Dirty Skunks Fest #2 (2017)
Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad
Luogo: Orto bar, Lubiana
Data del concerto: 13.01.2017
L’anno scorso Dihurja, Mišota, Dirty Skunks, come ormai sono conosciuti Črt Batagelj e Matej Ahlin quasi più che con i loro veri nomi, avevano festeggiato per la prima volta il compleanno all’Orto bar in grande stile. Certo, non scordiamoci dei 10 anni al Kino Šiška con i Vulture Industries e l’indimenticabile Dekada smrada, ma lì c’era un solo palco e meno band. Più invecchiano, più impazziscono: per i 15 anni hanno infilato 15 band su tre palchi dell’Orto. Va be’, prima si sono tirati indietro i Mental Strike e all’ultimo momento pure gli Iamdisease, ma pazienza. I servizi invernali si saranno anche scordati da un pezzo del buon vecchio NNNP, visto che venerdì 13 persino gli autobus faticavano a farsi strada per le strade innevate di Lubiana, ma la paura di trovare l’Orto vuoto era del tutto fuori luogo: dalle otto di sera fino alle prime ore del mattino era pieno come un uovo.
La maratona serale, come già alla prima edizione, l’hanno aperta i Morost di Lubiana, a cui all’inizio un suono sporco ha fatto parecchi scherzi, cosa particolarmente rognosa con il metal progressivo e con una musica complessa come quella che suonano loro. Per fortuna il suono si è sistemato presto e sono venuti fuori il groove paludoso, la voce tagliente di Jonas Savšek, le linee di chitarra ipnotiche e ripetitive del duo Peter Frol/Blaž Zupan e le composizioni complesse di una band che stavolta ha portato soprattutto pezzi che finiranno con ogni probabilità sul secondo disco in studio. Le tastiere di Tamara stavolta non si sentivano granché, e questo ha rovinato un po’ l’atmosfera cupa e mistica che di solito avvolge l’immagine musicale della band, ma non fa niente: spero che il successore dell’esordio Solace in Solitude veda presto la luce.
Siccome gli Iamdisease sono purtroppo saltati all’ultimo, la scaletta dei concerti nella sala grande è slittata un pochino e al loro posto sono saliti i death metaller tecnici di Slovenska Bistrica Dethrone the Corrupted, che si preparano all’imminente uscita dell’esordio Sepiroth. I ragazzi hanno sfoderato un set death metal della malora, che ricordava soprattutto band come The Black Dahlia Murder e Rivers of Nihil: una preparazione tecnica impressionante con qualche parte slam ogni tanto, condita da una voce fenomenale e da quel tanto di melodia che basta perché il tutto non diventi noioso e monotono. Il suono massiccio della band e la voce di Aleksander Brglez, che una volta ruggiva come una bestia e quella dopo urlava come la vittima umana della stessa bestia, hanno scosso per bene il piano di sotto dell’Orto e hanno davvero fatto partire gli ingranaggi di una lunga serata. A braccia aperte e con impazienza aspettiamo Sepiroth!
Il momento più sardina della serata l’hanno garantito i veterani Dickless Tracy, che hanno riempito fino all’ultimo angolino il palco più piccolo dell’Orto, anche se loro stessi riuscivano a malapena a stiparsi sul palchetto in miniatura. Tanto che rischiavi di non rientrare mai più nel bar, se ne uscivi. Sembra che dopo l’uscita dell’album Halls of Sickness e del suo successore Paroxysm of Disgust la band sia più attiva che mai (anche se in realtà non è vero), perché il trio dei fratelli Cepanec e del bassista Jernej Rejc è diventato una bestia indistruttibile, sputata fuori dall’inferno stesso, che non ce la faceva più a sopportare il death grind a volume alto e le prese in giro continue di Cepo. Anche se nei pezzi a volte sono mortalmente seri, ispirati d’ordinanza da buon horror, blasfemia e anticristo, la morbosità tipica del death metal dal vivo viene alzata di livello alla grande dall’umorismo spontaneo di Cepo e dalle smorfie quasi serie di Tegla, che gli si disegnano in faccia mentre massacra la batteria. Uno dei set migliori, se non il migliore della serata, ma prima della fine dei Dickless Tracy bisognava correre al piano di sopra per una porzione di doom.
Nel locale era infatti scoccata la «witching hour», perché erano salite sul palco le streghe doom di Lubiana Mist, che da un anno hanno in formazione anche il mago barbuto Blaž Tanšek alla chitarra. In una buona mezz’ora le Mist hanno offerto esattamente quello a cui ci hanno abituati: la voce di sirena ingannevolmente seducente di Nina Spruk, ritmi doom pesanti e lenti nello stile di Black Sabbath e Pentagram, e un’atmosfera occulta. Stavolta niente picchi particolari, ma è stata mezz’ora di doom eseguito in modo corretto e sicuro, che però, in quell’atmosfera positiva da venerdì sera, non è andato giù proprio liscio come l’olio. Sarebbe anche ora di rinfrescare la scaletta, e magari di far uscire un esordio in studio…
Sul palco più grande dell’Orto, più avanti nella serata, sono saliti i metalcorer di Maribor Splitting the Sky, che hanno coccolato le orecchie soprattutto dei fan di band come As I Lay Dying, Killswitch Engage e Parkway Drive. I ragazzi di Maribor hanno suonato un set infernale e dinamico, a cui non si può certo rimproverare la mancanza di energia: ce n’era dal palco più che a sufficienza, tanto che alla band non è costato fatica nemmeno animare il pubblico. Ma qui, personalmente, mi fermo. Se i riff piuttosto generici e i numerosi breakdown riesco ancora a mandarli giù, mi blocco davanti alle linee vocali pulite e melodiche, che proprio non riesco a digerire. Eh, come si dice, ognuno ha i suoi gusti, o meglio: a ogni paio di orecchie la sua puzzola.
