Serata `indie` con Jardier e Daniel Vezoja a Tolmin (2017)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Tolmin / MINK / Slovenia
Data del concerto: 15.04.2017
Numero di spettatori: 100
Prezzo del biglietto: 5,00€
Il weekend di metà aprile di quest’anno è stato interessante anche per la scena dei club di casa nostra, nel Litorale sloveno settentrionale, per la precisione nella sua capitale, Tolmin. Se venerdì 14.4.2017 all’autore di questo report, per via di urgenti interventi chirurgici alla sua »insalata cerebrale«, sono sfuggiti al club MINK di Tolmin gli ottimi stoner rocker di Varaždin Drone Hunter, la forma del giorno dopo non poteva che suggerire la visita a una combinazione felicissima di due act che suonano moderni ma allo stesso tempo retrò. Parliamo degli indie rocker sloveni Jardier e del cantautore altrettanto sloveno (e di Brežice) Daniel Vezoja.
Mancava una ventina di minuti alle undici di sera quando Daniel Vezoja, cinto dalla sua chitarra acustica, è salito a passettini sul palco del MINK di Tolmin. A fine dell’anno scorso il tipo ha pubblicato un album solista in studio bellissimo e coraggioso, »Where the Light Resides«, che a Tolmin ha presentato, di conseguenza, »a tutto tondo«. Daniel è stato in effetti un antipasto live azzeccatissimo prima dell’incontro con i Jardier. Uno che costruisce tutto su un morbido intreccio di suoni acustici delicati e naturali, in cui la sua bellissima voce si trova a meraviglia e con cui si rivolge al pubblico in modo attento e sentito, ma senza la minima pretesa, in tre quarti d’ora di set ha suonato la parte più corposa del nuovo album, ci ha infilato la cover di Famous Blue Raincoat e ha aggiunto anche qualche pezzo più vecchio di sua penna.
Dopo il secondo pezzo gli hanno tenuto compagnia sul palco (chitarra elettrica, piano) e, poco dopo, anche un violinista, e il suo materiale originale dal vivo ha preso a respirare in modo dinamico e a vivere molto di più. Il tipo ha alle spalle un bel po’ di concerti, anche all’estero, la sua seconda casa è l’Irlanda, e si sentiva anche nella musica, un ottimo mix di melodie folk celtiche, blues, orecchiabilità pop e anche Americana; va poi sottolineato come i versi di Daniel, scritti in inglese, si incastrino in modo convincente sul piano metrico dentro i pezzi, e questo ha dato ancora più peso al messaggio delle sue confessioni (soprattutto) personali. Come detto. Uno che suona più »inglese« che sloveno. Uno che ha in tasca roba forte, roba che potrebbe girare regolarmente sulle frequenze delle radio slovene più in vista.
L’esibizione di Daniel Vezoja ha conquistato non poche simpatie tra il pubblico, che ha accolto la fine del suo set con un applauso ben visibile. Il grosso dei presenti, però, aspettava l’esibizione della formazione »indie rock« Jardier. Che in pratica hanno presentato per intero il loro esordio in studio, »Seasons«. L’icona principale del gruppo, visionario e iniziatore di tutte le idee musicali chiave che definiscono il suono e lo stile dei Jardier, è ovviamente Alex Raztresen (voce, chitarra), mentre a fargli compagnia nella band ci sono: Andrej Zavašnik (batteria), Jure Pohleven (sintetizzatore, chitarra), Dejan Slak (basso) e Borut Perše (chitarra). I Jardier sono una formazione incredibile. Incredibili per puro perfezionismo, che si vedeva già dal solo colpo d’occhio sulla strumentazione e su tutta la logistica sul palco. Nel complesso, con Alex al centro e il suo approccio vocale vissuto sulla pelle, l’esibizione dei Jardier prometteva e ha mantenuto una vera libidine di concerto dal punto di vista sonoro ed esecutivo. Costruiti per le frequenze radio, con una cultura di pezzi forti dal bagliore malinconico e struggente, di tipica melodia anglosassone, che definisce anche il cuore del messaggio di alcune delle band più interessanti della Gran Bretagna, le quali nella loro cultura musicale hanno ereditato il marchio della grande classe »art« e di un’espressività tutta loro. Vengono in mente gli Elbow o i Tindersticks agli inizi delle rispettive carriere. E i Jardier, in effetti, sono proprio all’inizio del loro percorso (discografico). Per ora in tasca hanno un solo album, ma è marcato e incredibilmente convincente e potente nei contenuti, il che significa che per arrivare alla forma finale è stato temprato molto a lungo. I pezzi di cui ci siamo goduti la compagnia della band a Tolmin sono l’impronta di una ricerca della perfezione nella composizione, dove convive una foresta di pastelli sonori naturali con un grande valore musicale di linee melodiche trascinanti e contagiose, in un dialogo continuo di grande riconciliazione.
Il suono era eccellente, i contrasti tra i mattoni dell’immagine sonora chiari e distinti, il paesaggio sonoro della band riempito in modo brillante. I Jardier sono una band che, a livello sonoro, pensa a ogni minimo dettaglio. Il pubblico non ha nascosto l’entusiasmo, soprattutto le rappresentanti del ggentil sesso, che un paio di volte durante il concerto si sono abbandonate del tutto al canto dei ritornelli.
La calamita di base e fondamentale della formazione è senza dubbio il cantante e chitarrista Alex. In generale con la sua voce eccellente, ovvero il timbro vocale altamente piacevole e carismatico, e con il suo stesso approccio al canto. Ogni volta richiama di sfuggita l’approccio vocale del cantante degli Elbow Guy Garvey, solo che Alex si muove in una tonalità un po’ più bassa. Sentito e, per un artista sloveno, soprattutto per quanto riguarda l’uso dell’inglese, praticamente impeccabile.
La band gode di popolarità. L’ha dimostrato anche con l’esibizione a Tolmin. Con la sua energia e la sua visione ha raggiunto in tempi relativamente brevi un’alta capacità di penetrazione. L’esordio »Seasons« è andato esaurito, quindi ha avuto la sua prima ristampa. I Jardier con l’esibizione a Tolmin hanno mostrato tutta la loro classe, la sensibilità musicale, un’esposizione artistica penetrante e un fuoco musicale audace e potente, che con la sua sicurezza spinge compatta la nave di cinque musicisti esperti sempre più avanti e più in alto.
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