che hanno registrato i Death è davvero god fucking stuff  e, anche se l’eredità di Chuck parla da sola e non ha bisogno di innumerevoli »tributi«, questi sono solo la prova della sua grandezza e del fatto che il ricordo di Schuldiner e di tutto quello che ha fatto per il metal estremo non morirà mai. »What has now been days, it seems like years/To stay like this in what I fear/Life ends so fast, so take your chance/And make it last« (Chuck Schuldiner, Leprosy).

Scaletta

GORGUTS:
1. Le Toit du Monde
2. An Ocean of Wisdom
3. Forgotten Arrows
4. Colored Sands
5. Reduced to Silence
6. Orphans of Sickness
7. Nostalgia
8. Inverted
9. Obscura

DEATH:
1. Flattening of Emotions
2. Leprosy/Left to Die
3. Suicide Machine
4. Spiritual Healing/Within the Mind
5. Cosmic Sea
6. Crystal Mountain
7. Spirit Crusher
8. Symbolic
9. Zombie Ritual
10. Baptized In Blood
11. Lack of Comprehension
 — bis —
12. Pull the Plug

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