Bang Your Head!!! 2017 (secondo giorno) – ovvero come Vince Neil ha menato per il naso gli organizzatori del festival!
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Balingen / Messegelände / Germania
Data del concerto: 14.07.2017
Numero di spettatori: 11000
Prezzo del biglietto: 109,00€
Secondo giorno del Bang Your Head!!! festival. Scoccano le undici e mezza e a Balingen si comincia a far saltare tutto per aria con note old school alla Thin Lizzy, merito degli svedesi hard rock revivalisti Dead Lord. Tra l’altro sono ragazzi che dal 2012 vanno avanti in questa formula a quattro. Hanno suonato anche a fine marzo all’edizione di quest’anno dello sloveno Winterdays of Metal festival. La band, spinta dal cantante e chitarrista Hakim Krim e dal batterista Adam Lindmark, con la compagnia del chitarrista Olle Hedenström e del bassista degli Enforcer Tobias Lindkvist, al BYH!!! aveva già suonato una volta, solo che allora aveva appena fuori il disco d’esordio. Stavolta è tornata con in tasca il successore »Heads Held High« e il set ha pescato, tra le altre, Deuce, Hammer To The Heart, Onkalo, Reruns e I’m Rocker. Il quartetto si è presentato come una squadra compattissima e sicura di sé, rodata al punto giusto e quindi convincente sul serio. Potenza diabolica, ottima dinamica sul palco, movimenti ben calibrati. La mattinata è stata accompagnata dalla pioggia, quindi i Dead Lord purtroppo non hanno trovato il pubblico oceanico che meritavano, ma il bel gruppo di spettatori in k-way si è goduto il concerto eccome.
Si è rimasti nel revival e in Svezia anche subito dopo, quando sul palco sono saliti i Bullet. Una band giovane di origini, ma che suona un sacco e registra altrettanto. Il loro stile ha un solido punto d’appoggio nella figura e nell’opera degli AC/DC, e non di rado li ricordano proprio per le urla sparatissime di quel diavolo del cantante Dag »Hell« Hofer. Anche i Bullet non sono più dei perfetti sconosciuti per il BYH!!!: ci hanno già suonato, sia in sala che sul main stage. La band presentava l’ancora attuale »Storm of Blades«, con cui si era esibita anche a una delle edizioni del festival Rock Batuje in Slovenia. Il quintetto mantiene quello che ci aveva dato nei nostri precedenti incontri dal vivo: un livello altissimo di selvaggeria indomita e di fretta adrenalinica, di cui si occupa sempre l’ottimo duo di chitarre Klang/Lyrbo, mentre Hofer, oltre al suo solito teatrino, si è concesso pure l’affilatura delle lame sul palco, con una vera smerigliatrice che sputava scintille. I Bullet si sono presentati con un altro piccolo ritocco di formazione: il bassista Adam Hector è stato sostituito da suo cugino, il riccioluto Gustav, che ha già brandito con sicurezza un basso Rickenbacker bianco.
L’esibizione successiva è stata una delle più sentimentali, se non addirittura commoventi. Sul palco sono arrivati infatti i Grim Reaper, o meglio, in tempi nuovi, Steve Grimmett’s Grim Reaper, leggendari rappresentanti dell’epoca NWOBHM. Come si sa, al leader della band e a uno dei più grandi cantanti heavy metal degli anni Ottanta, Steve Grimmett, a inizio anno hanno dovuto amputare parte di una gamba, sopra il ginocchio, per problemi di salute. Era questione di vita o di morte. L’uomo però è rimasto, e ha tenuto duro. E, come aveva già annunciato ufficialmente, la sua promessa di salire sul palco non è stata tradita. Grimmett ha suonato, come aveva detto che avrebbe fatto. Un po’ con la protesi, un po’ in carrozzina. Alla fine ha vinto una combinazione delle due cose. È arrivato al microfono in carrozzina e il concerto l’ha passato in parte in piedi, in parte seduto. Ha conquistato subito tutti con la sua voce inconfondibile e marcata, che ancora una volta trasmetteva fascinazione per la figura e l’opera di Ronnie James Dio, anche se le condizioni di salute, ovvero l’handicap nel gestire la postura del corpo, non gli hanno permesso di sviluppare al meglio la potenza vocale. Eppure Steve ha comunque sfoderato alla grande tutti gli acuti e i bassi. Oltre all’attuale album in studio »Walking in the Shadows«, la band ha naturalmente riempito la scaletta con il materiale della famigerata »Rock You To Hell«, da cui i Grim Reaper hanno eseguito quattro pezzi, cioè la title track, poi Lust For Freedom, Rock Me Till I Die e Night of the Vampyre. Steve ringraziava continuamente la folla con il cuore in mano, il tempo durante il suo set si era ormai completamente rimesso e un sole cocente dominava la scena. Il momento speciale è arrivato quando Steve ha