Iron Maiden e la Legacy of the Beast nel cuore di Trieste (2018)

0 338

Location: Trieste / Piazza dell’Unita d’Italia / Italia
Data: martedì 17.07.2018


Se gli Iron Maiden si avvicinano, noi andiamo dagli Iron Maiden. È diventato un mantra a cui, nonostante i tanti concerti già visti di una delle band più grandi del pianeta, proprio non si riesce a resistere. Per i metallari gli Iron Maiden sono quello che la religione era per Marx. Oppio. Una volta che ti ci attacchi, non si torna indietro. Perciò il pellegrinaggio a Trieste era di nuovo obbligatorio. All’arrivo in città nel pomeriggio il meteo ha fatto un po’ i capricci, ma il cielo si è schiarito in fretta e la folla da diecimila teste, dopo tre band di supporto, ha accolto gli Iron Maiden sotto un cielo sereno, senza una nuvola.  

Per cominciare, come ormai siamo abituati da una decina d’anni con gli Iron Maiden, un po’ del tipico nepotismo Maiden. Come prima band di apertura, infatti, proprio come due anni fa nello stesso posto, sono saliti sul palco i britannici The Raven Age. Chi?, vi chiederete, e la domanda è più che legittima, visto che sono solo l’ennesimo gruppo dell’alluvione di band metal moderne che non si filerebbe nessuno, a parte i fan più sfegatati del genere, se tra le sei corde non ci fosse il figlio di Steve Harris, George. Poco prima del tour i The Raven Age hanno cambiato cantante, al posto di Michael Burrough è arrivato Matt James, e hanno pubblicato il singolo Surrogate, che ha confermato che restano saldamente ancorati al metal moderno, vicino agli In Flames più recenti: tanta musica fatta di riff d’accordi aperti, melodie appiccicose, breakdown e una voce piagnucolona che ti trapanava le orecchie. Bello che papà Harris dia una mano al figlio nel suo percorso musicale, e lodevole anche che George non segua le orme del padre, che con la sua band ha già detto nell’heavy metal tutto quello che c’era da dire. Ma al tempo stesso è triste che una band relativamente senza talento, grazie ai legami di sangue, si becchi un’occasione per cui tanti musicisti più bravi ucciderebbero. Per fortuna almeno i The Raven Age saranno probabilmente condannati a suonare solo prima degli Iron Maiden.  

Un pizzico meglio, ma neanche troppo, è andata con i Rhapsody of Fire, che da padroni di casa hanno trovato un caloroso benvenuto da parte del pubblico italiano, ma già dal primo pezzo, Distant Sky dall’ultimo album in studio Into the Legend, hanno chiarito esattamente dove si andava a parare. Ci siamo beccati una quarantina di minuti di esagerazione totale su tutti i fronti. Il metal “cinematico hollywoodiano” portato dagli italiani conteneva infatti esattamente quello che ci si aspetta, solo che i Rhapsody of Fire, sul già abbondante fuoco sinfonico fatto di arpeggi di chitarra, tastiere da Biancaneve e i sette nani e voci power metal da operetta, aggiungono ancora un bel ceppo, anzi due, anzi tre. Se non sei proprio un fan del power metal sinfonico il tutto diventa subito comico, e non aiuta il fatto che due anni fa la band sia stata lasciata dai due membri più in vista, il cantante Fabio Lione e il batterista Alex Holzwarth. Dietro le pelli non si nota nemmeno, mentre il giovane cantante Giacomo Voli non può certo vantare un carisma esagerato. In chiusura però i Rhapsody of Fire, con il classico Emerald Sword, ci hanno portato lontano nella storia, al cult Symphony of Enchanted Lands, quando il loro metal sinfonico, nonostante tutta la sua pompa, in qualche modo funzionava ancora.  

