Bang Your Head!!! 2017 (terzo giorno) – un casino spettacolare con il celebre martello degli HammerFall!

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Balingen / Messegelände / Germania
Data del concerto: 15.07.2017
Numero di spettatori: 13.000
Prezzo del biglietto: 109,00€ (abbonamento di tre giorni)

Anche il terzo giorno ha portato a Balingen un bel mucchio di deviazioni sottogenere dentro il metal, anche se si sentiva forte l’accento sulla maestria tradizionale della vecchia scuola e sul power metal, come ha confermato la parte finale del programma con l’esibizione degli svedesi HammerFall. Non serve più ripeterlo: il Bang Your Head!!! è un festival per tutti quelli che hanno gusti musicali più tradizionali e una predilezione per il rock e il metal old school.

Così è partito anche il terzo giorno, con i veterani del thrash metal teutonico di Düsseldorf, Assassin, saliti sul palco. Il quintetto, di nuovo attivo dal 2002, è in realtà entrato in programma all’ultimo minuto: al loro posto avrebbero dovuto suonare i Paradox, che dopo 28 anni avevano promesso un concerto speciale con la formazione originale, ma le condizioni di salute di nuovo peggiorate del capo della band e chitarrista Charlie hanno impedito alla band di esibirsi. Gli Assassin hanno dimostrato alla lettera di essere subentrati a Balingen cinque minuti prima di mezzogiorno. Erano infatti paurosamente scordati e disallineati. Della formazione originale oggi è rimasto solo il chitarrista Jürgen Scholz. Evidentemente non suonano molto dal vivo, oppure tra un’esibizione e l’altra ci sono pause di parecchi mesi. In ogni caso il cantante Ingo Bajonczak ha cercato di rimediare a tutte queste piccole peripezie con lunghi discorsi e tanto humor, ma a tratti si vedeva proprio che la band non domina i grandi palchi, che invece ha sfruttato a dir poco in modo maldestro. Nel concerto la band ha presentato pezzi dell’ultimo album in studio »Combat Cahtedral«, mentre l’ha aperto e chiuso con due brani del debutto »Upcoming Terror«, e cioè Fighjt (To Stop the Tyrant) e Assassin.

Molta più serietà l’hanno portata sul palco i Vain, che dopo il fiasco dell’esibizione di Vince Neil, i Slaughter non proprio convincenti, fenomeni del glam rock e del glam metal, e i Sunstrike, hanno di fatto salvato l’onore del festival. I Vain hanno infatti sfoderato un’esibizione eccellente, proprio come tre anni fa, quando a Balingen suonavano per la prima volta in carriera. Era chiaro che Davy fosse di nuovo »sbronzo«, e di conseguenza il palco era di nuovo tutto per lui. Ha anche tirato fuori per tutto il tempo il suo show teatrale da palco, scrutando da vicino il gentil sesso, distribuendo complimenti, e non sono mancati nemmeno altri condimenti »succosi« della sua fantasia rigogliosa. Oltre all’interpretazione vocale eccellente, che Davy nella sua monelleria possiede ancora oggi, va sottolineato che a sostenerlo c’è una squadra di musicisti di prim’ordine. Anche se quest’anno la band ha pubblicato un nuovo album in studio molto buono, »Rolling With the Punches«, sapeva bene che la gente si aspettava i pezzi del periodo più vecchio. Un’esibizione carica di energia e affilatissima, dall’esecuzione eccellente, accompagnata da Who’s Watching You, la conclusiva Bite the Bullet, 1000 Degrees, Icy, Greener, Secrets,, Quick Step To Love e No Respect.  Meglio i Vain come headliner del BYH che Vince Neil. Senza dubbio.