annunciato l’esecuzione di un brano del suo grande idolo Ronnie James Dio, Don’t Talk To Strangers, che ha cantato con una raffinatezza e una sensibilità vocale straordinarie. Giù il cappello davanti alla leggenda e alla band. Per la tenacia, la fede e la sfida. È tutto ciò e il massimo che un musicista, insieme alla sincerità creativa, può dare al suo pubblico. Quando ti ricordi quella farsa dei Volbeat al Metaldays due anni fa, a un artista del genere puoi solo metterci una croce sopra, al confronto con il cuore da leone di Steve Grimmett. Là il »wannabe Elvis in miniatura« Poulsen ha »tossicchiato un po’« nel microfono e la band ha subito cancellato il concerto. Qui invece un uomo resta senza una gamba, ma non si arrende e non molla. Steve Grimmett con la sua squadra ha chiuso il set con altri due pezzi più vecchi, entrambi title track degli album »See You In Hell« (con cui ha chiuso il concerto) e »Fear No Evil«. Indimenticabile.
Dopo l’esibizione di Steve Grimmett e dei Grim Reaper il festival non ha affatto smesso di regalare curiosità. Lee Aaron ha portato di sicuro sul festival un altro momento particolarmente attraente. Senza dubbio una delle sorprese dell’edizione di quest’anno del BYH. La musicista canadese oggi ha 55 anni e ha ricominciato a esibirsi più spesso anche sui palchi europei. L’anno scorso ha pubblicato in autoproduzione il nuovo album in studio »Fire And Gasoline«, con cui è tornata alle radici rock. Lee Aaron, che all’anagrafe fa Karen Lynn Greening, mantiene una vitalità altissima e una grande vivacità sul palco. La cantante saltellante ha sfornato un super surplus di vibrazioni positive ed energia e con il suo temperamento e il suo fascino ha confermato di essere ancora fatta per il palco come si deve. Vocalmente parlando! Naturalmente il pubblico aspettava i momenti più rock della sua carriera, cioè il materiale degli anni Ottanta. E non si è dovuto aspettare molto, perché Lee ha aperto il concerto con Hot To Be Rocked dal terzo album »Call of the Wild«, seguita da Hold On, dal disco »Bodyrock«. Poi ha dedicato un po’ di attenzione ai pezzi del nuovo album, e il resto è andato ai tempi leggendari, con Powerline, Watcha Do To My Body, Diamond Baby, Barely Holdin’ On e, in chiusura, la sempre attesissima Metal Queen dal suo secondo album in studio (omonimo). .
È seguita un’ottima esibizione dei Riot V. In pratica sono i leggendari metallari newyorkesi Riot in versione nuova, senza lo scomparso Mark Reale in formazione. I Riot V avevano suonato due anni fa al Bang Your Head, quando il nuovo album in studio »Unleash the Fire« era freschissimo. Due anni dopo la band va avanti, e con la stessa formazione: Don Van Stavern al basso, Mike Flyntz alla chitarra, Frank Gilchriest alla batteria, Todd Michael Hall alla voce e il giovane e promettente Nick Lee alla chitarra. Ai Riot V non c’era niente da rimproverare. Fatto bene? Alla grande. A partire dall’affiatamento, dall’uso dello spazio sul palco. Di precisione negli assoli, limati fino al cavillo, ce n’era in abbondanza, con l’esperto Flyntz che ovviamente prendeva l’iniziativa. Va sottolineato in particolare il superbo Todd Michael Hall, che ha davvero consegnato una prestazione vocale di assoluta brillantezza. La band ha cominciato con Rock Hard Live Free dall’album in studio attuale, per poi passare in un attimo al cult »Thundersteel«, con Flyntz e Lee che si sono sepolti con le chitarre dentro Fight of the Warrior. La prima super sorpresa è arrivata con la terza canzone: Don’t Hold Back dall’album »Fire Down Under«, che la band non suonava dal 1981. Dopo, i Riot V hanno rafforzato ancora la loro impenetrabilità sul palco con la »popolarissima« Johnny’s Back, cantata in coro da buona parte del pubblico, poi è toccato a Road Racin’, unico pezzo dell’album »Narita«, quindi la fantastica e indimenticabile Bloodstreets (album »Thundersteel«), la nuova Take Me Back e il gran finale, aperto dall’attesa Swords And Tequila (album »Fire Down Under«), rilanciato dal classico Warrior da »Rock City« e chiuso da un assalto furioso, cioè la title track dell’album »Thundersteel«. Il concerto dei Riot V è un obbligo per ogni inconsolabile amante dell’heavy metal old school. La band sul palco è eccezionale. Per questo la sensazione che il concerto sia girato in un attimo, in questo caso, è semplicemente un dato di fatto. Peccato. I Riot V vanno visti assolutamente a un concerto a minutaggio pieno, cioè uno che duri poco meno di due ore. Speriamo che si presenti presto l’occasione giusta.