La tensione per il nuovo incontro con i giganti dell’heavy metal saliva a vista d’occhio, ma prima è toccato all’ultima band di supporto, i Tremonti, fondata sette anni fa come semplice progetto solista dal chitarrista dei giganti dell’alternative rock Creed e Alter Bridge, Mark Tremonti. Dopo l’uscita del primo album il progetto è diventato una band a tutti gli effetti, che un mese e passa fa ha pubblicato il quarto disco A Dying Machine, che li ha portati sui palchi con gli Iron Maiden. Proprio per questo il quartetto americano stavolta è passato piuttosto in sordina. I ragazzi hanno presentato il loro mix moderno di alternative metal, hard rock e grunge in modo molto corretto, sicuro e con parecchia energia sul palco, anche le melodie ti entrano subito in testa, ma stavolta davanti non avevano orecchie affamate di Tremonti, bensì di Iron Maiden. Magari agli americani andrà meglio al Metaldays, dove suonano mercoledì 25 luglio.  

Il sole su Trieste stava lentamente calando e la piazza più grande della città è esplosa quando dalle casse è partito il classico degli UFO Doctor Doctor, subito seguito dalla voce tagliente del bulldog della seconda guerra mondiale, il premier britannico Winston Churchill, che ha annunciato chiaro e tondo l’inno agli eroi dell’aria della Battaglia d’Inghilterra e uno dei pezzi più incisivi e riconoscibili dei Maiden, Aces High. Il pubblico è esploso quando sul palco è corsa la leggendaria sestina con Dickinson, un berretto da pilota in testa, che nel suo elemento è saltato in alto davanti ai monitor frontali e con i primi versi ha fatto capire che da un bel po’ non era in una forma vocale così buona. Già nei primi secondi dell’esibizione triestina gli Iron Maiden ci hanno regalato una scenografia davvero epica, quando da sopra la batteria antiaerea di Nicko si è alzato sopra la band un gigantesco Supermarine Spitfire con tanto di elica rotante! Stavolta, dopo tanto tempo, le Vergini di Ferro hanno preparato con la scelta dei pezzi qualche sorpresa inattesa e meravigliosa, la prima già all’inizio, restando in tema seconda guerra mondiale con Where Eagles Dare. Il pezzo, ispirato dall’omonimo romanzo da cui nel 1977 fu tratto il classico con Richard Burton e Clint Eastwood, gli Iron Maiden non lo suonavano dal tour Eddie Rips Up World del 2005. Nonostante questo la band, dal leggendario rullo d’apertura di Nicko, con cui nel lontano 1983 si presentò per la prima volta ai fan, suonava impeccabile, ma al tempo stesso organica e semplicemente magica, e questo era solo l’inizio del secondo incontro triestino con i britannici. La rockeggiante e un po’ masticata 2 Minutes to Midnight ha fatto saltare in piedi il pubblico italiano affamato dei più grandi successi, mentre per un’altra sorpresa ha pensato il capolavoro da nove minuti The Clansman, uno dei pochi momenti luminosi dell’album Virtual XI, ed è stato da pelle d’oca il momento in cui il ritornello “Freedom!” rimbombava da diecimila gole. Lo spettacolo dei signori che portano già sulle spalle sei decenni (con l’eccezione di Bruce, che li compirà tra poco più di due settimane), mentre il più anziano, Nicko McBrain, ne conta addirittura 66, è a dir poco sbalorditivo. Tanta dinamica e tanto movimento sul palco si vedono da pochissime band, e a questo va aggiunta la prova brillante di ciascuno dei Maiden. Il risultato non può che essere uno spettacolo come sanno offrire solo gli Iron Maiden, che nutre sia gli occhi e le orecchie, sia l’anima e il cuore.  

