La tigre impazzita ha spezzato catene e catenacci in mezzo a Gorizia (2014)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Gorizia / Ex Mercato All'Ingrosso / Italia
Data del concerto: 20.09.2014
Pubblico: 500 persone
Prezzo del biglietto: 0,00€ (ingresso libero!)

Questo settembre è stato piuttosto desolante in fatto di concerti. Almeno per quanto riguarda hard rock e heavy metal classico. E anche quando i concerti ci sono, cadono tutti nella stessa data. Così è stato anche per il 20 settembre. A Gorizia, il festival GO4Rock con il main act della serata di sabato, i veterani della NWOBHM Tygers of Pan Tang, mentre nella valle di Ajdovščina, per dire, nello stesso momento cinguettavano i nostri Šank Rock. Non c’è stato nemmeno un attimo di esitazione su dove puntare la prua della nostra indomabile caravella RockLine. Verso Gorizia! Siamo arrivati poco dopo le undici di sera! Quando ormai quattro band italiane avevano già sbrigato ciascuna la propria “fatica” live, ovvero Ravenhouse, Insanity Fair, Crazy Uncle e Fake Idols, i presenti aspettavano solo l’esibizione dei grandi veterani della nuova ondata del metal britannico, la cui data di nascita possiamo fissare al 1980. Proprio in quell’anno i Tygers of Pan Tang pubblicarono anche il loro debutto in studio »Wildcat«. Una band dagli inizi di carriera promettenti: l’anno dopo si arrampicò tra i nomi più in vista del suo genere e uscì il suo traguardo più riconoscibile, l’album »Spellbound« (1981); nello stesso anno, sulle ali di grandi ambizioni, diede alle stampe »Crazy Nights«, con cui però non riuscì a fare il salto nell’élite del metal e che per questo restò ingiustamente ignorato. La MCA, a quei tempi, tirava e spingeva la band da ogni parte verso la commercializzazione. Per questo il quarto album, »The Cage«, segnò per i Tygers of Pan Tang il lento sfaldarsi del sistema. I pilastri della formazione lasciarono la band, che entrò in un periodo di »stranezze musicali«, pubblicò ancora due album sotto la media e, piena di frustrazioni, nel 1988 chiuse definitivamente i battenti!

Fino al 1999, quando la band è stata riportata in vita dall’unico membro originale e fondatore rimasto, il chitarrista Rob Weir. Nello stesso anno la band è comparsa in un’esibizione esclusiva in mezzo al festival tedesco Wacken Open Air e da allora fino a quest’anno ha pubblicato tre album in studio, degni eredi dei primi tre! »Mystical« (2001) è uscito relativamente presto dopo la reunion, poi è arrivato »Animal Instinct« (2008) e, due anni fa, l’ancora attualissimo »Ambush« (2012).

L’arrivo dei Tygers of Pan Tang a due passi dal confine sloveno è un evento con la probabilità che a una rana spuntino le piume in testa, eppure per fortuna anche i miracoli succedono! Oggi nella band, oltre a Rob, ci sono il cantante italiano Jakopo Meille (dal 2004), il bassista Gavin Gray (che ha suonato per la prima volta con la band nel 1999 e si è unito in modo stabile nel 2011), il batterista Craig Ellis (dal 2001) e il nuovo arrivato, il chitarrista Mickey Crystal (dal 2013).

Su un palco improvvisato montato sotto il tetto del mercato, i ragazzi hanno attaccato verso le undici e venti e hanno aperto lo show come si deve! Con un pezzo del debutto »Wildcat«, Don’t Touch Me There! Senza Weir oggi non esisterebbero i Tygers of Pan Tang. Il tipo, con ben tre humbucker piantati in una replica di Gibson LP, resta la forza trainante della band. Sa ancora costruire un giro di chitarra che prende vita in modo efficace nei brani nuovi, quelli che segnano gli album del nuovo millennio. Il cantante Meille è eccellente. Possiede una combinazione eterna di autorevolezza melodica e pulita, che regna in ogni registro della prestazione vocale, dosata con una maggiore o minore dose di grana in gola che regala ai pezzi un contrasto atmosferico in più. L’energia nella band è ottima, perciò il gruppo ha sfoderato uno show dinamicissimo, compatto, rodato, più grande e, nonostante tutta la fracassona forza metallica prodotta, anche raffinato. Weir ha dimenticato due o tre volte di pestare il footswitch che avrebbe dovuto dare risalto ai suoi assoli nel mix, e così in quei momenti si sentivano appena! Ma nei momenti di impaccio Rob può sempre appoggiarsi tranquillo al magistrale tocco del fulmineo Mickey. I riff dei classici e dei brani più recenti si intendono benissimo anche dal vivo e si fondono in un conglomerato musicale solido e unico, che definisce il volto (e l’opera) dei Tygers of Pan Tang.

