Peter Gabriel conquista Graz con alcuni dei capitoli migliori della sua carriera (2014)
Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Graz / Stadthalle / Austria
Data del concerto: 23.11.2014
Numero di spettatori: 5000
Prezzo del biglietto: 82,50€ (posti in piedi) / 93,50 (posti a sedere di prima categoria) / 71,50€ (altri posti a sedere)
Stavolta la Stadthalle di Graz ha ospitato nella sua pancia Peter Gabriel, uno degli artisti più pittoreschi e delle voci più iconiche di tutti i tempi. Carismatico come pochi, Gabriel si era guadagnato uno status di culto già da membro dei leggendari Genesis (prog rock e, più tardi, pop rock), dove faceva impazzire il pubblico anche come primo della classe nell’intrattenimento sul palco; poi, con la carriera solista, ha co-creato e spostato in avanti parecchie pietre miliari della storia della musica popolare e, con hit come »Solsbury Hill«, »Biko«, »Sledgehammer«, »Big Time«, »Don’t Give Up«, »Digging In The Dirt« e »Steam«, tanto per citarne alcune, ha incassato premi a non finire e raggiunto una fama planetaria.
Dal 2012 il signor Gabriel è in giro con una lunga tournée intitolata ‘Back To Front’, durante la quale festeggia i venticinque anni dall’uscita del suo quinto album in studio, »So« (1986), e lo fa con una band che include tre musicisti che hanno suonato nel disco di maggior successo della ricca carriera solista di Peter. Su questo tour ‘esteso’ la band di Peter era composta da maestri della musica del calibro del leggendario bassista Tony Levin (King Crimson), unico membro della band a collaborare con lui fin dall’inizio, del virtuoso della chitarra David Rhodes e del gran maestro della batteria Manu Katche. Il rodatissimo tastierista David Sancious, invece, faceva parte della squadra in tour che presentava l’album “So” già subito dopo la sua uscita.
Il quintetto di ‘vecchi gatti’ esperti era affiancato da due giovani musiciste, ottime voci di accompagnamento: Jennie Abrahamson e la violoncellista Linnea Olsson, che prima dell’inizio del tour hanno sostituito Ane Brun, assente per malattia. A loro Peter ha riservato con grande generosità il ruolo di una specie di gruppo spalla, e Jennie e Linnea hanno sfruttato l’occasione alla grande, suonando con una carica pazzesca tre brani, dei quali il più convincente è stato quello di chiusura, intitolato »Phoenix«. Nel loro breve set da soliste, basato su un’autentica melodia celtica (che a tratti ricordava anche un po’ Enya), le due ragazze hanno fatto breccia sotto molti aspetti, soprattutto quando si alternavano armoniosamente alla voce principale, a conferma che col passare degli anni il signor Gabriel non ha perso il fiuto per scegliere ottime ‘assistenti’ vocali.
Dopo un riscaldamento iniziale davvero piacevole, con una nuvola di malinconia celtica a avvolgere tutta la sala, è arrivato il momento della grande entrata della star della serata, che in realtà era comparso sul palco già prima dell’esibizione delle due cantanti. Zio Gabriel ha diviso il suo show, che con ironia e in un ottimo tedesco ha paragonato al menù di un ristorante, in tre parti: la prima, acustica, come antipasto; la parte elettrica come piatto forte; e l’esecuzione integrale, senza interruzioni, dell’album »So« come dolce. Peter si è poi seduto al pianoforte e, in compagnia di Jennie e Linnea, che l’hanno raggiunto come cantanti di accompagnamento, ha aperto lo show con un brano nuovo di zecca, »What Lies Ahead«. Anche se dal 1976, quando ha iniziato la carriera solista, Peter è cambiato parecchio nell’aspetto, i decenni passati non hanno intaccato per niente le sue doti vocali: la voce è conservata alla grande. Con l’età, comprensibilmente, evita spesso di abusare di certe note alte e le lascia volentieri alle voci di accompagnamento, donne o uomini che siano.