I Magnum sono grandi veterani del rock’n’roll. Gli inglesi restano indistruttibili e anche in età matura pubblicano regolarmente nuovi album in studio. L’attuale »Sacred Blood »Divine« Lies« è uscito lo scorso febbraio e la band già annuncia per quest’anno l’uscita del successore. Ma diciamolo chiaro: dal concerto ci si aspettava un po’ di più. Anche se il gruppo ha mascherato con abilità la forma live non proprio al top di giornata integrando i classici cult dell’album »On A Storytellers Night« (title track, All Englands Eyes, Les Morts Dansant, How Far Jerusalem), non riuscivi proprio a toglierti la sensazione che i Magnum emanassero stanchezza e logoramento. Valeva soprattutto per il cantante Bob Catley, che da qualche anno arranca vistosamente con la voce e da un pezzo non ha più né la potenza né l’estensione di una volta. Anche se proprio quest’anno la band ha rinfrescato la formazione con il nuovo tastierista Rick Benton, che ha preso il posto del pensionato Mark Stanway, e con il batterista Lee Morris, che ha sostituito lo storico membro dei Magnum Harry James (James ha lasciato perché troppo impegnato, e con i suoi Thunder gli sta andando di nuovo molto bene), la sensazione che la band non avesse trovato la giusta forma esecutiva del giorno non te la toglievi di dosso. Catley sembrava stanco e il gruppo, nel suo insieme, sembrava voler portare a termine il set il prima possibile in modalità routine. Forse la sola posizione a metà giornata ha chiesto il suo pedaggio. Il caldo e l’afa hanno chiesto il loro pedaggio. In apertura la band ha comunque sorpreso piacevolmente riportando in scaletta dopo tanto tempo Soldier of the Line dal disco »Chase the Dragon« (1981), poi sono arrivati due pezzi dell’album attuale »Sacred Blood »Divine« Lies« (la title track e, dopo, una cosa meno interessante, il nuovo singolo appena uscito Crazy Old Mothers), quindi un pacchetto di brani del cult »On A Story Tellers Night«, spezzato a metà dalla più recente Unwritten Sacrifice (album »Escape From A Shadow Garden«), e la band ha chiuso con Vigilante (album »Vigilante«).
Ancora prima dell’esibizione dei leggendari hard rocker svizzeri Krokus, alle sei in punto del pomeriggio ha cominciato a tuonare nella sala, dove hanno aperto il loro set gli Almanac, una nuova band guidata, dopo l’addio ai leggendari power metallari di Amburgo Rage, dal polistrumentista, compositore e virtuoso della chitarra bielorusso Victor Smolski. Una dritta. Gli stessi Almanac a febbraio di quest’anno hanno suonato a Lubiana davanti a una dozzina scarsa di spettatori (una ventina e non di più, anzi meno). Nella sala invece gli Almanac hanno trovato un sostegno ben più robusto, con almeno 600-700 persone. La band funziona come una mini orchestra metal operettistica. E tale è anche l’album »Tsar«. Smolski usa tre voci soliste. Una femminile (Joanette Marchewka) e due maschili (David Readman dei Pink Cream 69, Andy B. Franck dei Brainstorm). Un’odissea power metal, fortemente appesantita da arrangiamenti ispirati a elementi operettistici e orchestrali. E Victor? Resta Victor. Un maestro e acrobata della chitarra fuori dal comune. I suoi assoli e il suo modo di suonare restano poesia per chitarra e un capolavoro unico nel padroneggiare la bibbia, o la teoria, delle sei corde.