I Raven sono tre eterni usurpatori sonori, chiamiamoli pure terroristi sonori, in pratica un trio dalla velocità speed metal velenosa e vecchio stampo, guidato dagli indistruttibili fratelli Gallagher. Una band dei tempi del risveglio NWOBHM, veri veterani della scena. Ed è incredibile quello che riescono a fare sul palco in soli tre. Tre diavoletti. In pratica tutto. Quasi un’ora di esplosività Raven e di rituali scatenati dei fratelli Mark e John. L’ultimo album in studio, più che eccellente, »Extermination«, risuona ancora vivo, anche se ha due anni, ma la band ne ha suonato un solo pezzo, e per il resto ha dedicato la scaletta agli album »All for One« e »Rock Until You Drop«, da cui ha pescato metà dell’intera scaletta. Il pubblico si è rianimato di nostalgia, e i Raven hanno confermato tutta la loro eccellenza e la loro intransigenza. Proprio come nel 2013, quando qui suonarono in sala.  La band ha suonato questi pezzi: l’apertura  Destroy (l’unico dall’attuale »Extermination«), All Monsters, Hell Patrol, All For One, Hung, Drawn & Quartered, Rock Until You Drop, Tank Treads (The Blood Runs Red), Faster Than the Speed of Light, On And On, Break the Chain e, vista l’ampia discografia, la chiusura piuttosto superflua con la cover di Mars Bonifre  Born to Be Wild. Quest’ultima scelta è anche l’unico (piccolo) neo di questa esibizione.

Dei tempi della NWOBHM si è restati lì. Sul palco sono saliti infatti i Diamond Head, guidati oggi dall’unico membro originale rimasto, il chitarrista Brian Tatler. La band ha trovato stabilità soprattutto con l’arrivo dell’eccellente urlatore danese Rasmus Bom Andersen, e l’anno scorso ha così registrato il nuovo album in studio »Diamond Head«. La stabilità ritrovata ha spalancato di nuovo le porte dei palchi live. Quando salgono sul palco i Diamond Head, è chiaro cosa si pretende da loro. Roba anni Ottanta. Il più possibile. La band lo sapeva benissimo e ha portato a casa il concerto così. A parte due pezzi nuovi (Bones, Diamonds) hanno sparato un classico dopo l’altro, partendo dalla vecchia Wild on the Streets, che ha trovato posto su un album solo negli anni Novanta, in »Progress And Death«, poi subito una svolta sull’album »Borrowed Time« e la title track. Sono seguite Lightning to the Nations, The Prince, In the Heat of the Night, Shot Out the Lights, gli immancabili It’s Electric e Helpless (entrambi verso la fine del concerto) e naturalmente la conclusiva Am I Evil?, senza la quale un vero concerto dei Diamond Head semplicemente non può esistere. La band ha sorpreso non poco inserendo Starcrossed, un pezzo più vecchio che ha cominciato a suonare dal vivo per la prima volta solo l’anno scorso. I Diamond Head sono quindi un’unità compatta e solida, e la vera spinta alla squadra la dà il cantante in forma smagliante Rasmus Bom Andersen, che ha fatto il matto sul palco senza sosta e ha pure sfoderato qualche acrobazia incredibile. Per non parlare di quello che ha tirato fuori con la voce. Eccezionale. L’anno prossimo la band arriva al Metaldays a Tolmin! Leggende che meritano attenzione senza dubbio, se se ne presenta l’occasione. E lo sapevano benissimo, un tempo, già i Metallica.