Con grande gioia dei veri appassionati della loro discografia, la band ha subordinato la scaletta a una solida presenza di brani del classico album dei Tygers of Pan Tang »Crazy Nights«. Quindi l’ottimo terzo lavoro del gruppo, rimasto fino a oggi ingiustamente all’ombra dei primi due album in studio. Dopo la sismica Gangland (»Spellbound«, 1981), la band è saltata al disco più recente »Animal Instinct« ed ha sfoderato la rockeggiante Rock Candy, piena di condimento monellesco, poi è arrivata la serie dei classici di »Crazy Nights«, a partire dalla title track, e avanti con Raised on Rock, Love Don’t Stay, la superlativa Do it Good, poi Never Satisfied e Runnin’ Out of Time. Dall’album hanno dunque lasciato fuori solo tre pezzi. Il concerto è entrato nella seconda metà  e la band si è buttata su due medley consecutivi, in cui con Euthanasia, Insanity e Suzie Smiled ha stuzzicato bene i nostalgici, fino al finale atteso sottovoce con le infiammabili Tyger Bay e Hellbound da »Spellbound«, che ha portato lo show al culmine.

Fin qui tutto bene, ma il set è stato decisamente troppo corto. Di almeno 20 minuti. Alla band i pezzi non mancano di certo per allungare il repertorio. Ma era un’esibizione da festival. Questo è il primo motivo della scaletta ridotta, il secondo è ovviamente che in città di notte bisogna lasciare la gente dormire in pace! L’evento si svolgeva infatti a un tiro di schioppo dal centro storico. Il bis obbligatorio è stato scelto in modo miracoloso. Con la nuovissima, comunque ottima Keeping Me Alive (»Ambush«, 2012) e l’unico brano dell’album »The Cage«, un successo che è anche una cover dei The Clovers, Love Potion No. 9. Di sicuro si è sentita la mancanza di qualche altro classico, come Mirror, Take It o Don’t Stop By.

Un concertino carino, breve, essenziale e dolce. Nonostante questo, valeva la pena scegliere con attenzione dove piazzarsi davanti al palco. Bisognava stare proprio vicino al mixer per godersi condizioni sonore ottimali. All’inizio sorprendeva anche la reazione piuttosto tiepida del pubblico durante lo show, anche se Jakopo in italiano ha tenuto efficacemente il contatto con la gente per tutto il concerto. Guardando da vicino le facce nelle prime file, era chiaro che avevano già affrontato dure battaglie con la gola e che la fatica di aver tracannato liquori per tutto il giorno chiedeva semplicemente il suo tributo. Naturalmente la piazza era ben frequentata anche da appassionati di metal sloveni, arrivati perfino da Žiri e Litija, il che è un gesto degno di tutto il rispetto.

Possiamo dire che il festival GO4Rock, rispetto all’anno scorso, ha fatto un salto di categoria. L’anno scorso, quando l’evento durava un solo giorno, si erano esibiti solo artisti italiani. Evidentemente per quest’anno si sono trovati più soldi per realizzarlo, e al timone dell’organizzazione ci sono anche le persone giuste al posto giusto. Per questo l’evento è cresciuto. Speriamo che continui a crescere e a vivere e che negli anni ci regali ancora tante soddisfazioni live! 

Scaletta

1. Don’t Touch Me There
2. Gangland
3. Rock Candy
4. Crazy Nights
5. Raised on Rock
6. Love Don’t Stay
7. Do it Good
8. Never Satisfied
9. Runnin’ Out of Time
10. Mr. Indespensable / Paris by Night / Euthanasia
11. Insanity / Suzie Smiled
12. Tyger Bay
13. Hellbound
—bis—
14. Keeping Me Alive
15. Love Potion No. 9 

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