Comunque ho dirottato più attenzione sull’esibizione dei Krokus, che al Bang Your Head festival ormai non sono certo degli sconosciuti. La leggendaria formazione hard rock svizzera si presenta con ben tre chitarristi: Mark Kohler, Fernando Von Arb e il ritornato Mandy Meyer (Unisonic, ex-Asia, ex-Gotthard). La band, in attività, tanto per dire, dal 1975, è completata dall’unico e inconfondibile cantante Mark Storace, dal membro fondatore, ex batterista e oggi bassista Chris Von Rohr e dall’unico membro un po’ più giovane, il batterista Flavio Mezzodi. Quest’anno la band ha pubblicato un album di cover, »Big Rocks«, quindi stavolta i Krokus hanno suonato qualche cover. I Krokus suonano regolarmente in Svizzera, poi più che altro nei posti più sperduti della Germania. Per fortuna però con »Big Rocks« non hanno esagerato. In apertura hanno sparato American Woman (The Guess Who), in chiusura la »dylaniana« Mighty Queen, verso metà scaletta si è infilata anche Rockin In A Free World (Neil Young), e poi i minuti »rubati« erano abbastanza. La band ha riempito il repertorio con i classici anni Ottanta che tutti volevano, quelli grazie ai quali nel mondo, a oggi, ha venduto oltre 14 milioni di album in studio. Così sono arrivate Heatstrokes, Fire, Bedside Radio (tutte dall’album »Heavy Metal Rendez Vous«), poi Headhunter e Screaming in the Night (album »Headhunter«). Il concerto si è aperto con Long Stick Goes Boom da »One Vice At Time«, dove si sono concessi il verso iniziale del classico degli Who Pinball Wizard. I Krokus non hanno scordato nemmeno gli album »Hardware« (Easy Rocker) e »Heart Attack« (Rock ‘N’ Roll Tonight). Tra le cose post-millennio nel repertorio è finita solo Hellraiser (dall’omonimo album), per il resto classico dopo classico degli anni Ottanta e, in una parola, eccezionale. La band è incredibilmente esperta e rodata. Storace resta un comandante fuori dal comune, e per giunta un ometto molto divertente e teatrale. Le chitarre cantavano, cantavano e gemevano dolci. I Krokus restano incredibilmente agili e convincenti anche dopo tutti gli anni di resistenza, che sono più che invidiabili. Okay, Storace non ha più quella estensione, ma sul palco è sfacciato, monello e affilato come un piccolo cavallo da monta. Un super concerto per queste leggende dell’hard rock europeo.
Mentre i Krokus stavano chiudendo il loro set, sul palco in sala sono saliti gli heavy metallari tedeschi Paragon. Si tratta di una band cult tedesca di Amburgo, in attività da più di vent’anni. L’anno scorso i Paragon hanno pubblicato l’undicesimo album in studio, »Hell Over Hell«, e con il minutaggio a disposizione hanno presentato, oltre al disco nuovo, una scaletta di materiale più vecchio molto ben bilanciata. La formazione è composta dai chitarristi Jan Bertram (oggi l’unico membro della formazione originale) e Martin Christian, poi dal cantante Andreas Babuschkin e dal bassista Jan Bünning, mentre alle bacchette c’è Soren Teckenburg, l’uomo con la minore anzianità nei Paragon. Si sono susseguite così Abducted, Palace of Sin, Armies of the Tyrant, Law of the Blade, Across the Wastelands, Rising Forces, Hypnotized, Hell Beyond Hell, Impaler, Hellgore Play in Thunderstorm. Questa esibizione eccezionalmente matura e compatta della band abbiamo dovuto interromperla, perché sul palco principale era già tutto pronto per l’esibizione in esclusiva dei veterani australiani del rock’n’roll Rose Tattoo.
In Europa non c’erano da nove anni. Dopo tutta questa siccità sono finalmente tornati, e proprio al Bang Your Head, con l’unica data europea del 2017. In esclusiva. Signore e signori. I mascalzoni australiani del rock’n’roll Rose Tattoo, in attività dal 1976. Il diavolo sa perché siano sempre rimasti all’ombra dei fratelloni AC/DC, ma questa è una band che si è meritata in pieno il grande salto, che purtroppo non è mai arrivato. Quando sembrava che fosse finita, perché nel gruppo, a parte il tosto e urlante ometto Gary »Angry« Anderson, erano morti i principali protagonisti musicali, l’anno scorso sono filtrate le notizie della rimpatriata e della riattivazione della band. Sono seguiti un nuovo documento dal vivo e altro ancora. L’annuncio di un nuovo album in studio. Non c’era quindi da stupirsi che la maggior parte del festival alle otto di sera aspettasse con ansia i Rose Tattoo sul palco. Non hanno deluso, per niente. La scaletta era composta soprattutto da momenti dei primi tre album, con l’accento sull’esordio »Rose Tattoo« (1977) e sul terzo, cioè »Scarred For Life« (1982). Curioso che sia rimasto fuori il materiale dell’album »Southern Stars« (1984). In squadra la chitarra solista era in mano all’esperto Dai Prichard, nella band dal 2007, e il suo slide tirava fuori un vero e proprio lamento melodioso della chitarra, mentre passeggiava con arte su e giù per il manico aggiungendo al suono del gruppo quella inconfondibile patina protettiva. Gli altri tre tasselli della squadra si sono uniti ad Angry solo quest’anno: il bassista Mark Evans, il batterista John Watson e il chitarrista Bob Spencer. Angry sbraita ancora col suo famoso vocione e con la sola presenza scenica. Forse la band avrebbe potuto essere settata un po’ più forte. È l’unica pecca. Cioè il suono. Per il resto, una dopo l’altra: Out of this Place, Assault & Battery, Tramp, Who’s Got the Cash, Juice on the Loose, Rock ‘n’ Roll Outlaw, The Butcher and Fast Eddy, One of the Boys, Bad Boy for Love, Rock ‘n’ Roll is King, Branded, Scarred for Life, We Can’t Be Beaten, Black Eyed Bruiser (album »Blood Brothers«, 2007) e, in chiusura, Nice Boy. I Rose Tattoo cavalcano di nuovo.
I Rose Tattoo stavano finendo proprio allora quando sul palco della sala sono saliti gli ottimi revivalisti thrash metal spagnoli Angelus Apatrida, che a dicembre scorso hanno suonato, insieme ai Vector, anche all’Orto bar di Lubiana. Anche a questo concerto a Balingen il quartetto composto da Guillermo Izquierdo (voce, chitarra), David G. Alvarez (chitarra), Jose Izquierdo (basso) e Victor Valera (batteria) presentava il quinto e ultimo album in studio, intitolato »Hidden Evolution« (2015), senza però trascurare il periodo più vecchio. Si sono susseguite così, tra le altre, Immortal, Violent Dawn, Vomitive, Of Men and Tyrants, End Man, Give’Em War, Serpents On Parade e You Are Next. Gli Angelus Apatrida sono una band eccellente. Estremamente carica e affilata, anche se in pratica fa tutto Guillermo da solo. È un solista ottimo e un cantante incredibilmente incisivo e carismatico. Il cantante e chitarrista riccioluto a tratti riesce ad avvicinare in modo incredibile il suo timbro vocale a quello del leggendario Dave Mustaine, anche se per lo più canta con il suo timbro e il suo approccio. Tra tutti i gruppi in cartellone, per cinetica sul palco li ha superati, probabilmente in tutto il festival, solo i »pazzi« belgi Evil Invaders il giorno dopo, ma per il resto gli Angelus Apatrida sono una band scandalosamente aggressiva, che non risparmia né energia né artiglieria pesante, con cui spara da ogni posizione sul suo pubblico. Senza pietà. Affiatamento, potenza straordinaria, incisività incredibile e una convinzione esecutiva che non lascia respirare l’ascoltatore nemmeno per un attimo. Purtroppo abbiamo dovuto interrompere questa prestazione eccezionale della band perché il palco grande si stava preparando per l’esibizione da headliner dell’ex cantante dei Mötley Crüe Vince Neil con la sua band di supporto.