Era ora che qualcuno si ricordasse anche della versione old school dello speed/thrash metal americano degli anni Ottanta. Sul palco c’erano infatti i Vicious Rumors. L’anno scorso la band ha pubblicato il nuovo album »Concusion Protocol« dimostrando di essere tutt’altro che finita. L’ha presentato, ottimo com’è, nel tour autunnale europeo insieme ai Dirkschneider. Ora è arrivata la stagione dei festival estivi, e si sa anche che Horst Franz è un grande fan di questa band, quindi i Vicious Rumors sono ospiti molto frequenti del Bang Your Head!!!. Prima di questa estate il grande capo della band Geoff Thorpe ha fatto di nuovo qualche rimpasto in formazione. Al posto di cantante principale è tornato Brian Allen, ottimo vocalist dal carisma contagioso. È proprio quel carisma che dovrebbe avere il frontman di ogni band che si era sentito mancare nei Vicious Rumors dopo che Allen aveva lasciato per un po’ la band. Ora è di nuovo qui. E Brian ha giustificato più che bene questa sua teatralità. Thorpe ha inserito come secondo chitarrista anche il giovane e promettente Gunnar Dügrey, che si è fatto notare con un paio di assoli. Nelle scarpe di Taen Rasmussen non può entrare chiunque. Il ragazzo dimostra quindi di essere fatto della pasta giusta. La band ha preparato una vera scaletta old school. Già la parte iniziale è partita da sogno, con il materiale del loro album in studio di culto e più riconoscibile, »Digital Dictator«, mentre i Vicious Rumors demolivano tutto davanti a sé e sparavano uno dopo l’altro i classici Worlds And Machines, Digital Dictator e Out of the Shadows. Una squadra in forma straordinaria, che sembrava un gruppo di vecchi amici ritrovatisi dopo tanto tempo. Naturalmente anche noi sloveni abbiamo tenuto le dita incrociate, perché sul palco correva come un matto e brandiva il suo basso Spector il nostro Tilen Hudrap. Alla batteria resta ovviamente l’inseparabile compagno di Thorpe, Larry Howe, che ha sfoderato di nuovo una prova eccellente. È interessante che i Vicious Rumors abbiano saltato del tutto il materiale del nuovo album, e che in scaletta abbiano riportato due ottimi pezzi da »Razorblade Killers«, Let the Garden Burn e Murderball, che stanno a Allen come un guanto. La band ha sorpreso anche inserendo Dust to Dust, classico di »Welcome to the Ball« che in carriera ha suonato dal vivo molto di rado, mentre ha riempito il resto della scaletta con pezzi dell’album “Vicious Rumors”: Hellraiser, Down to the Temple e la conclusiva Don’t Wait For Me. In scaletta non poteva mancare l’obbligatoria Soldiers of the Night (dall’omonimo debutto). Grande esibizione, grande squadra. I Vicious Rumors restano una fortezza da palco impenetrabile. Il concerto è stato decisamente più intenso, sia in energia che in emozioni e passioni, rispetto a quello di dicembre a Brno, quando hanno dovuto suonare in quartetto, senza un chitarrista. Speriamo che la band torni presto in Europa. Con un nuovo tour nei club, ovviamente. Tra l’altro, i VR hanno fatto una bella promozione anche al nostro portale web, quando il batterista Larry Howe a fine esibizione ha lanciato tra la folla qualche Rockline tzalica. Questa esibizione incredibilmente intensa al Bang Your Head!!! i Vicious Rumors l’hanno registrata per pubblicare il primo DVD ufficiale della storia della band. Uscirà in un pacchetto speciale nel 2019, quando la band festeggerà i suoi 40 anni di attività, e a filmarla è stata la stessa troupe che proprio qui nel 2015 ha ripreso l’esibizione degli Accept. Questi ultimi hanno pubblicato quella registrazione all’inizio di quest’anno sotto forma di DVD “Restless And Live”. Non stupisce quindi che per l’occasione i Vicious Rumors abbiano fatto allestire il palco con ben venti cabinet per chitarra. Anche la scaletta ha avuto per l’evento una particolarità. La band ha aperto per la prima volta in carriera il concerto con Worlds and Machines, e anche per l’ultima volta. Un evento storico, quindi, per i Vicious Rumors, e la folla presente se lo ricorderà ancora per anni, visto che il concerto l’ha di certo folgorata, come un fulmine a ciel sereno. Ha ricevuto infatti più di quanto sperasse in silenzio. La band ha lasciato sul palco non solo sudore, ma anche sangue, e quel “salto mortale” del nostro Tilen è roba da racconto che negli anni diventerà, se non un mito, almeno una leggenda.

La prima vera delusione l’hanno portata al festival i Dokken. In realtà non è stata nemmeno una delusione, se sai già che Don Dokken non è più il Don Dokken dei tempi d’oro della band. Il cantante nel corso degli anni ha messo su un bel po’ di chili, ma questo non conta nemmeno. Il problema è che la sua voce ha perso riconoscibilità, impronta, carisma ed è diventata del tutto annacquata.  Senza una squadra di supporto così eccezionale, Don Dokken oggi probabilmente non suonerebbe più. Questi ragazzi gli fanno da stampella in modo incredibile. Soprattutto quando si parla del chitarrista fuori serie John Levin, che è stato l’attrazione e la figura principale dell’esibizione della band. I suoi assoli brillanti e incisi con una precisione tecnica impeccabile toglievano il fiato, così come la sua incredibile agilità e scioltezza, e per di più questo chitarrista eseguiva con grande destrezza anche i cori. Che qui sono più che obbligatori. Soprattutto con l’attuale forma vocale a pezzi del capo della band. Con Don restano il batterista originale Mick Brown e la »bella sognatrice« Chris McArvill, il cui narcisistico innamoramento di sé stesso, più o meno, respinge del tutto. Roba che funziona con certi Steel Panther parodistici, e anche lì dev’essere diretta in modo teatrale, non certo con i Dokken.  Insomma, Don è così asciutto vocalmente che già all’inizio del concerto, con Kiss Of Death, il pubblico nel ritornello ha coperto a tuono il cantante. Quel pezzo si sarebbe poi rivelato l’unico dell’album »Back For the Attack«. La band ha preparato un buon repertorio, e ha dedicato la scaletta ai due imponenti classici anni Ottanta »Tooth And Nail« (i pezzi Don’t Close your Eyes, Alone Again, Into the Fire e la conclusiva Tooth And Nail) e »Unchain the Night« (In my Dreams, the Hunter, Dream Warriors). La band ha salato la scaletta anche con la title track dell’album »Breaking the Chains«. Insomma. Tutto era come doveva essere, tranne il deperimento vocale di Don Dokken. Per questo non sarebbe un gran peccato se il tipo mandasse la band in pensione definitiva.

È seguita l’esibizione dei death metaller melodici canadesi Kataklysm. Dal punto di vista di genere hanno rappresentato una deviazione radicale del terzo giorno del festival. Così grande, in realtà, che la band per tutta l’esibizione non è riuscita a tirare fuori dal pubblico nessun feedback particolare. La clientela del festival è infatti più anziana e ascolta altra musica, non tanto band di death metal, anche se i Kataklysm sono tra i rappresentanti più morbidi – cioè più facilmente accessibili – del loro genere. Era lo specchio di ciò che si vive con questa band al Metaldays di Tolmin, che i Kataklysm hanno frequentato già un’infinità di volte. All’esibizione al BYH non si vedeva nemmeno un crowd surfer, mentre ai loro concerti a Tolmin è raro incontrare qualcuno che dopo il concerto ti dica che ai Kataklysm non ha fatto crowd surfing. Nessuna particolare energia di ritorno dal pubblico, quindi, a parte applausi di cortesia. È vero che anche la folla sotto il palco si era un po’ decimata, e pure rimescolata, ma i fan più scatenati della band erano solo una manciata. Ciononostante i Kataklysm sul palco sembravano del tutto rilassati, coinvolti e, naturalmente, bravi come sempre. La band ha presentato con più insistenza l’ultimo album in studio »Of Ghosts and Gods«, mentre ha riempito il resto della scaletta con pezzi dei vecchi album in studio. Maurizio Iacono e compagni restano una squadra da palco rodatissima e calibratissima. I Kataklysm suonano un sacco, alle spalle hanno tanta esperienza e tanti chilometri. Peccato che stavolta non avessero accanto il loro vero pubblico.  

Finalmente ha cominciato a scoppiare qualcosa anche nella sala. Lì hanno aperto il programma i The Unity,  nuova band di due membri dei Gamma Ray, Henjo Richter e il batterista Michael Ehré. I The Unity sono un sestetto e coltivano il power metal tipico, ispirato alla musicalità sinfonico-operettistica. Gli altri tasselli della band sono Stef E.  (chitarra), Jogi Sweers (basso),  Sascha Onnen (tastiere) e il cantante di origini italiane Gianba Manenti, che sul palco era in pratica onnipresente. Il cantante ha un’estensione vocale straordinaria. Non perde potenza da nessuna parte, nemmeno negli acuti estremi, e sembra davvero un cantante lirico. Dei Rhapsody Of Fire o dei Vision Divine lo adotterebbero subito e lo prenderebbero per sé. I The Unity hanno presentato il loro debutto in studio omonimo e avevano un’ora più che sufficiente per promuoverlo senza intoppi.. Certo, si tratta di cliché rimpacchettati e i ragazzi non inventano l’acqua calda, ma è evidente che i Gamma Ray si sono presi una pausa piuttosto lunga. Hansen ha registrato un album solista, sono nati gli Unitiy. Se sei un fan irriducibile di tutto ciò che sa di power metal, i The Unity saranno subito tuoi. A settembre puoi fare un salto a Monaco di Baviera e vederli come spalla degli Edguy. I The Unitiy verso la fine hanno comunque suonato qualcosa dei Gamma Ray. Era il pezzo Send Me A Sign, mentre per il resto hanno infarcito il concerto di brani di loro firma, e cioè: Rise and Fall, Firesign, No More Lies, God of Temptation, Close to Crazy, Calm before the Storm, Killer Instinct e Never Forget.

Poco prima che sul palco principale del festival la divinità chitarristica Michael Schenker mettesse tutto a fuoco, nella sala hanno cominciato a demolire col loro materiale i pesi massimi e dark death metaller tedeschi Disbelief. La formazione Karsten “Jagger” Jäger (voce), Jochen “Joe” Trunk (basso), Alex Hagenauer (chitarra), David “Dave” Renner (chitarra) e Fabian “Fab” Regmann (batteria) ha in pratica servito al festival ciò che un anno fa nella stessa posizione avevano servito i Warpath, altri reduci della scena e death metaller tedeschi simili da EMŠO, solo che i Disbelief sono una squadra totalmente stabile e per questo in carriera non hanno mai fatto pause. Il loro death metal devi essere abituato a digerirlo. In Germania, per la loro discografia, sono una band estremamente stimata. Per questo durante il concerto in sala i presenti non erano pochi, anche se la band si sovrapponeva con gli MSG, il che è stato in effetti un gran peccato. Ma qualcuno deve pur fare da vittima. Stavolta toccava ai Disbelief,  sostenuti soprattutto dai giovani amanti dei suoni pesanti, che ascoltano i rami estremi del metal come se respirassero. Quest’anno la band ha pubblicato il nuovo album in studio The Symbol of Death, e con la title track dell’album ha anche aperto la sua esibizione. La band non scherza ed è velenosa fino al midollo quando tuona sul palco. È affiatata in modo eccellente. Dalla testa ai piedi. Karsten in un attimo ha sudato sette camicie e sembrava uno straccio bagnato mentre rosicchiava con il suo growl la poesia della band. Tra i due chitarristi era Renner a prendere l’iniziativa, ma tutto ruotava ovviamente attorno a una cinetica ritmica compatta e travolgente, che nella band funziona alla grande. Ho dovuto interrompere la visione del concerto, perché era ora di farmi largo fino al foto pit davanti al palco principale, dove l’organizzatore prometteva un’esibizione davvero speciale di uno dei chitarristi più marcanti dell’era del rock and roll.

Michael Schenker con tre cantanti diversi e finalmente senza il corrotto Francis Buchholz. Il celebre asso della chitarra, uno dei chitarristi rock’n’roll più importanti che abbiano mai camminato su questo pianeta  e l’eterna ispirazione di tanti chitarristi delle generazioni che hanno seguito questo grande chitarrista! Dopo qualche anno è tornato al Bang Your Head!!! Nel ruolo di band di supporto al main act. Schenker è salito sul palco con la sua celebre Flyin’ V bianca e nera, e nella parte iniziale a fargli compagnia sul palco tra i cantanti c’era Gary Barden. Schenker si è portato dietro una compagnia eccezionale, il bassista Chris Glen e il batterista Ted McKenna, mentre alla chitarra ritmica c’era Steve Mann. Nella prima parte Schenker con la sua squadra e un Barden di buon umore ha snocciolato i classici dei primi due album (Let Sleeping Dogs Lie, Victim of Illusion, Attack of the Mad Axeman, Armed and Ready). Poi è arrivata la Coast to Coast (Scorpions), dove a Barden si sono uniti Robin McAuley e Graham Bonnet, che è rimasto sul palco per tre pezzi di »Assault Attack«, e cioè Dancer, Desert Song e Assault Attack. Poi ancora Captain Nemo con Barden alla voce, e infine sul palco è salito di nuovo Robin McAuley, che ha lasciato un’impressione speciale con la sua voce eccezionale, vellutata e finissima. Una voce che mantiene una freschezza e una forza espressiva straordinarie anche negli anni maturi. Il cantante con la squadra di Schenker ha condito l’esibizione con grande sicurezza, buttandosi su tre classici dei McAuley Schenker Group: Love Is Not A Game, Bad Boys e Save Yourself. Naturalmente Schenker non ha saltato nemmeno i momenti con gli UFO, quando il concerto è scivolato nella parte finale, con Rock Bottom e la conclusiva Doctor, Doctor. Michael è Michael. Solo lui ha un tocco così e solo la sua chitarra suona così. Unico. Geme in modo così unico che quel gemito unico ti fa venire subito la pelle d’oca. Chitarristi così nella storia del rock’n’roll ce ne sono stati pochi. Uno è per esempio Richie Blackmore. Per tutto il concerto Michael ha sorriso con gentilezza al pubblico, sembrava di ottimo umore, sereno e anche coinvolto. Si vedeva che si godeva il sostegno rumorosissimo e potente che riceveva dalla folla. Michael ha sfoggiato tutta la sua maestria, il suo straordinario senso del controllo assoluto sui toni, che coloriva con una raffinatezza da filigrana. In più abbiamo assistito alle sue celebri pose da palco, con cui da sempre manda in estasi la giovane guardia dei chitarristi. Una prova eccezionale di una squadra eccezionale, che avrei continuato ad ascoltare ancora e ancora, se i minuti non fossero contati e se il giorno non avesse solo 24 ore. Michael Schenker con i suoi musicisti ha messo in piedi uno dei migliori concerti dell’intero festival, e se qualcuno gli appiccicasse l’etichetta di miglior concerto in assoluto, ve lo dico io: sarebbe un’affermazione tutt’altro che modesta, ma non si sbaglierebbe poi di molto.

Gli HammerFall si erano esibiti esattamente vent’anni fa alla seconda edizione, ma proprio la seconda, del Bang Your Head, che allora si teneva ancora in una sala più piccola in centro a Tübingen. Insieme agli HammerFall suonarono allora anche Gamma Ray, Demon, Virgin Steele, Sinner, Flotsam And Jetsam  e Sacred Steel. Sono passati vent’anni anche dall’uscita del debutto in studio della band, intitolato »Glory to the Brave«. Gli HammerFall si sono trovati al posto giusto nel momento giusto e dopo quasi 25 anni di attività godono di grande fama sia tra le generazioni più giovani sia tra quelle cresciute con il metal degli anni Ottanta.  L’anno scorso la band ha pubblicato l’ultimo album in studio »Built To Last«, che era ben rappresentato anche in scaletta, ma gli HammerFall stavolta avevano promesso un concerto speciale al Bang Your Head. Ok, era di nuovo dotato di un sacco di cortine di fumo e sputafuoco, come nel 2010, quando a Balingen avevano suonato l’ultima volta. La pirotecnica, insomma, non è mancata durante il concerto. Nella prima metà la band ha snocciolato un pezzo dopo l’altro nella sua maniera rodata, dove ogni minuto e ogni secondo del concerto è studiato con precisione. Si sa infatti esattamente chi della squadra occupa quale posizione e dove sta in quel momento sul palco. Gli errori sono rari, la band è incredibilmente rodata ed esperta. Ok, è vero che Dronjak ancora non sa suonare bene la chitarra, ma resta un’osservazione minore. Oscar è fatto così e così resterà, e proprio per questo Oscar è così “kvlt” e non deve proprio essere diverso. Oscar ha al suo fianco uno dei chitarristi più pregiati della sua generazione. In lui trova un sostegno eccezionale. Si tratta di Pontus Norgren, ex chitarrista tecnico di Malmsteen, considerato un virtuoso eccezionale, che di recente si è unito anche ai Panzer. Nella prima parte i ragazzi hanno snocciolato in fila Hector’s Hymn,  Riders of the Storm, Blood Bound, Any Means Necessary, Renegade, Dethrone and Defy, Last Man Standing, Let the Hammer Fall e Built to Last. Rispetto alla scaletta di febbraio hanno escluso solo Bring It!

Poi sul palco sono arrivati i tre musicisti che formano i Draupner. Sono Henning Andersson con il violino a cinque corde, Görgen Antonsson con il violino normale e Tomas “Limpan” Lindberg, che suona bouzouki, mandola e chitarra acustica. Anche loro svedesi, non era difficile da indovinare, vero? Be’, hanno eseguito prima lo strumentale Between Two Worlds, poi sul palco si è unito a loro Joacim Cans e insieme hanno suonato la ballata I Believe. Quando sono saliti sul palco anche gli altri membri della squadra HammerFall, otto musicisti hanno suonato un medley di pezzi dell’album »Glory to the Brave«, cioè solo i riff principali dei brani: Stone Cold, Unchained, The Metal Age, HammerFall, Steel Meets Steel, per poi buttarsi su The Dragon Lies Bleeding, che hanno eseguito per intero. Nel tour nei club suonavano solo una parte di questo pezzo. Uno dei vertici è stato l’inno Glory to the Brave, che in pratica ha cantato tutta Balingen. Un’energia straordinaria, in quei momenti, al festival. Emozionante. Commovente. Il bis con Hammer High, poi Bushido e la tanto attesa Hearts On Fire, dove di nuovo tutto il festival è impazzito con la band in un’atmosfera da crescendo vero e proprio. Un concerto davvero speciale della band. Sotto ogni aspetto. I ragazzi si sono impegnati sul serio e si sono preparati per questo concerto, anche se sotto sotto speravamo che suonassero l’intero album »Glroy To The Brave«.

Chi trovava gli HammerFall troppo lenti e troppo melodici se n’è andato in sala ad ascoltare gli speed metaller e revivalisti belgi Evil Invaders. Il concerto dei quattro diavoletti ha servito di nuovo un’esperienza vertiginosa, dallo sviluppo di velocità difficile da descrivere. Noi fotografi abbiamo avuto di nuovo problemi con loro, e in più ci hanno “intrattenuti” anche con un sacco di nebbia da palco. Uno spettacolo davvero attraente, carico di potenza straordinaria, voglia di dimostrare, affiatamento eccellente e messa a fuoco solida. La parte principale del materiale, con i pezzi Pulses of Pleasure, Fast, Loud ‘n’ Rude, Shot to Paradise, Master of Illusion e Starway to Insanity, era incentrata sull’ultimo album in studio, ancora attuale, »Pulses of Pleasure« (2015), ma la band ha presentato anche due pezzi del tutto nuovi, Mental Penitenciary  e l’apertura As Life Slowly Fades. Esibizione folle! E gli stessi Evil Invaders sono comparsi dieci giorni dopo anche al Metaldays di Tolmin!

Dopo i fuochi d’artificio finali, che ogni anno vediamo al termine dell’esibizione del main act del terzo giorno del festival, il gran finale si è spostato in sala, dove l’edizione di quest’anno l’hanno chiusa i leggendari Axxis.  Negli Axxis oggi gli unici membri originali sono il cantante Benrhard Weiss e il tastierista Harry Oellers, a fargli compagnia ci sono Stefan Weber (chitarra), Rob Schomaker (basso) e Dirk Brand (batteria). Dato che l’attuale »Retrolution« è un ritorno alle radici hard rock (la band ne ha suonato Somebody died at the party, Heavy Metal Brother e Queen of the Wind), è seguita un’elaborazione del repertorio con una scaletta old school, dove la squadra non si è vergognata di eseguire pezzi dei cult »Kingdom of the Night« (Living In A World, Kingodm of the Night), »II« (Touch the Rainbow, Little Look Back) e perfino di »Big Thrill« (Little War). Gli Axxis non hanno ignorato nemmeno la loro era power metal e hanno condito il repertorio anche con brani degli album »Paradise In Flames« (Tales Of Glory Island), »Utopia« (Heavy Rain) e »Doom of Destiny« (Blood Angel). La band sembra mezza energia e mezza slancio, e a Balingen ha consegnato un’esibizione bellissima, rilassata e impegnata, dove tutti gli attori (Weiss escluso, ovviamente) hanno presentato anche il loro pezzo solista, cosa che non era nemmeno necessaria.

Tre giorni passati a saltare da un palco all’altro hanno presentato il conto, quindi abbiamo accorciato un po’ la visione degli Axxis e ci siamo avviati verso la tenda e il campeggio per un meritato riposo. La 21ª edizione del festival volgeva così lentamente al termine. Ancora una volta ha portato una raccolta di artisti straordinariamente varia, tra cui tanti che si incontrano sui palchi molto di rado. Parlo a nome di uno che vive in una parte d’Europa non lontana, ma pur sempre a sud delle Alpi. Visto che i fatti restano fatti, a Balingen ci andremo ogni anno. Ci faremo il pellegrinaggio sempre e sempre di nuovo, perché altrimenti proprio non si può, e l’anima in qualche modo va pur nutrita. Il conto alla rovescia è dunque già iniziato!

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