Anche la sua figura carismatica sul palco è ancora intatta, oggi come allora. Anzi, con gli anni si è addirittura ‘nobilitata’, e a Graz l’ha dimostrato con movimenti energicissimi, a tratti perfino danzanti, con continue passeggiate sul palco e con l’incitamento appassionato di un pubblico fin troppo trattenuto, in gran parte austriaco. I live di Peter fin dai tempi dei Genesis sono sempre stati qualcosa di speciale e imprevedibile, e così anche nella carriera solista è ormai diventata una specie di tradizione che a ogni nuovo tour sforni una sorpresa scenografica affascinante, o più d’una piccola. Stavolta il palco di Peter aveva un’enorme illuminazione mobile a forma di lunghi pilastri, che per come erano fatti sembravano degli incroci tra attrezzi da palestra e torri di controllo in un campo di concentramento. Queste strane macchine durante i concerti erano manovrate e orientate da un gruppo di misteriosi tizi mascherati, che davano l’impressione di essere appena usciti da un film su una società distopica o dal romanzo ‘1984’ di Orwell, anche se in realtà erano solo tecnici di palco. La loro presenza cupa e a tratti minacciosa, insieme all’illuminazione mobile, si sposava alla perfezione con i testi di critica sociale e con la vena umanista di certi evergreen di Gabriel, che quella sera sono tornati a vivere con la magia originale.
Dopo un inizio delicato e malinconico, impreziosito dal classico »Come Talk To Me«, l’atmosfera, mentre sul palco arrivavano pian piano i vecchi compagni di Peter, ha iniziato lentamente a scaldarsi. Tony Levin è stato il primo a comparire sul palco con il suo inconfondibile Chapman stick, e a poco a poco gli evergreen »Shock The Monkey« e »Family Snapshot« hanno cominciato a passare dalla veste acustica a quella elettrificata, mentre durante »Digging In The Dirt« era già presente la squadra al completo, cioè anche il chitarrista Rhodes, il batterista Katche e il tastierista Sancious. Durante »The Family And The Fishing Net« sono entrati in scena anche suoni un po’ più elettronici, tipici di alcuni lavori più recenti di Peter. Molto bene anche la cupa »No Self Control«, dove Peter schivava di proposito i minacciosi pilastri di luci che salivano e scendevano, mentre »Solsbury Hill«, il brano sul suo addio ai Genesis, è stata senza dubbio il picco della prima parte del concerto, come si è visto anche dall’applauso più lungo della serata.
Dopo la ballata più recente »Why Don’t You Show Yourself« è arrivato il momento del tanto atteso ‘dessert’ della serata, cioè l’esecuzione integrale dell’album »So«, e non si poteva fare a meno di notare quanto tutti i musicisti sul palco si stessero godendo i singoli brani, abbandonandosi completamente all’atmosfera magica. La squadra di maestri degli strumenti di Peter ha aperto la versione live di »So« con l’indimenticabile standard d’apertura »Red Rain«, che ha tinto tutta la sala di sfumature di rosso, mentre sull’enorme proiezione sul fondale del palco si infrangevano gocce di pioggia rossa. Curioso che la band di Gabriel abbia eseguito la sequenza dei brani di »So« seguendo la ristampa dell’album del 2002, dove l’evergreen »In Your Eyes« sta proprio alla fine e non nell’ordine originale.
Uno dei picchi della serata è stato di sicuro il grande hit »Sledgehammer«, per cui Peter ha ricevuto una marea di premi e che ha il videoclip più trasmesso nella storia di MTV. L’atmosfera in sala ha toccato il punto di ebollizione assoluto quando è arrivato il turno dell’indimenticabile ballata »Don’t Give Up«, che nella versione originale Peter cantava in duetto con la leggendaria Kate Bush. Lei quella sera ovviamente non c’era, ma Jennie Abrahamson l’ha sostituita in modo affascinante, completando alla perfezione l’interpretazione vocale commovente di Peter.