Durante The Trooper è arrivato di nuovo il classico sventolio di Bruce con la Union Jack (stavolta anche con il tricolore italiano), e non sono mancati nemmeno la visita di Eddie e il duello a colpi di spada con Dickinson. Meravigliosa, nel cielo di Trieste, l’occulto gioiello di Dickinson Revelations, con una prova vocale scintillante e lo scambio di melodie di chitarra da brividi tra il trio Smith/Murray/Gers. In una luce simile sono proseguiti gli incredibili nove minuti di For the Greater Good of God, e ancora una volta la performance da mozzare il fiato della banda sul palco ci ha fatto venire la pelle d’oca con la sua potente critica alle guerre in nome della religione. Il ritorno a Brave New World con The Wicker Man è stato breve ma dolce (e ha ricordato, senza volere, una delle interpretazioni più esagerate e per questo cult di Nicolas Cage nel remake The Wicker Man e la sua scena da pelle d’oca “Oh, no! Not the bees! Not the bees! Aaaaaahhhhh! Oh, they’re in my eye! My eyes!”). Senza dubbio il momento più epico, mistico ed etereo del concerto triestino è stato il trascurato epico da dieci minuti Sign of the Cross dall’ottimo e ingiustamente criticato The X Factor. Bruce, avvolto in una tonaca nera con cappuccio e con una lanterna dal sinistro bagliore verde, ha di nuovo rubato la scena con una prova vocale megalomane, completata da un’esecuzione strumentale scintillante, ed è stato incredibile guardare il basso di Harris che rullava, lui che a 62 anni ha passato quasi tutto il concerto con il piede alzato sul monitor, a sparare col suo basso. Delle acrobazie di Gers non sprecherò nemmeno una parola. Senza dubbio uno dei momenti più spettacolari è stato Flight of Icarus, suonata per la prima volta dal 1986 (!), che nonostante la brevità di poco meno di quattro minuti contiene tutto quello che contengono i grandi pezzi epici, e dal vivo è stata arricchita dalla gigantesca struttura di Icaro che muoveva le ali e da Dickinson che, come un bambino, passeggiava per il palco con un doppio lanciafiamme. Indimenticabile! Gli Iron Maiden hanno poi portato con sicurezza al termine la parte regolare del set, con il sostegno fragoroso del pubblico, a colpi di Fear of the Dark, The Number of the Beast e Iron Maiden. Dopo gli assordanti “Ole, ole, ole, Maiden, Maiden!” la band torna sul palco con la bellissima The Evil That Men Do, con l’inno magistralmente eseguito al condannato a morte Hallowed Be Thy Name, e gli Iron Maiden, visibilmente di ottimo umore, salutano il pubblico triestino con una Run to the Hills un po’ masticata, ma comunque d’impatto.  

Cosa dire in chiusura? Se ne avete la possibilità, beccatevi gli Iron Maiden in questo tour, perché i ragazzi sono in forma della vita e, tra tutti i concerti degli Iron Maiden che sono riuscito a vedere, questo, anche dopo che mi è passata la sbornia di entusiasmo, è di gran lunga il migliore. Se nei tour precedenti ci eravamo lamentati dei concerti relativamente brevi, stavolta i ragazzi si sono riscattati alla grande. Hanno suonato ben tre pezzi vicini ai dieci minuti, e in mezzo, dopo tanto tempo, hanno piazzato qualche chicca che ha reso felici e soddisfatto anche i fan più esigenti. A dimostrazione che anche l’atmosfera nella band è altissima, il che si traduce in uno spettacolo così bello a cui abbiamo assistito, ecco un aneddoto finale. Salutando il pubblico dal palco due anni fa, Dickinson aveva tirato giù i pantaloni a Nicko, svelando senza gloria le sue chiappe. Stavolta Nicko, durante i saluti finali, ha provato a restituire il favore a Bruce, ma non ci è riuscito. Un concerto di superlativi, che ha confermato ancora una volta che gli Iron Maiden sono semplicemente i più grandi tra i grandi.

autore: Rok Klemše
foto: Nina Grad

Scaletta degli Iron Maiden:
1. Aces High
2. Where Eagles Dare
3. 2 Minutes to Midnight
4. The Clansman
5. The Trooper
6. Revelations
7. For the Greater Good of God
8. The Wicker Man
9. Sign of the Cross
10. Flight of Icarus
11. Fear of the Dark
12. The Number of the Beast
13. Iron Maiden
— bis —
14. The Evil That Men Do
15. Hallowed Be Thy Name
16. Run to the Hills


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie