Metaldays 2017 (secondo giorno) – i vichinghi alla conquista di Tolmino
Autori: Rok Klemše, Aleš Podbrežnik
Foto: Nina Grad
Luogo: Tolmino, Slovenia
Data del concerto: 25.07.2017
Presenze: 13.000
Prezzo del biglietto: 160,00€ (abbonamento settimanale) / 140,00€ (abbonamento di tre giorni) / 60,00€ (biglietto giornaliero)
Dopo i nubifragi di lunedì speravamo tutti che il martedì somigliasse meno al giorno del giudizio, e per fortuna in parte è andata proprio così. Nel primo pomeriggio siamo quindi riusciti a sentire qualche band sui più piccoli dei tre palchi. Per prime abbiamo dato una sbirciata veloce ai death metaller melodici tedeschi The Black Court, niente di speciale, ma con il loro approccio melodico al death metal almeno non hanno fatto scappare tutti il più lontano possibile dal palco. I ragazzi, con il loro melodic death metal piuttosto generico, erano in sostanza i più vicini agli Amon Amarth, soprattutto per la voce di Oskar, che ricordava parecchio quella di Hegg. Nonostante l’impegno sul palco, però, i The Black Court sono stati dimenticati in fretta.
Un ricordo un po’ più duraturo l’hanno lasciato invece gli olandesi For I Am King, prima di tutto grazie alla piccola e timida cantante Alma Alizadeh, che negli interventi tra un pezzo e l’altro suonava come un topolino spaventato, ma quando si è messa a ruggire ha tirato fuori una voce da far invidia. Il quintetto olandese è ben piantato nel death metal melodico moderno con chiare influenze metalcore, cosa che stavolta non ha nemmeno dato fastidio, perché la ragazza e i ragazzi hanno messo in piedi uno show maledettamente energico. Non hanno dato fastidio nemmeno i frequenti breakdown, ravvivati da inserti melodici di chitarra, dalla velocità per lo più vertiginosa dei pezzi e dalla convincente Alma. Una band sorprendentemente godibile per un orario così presto, che non suona male nemmeno sugli impianti di casa.
Gli Avven sono un’istituzione musicale slovena che negli ultimi anni ha fatto un salto enorme. Soprattutto in fatto di chilometri live accumulati, e già dagli inizi gli Avven erano considerati un gruppo capace di portare qualcosa di diverso e fresco con la propria visione musicale. E questa continua trasformazione artistica è ancora in corso, come dimostra anche l’EP attuale »Eos«. In tre quarti d’ora la band ha scaldato per bene il pubblico, che ballava allegro in mezzo al boschetto accanto al secondo palco del festival, e ha messo in scena un’esibizione compattissima, rodatissima e sicura. Anche dal punto di vista sonoro funzionava tutto. Una band che ha trovato la sua nicchia espressiva fondendo le strutture di riff moderne del metal pesante con un’audace innesto di melodie folk e ritornelli molto melodici, guidati da un’autorevole voce maschile, e ha portato così un repertorio di vecchio e nuovo. Hanno suonato la gran parte dell’EP »Eos« (Oceans, Reborn, Red Sun, The Void, Join the Dance, Empires), mentre i pezzi più vecchi (Zmaji, Vvile, Sijaj, Hej ti!,…) hanno trovato posto nella prima metà del concerto.
Visto che sosteniamo i nostri, alle quattro era ora di piazzarci davanti al palco New Forces e abbandonarci ai piaceri della vasectomia sotto le dita chirurgicamente precise dei medici death metal del Prekmurje, i Vasectomy. Dopo il disastro di lunedì che ha distrutto il terzo palco, purtroppo hanno dovuto suonare su una versione improvvisata del palco, ma a loro non è importato un granché. I ragazzi nel primo pomeriggio hanno fatto scuotere per bene i colli a un pubblico bello nutrito e hanno mostrato cosa significa il vento death metal del Prekmurje. Patrik ha ruggito e urlato con sicurezza su una base massiccia e grassa di ottimo riffing e una sezione ritmica solida. Per la super esibizione i Vasectomy si sono meritati un set sul palco Boško Bursać al Metaldays 2018. Ragazzi, smettetela una buona volta di stuzzicarci e sganciate finalmente il tanto atteso debutto Deathcon 1!
Gli Evil Invaders, revivalisti belgi dell’heavy metal, più precisamente speed metaller da uragano che resistono sulla scena da un intero decennio, hanno sfruttato l’estate di quest’anno per fare il giro dei festival. Li avevamo già beccati nell’edizione di quest’anno del festival tedesco Bang Your Head!!!, dove hanno messo in scena un vero delirio orgasmico di show da capogiro. È incredibile, infatti, come questi tizi riescano a correre avanti e indietro di continuo, a fare miracoli acrobatici e intanto a restare sempre solidi e compatti, con alla testa Joe, dalla voce diabolicamente stridula. Anche al Metaldays 2017 non è andata molto diversamente. La band si è incollata le prime cinque file, che le mangiavano in mano, mentre subito dietro si alzavano polvere e sabbia dai circle pit selvaggi che non sono calati per tutto lo show. Ancora un concerto di cui capivi subito che sarebbe finito prima ancora di cominciare, e quaranta minuti per godersi uno spettacolo del genere sono decisamente troppo pochi. La band ha aperto il concerto con As Life Slowly Fades, che si trova sull’attuale EP »In for the Kill«, annunciando così il prossimo album in studio »Feed Me Violence«, in uscita a fine settembre di quest’anno. Più o meno a metà concerto l’hanno confermato anche con l’altro brano nuovo, Mental Penitenciary. Il grosso del materiale, con Pulses of Pleasure, Fast, Loud ‘n’ Rude, Shot to Paradise, Master of Illusion e Starway to Insanity, era incentrato sull’ultimo album in studio ancora attuale, »Pulses of Pleasure« (2015), e gli Evil Invaders rotolavano letteralmente da un pezzo all’altro. Senza compromessi, con tutta la foga e la forza, cinti da una sacca piena di rabbia e di aggressività eccezionale. Una band giovane che porta un assalto revivalista di prima qualità verso i vecchi tempi, quando le band metal, all’epoca del rapido sviluppo del genere, cercavano lo shock volendo suonare ancora più veloci e ancora più forti.
Quando sul palco principale avrebbero dovuto salire i Krisiun, si è scatenato un diluvio, e la pioggia forte non è calata fino alle sette, anzi un po’ oltre. Nonostante questo, ancora in mezzo al maltempo sul palco principale sono saliti i leggendari metaller americani di Seattle Sanctuary, guidati alla voce dal celebre e inconfondibile Warrel Dane. Il loro show si è diviso in due metà. Pioggia e asciutto, e quando da nord-ovest è spuntato uno squarcio di sereno, Warell ha sentenziato al volo: »Oh, a glimpse of light!« Il set è stato logicamente un po’ accorciato, la band ha messo in fila solo sette brani, aprendo con Arise and Puriy senza dimenticarsi di infilare in scaletta l’immancabile Frozen, poi sono seguite Let the Serpent Follow Me, Season of Destruction, Die for My Sins, Question Existence Fading e il concerto si è chiuso con Taste Revenge. Riff di culto, facce di culto, band di culto. Peccato solo che il meteo l’abbia rovinata e che i Sanctuary non abbiano suonato in condizioni ottimali. Warrell resta un comandante eccezionale, carismatico, arguto nei dialoghi sul palco col pubblico e interlocutore sempre interessante. Comunque il tipo non ha più quella forma e quella potenza vocale di una volta, quando sotto i suoi urli crollavano i muri, perciò per la maggior parte del tempo si è adattato, mostrando solo ogni tanto più apertamente la sua usura vocale quando andava sulle note alte (qualche scream), mentre per il resto è rimasto volentieri nei registri medi. È un piacere guardare e ascoltare gli assoli di Lenny Rutledge, la band nel suo insieme resta magnetica, anche se questo magnetismo non è riuscita a svilupparlo con la stessa intensità con cui c’era riuscita nel giorno di riscaldamento del Bang Your Head di quest’anno in Germania. Speriamo di riuscire a rivedere presto i Sanctuary. In condizioni live ottimali. Per il resto, complimenti alla formazione che, nonostante le peripezie del meteo, è salita coraggiosamente sul palco e ha fatto quel che si poteva in condizioni così dure.