Il main event del programma del secondo giorno è stato quindi l’esibizione da headliner di Vince Neil con la sua band di supporto. Poco prima dell’inizio si poteva vedere Jeff Bland, chitarrista degli Slaughter, che correggeva il suono sul palco. Alla maniera di un capo palco e fonico. Che significa? »Blando«, Dana Strum e Zoltan Chaney sono in pratica gli Slaughter e il giorno prima avevano suonato come Slaughter, il giorno dopo anche nel ruolo di band di supporto di Vince Neil. Be’, »Blando« e Strum formano da tempo il nucleo di supporto della squadra di Neil, quindi non è stata nemmeno una sorpresa. Il concerto però non è durato nemmeno un’ora. Bis compreso, Vince Neil ha sbolognato dieci pezzi, e a metà set è sparito nel backstage, lasciando il ruolo di cantante principale a Jeff Blando, che per un quarto d’ora ha annoiato il pubblico con una rimasticatura trita di cover dei momenti più in vista dell’era del rock: Whole Lotta Love, Heaven And Hell e Stairway To Heaven (mancava solo Smoke On The Water). Dunque. È noto che Neil è un personaggio teatrale. Su questo non ci sono dubbi. Era nei Motley Crue, e non può dirlo chiunque. È carismatico, è un animale da palco navigato e sa creare teatro. Ma stavolta la sua voce da »punk rock ragazzino« non ha potuto consolare tutti quelli che si erano precipitati sotto il palco per godersi i classici dei Motley Crue. Vince con la sua squadra ha suonato: Dr. Feelgood, Piece of your Action, Looks That Kill, Home Sweet Home, Shout At The Devil, Kickstart My Heart, Girls, Girls, Girls, Wild Side e, nel bis, Live Wire. Nonostante Chaney, Strum e »Blando« si siano dati da fare sul serio e abbiano spremuto il massimo, tutto questo era troppo poco. Semplice. Il concerto avrebbe dovuto durare almeno un’ora e mezza. Per questo l’esibizione ha portato un’amara delusione non solo del secondo giorno, ma di tutto il festival. Su questo pogrom l’organizzatore ufficiale nei giorni dopo il festival ha anche diffuso delle scuse ufficiali e una spiegazione, secondo cui si sarebbe trattato di un malinteso tra il management della band e l’organizzatore. Boh. Una fregatura così non se la merita nessuno, men che meno la fama e la grandezza di un festival del calibro del Bang Your Head. Per questo non stupivano le dichiarazioni dopo il concerto del pubblico tedesco esigente, secondo cui Vince Neil non deve più farsi vedere a Balingen. La comunità musicale tedesca è critica e questa criticità è decisamente autorevole. E perché è andata così? Perché può. Semplicemente, Vince Neil se lo può permettere. Non tutti sono stati nei Mötley Crüe. Un concerto che dimentichi nel giro di un attimo. Vinko (G.) Nil.
Be’, siccome nemmeno io sono mai stato un grande fan dei Motley Crue e nemmeno di Vince Neil, al concerto non avevo grandi aspettative, quindi per me quello che è successo non è stato nemmeno una sorpresa particolare. Per fortuna, appena Neil ha lasciato il palco per la prima volta e la band di supporto ha condannato il pubblico di Balingen ad ascoltare cover, sono filato in sala al concerto dei fantastici Angelus Apatrida, che mi sono goduto con grande piacere fino alla fine.
Per il gran finale del secondo giorno ci hanno pensato gli Entombed A.D. , fino al 2014 Entombed, poi Entombed A.D., il che significa che sulla scena ora ci sono due formazioni Entombed. Gli Entombed A.D. sono dunque la frangia in cui canta il carismatico e sempre divertente Lars Göran Petrov, che ha prestato la voce alla maggior parte degli album in studio degli Entombed. Negli ultimi tre anni gli Entombed A.D. hanno messo in fila con questo nome due nuovi album in studio, da cui abbiamo sentito tre pezzi, cioè Midas In Reverse, Dead Down (entrambi dall’album »Dead Down«) e Second To None (album »Back to the Front«, 2014), ma la parte del leone nella scaletta l’hanno fatta i pezzi che Petrov cantava ancora sotto il nome Entombed. Il che significa che gli amanti di questa band cult di death ‘n’ roll sono decisamente stati serviti. Non solo per il repertorio, ma anche per la sua reinterpretazione. Il gruppo ha confermato quello che ci eravamo goduti l’anno scorso anche da noi, quando ha suonato due volte anche in Slovenia (l’ultima a novembre 2016 insieme ai Voivod). Verso la fine Petrov ha un po’ ceduto, perché i riflettori sul palco lo avevano messo a dura prova, in modo più che visibile, ma ha continuato a sfidare tutto con cuore da leone fino alla fine del set. La band ha snocciolato i seguenti classici degli Entombed: Stranger Aeons, Eyemaster, Living Dead, Out of Hand, Chaos Breed, Revel in Flesh, Wolverine Blues e Left Hand Path. Sicuri e convincenti. Il pubblico assetato di »estremo« era entusiasta. Con l’esibizione degli Entombed A.D. il secondo giorno del festival ha così finalmente visto nascere il terzo e ultimo giorno di quest’anno del Bang Your Head festival.
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