Dopo »That Voice Again« è arrivata un’ottima versione, vissutissima, dell’evergreen ‘da natura morta’ »Mercy Street«, con Peter che cantava sdraiato sul palco mentre le telecamere lo riprendevano dall’alto. La breve ‘quiete’ è finita presto, perché l’atmosfera in sala è esplosa di nuovo durante l’hit bombastico »Big Time«, dove il signor Gabriel è tornato a calarsi in modo splendido nei panni dello yuppie di provincia appena sbarcato nella grande città. Durante »We Do What We’re Told (Milgram’s 37)«, dura critica a un esperimento psicologico americano privo di etica, è calato di nuovo un clima cupo, rafforzato dalle presenze minacciose e stoiche dei tecnici di palco mascherati. Hanno sistemato gli enormi riflettori in modo che ricordassero le torri di guardia di un campo di concentramento. Durante l’incoraggiante »This Is The Picture (Excellent Birds)« Jennie Abrahamson ha sostituito egregiamente il contributo originale di Laurie Anderson e, insieme a Peter, ha di nuovo regalato un ottimo duetto vocale. La band di Peter ha chiuso l’esecuzione integrale di »So« con l’emozionantissima »In Your Eyes«, scritta in origine per l’ex compagna di Peter, Rosanna Arquette, ma che col tempo ha assunto tutt’altro significato, molto più profondo, come ha sottolineato lui stesso prima di suonarla.
Dopo una breve pausa la combriccola di Peter è tornata sul palco e ci ha premiati con una versione magistrale del classico cupo e condito di elettronica »The Tower That Ate People«, durante la quale lo spettacolo scenico ha toccato il suo apice: dal soffitto è scesa all’improvviso un’enorme struttura ad anello da cui si è gonfiato un telo a forma di torre, e sembrava proprio che la torre ‘mangiasse’ il signor Gabriel, che stava sotto quella struttura allungata. Per salutarci, un’esecuzione sentitissima dell’inno pacifista »Biko«, che Peter, incapace di spogliarsi dei panni del grande umanitario, in un breve discorso ha dedicato ai 43 studenti messicani che di recente, per ordine di un sindaco locale corrotto, sono stati rapiti dalla polizia e consegnati alla mafia. Questa ha regolato i conti con loro in modo brutalissimo, con morti. Con questo finale pacifista si è chiusa una serata di tanti picchi live, soprattutto per l’esecuzione musicale e la coreografia di palco.
Il concerto di Peter Gabriel a Graz è stato sotto ogni aspetto uno dei picchi live di quest’anno, soprattutto per chi, come noi, lo vedeva dal vivo per la prima volta e ha potuto toccare con mano da vicino il suo incredibile carisma sul palco e la sua musica senza tempo. È difficilissimo mettere in risalto il contributo dei singoli musicisti, perché tutti, Peter compreso al piano e alle tastiere, hanno brillato come strumentisti e si sono dimostrati una squadra perfettamente affiatata. Il grande motivatore del palco, con un impianto audio eccellente, è riuscito a spremere da loro il massimo, ma purtroppo lo stesso successo non l’ha ottenuto con un pubblico fin troppo rigido, che nei momenti più vivaci ha cantato troppo poco i ritornelli e incitato troppo poco la band, anche se non è stato avaro di lunghi applausi tra un pezzo e l’altro. Ovviamente non ha pesato più di tanto, e vedere uno dei padri del rock progressivo è stata la ciliegina sulla torta dei concerti di quest’anno.
Scaletta
1. What Lies Ahead
2. Come Talk to Me
3. Shock the Monkey
4. Family Snapshot
5. Digging in the Dirt
6. Secret World
7. The Family and the Fishing Net
8. No Self Control
9. Solsbury Hill
10. Why Don’t You Show Yourself
11. Red Rain
12. Sledgehammer
13. Don’t Give Up
14. That Voice Again
15. Mercy Street
16. Big Time
17. We Do What We’re Told (Milgram’s 37)
18. This Is the Picture (Excellent Birds)
19. In Your Eyes
—bis—
20. The Tower That Ate People
21. Biko
Galleria fotografica




























