Una delle sovrapposizioni più sfortunate del festival è stata senza dubbio quella tra Sanctuary e Macabre. Io ho scelto i secondi, perché avevo fame di carne di bambini e di tutto il resto che la band americana di culto canta nei suoi pezzi. I Macabre esistono da quasi tre decenni e, pur non avendo mai fatto davvero parte di questa scena, hanno influenzato in modo evidente death metal e grind. Il trio, che nei suoi brani canta serial killer e altri assassini di massa, dopo qualche anno di silenzio è finalmente di nuovo attivo dal vivo e ha convinto anche al Metaldays. Anche se proprio durante il loro show si è rimesso a piovere di brutto, sotto il palco li seguivano parecchi fan entusiasti, e i Macabre hanno regalato un’esperienza live impagabile. Protagonista è il frontman Corporate Death, che urla e grugnisce i pezzi come una vittima di uno dei serial killer che cantano (Jeffrey Dahmer, Albert Fish, Ed Gein ecc.), e tra un brano e l’altro serve con aria del tutto innocente la storia dietro ogni singolo pezzo. La band ha dimostrato di essere in forma eccellente e spero che si avvicini finalmente l’uscita della tanto annunciata seconda parte di Grim Scary Tales – una rassegna storica degli assassini di massa come solo i Macabre sanno proporla.
I Katatonia erano nel programma del Metaldays di quest’anno i veri outsider musicali. Pur trattandosi di una formazione svedese di culto, attiva dal 1991 e con dieci album in studio all’attivo, i Katatonia sono una band che nel corso degli anni ha cambiato radicalmente il proprio stile musicale. Oggi è difficilissimo etichettarlo con una sola parola (forse dark art rock?). Il gruppo che un tempo difendeva i colori del death e del doom metal suona oggi più vicino ai gusti musicali di chi ama, tra gli altri, gli Anathema di oggi, e poi Porcupine Tree, Tool o persino i Pink Floyd. Nel quintetto di Stoccolma i volti principali sono anche oggi i due membri originali, il cantante Jonas Rankse e il chitarrista Anders Nyström, mentre la formazione attuale è completata dal chitarrista Roger Öjersson, dal batterista Daniel Moilanen e dal bassista Niklas Sandin. I Katatonia hanno servito un repertorio che arrivava al massimo al quinto album in studio “Last Fair Deal Gone” (2001), da cui nella prima metà del concerto hanno eseguito Teargas. Questa ha infatti spezzato il trittico iniziale dell’attuale album in studio »The Fall Of Hearts« (2016), rappresentato in sequenza dall’esecuzione di Last Song Before the Fade, Serein e Old Heart Falls, mentre il resto del repertorio era coperto da brani degli album »Dead End Kings«, »Viva Emptiness«, »The Great Cold Distance« e »Night is A New Day«, e verso la fine del concerto da un altro brano del nuovo album, Passer.
I Katatonia sono dei grandi perfezionisti dell’esecuzione. Il loro modo di esprimersi ha mantenuto, per i tempi nuovi, l’oscurità originaria, la tenebrosità, l’ossessione per l’oscuro, un’espressività musicale rivolta all’eterna malinconia e alla rovina. E questa atmosfera, con tutte le sue particolarità, ha subito piegato a sé la scena del festival. Una vera delizia per i veri fan dei nuovi Katatonia. Anche nell’ottimizzazione delle condizioni per il concerto stesso, che per fortuna erano cucite addosso alla band. Renkse è un cantante eccezionale. Sempre incredibilmente immerso nel pezzo e, tra passioni ed emozioni, palpabilmente vero. Una band che si aggrappa a una logistica musicale old school ha sviluppato un suono eccellente e pieno, con un’esecuzione per il resto affiatata in cui il ruolo dominante lo gioca assolutamente solo il puro feeling. L’atmosfera cupa di un’ipnosi tripposa e inebriante ha quindi funzionato a pieno ritmo e, se ti eri trovato sulla stessa lunghezza d’onda con un umore del genere, il concerto sembrava un dolce, breve sogno da cui ti ha risvegliato solo il saluto finale di Jonas e il suo grazie al pubblico.
Tutta la fauna umana che quest’anno ha visitato il festival aspettava il secondo giorno un solo artista. Sul palco della confluenza che li ha adottati ormai da tempo. Parliamo degli svedesi Amon Amarth. La strada d’accesso all’area del palco principale è stata più volte letteralmente intasata, perché la gente avanzava euforica nel fango verso il concerto della band. Probabilmente non è superfluo aggiungere, più o meno, che in pratica l’intero festival guardava lo show del gruppo. Gli Amon Amarth sono cresciuti negli anni fino a diventare un franchise gigantesco che riempie le arene di tutto il mondo. Così nel corso degli anni è cresciuta anche la scenografia e la ricchezza delle scenografie di palco. E la band, con l’album ancora attuale »Jomsviking« uscito l’anno scorso, è costantemente e ininterrottamente in giro per i palchi. Anche questa visita del gruppo al festival si può definire senza dubbio con una sola parola. Spettacolare. L’intera regia. Con il continuo cambio di scenografie, eccezionali inserti pirotecnici, l’incitamento del pubblico tra un pezzo e l’altro da parte del bestione vocale Johan Hegg, che nel gran finale ha domato eroicamente un drago gigantesco, brutto e cattivo, e naturalmente con l’esecuzione stessa del repertorio. Rigorosamente professionale e studiato fin nei minimi dettagli. Dal primo all’ultimo secondo. In tutto questo ha dato fastidio una cosa sola. Il concerto era troppo basso di volume. La logistica dell’impianto audio disponibile in questo e nel primo giorno del festival, considerati quelli «da tempesta», non permetteva altro. Ma questo non ha offuscato l’energia eccezionale e l’interazione tra pubblico e band, che non è calata per tutto lo show. Una presentazione massiccia del nuovo album e dei classiconi d’obbligo del repertorio hanno regalato alla band un’altra vittoriosa visita alla confluenza di Tolmino, di cui è chiaro che non sarà l’ultima. Gli Amon Amarth sono dunque venuti, hanno visto e (di nuovo) vinto.
Il secondo giorno del festival è stato chiuso sul palco Boban (dopo che all’ultimo momento i Kadavar hanno annullato la loro esibizione in modo davvero scorretto) dall’istituzione black metal polacca Mgla, e un tocco di esclusività alla serata l’ha dato il fatto che dopo i festival estivi il gruppo si ritira per un po’ dai palchi. In un’ora buona i polacchi hanno mostrato come si serve il black metal, mettendo in fila una sfilza di melodie terrificanti, momenti sinistri e uno dei migliori approcci al black metal moderno. I polacchi hanno steso la nebbia con pezzi da tutti e tre gli album, Groza, With Hearts Towards None ed Exercises In Futility, ma a brillare sono stati soprattutto le parti di chitarra efficaci e magistrali degli ultimi due. Ha un po’ disturbato l’eccessiva staticità dei membri della band, con i volti coperti da maschere nere, ma la band ha comunque dimostrato che la Polonia è in questo momento al vertice del black metal europeo. Nella notte sono risuonati in modo spettacolare soprattutto i favoriti (personali) di Exercises in Futility, e in coppia con i Batushka i Mgla sono stati senza dubbio il vertice black metal del Metaldays 2017.
Rok Klemše: The Black Court, For I Am King, Vasectomy, Macabre, Mgla
Aleš Podbrežnik: Avven, Evil Invaders, Sanctuary, Katatonia, Amon Amarth
Klemen Udovč (foto): Avven, Vasectomy
Scaletta
SANCTUARY:
1. Ad Vitam Aeternam/Arise And Purify
2. Let the Serpent Follow Me
3. Die For My Sins
4. Seasons of Destruction
5. Question Existence Fading
6. Frozen
7. Taste Revenge
MACABRE:
1. Zodiac
2. Nero’s Inferno
3. Dr. Holmes (He Stripped Their Bones)
4. Albert Was Worse Than Any Fish in the Sea
5. Scrub a Dub Dub
6. Ed Gein
7. The Iceman
8. The Bloody Benders
AMON AMARTH:
1. The Pursuit of Vikings
2. As Loke Falls
3. First Kill
4. The Way of Vikings
5. At Dawn’s First Light
6. Cry of the Black Birds
7. Deceiver of the Gods
8. Tattered Banners and Bloody Flags
9. Destroyer of the Universe
10. Death in Fire
11. Father of the Wolf
12. Runes to My Memory
13. War of the Gods
— bis 1 —
14. Raise Your Horns
15. Guardians of Asgard
— bis 2 —
16. Twilight of the Thunder God
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