Più invitante era quindi la punkaccia dei Golliwog al piano di sopra, una band che l’anno prossimo festeggerà già vent’anni di attività. Guidati dalla bomba di energia che è la cantante Saša, i Golliwog hanno scosso la sala con una manciata di inni punk da due minuti, senza pretese, leggeri ma estremamente orecchiabili e melodici e di critica sociale, nello stile di band come NOFX, Millencolin e Lagwagon. Insomma, la buona vecchia scuola Epitaph o Fat Wreck, che nelle mani e nelle gole dei Golliwog funziona ancora fresca e incisiva come sempre. Pezzi veloci da due o tre accordi, per lo più dall’esordio More Than Meets D.I.Y, che ti si sono infilati nelle orecchie in un lampo, ma dopo venti minuti toccava di nuovo scappare al piano di sotto.
Sul palco della sala grande, infatti, erano saliti i veterani thrash Eruption, che con la relativa inattività dei Negligence hanno raccolto il testimone del thrash metal sloveno. Da anni e anni non vedo un brutto concerto degli Eruption e nemmeno questo ha fatto eccezione: ci siamo beccati di nuovo un vero cazzotto thrash dritto in mascella. Gli Eruption suonano ancora abbondantemente i pezzi dell’album ancora attuale Tenses Collide, ma ci infilano in mezzo uno o due assaggini del prossimo album, in uscita a breve. Questo è senza dubbio una delle uscite più attese del metal sloveno quest’anno, perché i pezzi nuovi suonano da dio, soprattutto l’epica Drones. Dopo parecchi concerti con la formazione un po’ rinnovata, la band si intende e si completa in modo eccezionale: dalle raffiche di riff del duo di chitarre Andrej Čuk/Grega Kamenšek al drumming da terremoto di Tegla (anche se era già la sua seconda esibizione della serata), fino al basso di Nika, che da quando è nella band non è mai suonato così bene e sarà interessante sentire che cosa ha preparato per il disco in arrivo. Buco ha tirato fuori dalle corde vocali alcune urla eccellenti, mentre io ho di nuovo sentito la mancanza della mia amata Playing With Matches dall’esordio, which makes me a sad panda :'(
In acque completamente diverse ci hanno portato i The Canyon Observer di Lubiana, che volano ancora (meritatamente) alti sulle ali dell’album d’esordio FVCK. I ragazzi hanno di nuovo suonato un set di un’ora dolorosamente intenso di sludge/noise/black metal nichilista, con un massiccio muro sonoro grande quanto la Muraglia cinese. Dopo una decina di band lo stato mentale non era più proprio sintonizzato sulla frequenza dei TCO, ma è chiaro che la perversione sonora della band ha reso di nuovo alla grande. Con l’immancabile nebbia, gli stroboscopi e Hopsi sotto il palco.
L’epico quindicesimo compleanno dei Dirty Skunks l’hanno chiuso al piano di sopra gli epici black metaller Dekadent, che ancora presentano abbondantemente l’ottimo album Veritas, uscito due anni fa. Fin dai primi secondi i Dekadent hanno avvolto la sala in una spessa nuvola di nebbia, buio e luci soffocate, che ha aggiunto ancora più patina all’atmosfera della musica stessa. Se non molto tempo fa i Dekadent, almeno per quanto riguarda l’esperienza dal vivo, sapevano ondeggiare parecchio, stavolta la formazione ha dimostrato di essere affiatata, sicura e coerente. I riff di chitarra scorrevano come devono, la sezione ritmica schiacciasassi pure, l’urlo di Artur era di nuovo penetrante, nonostante qualche linea pulita un po’ stonata qua e là. Tredici band però naturalmente non bastavano ancora, e il venerdì è scivolato nel sabato, con un’ottima atmosfera, sui suoni degli anni Ottanta nella sala di sotto.
Ok, il fatto è che la scena esisterebbe anche senza i Dirty Skunks, ma sarebbe molto più arida, noiosa e incomparabilmente più puzzolente, e i concerti si farebbero probabilmente solo nelle bettole più oscure. Le due puzzole sono e restano felici stormtrooper dell’underground. E se gli stormtrooper sono per antonomasia il peggior esercito della galassia, gli Skunks sono stormtrooper con i poteri Jedi. Tutto il meglio e grazie!
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